domenica 21 ottobre 2012

Nutrire la serenità attraverso i sensi. Idee regalo per la nostra vista

I sensi ci forniscono informazioni preziose sull'ambiente in cui viviamo, ci dicono che forma/colore/dimensione hanno le cose, che rumore fanno, quanto sono morbide/dure/ruvide/lisce/calde/fredde, di cosa odorano, di cosa sanno.
Il nostro cervello elabora queste informazioni e a un certo punto sentenzia: "Mi piace", "Non mi piace", "Insomma...". Cose così.

Il fatto che ciò che i nostri sensi percepiscono ci risulti gradevole o sgradevole, non è ininfluente rispetto al nostro "star bene". A volte può influire meno, a volte di più.

A volte, come si dice, noi non siamo "connessi", non  facciamo caso a ciò che abbiamo davanti agli occhi, sotto il naso o nelle orecchie: non ne siamo pienamente consapevoli. 

Siamo talmente altrove con l'attenzione da non accorgerci della differenza tra ciò che ci piace e ciò che non ci piace in ciascun momento della nostra vita, e quindi neanche della differenza tra ciò che contribuisce a farci sentire bene e ciò che contribuisce a farci sentire male. 

Questo può capitare con tutti i sensi.
Oggi, in particolare, faremo due chiacchiere riguardo alla vista.  



***
C'è un racconto di Michel Faber  in cui una venditrice si reca a casa di una donna per offrirle un’alternativa alle solite finestre Per darle una dimostrazione, installa a ridosso  di una di queste uno schermo dotato di telecomando. Quando la donna lo accende per provarlo, vede dalla sua finestra, al posto del solito paesaggio squallido cui è abituata, un bel giardino di campagna, pieno di verde e  pace, con tanto di passerotti che svolazzano qua e là.

La venditrice le spiega che ciò che sta vedendo non è un video registrato, bensì un programma satellitare che riprende in diretta un parco  nel Rochester;  la signora resta talmente affascinata da quel nuovo magico panorama,  che l'affare si conclude su due piedi.

Il racconto si intitola "Gli occhi dell'anima", alludendo a ciò che sostiene la venditrice per promuovere il prodotto: che le finestre, cioè, sono gli occhi dell'anima

Ora, parafrasando Michel Faber, mi verrebbe da dire che i nostri stessi occhi sono come finestre. E - perché no? - proprio finestre dell'anima! 
Ovunque io posi lo sguardo, qualcosa mi entra "dentro".
Può essere un bel panorama o la vista di un gatto morto.

Fa qualche differenza vedere una cosa o l'altra? Direi proprio di sì.
Se vogliamo coltivare la serenità del nostro spirito, dobbiamo tener conto anche della qualità del nutrimento che assumiamo attraverso la vista.
Poter posare lo sguardo su una cosa che ci piace - anche una cosa semplice, come una rosa fresca che abbiamo colto in terrazza, la fotografia della persona amata o dei nostri figli, un biglietto d'auguri con una bella immagine - è una piccola iniezione di positività che ci giova sempre e che può  anche amorevolmente soccorrerci nei momenti di... bisogno.

Pensate, per esempio, a quando ricevete una telefonata pesante a cui non potete sottrarvi. Dove posate lo sguardo per consolarvi? Non so voi, ma io vado diritta sulla cosa più bella che ho intorno, e ristoro lo spirito almeno attraverso gli occhi, visto che me lo stanno martoriando attraverso l'udito. Il mio udito mi sta suggerendo un pensiero del tipo: "il mondo non mi piace"; la mia vista lo compensa suggerendomi un pensiero di segno opposto: "il mondo mi piace". 

Del resto non sarà un caso che, soprattutto un tempo, molte persone mettessero sulle scrivanie le foto dei propri figli o dell'amato coniuge. Allo stesso modo non è un caso che in molti ambienti si usi attaccare quadri alle pareti o che ci siano immagini di ogni tipo sui calendari, quasi a voler soddisfare il bisogno di qualcosa di bello per ogni giorno dell'anno.

L'elenco degli esempi sarebbe infinito e mi fermo qui.
Potete fermarvi qui anche voi, se volete, e cominciare a fare più attenzione alla qualità dei vostri paesaggi abituali, migliorandola nei limiti del possibile e ricordando sempre che anche piccoli cambiamenti su questo fronte possono aggiungere qualcosa alla qualità della vostra vita; oppure potete proseguire nella lettura, nel  caso abbiate voglia oggi di fare un un bel regalo alla vostra vista e alla vostra anima  e siate in cerca di ispirazione. 

Dopo tutto questo blog nasce proprio con l'idea di elargire ispirazioni per migliorare la qualità della vita. 
E tranquilli... nessuno cercherà di vendervi una finestra!

***

Idee regalo per la nostra vista.

Oggi passa in rassegna le cose su cui puoi posare lo sguardo, quando sei nei luoghi dove passi abitualmente le tue ore (il tuo ufficio, il tuo laboratorio, la tua cucina, il tuo soggiorno, la tua camera da letto, addirittura il tuo bagno!).

Sono cose che ti piacciono quando le guardi? Ti sollevano lo spirito? Ti ricordano rapidamente (e senza ombra di dubbio) che al mondo c'è anche gioia e bellezza? O sono per lo più cose che non ti dicono niente, che magari addirittura detesti e che stanno lì , continuamente davanti ai tuoi occhi, non si sa bene perché, come un qualunque incidente della vita?

Magari è roba che quando l'hai messa lì ti piaceva, e ora non ti piace più.
Magari è un regalo che ti hanno fatto al matrimonio o tre Natali fa,  o anche una cosa che mettesti lì un tempo senza tanta convinzione, solo perché l'ambiente ti sembrava sguarnito, e ce l'hai lasciata. 

Bene.
Tra tutte le cose che hai sempre sotto gli occhi e che non ti piacciono, distingui quelle utili e necessarie da quelle inutili e non necessarie. Quindi prendi carta e penna e scrivi in stampatello in cima a un bel foglio la seguente frase:
"Ecco come mi libererò delle cose brutte e inutili che tengo continuamente davanti agli occhi".

A seguire, compilerai un bell'elenco di tutte queste cose e per ciascuna di esse stabilirai che tipo di "viaggio" hai in programma per lei (la collocherai in garage, la darai in beneficenza,  la venderai al mercatino dell'usato, la butterai nella spazzatura). Quindi ce lo scrivi accanto.

Poi prenderai delle scatole (o, se preferisci, delle buste), scriverai su ciascuna una destinazione  (garage, beneficenza, mercatino, spazzatura) e - senza pietà - metterai... ciascun viaggiatore sul suo treno! Cioè metterai ogni cosa brutta e inutile nella scatola che le spetta, quella con la sua destinazione,  foss'anche semplicemente il garage.

Se per disfarti di alcune di queste cose ritieni di aver bisogno di tempo (perché per esempio vuoi approfittare di un'asta natalizia o di una fiera o di un'altra qualunque occasione, o semplicemente vuoi riflettere prima di liberartene per sempre), comincia a metterle comunque nella loro scatola, e trova il modo di ricordarti alla scadenza di portare la scatola a destinazione. Le agende degli appuntamenti serviranno pure a qualcosa: puoi scriverci di ricordarti di qualche scatola in partenza, ma anche come (e quando) ti libererai delle cose brutte e inutili che non possono entrare nelle scatole. 

Fino a che il lavoro non sarà giunto a buon fine, conserva l'elenco e tienilo a portata di mano, come memorandum. Ma dopo liberati anche di quello e non pensarci più! 

Bene.
Già dopo il semplice rituale dell'inscatolamento, ti accorgerai che per ogni cosa brutta/inutile di cui ti sei liberato, avrai creato un bello spazio vuoto.
Rispettalo.
Questo spazio liberato, già di per sé, ha un valore.
Non aver fretta di riempirlo con la prima cosa che capita.
Altrimenti, a quel punto, tanto valeva tenersi il vecchio ciarpame!

Aspetta che arrivi la cosa "giusta", quella che quando ci posi sopra lo sguardo ti faccia sentire bene.
Nel frattempo, ogni volta che capita, posa lo sguardo sulle cose belle che già possiedi, e che magari prima erano sopraffatte dall'ingombro di tutto il resto e nascoste chissà dove.

Metti anche a portata di sguardo qualcosa di bello ed effimero, che puoi cambiare quando vuoi, come un bellissimo salvaschermo o un bellissimo sfondo per il desktop, qualche  fiore reciso, una bella foderina di una rivista, una cartolina che ti fa sognare terre lontane,  penne e matite un po' allegre,  e cose così.

Prima o poi, senza fretta, verrà anche il tempo della foto più bella della tua vita, della statuina fascinosa, della fontana zen, del quadro che ti toglie il fiato, dell'oggetto dal fascino antico. Tutte benedizione per i tuoi occhi e per il tuo spirito, che non sempre puoi ottenere a comando.

Bisogna dar loro il tempo di arrivare e, quando arrivano, onorarne l'importanza che hanno per  la tua vista e per il tuo spirito, accogliendole in quello spazio vuoto che hai preservato e rispettato fino a quel momento e che stava aspettando proprio loro.  

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venerdì 19 ottobre 2012

Le nostre segrete aspirazioni, le nostre naturali attitudini...

"La vita che vogliamo non è semplicemente quella che abbiamo scelto e costruito...
 E' quella che ora dobbiamo scegliere e costruire." (Wendell Berry)

"Mi piacerebbe imparare, o ricordare, come si vive" (Annie Dillard)


E' facile dire a qualcuno "Sii te stesso", il difficile è ricordarsi chi si è veramente.
Quali sono le segrete aspirazioni del tuo cuore, le attitudini della tua vera natura?
Rifletti oggi sul bagaglio di inclinazioni con cui (se non addirittura "per cui") sei venuto al mondo.

Per che cosa nutri da sempre una naturale attrazione, propensione, passione?
Quali sono le parti di te che sono rimaste inespresse, messe a tacere, o che nel tempo hai trascurato, abbandonato, per dedicarti a cose più serie, più importanti, più urgenti?
Forse ora è giunto il momento di tirarle finalmente fuori.
Canta, se sei nato per cantare; recita, se sei nato per recitare; cucina, se sei nato per cucinare; studia, se sei nato per studiare; fotografa, se sei nato per fotografare; zappa, se sei nato per zappare.
Cerca un corso nella tua città, oppure un corso on line, o un qualunque manuale di istruzioni (anche per negati). Trova persone che coltivano la tua stessa passione, condividila con loro, informati su come procedono, cosa fanno, dove si incontrano, dove si procurano materiali, strumenti, occasioni.
Riappròpriati delle tue capacità, coltivale, lascia che si esprimano.
Concediti questo lusso. Consideralo un buon investimento.  

Perché proprio ora?  per farne che? ormai è troppo tardi...
Soliti discorsi. In realtà è sempre il momento buono per disseppellire un tesoro nascosto!
Una volta tirato fuori, qualcosa di buono comunque ne verrà.
Dovunque c'è amore, c'è qualcosa di buono.
E fare ciò che amiamo fare, ciò per cui siamo portati, ciò in cui esprimiamo la nostra vera natura, ci fa sempre bene.
Se non nuoce a nessuno, per quale motivo non prendere in mano gli "attrezzi del proprio vero mestiere"?
E' vero, magari non siamo più ragazzi, non abbiamo più le energie di un tempo, né le occasioni, né la stessa quantità di  futuro.
E allora?
Non è mai troppo tardi per esprimere le proprie potenzialità, tradurle in opera e gioirne.
Che poi quest'opera trovi un riconoscimento da parte del mondo non è dato saperlo, ma certamente non potrà trovarlo se non viene alla  luce.
Non preoccuparti che senso abbia cominciare oggi una cosa che avresti dovuto iniziare venti anni fa. Potresti vivere altri vent'anni e dirti che era una cosa da fare oggi. 
Ricordati, come sostiene un vecchio detto, che ogni viaggio comincia dal primo passo, ovunque si sia diretti. La cosa più difficile è la decisione di incamminarsi, di muoversi, di mettersi in gioco.
Una volta iniziato il viaggio, i passi si moltiplicano rapidamente uno dietro l'altro, la strada si apre quasi da sé davanti a noi, troviamo compagni, nuove ispirazioni e nuove motivazioni.
Il cammino di chi procede verso la propria autorealizzazione è benedetto.
A volte, questa benedizione la percepiamo solo noi e ci accorgiamo di non poter condividere il nostro entusiasmo con amici e parenti. 
Anzi, a volte è addirittura sconsigliabile informarli del nostro progetto, perché magari ci scoraggiano prima ancora che noi iniziamo. Ci dicono cose tipo: "Sei un illuso. Non approderai a niente. Non hai più l'età. Non hai le capacità".
Tappatevi le orecchie, appena qualcuno comincia a farvi discorsi del genere.
Chiedetevi: "Quali sogni meravigliosi ha realizzato questa persona nella sua vita?". Se la risposta è "Nessuno" (e di solito lo è, quando uno parla così), allora non è un consigliere attendibile. Se potete permettervelo, smettete di ascoltare e cambiate argomento. Se non potete permettervelo (perché magari si tratta del principale finanziatore del vostro sogno...), beh, allora almeno non dategli retta. E' in ballo la vostra autorealizzazione, non la sua. E solo voi avete il diritto di giudicare per quale motivo siete venuti su questa terra e se vale la pena andare... dove vi porta il cuore.
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Per concludere, ecco due citazioni,  una di Sarah Ban Breathnach, l'altra di Hermann Hesse, che dicono  in modo piuttosto suggestivo qualcosa che forse... ci può riguardare.

"Ecco cosa credo che accada. Appena prima di arrivare su questa terra per cominciare la vita, ci viene data una fotografia del nostro futuro - il Progetto Divino - perché ci entusiasmiamo alla grande avventura che ci aspetta. Quando la macchina fotografica celeste espelle la fotografia, siamo tanto impazienti di cominciare l'avventura che afferriamo il negativo anziché la fotografia. Così ora abbiamo il disegno di una vita favolosa, ma la prospettiva è capovolta. Il bianco sembra nero, il nero appare bianco. Abbiamo l'immagine intera, ma è al contrario. Così piangiamo quando dovemmo ridere, siamo invidiose quando dovremmo sentirci ispirate, viviamo la privazione invece dell'abbondanza, prendiamo la via più difficile invece di quella facile, ci tiriamo indietro invece di avanzare. E, cosa peggiore di tutte, chiudiamo il nostro cuore per evitare le ferite, quando aprirlo è il solo modo per conoscere la gioia... Oggi prendi il negativo del tuo Progetto Divino e lascia che l'Amore lo sviluppi, così potrai cominciare a vivere la vita per la quale sei stata creata." (Sarah Ban Breathnach)
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"La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di arrivare a se stesso. Finisca poeta o pazzo, profeta o delinquente, non è affar suo, e in fin dei conti è indifferente. Affar suo è trovare il proprio destino, non un destino qualunque, e viverlo tutto e senza fratture dentro di sé. Tutto il resto significa soffermarsi a metà, è un tentativo di fuga, è il ritorno all’ideale della massa, è adattamento e paura del proprio cuore." (Hermann Hesse, Demian)


mercoledì 17 ottobre 2012

Ispirazioni per chi è all'inizio di un cambiamento

"Ci sono momenti così nella vita: perché il cielo si apra bisogna che una porta si chiuda." (Josè Saramago)

Dedico questa frase di Josè Saramago a chi oggi è alle prese con una situazione difficile che richiede un cambiamento; perché trovi:
- la forza di accettare le porte ormai chiuse alle sue spalle,
- il coraggio di chiudere le porte che ancora devono essere chiuse,
- la lungimiranza per scorgere uno squarcio di cielo tra le nuvole,
- l'intuito e la creatività che gli occorrono per trasformare  le difficoltà in sfide e in nuove opportunità.

A seguire, altre tre citazioni per ispirare il suo viaggio, nella consapevolezza che anche chi cavalca  brillantemente un cambiamento, deve fare comunque i conti con i relativi scossoni.


L'uomo che sente il vento del cambiamento non deve costruire un paravento, ma un mulino a vento. (Mao Tze Tung)

"Nulla al mondo è tanto forte come un'idea, il cui tempo è arrivato." (Victor Hugo)

"Le avventure non cominciano finché non si entra nella foresta; il primo passo è un atto di fede." (Mickey Hart)









Farsi un bagno caldo è...

"... una sorta di cerimonia mistica."
 (Ambrose Bierce) 


"Può calmarti la mente, rilassare il tuo corpo stanco e irrigidito e acquietare il tuo spirito in tensione. Può portarti allo splendido sollievo del sonno e aiutarti ad accogliere il giorno con entusiasmo."
(Sarah Ban Breathnach)


"Un bagno come si deve è uno dei modi migliori di meditare, perché, quando sei immersa in acqua tiepida e delicatamente profumata, dove altro vorresti stare se non esattamente dove sei? Prova ad accompagnare il bagno con candele accese, musica classica, una bevanda fredda, o un buon libro (qualcosa di non troppo impegnativo), oppure, semplicemente, lasciati avvolgere dal confortante silenzio, mentre piccole onde di acqua calda si infrangono contro i tuoi alluci."
 (Sarah Ban Breathnach)

"Devono pur esserci cose che un bagno caldo non curi, ma io non ne conosco molte."
 (Sylvia Plath) 

martedì 16 ottobre 2012

Perdersi in un pensiero


"Quando ci perdiamo in un pensiero, il pensiero spazza la nostra mente e la trascina via, e in pochissimo tempo possiamo essere trasportati molto lontano. Saltiamo su un treno di associazioni senza sapere di averlo fatto e certamente senza conoscere la destinazione. A un certo punto del tragitto possiamo svegliarci e renderci conto che eravamo assorbiti nei pensieri, che siamo stati portati a fare un viaggetto. E può accadere che quando scendiamo dal treno ci troviamo in uno stato mentale molto diverso da quando vi eravamo saliti." (Joseph Goldstein)

MBSR Mindfulness Based Stress Reduction . Programma di gruppo per la riduzione dello stress basato sulla consapevolezza. Durata otto settimane. Conduce gli incontri la
Dr. Maria Michela Altiero psicologa e istruttrice di protocolli mindfulness based
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lunedì 15 ottobre 2012

I sogni e le aspettative sono cose molto diverse (non aspettarti nulla; vivi frugalmente della sorpresa)


"Non aspettarti nulla; vivi frugalmente della sorpresa." (Alice Walker)
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« Cominciai a navigare per mare ad un'età molto giovane, e ho continuato fino ad ora. Questa professione crea in me una curiosità circa i segreti del mondo. Durante gli anni della mia formazione, studiai testi di ogni genere: cosmografia, storie, cronache, filosofia e altre discipline. Attraverso questi scritti, la mano di nostro Signore aprì la mia mente alla possibilità di navigare fino alle Indie, e mi diede la volontà di tentare questo viaggio. Chi potrebbe dubitare che questo lampo di conoscenza non fosse l'opera dello Spirito santo? »  (Cristoforo Colombo, Libro delle profezie, 67)
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Ricorda che i sogni e le aspettative sono cose molto diverse. 
Quando hai un buon sogno,  lavora sodo per realizzarlo e, quando hai fatto tutto ciò che umanamente potevi fare per realizzarlo, distaccati, rilassati, non aspettarti niente, resta aperto alla sorpresa, all'inaspettato. Consegnalo nelle mani di Dio, se hai fede, e, se non credi in Dio, abbi  fede nella semplice potenza del tuo stesso sogno, e affidati a quella.
Non porti parametri  di valutazione rigidi e predefiniti, per misurare  il successo del tuo sogno; non crearti, appunto, aspettative. L'attesa di risultati specifici e predefiniti spesso è un ottimo sistema per sgonfiare un sogno, per avvelenarti la sua realizzazione, per non farti riconoscere un successo autentico, reale, quando c'è, per il solo fatto che è diverso da come te l'aspettavi.
Ricorda che la tua visione del futuro, delle potenzialità nascoste in un progetto ispirato, è molto  limitata, nel momento in cui parti. La tua ristretta visuale magari ti fa dire cose tipo: "Se con la mia opera arriverò in cima alle tale classifica, allora vorrà dire che ho fatto un buon lavoro; se non ci arriverò, vorrà dire che il mio lavoro non vale niente". 
Questo modo di ragionare è deleterio e spesso attira infelicità anche nel caso in cui la tua opera abbia un successo enorme, ma in base a parametri diversi da quelli di partenza. Accetta il fatto che l'unità di misura del  tuo successo possa cambiare  lungo la strada che ti porta verso il tuo sogno.
Anche Cristoforo Colombo si mise in viaggio per raggiungere le Indie. Non ci arrivò mai. Tecnicamente fallì, se ci si attiene ai parametri di partenza. Ma, insomma, dopo tutto, scoprì  pur sempre l'America! 




domenica 14 ottobre 2012

Preghiera per un buon sogno

Le ultime parole del mio post di oggi, dal titolo  "Ciò che si muove non congela significa anche credere nei propri sogni e nelle proprie aspirazioni ", contengono un augurio, rivolto a tutti coloro che hanno bisogno di un buon sogno verso cui dirigersi.
Sergio Dimartino ha rielaborato le mie parole di augurio, trasformandole in una preghiera di potente bellezza. Ringrazio di cuore Sergio, per questa graditissima rielaborazione, e la giro a voi tutti, affinché possiate farne buon uso, all'occorrenza.

“Che riceva in dono dall'universo un sogno;
che cominci a coltivare questo sogno
e a valutare la sua realizzabilità; 
che cominci a fare progetti, a creare i presupposti
per viaggiare verso questo sogno;
che mi metta a studiare,
a cercare informazioni, alleati e mezzi; 
che alimenti in me la fiamma della passione
che mi spinge verso ciò che mi fa sentire vivo,
affinché, quando mi sentirò pronto, 
possa mettermi in viaggio, 
affrontarne le incognite e gli ostacoli
con forza e coraggio
ed uscire da questa situazione di stallo,
anziché spinto dalla voglia di fuggire, 
attratto dalla voglia di partire.”

"Ciò che si muove non congela" significa anche credere nei propri sogni e nelle proprie aspirazioni



Una lettrice mi ha chiesto di parlare di chi, per paura di soffrire, rinuncia a vivere.
È un argomento che volevo trattare già da un po' di tempo, perché riconducibile ad uno dei possibili significati della frase "ciò che si muove non congela". Mi ci voleva una spintarella, ed è arrivata.
Dunque, c'è un detto orientale - che ora non ricordo bene parola per parola -  che consiglia di stare attenti nelle situazioni di equilibrio, perché nella natura delle cose c'è il cambiamento, l'evoluzione e quindi il superamento di tutti gli stati, anche degli stati di equilibrio. Anche questi sono protesi verso un'evoluzione, non possiamo pretendere di congelarli. Per quanto ci dispiaccia uscirne, dobbiamo assecondare la spinta evolutiva, rispondere alle richieste dei tempi, altrimenti la situazione, mantenuta statica, diventa stagnante, degenera, e quello che prima era un equilibrio vitale assume un sentore di immobilità soffocante, paralizzante e, oserei dire, un po'... mortifera.
Facciamo un esempio non sconvolgente.
Ultimo anno di liceo: finalmente ci sentiamo i grandi della scuola, stiamo a nostro agio, siamo in dirittura d'arrivo; quelli delle classi inferiori ci guardano con ammirazione, i bidelli ci rispettano, i professori ci riconoscono. Bene. Bellissimo periodo. Si può congelare? No di certo. Farsi bocciare sistematicamente all'esame di maturità, per vivere per sempre all'ultimo anno di liceo, svuoterebbe la situazione del suo valore, della sua magia. Per restare bello, quel periodo, deve seguire la sua naturale evoluzione, che porta a un culmine, il conseguimento del diploma, e quindi al superamento anche del culmine. Tale superamento, ahimé, implica che ci troveremo, dopo quel culmine, dopo quel diploma, nello stato iniziale di una nuova situazione, in cui non saremo più i grandi, gli esperti, quelli in dirittura d'arrivo, bensì i nuovi arrivati, gli inesperti, quelli che cominciano.  È una situazione brutta? Non necessariamente. Fa un po' paura? Sì, a volte può fare un po' paura.
Che cosa può bilanciare questa paura in modo da farci vivere in maniera positiva un nuovo inizio, con tutte le sue incognite, rischi e quant'altro?
Ognuno si dia la risposta che per lui funziona meglio?
Se volete la mia, risponderei certamente l'entusiasmo, un po' di spirito d'avventura, la passione per ciò che si sta facendo e, rispetto a cui, sentirsi un principiante non ci umilia, perché ci dà il senso di una promessa, di qualcosa che ci verrà dato a mano a mano che procederemo nel nostro cammino e diventeremo sempre più esperti.
Insomma, è il caso del nostro bravo "diplomato" che intraprende il percorso universitario dei suoi sogni o comincia a fare il lavoro che ha sempre desiderato. In queste condizioni, sentirci una matricola o un apprendista non ci pesa. Ci pesa, invece, quando ci troviamo sbattuti dagli eventi in una facoltà universitaria che non ci piace, in un contesto lavorativo che ci sta stretto, o in altre situazioni (disoccupazione compresa) in cui viviamo una nuova situazione di stallo in cui non vediamo i germi di un'evoluzione produttiva.
Soluzioni per le situazioni stagnanti?
Qui non fornisco soluzioni, ma solo "ispirazioni", occasioni di riflessione.
Le soluzioni sono abiti da cucire su misura, ciascuno per sé, con le proprie mani. E, una volta cuciti, bisogna anche saperli modificare: allargarli, stringerli, accorciarli.
Tornando ora alla domanda della lettrice, la sua formulazione esatta era: "Mi spieghi perché alcune persone, per paura di soffrire, rinunciano a vivere?".
Ora, non saprei trovare una risposta generale, che copra tutti i casi a cui si riferisce la lettrice. Tuttavia ritengo che effettivamente, in molti casi, la paura del cambiamento possa essere paralizzante; una paura talmente forte da rendere più accettabile una situazione scomoda, stagnante e deprimente, ma già NOTA, rispetto a ogni possibile alternativa, anche promettente, ma piena di incognite.
Come i bambini hanno paura del buio, perché in ciò che non vedono depositano le minacce di tutti i possibili mostri che la loro mente possa concepire, così anche noi adulti possiamo temere i cambiamenti pieni di incognite. Non ci sentiamo pronti ad affrontare i mostri, che immaginiamo di poter incontrare lungo il cammino. E, quel che è peggio, lasciamo che l'ombra di questi mostri offuschi tutto ciò che in quel cammino è luminosa potenzialità.
Chiunque abbia la fortuna di coltivare un sogno, verso cui si sente magicamente attratto, e che orienta i suoi passi e le sue scelte, come una bussola, sa bene che ogni cammino è accidentato: sia che conduca alla realizzazione di un sogno, sia che conduca a un esito "dovuto" e perseguito senza passione.
La differenza però è enorme, quando si tratta di affrontare ostacoli che intralciano un cammino amato, rispetto a quelli che si trovano su un cammino non amato.
Per cui è questo il mio augurio, per chiunque in questo momento si trovi in una situazione di stallo, da cui non riesce a venir fuori, per paura di peggiorare le cose.
Che riceva in dono dall'universo un sogno; che cominci a coltivare questo sogno e a valutare la sua realizzabilità; che cominci a fare progetti, a creare i presupposti per viaggiare verso il suo sogno; che si metta a studiare, a cercare informazioni, alleati e mezzi; che insomma alimenti in sé la fiamma della passione che lo spinge verso ciò che lo fa sentire vivo, affinché prima o poi, quando si sentirà pronto, possa mettersi in viaggio, affrontarne le incognite e gli ostacoli con forza e coraggio, ed uscire dalla situazione di stallo, non spinto dalla voglia di fuggire, bensì attratto dalla voglia di viaggiare.

sabato 13 ottobre 2012

Abbi cura di te e... andrai più d'accordo col mondo


"Il segreto è non correre dietro alle farfalle…
E’ curare il giardino perché loro vengano da te." (Mario Quintana)



venerdì 12 ottobre 2012

Piccole coincidenze significative (sincronicità della vita quotidiana)



Ci sono momenti della vita in cui tra il mondo esterno (i fatti reali) ed il nostro mondo interno (i nostri pensieri) si creano strani incastri, strane coincidenze, che un po' ci disorientano, ma un po' anche ci illuminano.

Jung parlava a tale proposito di sincronicità, e l'argomento è stato ripreso e trattato da molti  autori anche dopo di lui.
Tutte le coincidenze ci stupiscono e ci danno da pensare. Le coincidenze poi tra i nostri pensieri e i fatti reali, che alla luce di quei pensieri diventano per noi "significativi" (cioè dotati di un senso, per noi, molto speciale), ci sorprendono ancora di più.

Che uso farne di cose così?
Questa è una vecchia storia! Generazioni intere di indovini si sono costruiti una reputazione sull'interpretazione di fatti concreti che sembravano metafore illuminanti.

Io credo che noi diventiamo capaci di leggere i fatti della vita reale come metafore, quando andiamo alla ricerca di risposte per le quali la nostra mente razionale da sola è insufficiente: non ce la fa.
In effetti tutto può essere letto come metafora di qualcosa: solo che la metafora è una cosa che ti viene così, da sé, a un certo punto; non ci arrivi sforzandoti, ci arrivi intuitivamente. E' un atto creativo.
Ben vengano quindi le coincidenze significative, quando ci aiutano ad aprirci la mente, a darci delle risposte. Perché siamo noi stessi a darcele, quelle risposte. Le circostanze esterne sono l'occasione: attivano le nostre risorse, la nostra mente intuitiva. A volte sembrano andarci diritti al cuore, certi fatti: perché ci disorientano talmente che non ci danno il tempo di ragionare. E magari è proprio bypassando la mente logica che troviamo la risposta che cercavamo. Come farebbe un indovino. E come fanno i miti degli uomini dalla notte dei tempi.    
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C'è un giovane africano che da circa un anno staziona fuori a una certa salumeria del centro con un cappello in mano.
Dire che chiede l'elemosina non sarebbe esatto, perché tecnicamente lui non chiede niente. Se tu entri nella salumeria, ti guarda negli occhi, ti fa un bel sorriso e ti dice buon giorno. Se tu esci dalla salumeria, lo stesso. E lo stesso pure (quando sei cliente abituale) se passi 
sul marciapiede della salumeria, su quello opposto o in macchina per la strada davanti alla salumeria. Punto.
Quelli della salumeria non lo cacciano dalla sua postazione e lui, a sua volta, non varca la soglia della salumeria.
Un giorno però mi sono accorta che quelli della salumeria si sono fatti aiutare da lui a trasportare certi pacchi dal furgone al deposito. Un altro giorno poi si è offerto lui spontaneamente di portare le mie buste della spesa fino alla mia macchina. Un altro giorno ancora ho visto quelli della salumeria chiamarlo, perché aiutasse un'altra signora a portare la sua spesa alla macchina.
Fin qui tutto bene (anche perché, in un certo senso, potrebbe considerarsi un avanzamento di carriera la trasformazione di elemosine eventuali in mance certe).
Un giorno però ho avvertito una nota stonata in tutto questo. Ho sentito cioè uno della salumeria che chiamava il ragazzo "Negretto". Per l'esattezza, da dietro al banco e rivolto verso la porta sulla strada, ha urlato (affettuosamente, per la verità) "Ehi, Negretto!", e il ragazzo col suo solito sorriso gli è andato incontro per vedere che volesse.
Tranquillo lui. Tranquillo il bianco. L'unica che aveva da ridire ero io. Che razza di appellativo era "Negretto"? Era una cosa razzista, era una cosa per sfottere, era una cosa che voleva sembrare carina e invece era svalutante (tipo dare del "buon uomo" a un uomo o della "nonnina" a una donna anziana)?
In altri tempi avrei fatto una tirata d'orecchi al salumiere. E probabilmente sarebbe stata una sparata fuori posto, perché il salumiere è un uomo di una certa età, gentile e bonario, e il ragazzo da parte sua non aveva l'aria di essersi offeso.
Allora ho deciso di stare zitta.
Nel prendere questa decisione mi sono sentita come quando, in certi tirocini universitari, mi mandavano nei contesti più strani e improbabili con la specifica consegna di stare ferma e zitta, qualunque cosa avessi visto o udito e nonostante qualunque provocazione mi provenisse dal contesto.
Questa specie di tortura (che in realtà è un training estremamente formativo per uno psicologo) si chiama osservazione non partecipante. Al di là delle definizioni tecniche, e volendo andare un po' più sul romantico, si potrebbe dire che un osservatore non partecipante è uno che guarda le persone che affrontano il proprio destino e non interviene. Perché? Perché il suo compito non è quello di cambiare il destino delle persone ma solo quello (ed è già tanto...) di cercare di comprendere cosa sta succedendo.
Fine del riassunto delle puntate precedenti.
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Veniamo ad oggi.
Oggi il ragazzo stava col cappello in mano fuori alla salumeria.
Esco dalla salumeria e gli do una moneta.
Lui accetta la moneta e prende dalle mie mani le borse della spesa.
Io gliele lascio prendere per onorare il suo avanzamento di carriera (la moneta vale cioè come mancia e non come elemosina).
Mentre mi accompagna alla macchina, mi chiede notizie di alcuni membri della mia famiglia (come stanno e cose così), mostrando di conoscere i nostri legami di parentela.
A questo punto mi rendo conto che anche lui, dal suo angolo visuale, osserva noi clienti della salumeria mentre viviamo la nostra quotidianità sotto i suoi occhi, e forse anche lui cerca di comprendere come ce la caviamo noialtri con i nostri destini.
"Come ti chiami?" gli ho chiesto, mentre caricava le borse nella bauliera.
"Desten", ha risposto.
"Desten", ho ripetuto tra me e me e mi sono detta, chissà, magari è un nome un tantino ostico per noi italiani (e certo è più facile Negretto, come lo chiama il salumiere).
"Senti, Desten", gli ho detto, "il tuo nome sai per caso se ha un corrispondente nella lingua italiana?"
"Sì, che ce l'ha", ha detto lui illuminandosi.
"E qual è?", gli ho chiesto.
"Destino! Vuol dire Destino!", ha risposto tutto contento.
Ho farfugliato sentitissimi complimenti per la scelta di un nome così bello e originale, a chiunque fosse venuto in mente ("A mio padre!" ha chiarito prontamente Desten) ed ho augurato a lui, di vero cuore, un destino proprio bello, con la "D" maiuscola, come il suo nome.
Poi sotto il sole cocente sono finalmente salita in macchina, ho preso fiato, ed ho rinviato ad un momento più propizio la soluzione del quesito con cui si conclude questa storia (e cioè: il destino ti manda a dire qualcosa, quando succedono fatti così?). :-)


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Questo post a un certo punto dice "oggi", ma i fatti qui riferiti non sono di oggi. Si tratta infatti di un mio scritto di qualche tempo fa, già pubblicato altrove, che però mi sembrava calzante. E' un esempio di una sincronicità "lieve". A volte capita (e mi è capitata) roba più forte. Ma per un blog sulla serenità ho preferito qualcosa di lieve.
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(...e in caso di difficoltà, clicca qui per istruzioni)
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giovedì 11 ottobre 2012




"Il problema è che se non rischi nulla, rischi ancora di più." 
(Erica Jong)


1. Eliminare i sensi di colpa.


2. Non fare della sofferenza un culto.

3. Vivere nel presente
 (o almeno nell'immediato futuro).

4. Fare sempre le cose di cui si ha più paura; il coraggio è una cosa che s'impara a gustare col tempo, come il caviale.

5. Fidarsi della gioia.

6. Se il malocchio ti fissa, guarda da un'altra parte.

 (Erica Jong)

"E' un principio spirituale quello secondo cui continueremo ad incontrare altri che incarneranno per noi l'occasione di apprendere la lezione che ci sta più a cuore. Quando impareremo a superare i problemi in noi stesse, i nostri 'insegnanti' scompariranno a poco a poco." (Robin Norwood)

martedì 9 ottobre 2012

"Il tempo è un sarto specializzato nelle modifiche." (Faith Baldwin)




"Il fatto che un sogno tardi a realizzarsi 
non significa che ci sia stato negato. 
Forse ora hai la saggezza di modificare il tuo sogno
 perché possa realizzarsi.
 Forse ora hai la saggezza di scegliere
 diversamente." 

(Sarah Ban Breathnach)

Che ci facciamo con i nostri oggetti sacri?

Quali sono i vostri "oggetti sacri"?
Sapreste farne un  inventario? 
Sicuramente ne possedete qualcuno, anche se magari non lo chiamate così.
Non significa niente se siete laici fino all'osso: un oggetto sacro non è necessariamente un oggetto religioso.
Può anche esserlo, certo: tipo un crocefisso, una coroncina del Rosario, la reliquia di un santo. 
Ma non lo è necessariamente. E comunque non esclusivamente: infatti potete possedere oggetti sacri di natura religiosa e oggetti sacri di natura non religiosa.
Comunque sia, tutti gli oggetti sacri condividono, secondo me, alcune caratteristiche comuni.
Tipo:
- suscitano, in chi li considera sacri, un senso di rispetto;
- evocano in lui un sentire particolare (tipo una speciale energia, un particolare stato d'animo, e simili);
- possono dare, sempre a chi li considera sacri, un qualche tipo di rassicurazione (quasi un senso di protezione), e talvolta, al contrario, un senso di inquietudine o imbarazzo.
E' facile riconoscere queste caratteristiche negli oggetti religiosi, per chi ha fede.
Ma che dire del vestito con cui hai preso il primo trenta all'università (e che hai continuato a mettere tutte le volte che, nella vita, hai voluto garantirti un risultato brillante)? 
E dell'anello di tua nonna, che magari non era né particolarmente prezioso né particolarmente bello, ma che lei regalò proprio a te, in quell'occasione che sai solo tu? E della fede nuziale, della pagella di prima elementare, del testamento di tuo padre? Se ne potrebbe fare un elenco infinito, per tutti i gusti!
Questi oggetti sacri a volte ci fanno sentire bene (quasi fossero per noi delle specie di  talismani, amuleti, portafortuna) e allora abbiamo anche piacere di tenerceli addosso, o sulla scrivania, sul comodino, a capo del letto, eccetera. Altre volte, invece, possono metterci in imbarazzo, perché non abbiamo (o non abbiamo più) alcuna voglia di tenerceli addosso, sulla scrivania, sul comodino, a capo del letto, eccetera, però non abbiamo nemmeno il coraggio di buttarli, perché buttarli ci sa un po' di... sacrilegio.
Quando una persona cara muore, per esempio, può capitare che i suoi oggetti personali, per noi,  assurgano automaticamente al ruolo di oggetti sacri. I suoi occhiali, la sua pipa, i fazzoletti con le sue iniziali. 
Gli sgomberi a casa dei morti sono notoriamente un'esperienza impegnativa.
Ma non volevo metterla sul tragico, stasera.
Proverò a metterla sul romantico. Per esempio: che cosa ne avete fatto voi di tutte le lettere d'amore (e poesie, fotografie, anelli, bracciali, bigliettini, email, eccetera) del vostro primo amore, quando avete avuto la gioia di sposare diciamo il quindicesimo?
Non ditemi che avete portato tutto a casa nuova! Epperò non ditemi nemmeno che avete buttato tutto nella spazzatura! Mi sembrano due soluzioni tremende: difficile scegliere.
Forse ci vorrebbero dei cimiteri apposta, per gli oggetti sacri da dismettere. Dopotutto un cimitero non è una discarica: è un luogo sacro anch'esso, nel suo genere. E che ne direste, a questo punto, di un cimitero degli amori finiti? Non ci si metterebbero solo i cimeli delle passate relazioni amorose, di cui dicevamo prima, ma anche tutti i ricordi di ciò che un tempo fu per noi appassionante e che ora non lo è più, perché è semplicemente passato. E' passato ma resta sacro, perché a suo tempo ha contribuito a farci sentire vivi e ci ha dato gioia. Alcuni ci porterebbero la raccolta di intere annate di "Topolino", altri i loro album di figurine attaccate con la colla di farina, altri i loro vecchi dischi di vinile. Qualche signora potrebbe portare i suoi vecchi abiti da sera, o una raccolta di libri di Liala, fino alla pelliccia di visone, che pure fu oggetto di molte passioni un tempo, prima che subentrasse magari una maggiore sensibilità ambientalista.
Il mio amatissimo Lorenzo Jovanotti Cherubini, invece, sembra suggerire, in una sua nota canzone, di prendere qualche dose di tutti questi oggetti così particolari, e poi provare a "tritare, mescolare e sbattere". 
Pare che il risultato sia davvero sorprendente: quello che si dice un... "antidolorifico magnifico".
Provare per credere...








domenica 7 ottobre 2012


"Si vive solo una volta, ma se lo si fa bene è sufficiente." (Mae West)

Preoccupazioni

"Quando sono sopraffatto dalle preoccupazioni, ripenso a un uomo che, sul suo letto di morte, disse che tutta la sua vita era stata piena di preoccupazioni, la maggior parte delle quali per cose che mai accaddero." (Winston Churchill)


sabato 6 ottobre 2012

L' "id quod plerumque accidit" tra sfiga e miracoli

Per "id quod plerumque accidit", in latino, s'intende ciò che accade più spesso, il caso più probabile, ciò che costituisce la comune esperienza. E' una locuzione tuttora in uso soprattutto nel linguaggio giuridico, perché da essa il legislatore trae alcune conseguenze normative. La cosa in sé forse sembra trascendere i temi trattati specificamente in questo blog; tuttavia fa riflettere il fatto che persino una voce autorevole come quella della legge, sin dai tempi del diritto romano, sembra suggerirci che le cose che accadono di solito hanno la tendenza a continuare ad accadere sempre (...salvo beninteso prova contraria). Questo modo di guardare le cose - che in ambito legale ha sicuramente il suo valore ed il suo senso, come del resto anche nei tanti ambiti dove si fanno previsioni sul futuro grazie a ciò che emerge dai dati statistici con tanto di calcolo delle probabilità che un evento accada- in ambito esistenziale può comportare un certo tipo di attese verso la vita, che a volte legano il futuro al passato, quasi che il ripetersi di certi eventi venisse considerato un destino.
Il più delle volte queste attese non si basano su dati statistici, o calcoli attendibili, ma piuttosto su un nostro sentire, che ci fa considerare un certo tipo di configurazione, sequenza, circostanza, un "id quod plerumque accidit", ciò che secondo noi accade di solito e che quindi continuerà ad accadere.
Ci sarebbe molto da dire sul modo in cui si formano queste convinzioni: a volte capita di  generalizzare casi particolari, facendoli assurgere a regola universale; altre volte si è talmente convinti di un'idea, che se ne cercano conferme ovunque, fino a trovarle, perché si sviluppa un'attenzione selettiva verso ciò che è coerente con la nostra convinzione, a costo di tralasciare aspetti che la contraddicono.
Ma a parte la fondatezza o l'infondatezza di questo nostro sentire, noi che uso ne facciamo?  E' un qualcosa che può tornarci utile o che ci crea ostacoli lungo il cammino?
Probabilmente è vera l'una e l'altra cosa.
A volte questo tipo di attese può avere un valore, come dire, "consolatorio".  Se, per esempio, dite a qualcuno che una sua certa triste vicenda non vi stupisce per niente, che per come la vedete voi le cose della vita vanno spessissimo come sono andate a lui e che di solito si risolvono sempre bene,  è un po' come se gli aveste prestato il vostro fazzoletto pulito per asciugarsi le lacrime e soffiarsi il naso. Voi non potete garantire che "a lui" andrà tutto bene, però avete detto qual è secondo voi l' "id quod plerumque accidit".  Se siete credibili per il vostro interlocutore, lui probabilmente si sentirà consolato da questa vostra credenza, perché implicitamente condivide con voi un'altra convinzione di fondo, che cioè, appunto, le cose di solito vanno come... vanno di solito.     
Allo stesso modo, personalmente, non sarò mai grata a sufficienza ad una certa Elisa che, in un lontano passato, quando si trovava al mio fianco alla vigilia di terribili scadenze, alla mia puntuale domanda: "Che ne dici, Elisa, ce la faremo?", non rispondeva né sì né no, ma diceva semplicemente: "Ce l'abbiamo sempre fatta". Questa risposta - me lo ricordo benissimo -   mi suonava sempre come una buona notizia e m'incoraggiava parecchio, anche se in realtà non era tecnicamente una "notizia"! Tanto per cominciare non mi diceva niente di nuovo, niente che non sapessi già prima di formulare la domanda. Com'erano andate le mie cose in passato, lo sapevo benissimo: se avevo fatto la domanda era perché avrei voluto sapere a che punto stavamo in quel preciso momento e dove eravamo dirette. Personalmente non avevo la tendenza a generalizzare riguardo alla gestione delle scadenze, perché per me ogni scadenza era un caso a sé, con le sue specifiche incognite (poteva mancare la luce, poteva mancare un documento o un dato importante all'ultimo momento, potevamo farcela o non farcela per cento motivi diversi ogni volta). Eppure il fatto che lei affermasse, in un simile frangente, che ce l'avevamo sempre fatta, in passato, creava subito un "clima": un clima di speranza, di ottimismo, di fiducia nelle nostre forze e un po' anche - diciamocelo pure - nella buona fortuna.
Si usa dire che il modo migliore per far accadere i miracoli è crederci, e forse è proprio questo  il lato positivo di quando si respira un clima "fiducioso" rispetto al conseguimento di un obiettivo. Magari tecnicamente, scientificamente, razionalmente il clima in sé non potrebbe garantire un bel niente, ma poi,  di fatto, qualcosa fa. A parità di condizioni di partenza, un clima positivo, ottimistico e fiducioso, può portare a risultati diversi rispetto a un clima negativo, pessimistico e sospettoso. 
Forse tutto ciò diventa più evidente guardando le cose nell'ottica del funzionamento pessimistico.
A volte, il dare per scontato che tutto ciò che, secondo la nostra esperienza, di solito succede, sempre succederà, non conduce a un atteggiamento positivo verso le circostanze della vita. Magari in passato abbiamo fatto cattive esperienze e così abbiamo incamerato quelle esperienze negative  come modello di  "id quod plerumque accidit". Per esempio, alla vigilia di fatidiche scadenze ci è successo tutto ciò che non doveva succedere e ormai pensiamo che quella sia la regola per noi. A volte queste cattive esperienze possiamo non averle fatte nemmeno direttamente; magari sono esperienze di un nostro genitore, di un nostro antenato, di qualcuno insomma che apparteneva al nostro ambiente più stretto e le cui esperienze hanno potuto influenzare il nostro sentire. Ecco quindi che può subentrare un atteggiamento pessimistico verso la vita in genere o verso alcuni suoi aspetti: le cose andranno male, perché sono sempre andate male, perché è così che vanno le cose, e basta.
Come sostengono buona parte delle leggende e delle barzellette sugli iettatori, a volte un atteggiamento pessimistico verso le circostanze della vita sembra quasi una calamita per  eventi negativi.
C'è qualcosa di verosimile in questo? O sono solo leggende e barzellette?
Difficile trovare certezze su questioni del genere, ma ciò non esclude che si possano fare alcune considerazioni.
Tanto per cominciare c'è da dire che un pessimista, che lo sappia o meno, si dà  una specie di ricompensa tutte le volte che le sue previsioni negative si avverano. E' come se dicesse a se stesso: "Bravo, hai indovinato! Tu l'avevi capito subito che sarebbe andato tutto male!". E questo probabilmente gli dà un senso di controllo sul destino. Non può impedire i suoi colpi, è vero, ma almeno li può prevedere. E per quanto terribile sia prevedere cose negative, per lui  c'è sempre almeno questa piccola ricompensa: sapersi un veggente e trovare continue conferme di questo fatto. 
A volte sembra quasi che un pessimista trovi molto difficile sopportare uno stato di incertezza, quasi che lui consideri preferibile la certezza che le cose andranno male al non sapere come andranno. La suspense, il pungolo della domanda: "E ora che succederà?" sembra essere per lui talmente intollerabile che volte preferisce chiudere subito la questione, a costo di favorire (consapevolmente o inconsapevolmente) il verificarsi delle circostanze  sfavorevoli.
Un classico esempio di "favoreggiamento consapevole" è il gioco d'anticipo. Uno ha l'impressione che la sua donna si stia stancando di lui; trova intollerabile l'attesa del momento in cui lei lo lascerà; è pessimisticamente certo che lei prima o poi lo farà; è pessimisticamente certo che è inutile darsi da fare per tentare di migliorare le cose (perché tutto è destinato a finire ed è solo questione di tempo); allora prende coraggio e decide di lasciarla lui. Così si toglie il pensiero!
La variante inconsapevole del "favoreggiamento" è il noto schema della "profezia che si autoavvera". In questo caso il verificarsi di una terribile previsione, viene inavvertitamente  favorito proprio dall'atteggiamento e dai comportamenti conseguenti a quella previsione. Per esempio il nostro pessimista pensa che se camminerà in un certo vicolo sicuramente cercheranno di rapinarlo; allora entra nel vicolo con atteggiamento sospettoso; gli si avvicina un uomo con una sigaretta in mano per chiedergli innocentemente se ha da accendere; lui si aspetta che voglia rapinarlo e allora gli dà una spinta per difendersi; l'uomo risentito reagisce e lo riempie di botte;  poi magari provocatoriamente lo perquisisce per trovare l'accendino  e, nel fare ciò, non trova l'accendino, ma trova il portafoglio; allora, giacché c'è, svuota il portafoglio e lascia al nostro pessimista la magra consolazione di poter almeno dire: "Visto? Le cose sono andate proprio come dicevo io!". 
Siamo tornati dunque, attraverso la versione pessimistica, al discorso del "clima" e dell'influenza che può esercitare sulle circostanze in cui ci troviamo.

A conclusione di tutto questo, la cosa più naturale è forse chiedersi: sapere che i nostri pensieri possono determinare un certo clima intorno a noi è una notizia di qualche utilità?
Secondo me, sì.
Quello che noi pensiamo, quello che noi diciamo a noi stessi mentalmente e anche segretamente, è vero che nessuno può leggerlo a chiare lettere nella nostra mente, ma non per questo è un contenuto completamente sigillato dentro di noi. Qualcosa di questi pensieri trasuda dai nostri gesti, dai nostri sguardi, dal nostro ritmo vitale, persino dall'odore del nostro sudore, ed è come se proiettasse i nostri contenuti mentali nell'ambiente intorno a noi. E' tutta  comunicazione non verbale. Se mandiamo un certo tipo di messaggi intorno a noi, prima o poi potrebbero arrivare le relative risposte, come in ogni corrispondenza che si rispetti.
Insomma, non è mai male diventare consapevoli dei propri pensieri, specie se questo può migliorare non solo la nostra serenità interiore, ma anche il tipo di circostanze in cui tendiamo a trovarci.

Il discorso sarebbe lungo, e forse capiterà di riprenderlo.

Per ora vi saluto e, visto che non trovo un finale migliore, vi regalo una delle mie specialità: una bella citazione su ottimismo e pessimismo.

"L'ottimista proclama che viviamo nel migliore dei mondi possibili; e il pessimista teme che possa essere vero." (James Branch Cabell)

venerdì 5 ottobre 2012

"Un individuo creativo è un uomo libero e sano, un individuo capace di giocare con i propri limiti, un essere umano realizzato e probabilmente molto felice."
 (Donald W.Winnicott)

"Come concetto opposto a quello di abitudine,  la creatività divie- ne condizione necessaria per poter parlare di una buona qualità di vita."
 (Donald W.Winnicott)


 "Se volete essere creativi, rimanete in parte bambini, con la creatività e la fantasia che contraddistingue i bambini prima che siano defor- mati dalla società degli adulti." 
(Jean Piaget)