martedì 28 ottobre 2014

Fiducia. Una citazione da "Ma la vita è un'altra cosa"


“Ogni cosa che dura, ogni sogno che resiste, ha qualcuno da ringraziare per la fiducia riposta. La fiducia non si compra e non si vende e nemmeno la si regala. La fiducia è come una forma d’arte: se si è ispirati la si dà. Perché fidarsi degli altri, che spesso significa pure affidarsi agli altri, non è sempre una cosa facile. Lasciarsi andare nelle mani di qualcuno è un gesto che richiede coraggio e consapevolezza. Dei propri limiti, soprattutto; e delle qualità di chi è migliore di noi. Fidarsi vuol dire credere in un altro e accettare di non vedere il risultato, subito, sotto i propri occhi. Aspettare…
Aspettare. Ma con fiducia. L’attesa costruita sulla fiducia in qualcuno passa molto più veloce di un’attesa da soli. La fiducia è l’ingrediente base per la costruzione. Di quasi tutto. Naturalmente anche dell’amore.
E’ che la fiducia è semplicemente la variabile determinante tra le cose e le cose importanti…tra un rapporto e un rapporto importante…tra un tentativo e un’impresa…tra un assolo e un’orchestra. Tra un’idea e la sua attuazione. E poi, è tanto importante fidarsi di se stessi, tanto da ritrovarsi, all’improvviso vicini a se stessi.
E questo significa pure fare due conti con quello che ti circonda e giudicarlo per quello che è e non per quello che volevi che fosse. Ma lo dico adesso e non ci sono arrivata da sola. Me lo hanno detto tutti i miei 50 e più inverni in cui ha fatto freddo e che hanno, giorno dopo giorno, congelato la paura fino a farla diventare piccola e inoffensiva. E quando parlo di paura, intendo la paura di non farcela, la paura che abbiamo tutti di non essere all’altezza…”
Alessandro Cattelan e Niccolò Agliardi, “Ma la vita è un’altra cosa”
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giovedì 23 ottobre 2014

Ti auguro tempo. Una poesia di Elli Michler


Non ti auguro un dono qualsiasi.
Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
Ti auguro tempo per divertirti e per ridere.
Ti auguro tempo per il tuo fare e per il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
Ti auguro tempo per non affrettarti e correre, ma tempo per essere contento.
Ti auguro tempo non soltanto per trascorrerlo.
Ti auguro tempo perché te ne resti, tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull’orologio.
Ti auguro tempo per toccare le stelle e tempo per crescere, per maturare.
Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare.
Ti auguro tempo per trovare te stesso, per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
Ti auguro tempo anche per perdonare.
Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.

Elli Michler, da “Dir zugedacht” (Dedicato a te)

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lunedì 20 ottobre 2014

Mitologia e psicologia. 8) Eros e Psiche: una Psico-storia d'Amore - PARTE PRIMA

Un re e una regina avevano tre figlie: due molto belle e una terza bellissima.
Quest’ultima si chiamava Psiche. Di lei si diceva che fosse una seconda Afrodite e  alcuni presero ad onorarla proprio come una dea.
La cosa suscitò la collera della vera Afrodite, che decise di punire la ragazza ordinando a suo figlio Eros (Amore, Cupido) di farla innamorare dell'uomo più orribile del mondo.
Frattanto Psiche stentava  a trovare marito.
Le sue sorelle infatti si erano accasate facilmente, mentre lei no, perché nessun uomo desiderava prendere in moglie una specie di dea.
Allora suo padre consultò l'oracolo di Apollo per conoscere la sorte di sua figlia e il  responso fu che Psiche, per trovare il suo sposo, doveva recarsi in cima a una rupe. Il re però non doveva aspettarsi un genero di stirpe mortale:  Psiche infatti era destinata in moglie ad un crudele essere alato, che tormentava e feriva tutti con ferro e fiamma e faceva tremare persino i numi e lo stesso Zeus.
Mentre tutti si disperavano per lei,  pensandola destinata a nozze di morte con un terribile mostro, Psiche accettò docilmente la sua sorte e si recò sulla rupe.
Quando Eros la vide, ne restò talmente affascinato che, disobbedendo a sua madre, decise di tenere la fanciulla per sé. Incaricò allora Zefiro di sollevarla con dolci soffi di vento e di condurla così al suo palazzo.

Quando Psiche giunse nella splendida reggia di Eros, fu accolta da ancelle  invisibili che si manifestarono a lei sotto forma di voci e che la misero a suo agio,  servendola e riverendola.
Giunta la notte, arrivò a palazzo Eros che giacque con lei nell’oscurità e andò via prima dello spuntar del sole.
Le cose andarono così per vari giorni.
Tutti gli incontri tra Psiche e il suo sposo avvenivano nell’oscurità e lui, per quanto amorevole con lei, le aveva proibito qualunque tentativo di conoscere il suo volto.
In questa situazione così fuori dell’ordinario, Psiche era  stranamente felice: amava infatti il suo sposo sconosciuto e viveva la magica unione con lui in condizioni di perfetta beatitudine. 
Tutto sarebbe proseguito per il meglio, se un giorno Psiche non avesse desiderato di rivedere le sue sorelle.
Eros cercò di dissuaderla dal suo intento, ma senza successo. L’ammonì dicendole di non lasciarsi indurre dalle sorelle a violare i patti del loro amore, perché ciò ne  avrebbe determinato la fine. Le annunciò inoltre che portava in grembo un figlio: egli sarebbe stato un essere divino, se lei avesse custodito i loro segreti, ma mortale, se li avesse violati.
Quando le sorelle giunsero a palazzo e constatarono la felicità di Psiche, furono  colte da un’invidia tremenda, giacché, sposatesi entrambe solo  per ragioni d’interesse, non avevano tratto nessuna gioia dai loro matrimoni e nemmeno avevano ottenuto tutti gli agi della sorella.
Incalzarono quindi Psiche di domande fino a farle ammettere di non sapere chi fosse realmente il suo sposo. Le dissero allora che si trattava probabilmente di un mostro,  come tutti in effetti dicevano, e la convinsero ad ucciderlo prima che lui uccidesse lei, e poi fare ritorno alla casa paterna.
Fu così che una notte Psiche, mentre Eros dormiva, gli andò vicino con una lampada e un rasoio per poterlo guardare in faccia e poi tagliargli la gola.
Ma appena fece luce su di lui e se lo vide di fronte in tutta la sua bellezza, lasciò cadere il rasoio e, nella concitazione,  si punse inavvertitamente con una delle sue frecce.
A quel punto, sentendosi più che mai colma d’amore per lui, si chinò per baciarlo ma, nel fare ciò, una stilla d’olio ardente fuoriuscì dalla lanterna e  cadde sull’omero destro di Eros.
Egli allora scottato si svegliò e subito si allontanò da lei, che inutilmente cercò di trattenerlo, aggrappandosi ad una  sua gamba.
Eros  le ricordò che lui aveva disobbedito a sua madre per amor di lei, mentre lei aveva violato i patti del loro  amore per dare ascolto alle sue sorelle. Quelle due avrebbero pagato amaramente per ciò che avevano fatto. Quanto a Psiche, le sarebbe bastata come punizione perdere il suo sposo.
E detto ciò, levò le ali in alto e volò via.
Fine della prima parte (continua in un prossimo post)

Una cosa che mi ha sempre divertito, nella versione originale della fiaba di Amore e Psiche - quella narrata da Apuleio nelle Metamorfosi (o L'Asino d'oro) -  è come Cupido, cioè Eros, Amore, di solito rappresentato come una specie di grazioso angioletto con arco e frecce, sia lì descritto come un essere  temutissimo da tutti, persino dagli altri dei e dagli elementi della natura. Zeus ed Afrodite per esempio (che per Apuleio beninteso sono Giove e Venere)  borbottano e imprecano coloritamente contro il giovanissimo dio, per essere stati tante volte bersaglio delle sue frecce, e  lo stesso oracolo d' Apollo parla appunto di lui come di un crudele essere alato che fa tremare tutti, creando così l'equivoco che Psiche sia destinata a un mostro.
La storia di cui parliamo oggi, per una volta, considera Cupido come bersaglio di se stesso: narra infatti della sua personale storia d'amore, con le relative peripezie.
Come a dire che nessuno la passa mai completamente liscia, nelle questioni di cuore, nemmeno se è un grande esperto, come appunto Cupido.  O come a dire: parliamo per una volta dell'amore di Amore, cioè dell'amore con la "A" maiuscola (è solo una favola o  esiste davvero?). 
Chiunque nella sua vita si sia innamorato e sia stato ricambiato, probabilmente riconoscerà qualcosa di familiare nella storia di Eros e Psiche, almeno nella sua prima parte. 
Il loro amore nasce grazie al fatto che Psiche obbedisce al responso dell'oracolo e quindi lascia che il destino operi in lei secondo le sue leggi. E già qui sembriamo proprio noi quando abbiamo la sensazione che un certo incontro della nostra vita non sia stato per niente casuale ("Era scritto da qualche parte che noi due dovevamo incontrarci!").
Come Psiche anche noi, se ci apriamo all'amore, accettiamo di dare inizio ad un viaggio che si preannuncia rischioso e pieno d'incognite:  la partenza di Psiche avviene infatti dalla cima di una rupe, come a dire che, se qualcosa non va per il verso giusto, possiamo anche... sfracellarci. 
Quando arriva Zefiro, sotto forma di vento che spira e la solleva da terra, Psiche si lascia andare e gli si affida, proprio come facciamo noi quando, lasciandoci  trasportare dall'ispirazione del momento, ci lanciamo nell'avventura e... sia quel che sia.
Il contesto familiare magari non sempre è ispirato come noi da faccende del genere. Il pretendente estraneo, che minaccia di portar via la diletta figliola,  potrebbe non essere visto di buon occhio da mamma e papa (e infatti è un mostro per il re e la regina); nell'aria può aleggiare come un cattivo presagio (il responso dell'oracolo), perché ci sarà una separazione, cioè una perdita per la famiglia, oppure una deflorazione, cioè una fanciulla simbolicamente morirà per diventare una donna (metafora delle nozze di morte). D'altra parte anche nella famiglia di là, quella dello sposo, potrebbe non esserci il migliore dei climi; Apuleio ci presenta infatti una mamma-suocera Afrodite che mal tollera l'arrivo di una rivale nel cuore di suo figlio: come a dire che per ogni donna che ambisce all'altare potrebbe esserci una dea che rivendica l'altare per il suo culto. 
Ad ogni modo Psiche viene premiata per il suo comportamento, tant'è vero che non si sfracella cadendo dalla rupe, bensì approda dolcemente  al palazzo di Eros, cioè in un territorio dell'esistenza fuori dall'ordinario.
Ed eccoci arrivati anche noi nella dimensione di sogno dell'innamoramento, dove  tutto ci appare perfetto come in una magnifica reggia incantata, in cui esistiamo solo noi e il nostro partner, mentre tutto il resto del mondo resta chiuso fuori.
L'esperienza è  talmente potente da darci la sensazione che basti semplicemente stare insieme per essere felici, che la semplice unione con l'altro appaghi ogni nostro bisogno (come se servi invisibili pensassero a tutto) e che non occorra nient'altro, nessuna necessità di impegnarsi per far funzionare le cose.
C'è chi dice che, benché non ce ne ricordiamo, potremmo essere stati così beati anche ai tempi in cui eravamo un tutt'uno con nostra madre (embrioni nel suo grembo) o credevamo di essere un tutt'uno con lei (lattanti tra le sue braccia);  forse anche allora abbiamo sperimentato la magia dell'appagamento di ogni nostro bisogno per il solo  fatto di essere uniti a qualcun altro (anche se poi, certo, la vita ci ha separati e ci ha costretti bene o male a crescere, ma intanto chissà che sotto sotto non coviamo sempre un po' di nostalgia per quel paradiso perduto...).
Finché sono alla reggia, Eros e Psiche si amano al buio, non si vedono per come realmente sono, il loro amore (e anche il nostro, in questa fase) è fatto di forti componenti sensuali e istintive e non lascia molto spazio al piano di realtà.
Mai come in questa fase, insomma, l'amore può dirsi veramente cieco: il partner ci sembra un dio (al pari di Eros) o simile a una dea (come Psiche), in lui non troviamo né difetti né limiti e, se pure ne troviamo, ci fanno tenerezza e simpatia (quant'è carino il lato umano degli dei!). 
E' chiaro che si tratta di una meravigliosa dimensione illusoria, che  oltre un certo tempo non può reggere. Prima o poi, infatti, la realtà irrompe sulla scena con tutta la sua pochezza e porta inevitabilmente scompiglio nella reggia. 
Infatti ecco arrivare dal mondo reale le due perfide sorelle di Psiche, che la mettono in guardia contro l'illusione in cui sta vivendo e la incitano a guardare in faccia la realtà (vedere il vero volto dello sposo, conoscere il partner per quello che davvero è). 
Psiche dà loro ascolto e con l'immaginabile sofferenza esce dalla sua illusione. 

Le sue sorelle le hanno detto che troverà nel suo letto un mostro. Le hanno presentato cioè il più probabile degli scenari, quello che tutti prevedono e che forse il più delle volte avviene anche nella realtà. Il nostro magnifico partner sconosciuto si rivela improvvisamente pieno di difetti, diverso da noi in tante cose, addirittura critico verso di noi per i nostri difetti (ma si è guardato bene?) e così scende dal piedistallo e perde la sua aura divina.
La delusione può essere talmente cocente che in certi casi la storia finisce proprio qui. Il nostro partner non è ciò che noi pensavamo, noi non siamo ciò che pensava il nostro partner, meglio togliere tutto di mezzo e amen. 
Del resto le sorelle suggeriscono proprio questo a Psiche: di chiudere la relazione, di ammazzare il mostro. E per la verità aggiungono anche il consiglio di tornare in famiglia, cioè una bella  mossa regressiva che Psiche però non attuerà (a differenza del suo sposo che - come poi vedremo -  dopo la delusione, andrà a curarsi la scottatura proprio nel letto di sua madre...). 
Ma uscire dall'illusione deve segnare necessariamente la fine di un amore? Non si può arrivare a dire (da disillusi, ma non delusi): "Ti amo per quello che sei, anche se non m'illudo più che tu sia qualcosa di diverso da ciò che effettivamente sei"?
La storia sembra dire proprio di sì perché, quando Psiche fa luce nell'alcova e guarda in faccia il suo sposo, lo ama ancora di più (aggiunge altro amore al suo amore, giacché si punge con una freccia di Cupido). 
Come a dire che per amare davvero una persona (cioè quella specifica  persona e non solo l'ebbrezza dell'innamoramento che ci ha fatto vivere) bisogna riuscire a vederla, conoscerla e accettarla con i suoi  pregi, i suoi difetti, e la sua vulnerabilità.
Quando Psiche viola i patti della coppia, Eros a sua volta si sveglia,  esce cioè a sua volta dall'illusione. Il cambiamento di uno dei due  partner rispetto alla relazione ha le sue inevitabili ripercussioni anche sull'altro.
Eros però non accetta l'uscita dall'illusione allo stesso modo di Psiche.
La fiaba ci dice che ne è rimasto talmente scottato, da decidere di chiudere la relazione.
L'olio della lucerna l'ha infatti ustionato (la delusione è stata proprio  cocente); la sua sposa si è rivelata d'un tratto traditrice e assassina (il vero mostro era lei!). 
Troppo da sopportare, persino per il dio Amore... 
Tant'è che alza le ali e prende il volo.
***
Come andrà a finire questa storia? 
Come sono andate a finire (o andranno a finire, o potrebbero andare a finire) le nostre storie?
Ne riparleremo nel prossimo post ("9) Eros e Psiche - Parte seconda").
Ciò di cui invece non parleremo la prossima volta, perché non c'entrerà con i discorsi che faremo lì, ma c'entra abbastanza con quelli fatti qui, è un tipo d'amore che di recente, per così dire, imperversa: l'amore virtuale, on-line, via chat, nato su Facebook e dintorni.
Ne sappiamo qualcosa?
Sia che ne sappiamo qualcosa per via indiretta, sia che ne sappiamo qualcosa per via diretta, forse ci saremo resi conto che la metafora di Eros e Psiche che si amano nel buio in questi casi può essere  quanto mai calzante. La dimensione illusoria trova un terreno particolarmente favorevole nell'amore virtuale, che ne amplifica l'inganno. E' l'amore al buio per eccellenza, dove sul niente si possono costruire i castelli e dove il rischio della delusione può essere davvero grande. 
Apuleio tutto questo beninteso non lo sapeva e non se lo poteva nemmeno immaginare, per cui, come si dice, ogni suo riferimento a fatti e persone realmente esistiti sarà stato... puramente casuale.

Leggi anche:

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"Il regno d'inverno": un film per smettere di rimuginare e portare al mondo il nostro dono di oggi, quale che sia

Una cosa che può capitare facilmente in età matura è di guardare allo stato dell'arte della propria vita e di avere l'impressione di aver commesso probabilmente un sacco di errori. Come si spiega altrimenti il fatto che le cose oggi stanno proprio così?
A volte crediamo di conoscere i nostri errori, a volte sono gli altri che si prendono la briga di farceli notare  addossandoci cento e una colpa, altre volte restiamo semplicemente sconcertati dal fatto di non riuscire proprio a capire dove abbiamo sbagliato (...vorrà dire che siamo duri e miopi?) . 
Qualcuno si giustifica dicendo (magari più agli altri che a se stesso) che era partito da condizioni svantaggiate e che ha fatto tutto il possibile, ma più di tanto non poteva fare; c'è chi addossa le colpe dei suoi guai agli altri, che non l'hanno saputo sostenere al momento giusto o addirittura l'hanno ostacolato (genitori, fratelli, partner e via dicendo); c'è chi rimpiange di aver creduto in qualcosa che non meritava la sua fede, e chi cerca di rimediare oggi agli errori di ieri, ma più si sforza e più s'impantana, aggiungendo come si dice macchia su macchia.
Quelli tra noi che in età matura non si portano sulla coscienza né grossi peccati né grossi delitti, ma vivono semplicemente il senso di sperdimento e l'amarezza di quando si dice del presente "mi ritrovo con un pugno di mosche",  forse potrebbero trarre qualche buona ispirazione per se stessi e per la propria vita dalla visione del film "Il regno d'inverno", in questi giorni nelle sale.
In verità, per quanto è lungo, lento e impegnativo  potrebbe davvero darci il colpo di grazia se siamo già un po' in crisi. E tuttavia merita lo sforzo di essere visto fino alla fine, se non altro perché, proprio nel finale, propone una bella risposta alla difficile domanda: come possiamo giocarci oggi le carte che ci restano e sperare ancora di uscire vincenti dalla nostra vita, pur consapevoli delle nostre sconfitte, delle cose che non abbiamo capito e continuiamo a non capire, di tutti i nostri problemi relazionali irrisolti, di tutte le idee, le scelte e gli argomenti che non condividiamo con le persone che ci circondano e con cui quotidianamente ci scontriamo (persone che poi, alla fine, chissà se hanno capito davvero la vita meglio di noi)?
Vi auguro di trovare in questo film o altrove le ispirazioni necessarie per sentirvi sempre padroni di un vostro regno personale, dove poter trovare pace e senso anche durante gli inverni più  rigidi della vostra vita, e fare di essi la premessa per le primavere a venire con le vostre personalissime fioriture.
  
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sabato 11 ottobre 2014

Ancora sull'autenticità: un pensiero di Alejandro Jodorowsky


Dietro ogni malattia c’è il divieto di fare qualcosa
che desideriamo oppure l’ordine di fare qualcosa
che non desideriamo.

Ogni cura esige la disobbedienza a questo divieto
o a quest’ordine.

E per disobbedire è necessario abbandonare la
paura infantile di non essere amati; vale a dire di
essere abbandonati.

Questa paura provoca una mancanza di coscienza:
non ci si rende conto di quello che si è davvero,
cercando di essere quello che gli altri si aspettano che noi siamo.

Se si persiste in questa attitudine, si trasforma la
propria bellezza interiore in malattia.

La salute si trova solo nell’autentico, non c’è bellezza senza
autenticità, ma per arrivare a quello che siamo
davvero dobbiamo eliminare quello che non siamo.

Essere quello che si è: 
questa è la felicità più grande.