sabato 9 novembre 2013

Cento cose tutte assieme. Multi-tasking umano e ricerca della serenità

"Conosco una donna - dice Sarah Ban Breathnach  nel suo libro L'incanto della vita semplice - che comincia a spazzolarsi i denti e, ancora col dentifricio in bocca, esce dal bagno e va a rifarsi il letto. E perché? Perché con la coda dell'occhio ha visto le lenzuola stropicciate. Non si è ancora sciacquata la bocca che si è già buttata a capofitto in un altro lavoro. Inutile dire che una giornata iniziata all'insegna della frenesia può soltanto procedere di male in peggio." 
Infatti non è esattamente questo il modo in cui immaginiamo che trascorra le sue giornate una persona serena. E probabilmente non è neanche il modo in cui noi stessi vorremmo trascorrere le nostre giornate.
Eppure, se siamo - o siamo stati - veramente gente che corre, probabilmente momenti del genere li conosciamo anche noi.
Stiamo facendo una cosa e all'improvviso ce ne viene in mente un'altra, o anche un'intera batteria (è in scadenza l'assicurazione sulla macchina, il cane va portato dal veterinario, c'è di nuovo una macchia d'umido sul soffitto, si devono consegnare le carte al commercialista, c'è da contestare la bolletta della luce, sta finendo l'inchiostro nella stampante, c'è da riguardare questo lavoro  prima di consegnarlo domani...).
Oppure ci capita, magari, di organizzare tutto a meraviglia per concentrarci finalmente sul nostro compito e si scatena una specie di congiura del mondo che interferisce inesorabilmente col nostro programma (qualcuno ci chiama in un'altra stanza, la posta elettronica ci recapita un'email urgente, ci telefona nostra madre per una questione condominiale, la nostra collega comincia a lamentarsi dei suoi dolori, dalla segreteria della scuola arriva la notizia del mal di pancia di nostro figlio, poi quattro messaggi sul cellulare, tre messaggi via fax, senza contare i commenti sotto il nostro  post di ieri sera su facebook...).
Tutto questo restando nell'ambito dell'ordinaria amministrazione: un'ordinaria amministrazione in cui ci sembra impossibile poter riuscire a fare tutto senza fare tutto assieme (anche se sappiamo benissimo che non è certo questa la strada per arrivare alla serenità: a un bell'esaurimento nervoso, quello magari sì, ma alla serenità proprio no!).
Il rischio, vivendo così, è di disperdere le nostre energie ai quattro venti, sfiancandoci, sentendoci in perenne affanno, e con la netta sensazione che da un momento all'altro schizzeremo via da questo pianeta.
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Portare a termine cento cose, facendone una sola per volta, può sembrarci una missione impossibile, eppure riuscirci è un ottimo sistema per ridurre il rischio di "ingorghi" (fisici, mentali, emotivi) e per preservare il nostro equilibrio.
Da dove partire?

Tutte le pratiche di mindfulness sono un continuo esercizio a essere presenti nel qui e ora, anche durante la vita ordinaria, ed è con questo tipo di atteggiamento che possiamo imparare a fare cento cose, una alla volta,  dedicando a ciascuna piena attenzione e senza... esaurirci.
E' chiaro che se non possiamo permetterci di dedicare la nostra intera giornata a fare una sola cosa, dovremo darci dei tempi e delle scadenze, e decidere per esempio di dedicare a una certa cosa la prossima mezz'ora, o i prossimi venti minuti, e non di più (perché poi c'è altro da fare). Ma, di qualunque cosa si tratti, l'importante è adottare un atteggiamento mentale per cui, nella prossima mezz'ora o nei prossimi venti minuti - cascasse il mondo - niente interferirà con quello che stiamo facendo.
Per quanto scontata possa sembrare - e non lo è... - questa cosa dobbiamo tenerla a mente anche quando interagiamo con altre persone, se abbiamo cara la nostra vita relazionale.
Infatti il multi-tasking (espressione mutuata dalla terminologia informatica, per indicare la capacità  di un processore di eseguire più programmi simultaneamente e così, estensivamente, anche la capacità di una persona di fare più cose tutte assieme, quasi dimenticandoci che non è un computer), può danneggiare i rapporti umani quando, nel nostro fare più cose per volta, coinvolgiamo anche un’altra persona. Infatti rischiamo di dedicare a questa persona (sia essa un collega, il partner, un figlio o anche la commessa del supermercato)  un’attenzione frammentaria, cioè spezzoni di attenzione rubati a qualcos'altro, e così un po' badiamo a lei e un po' badiamo a un'altra cosa, trattando questa persona alla stregua di un'incombenza tra le tante da sbrigare. E questo  certo non giova alla qualità dei nostri rapporti interpersonali, perché una persona se ne accorge  che la trattiamo come l'ennesima incombenza della nostra giornata e difficilmente troverà l'interazione con noi ricca, appagante, nutriente.
Già altre volte su questo blog ho accennato ai benefici che possiamo ottenere in termini di serenità attraverso pratiche che favoriscono la consapevolezza del momento presente. Ne ho parlato a proposito del  prestare attenzione durante le attività di routine, del camminare in modo consapevole, dell'utilizzare le sensazioni fisiche come modo per rimanere consapevoli e presenti; senza contare tutti i post contrassegnati specificamente con l'etichetta Mindfulness.
Sono tutte pratiche che, allenando la nostra capacità di stare nel presente, ci portano a restare concentrati su un compito mentre lo svolgiamo. Si tratta allora di adottare un atteggiamento meditativo anche nel portare a compimento (una alla volta) tutte le altre mille incombenze della nostra vita.
In realtà, però, è anche vero che le condizioni ideali per essere continuamente presenti e consapevoli spesso ci mancano, perché un conto è la teoria e un conto è la pratica. Pochi di noi infatti riescono a vivere in uno stato di permanente quiete meditativa, anche se sono convinti della sua utilità e credono fermamente che sia quello il vero stato di grazia. Insomma, voglio dire... siamo gente che corre, non ce lo dimentichiamo!
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Deng Ming-Dao, parlando della quiete nel suo libro di meditazioni Il Tao per un anno, dice:
"Le vicende del mondo vengono spesso eufemisticamente definite 'un gran polverone': un affannarsi continuo che non si può eliminare con un semplice colpo di spugna, ma in cui è altrettanto impossibile trattenersi a lungo. Possiamo cercare il distacco nella meditazione, ma finché gli stimoli esterni continuano a bombardarci la mente, non ci è dato trovare la vera quiete meditativa . [...] Se siamo costretti a restare qui [...], e ciò nonostante desideriamo esercitarci nell'arte della tranquillità, il ritiro, sempre necessario, sarà di portata più modesta. Potremo così raggiungere la quiete, anche se per periodi brevi e transitori."
In quest'ottica, se ci accorgiamo che - con tutta la nostra buona volontà - la quotidianità ci sfugge di mano e stiamo scivolando nel multi-tasking, fermiamoci almeno un momento, facciamo un bel respiro e sospendiamo azione e pensiero per qualche momento. Una breve pausa non può che giovarci (proprio come giova a volte ai congegni elettronici quando si inceppano per il troppo traffico).
Se poi ne abbiamo l'opportunità e la voglia, possiamo anche provare a dedicare qualche minuto a una breve pratica di consapevolezza, di cui abbiamo già  parlato in altro post,  e che è detta appunto "Tre minuti di respiro".
Si tratta di una specie di mini-meditazione tratta dal programma MBCT che possiamo inserire nell'ambito delle nostre abituali giornate di corsa, non solo come semplice pausa per prendere fiato,  ma come vera e propria occasione  per prendere consapevolezza di ciò che ci sta accadendo in un certo preciso momento, di qualunque cosa si tratti. Diventare infatti veramente consapevoli di una routine in cui ci siamo lasciati coinvolgere ci aiuta a relazionarci diversamente anche con le  difficoltà che dobbiamo affrontare e può  consententirci di gestirle  in un modo migliore.



















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