mercoledì 6 maggio 2015

Su quali valori si basa la nostra autostima e su quali quella altrui


Quanto è sicura la nostra autostima?
Su cosa si basa?
Da cosa è scossa?
Come si ristabilisce quando è ferita?
Quanto sono realistiche le aspirazioni su cui si basa?

Conoscere la risposta a queste domande può aiutarci a capire meglio quali situazioni, scelte e comportamenti, nella vita, ci portano a stare bene con noi stessi e quali a stare male. 

Le condizioni che sostengono il nostro rispetto di noi stessi hanno un ruolo importantissimo nella nostra vita, e la cosa che può stupire è che non sono uguali a quelle degli altri. 

Poiché l'autostima è un fenomeno squisitamente interiore, non sempre riusciamo infatti ad immaginare su cosa possa basarsi quella altrui, e così alcuni comportamenti che hanno a che fare con essa possono risultarci incomprensibili nelle altre persone.
Quando qualcuno scopre di aver agito in contraddizione con i propri valori morali, può provare un tale senso di vergogna e di disperazione che, pur di non provare una simile angoscia, può fare cose inimmaginabili per chi guarda dall'esterno, perfino mettere a rischio se stesso e altre persone.
A volte gli studenti di psicologia, leggendo gli scritti di Freud, restano stupiti dal fatto che il padre della psicoanalisi abbia fatto breccia nelle proprie resistenze per poi rivelare pubblicamente i fatti intimi della propria vita inconscia. Questo comportamento tuttavia non stupisce se letto alla luce di un'attenta valutazione della struttura dell'autostima di Freud. Per il suo sistema di valori, infatti - come osserva Nancy McWilliams, nel suo libro Il caso clinico - era centrale "mantenere un'immagine di sé come impavido ricercatore devoto alla verità, conquistatore in lotta con l'ipocrisia e l'autoinganno. Freud traeva un grande piacere dallo scoprire in se stesso quelli che agli altri sarebbero sembrati aspetti assai sgradevoli della propria psicologia. Per quanta vergogna gli potesse costare quello che andava scoprendo, il prezzo pagato era ampiamente controbilanciato dall'orgoglio che provava nel rafforzare la sua immagine di sé come scienziato impavido alla ricerca della verità".
I valori condivisi culturalmente qualificano spesso come ordinari comportamenti che altrimenti risulterebbero incomprensibili. 
Una persona la cui autostima dipende dall'avere un aspetto giovanile, può darsi che si sottoponga ad un intervento chirurgico per camuffare i segni del tempo, cosa che non appare tanto incomprensibile oggigiorno. Anche se il suo valore magari non ci appartiene e critichiamo il suo comportamento, tuttavia riusciamo a capirlo e a spiegarcelo, meglio di quanto avverrebbe con analoghi valori e comportamenti tipici di altre epoche storiche o diffusi presso altre culture (come la fasciatura dei piedi delle donne cinesi di un tempo, gli anelli per allungare il collo delle donne birmane, i corsetti strettissimi che toglievano il fiato alle nostre dame di qualche secolo fa).
A volte possiamo non comprendere cosa spinga una persona ad andare incontro alla morte, per questioni di autostima; eppure la storia è piena di eroi di guerra, il cui orgoglio si fonda sull'essere coraggiosi, e a cui la morte eroica sembra preferibile alla vergogna di sopravvivere da vigliacchi. 
La difficoltà di comprendere le persone la cui autostima si fonda su basi diverse dalle nostre diventa ancora maggiore quando assistiamo ad atti violenti e distruttivi, anziché ad atti eroici.
"Una persona la cui autostima si basa sull'apparire indipendente e invulnerabile", dice ancora Nancy McWilliams, "può picchiare sua moglie pur di non esprimere il proprio bisogno di lei; una persona il cui orgoglio dipende dal sentire di avere un potere assoluto sugli altri può preferire l'omicidio alla vergogna associata all'impotenza." 
Comportamenti simili possono risultare ovviamente incomprensibili a persone la cui autostima è organizzata diversamente.
Noi possiamo dare un po' per scontato che le cose che alimentano il nostro personale orgoglio sostengano anche l'autostima altrui, perché tendiamo a proiettare. 
Questo può essere fonte di malintesi e anche di inspiegabili difficoltà relazionali. 
Sempre la McWilliams racconta, a tal proposito, di una sua paziente che aveva passato un'intera seduta ad esprimere confusione e dolore perché un uomo che stava frequentando aveva con lei un comportamento sessuale "ristretto". Era giunta così alla conclusione che lui non la trovasse attraente, benché per altri versi il comportamento dell'uomo suggerisse la conclusione esattamente opposta. Poiché la paziente, in altre occasioni, le aveva detto che il suo amato era cattolico ed andava a messa regolarmente, la McWilliams ha commentato: «Forse lui sente, in accordo con la sua educazione religiosa, che il sesso pre-matrimoniale è sbagliato». La paziente ha esclamato: «Di certo nessuno in questi giorni e di questi tempi può pensarla così!» "Ma così era.", dice la Mc Williams, "E l'autostima di quell'uomo dipendeva da un comportamento conforme a questo dettame. Lui era attratto da lei, ma non sarebbe riuscito a stare bene con se stesso se avesse avuto delle relazioni sessuali con lei prima del matrimonio".
Insomma, come dobbiamo fare per capire che cosa sostiene l'autostima di qualcuno?
Cosa dobbiamo chiedergli?
Una domanda utile forse può essere: «Cosa ammiri nelle persone?». La risposta infatti può rivelarci quali sono gli ingredienti principali su cui il nostro interlocutore basa la valutazione di se stesso.
Ciò che ammiriamo negli altri è di solito qualcosa che ha un valore anche per noi. Mentre ammiriamo una persona, vediamo incarnate in lei delle qualità che probabilmente ci appartengono, quanto meno a livello di valore, e che ci piacerebbe poter portare alla luce e vedere sviluppate anche in noi stessi.
Se la confidenza è tale da non rischiare di risultare indiscreti (e sempre sperando di ottenere risposte sincere...), possiamo azzardare anche qualche domanda più specifica, come: «Quali sono le cose che ti fanno sentire soddisfatto - e quali insoddisfatto - di te stesso?»
Conoscere queste risposte può essere utile non solo per interpretare meglio il senso dei comportamenti dell'altro, ma anche per evitare di ferirlo involontariamente con le nostre parole e i nostri atteggiamenti. Infatti, se siamo portatori di valori diversi dai suoi, potremmo inavvertitamente mancare di tatto e mettere il dito in qualche sua piaga che non vediamo.
Questo non significa necessariamente che certe cose non possono essere dette. Quanto più un rapporto diventa importante, infatti, tanto più è auspicabile che sia autentico e sincero. Ma è importante anche avere tatto quando ci si avvicina ad argomenti che per l'altro sono delicati.
Il tatto, anche in senso metaforico, è soprattutto una questione di mano. Significa comprendere quando non è il caso di andare giù duro con mano pesante, ma occorre usare un tocco leggero e gentile. 
Quando i valori che sostengono l'autostima altrui sono molto lontani dai nostri, questo tocco leggero può non venirci d'istinto, e si giova piuttosto di una decisione consapevole.
Proviamo allora a richiamare alla mente gli aspetti di noi stessi e della nostra vita di cui siamo insoddisfatti, perché non sono all'altezza dei nostri valori importanti.
Come ci sentiamo quando qualcuno li tratta senza delicatezza? 
Se ci ricordiamo quanto male fa a noi, forse ci verrà più facile il tocco leggero nello sfioramento della vulnerabile autostima altrui. 

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