giovedì 27 giugno 2013

Chiamare le persone per nome

Chiamare una persona per nome è come farle un implicito complimento, è un po' come dirle: "Sei importante per me" e darle la nostra conferma positiva del suo senso di identità e della sua unicità. Certamente ci sarà gente che non ha bisogno delle nostre conferme per sentirsi rassicurata della propria importanza. Ma di massima un po' a tutti fa piacere sentirsi ricordati, riconosciuti nella propria individualità, avere la sensazione di aver lasciato un segno.
E' per questo che ricordarsi il nome delle persone con cui interagiamo è estremamente consigliabile per favorire rapporti cordiali con il resto dell'umanità. C'è chi ha un talento innato nell'associare visi e nomi, chi non ce l'ha e si avvale deliberatamente di qualche strategia di memorizzazione, c'è chi è una frana in quest'ambito e se ne fa un problema, e chi è una frana lo stesso e non se ne importa niente.
A seguire riflessioni in materia da parte di illustri personaggi del passato.
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"Ricordate che, per una persona, in qualsiasi lingua, il suo nome è il suono più dolce e più importante che esista. [...] 
Le informazioni che forniamo e le richieste che facciamo assumono un'importanza particolare, se accompagnate dal nome di un individuo. Dalla cameriera al più alto dirigente, il nome è una formula magica, quando dobbiamo trattare con gli altri."
(Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936)
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"Lo stimolo per occuparmi a fondo del fenomeno della dimenticanza temporanea di nomi propri è venuto dall'osservazione di alcune particolarità che si possono riconoscere abbastanza chiaramente non in tutti, ma in certi casi. In tali casi, infatti, non soltanto si ha dimenticanza, ma anche falso ricordo. Colui che si sforza di ricordare il nome dimenticato, vede affacciarsi alla propria coscienza altri nomi, nomi sostitutivi, che subito riconosce come erronei, ma che continuano a imporsi alla mente con grande insistenza. Il processo che dovrebbe portare a riprodurre il nome ricercato si è, per così dire, spostato, comportando una sostituzione erronea.
Ora, il mio presupposto  è che tale spostamento non dipenda da un arbitrio psichico, bensì segua percorsi governati da leggi e prevedibili. In altri termini suppongo che il nome sostitutivo, o i nomi sostitutivi, siano in una connessione ben precisa con il nome ricercato e spero, se riuscirò a dimostrare tale connessione, di poter poi far luce sul fenomeno stesso della dimenticanza di nomi propri. [...] 

Di certo non avrò l'audacia di sostenere  che tutti i casi di dimenticanza di nomi siano da annoverare nel medesimo gruppo. Esistono, senza dubbio, casi di dimenticanza di nomi che avvengono assai più semplicemente. Saremo certo abbastanza prudenti se definiremo questo stato di cose affermando: accanto alla semplice dimenticanza di nomi propri esiste anche una dimenticanza motivata dalla rimozione."
(Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana)
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"Poche persone riescono a evitare una punta di dispetto se si accorgono che qualcuno ha dimenticato il loro nome, in particolare se si tratta di qualcuno che speravano o si aspettavano se lo ricordasse. Si rendono conto istintivamente che il loro nome non sarebbe stato dimenticato, se avessero lasciato un'impressione più forte; il nome è, infatti, una componente essenziale della personalità. 
D'altro canto, poche sono le cose che risultano maggiormente lusinghiere ai più del fatto di essere interpellati con il proprio nome da una personalità importante dalla quale non se lo sarebbero aspettati. Napoleone, maestro in quest'arte, durante la sfortunata campagna del 1814 fornì una stupenda prova della sua memoria in questo senso.Trovandosi in una città vicino a Craonne, ricordò di aver fatto la conoscenza del sindaco, De Bussy, più di vent'anni prima ed in quale reggimento egli fosse; De Bussy, entusiasta, si dedicò al suo servizio con indefessa devozione. Viceversa, non c'è mezzo più sicuro per offendere qualcuno che far finta di averne dimenticato il nome; si insinua in tal modo che l'individuo appaia così poco importante, che non valga neanche la pena ricordarne il nome. Tale artificio ricorre spesso nella letteratura." (Ernest Jones, The Psychopathology of Everyday Life, in "American Journal of Psychology", 1911)  


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"Qui giace l'Aretin, poeta tosco:
Di tutti disse mal fuorché di Cristo,
Scusandosi col dir: non lo conosco." 


(finto epitaffio indirizzato a Pietro Aretino da Paolo Giovio,
citato da Francesco Domenico Guerrazzi in Scritti, 1848)






sabato 22 giugno 2013

Che domande porreste a chi ha scelto di cambiare... pelle? Aiutatemi a costruire un questionario: votate una o più domande, tra quelle proposte, oppure formulate nuove domande. (...E, se per caso avete cambiato vita e volete essere intervistati, contattatemi!)


Cos'hanno in comune:
- 1) una neo-mamma casalinga
- 2) un farmacista
- 3) un deputato
- 4) il titolare di una ditta di traslochi
- 5) una creatrice di gioielli prossima alla seconda laurea
- 6) una pluri-mamma adottiva, mediatrice familiare e volontaria attiva nel Movimento per la Vita
- 7) un'insegnante di yoga che organizza vacanze dello spirito in alta montagna
- 8) un avvocato
- 9) una psicoanalista infantile
- 10) una psicologa dedita al counseling e al life coaching?
In apparenza poche cose, perché per aspetto, nazionalità, età, sesso, fede, orientamento politico, professione, formazione e anche altro, sono persone tra loro diversissime. Eppure tutte loro, ad un certo punto della propria vita (quando tutto sembrava ormai definito, definitivo, stabile e tranquillo), hanno deciso di darle una svolta, di cambiare, di ricominciare, di rimettersi in gioco per seguire nuove strade più coerenti con la loro natura e con i propri valori. E se sono ciò che  oggi sono, è perché sono rimaste fedeli fino in fondo alla loro decisione.
Lo stesso gruppetto di personaggi, infatti, dieci o quindici anni fa, sarebbe stato descritto così:

- 1) una suora
- 2) un agronomo che produceva mozzarelle
- 3) un alto dirigente nel settore bancario
- 4) un ferroviere
- 5) una microbiologa
- 6) un avvocato
- 7) una professoressa d'inglese di ruolo
- 8) una professoressa di matematica di ruolo
- 9) un magistrato
- 10) un notaio
Ognuna di queste persone è passata dalla condizione iniziale a quella finale, attraverso un suo cammino, più o meno lungo e complesso, con i suoi momenti di pathos, le sue difficoltà e anche le sue gioie e soddisfazioni.
Non tutti gli aspetti delle storie altrui ci risultano, di solito, ugualmente interessanti. Di solito, ciò che più ci interessa sapere delle esperienze altrui sono aspetti in cui possiamo in qualche modo rispecchiarci, ciò che può rivelarsi utile, insomma, anche per noi (foss'anche la segnalazione di una trappola in cui non cascare!).
E' già da un po' di tempo che ho intenzione di intervistare tutti questi personaggi, e altri simili, in cui mi imbatto sempre più spesso - forse perché, alla fine, c'è del vero in ciò che dicono i francesi, e cioè che "qui se ressemble s'assemble", coloro che hanno inclinazioni comuni, si cercano reciprocamente.
L'inclinazione comune, in questo caso, è il tema del "punto di svolta", nel senso di forte cambiamento,  che a volte dipende da condizioni fuori del controllo soggettivo, ma altre volte - come nei casi qui presi in considerazione - è in qualche misura deliberatamente cercato e attuato dalla persona, come esito di una certa maturazione o di una crisi.  
Lo spirito con cui intendo condurre queste interviste è trovare risposte alle diverse varianti di un'unica domanda di base, che è: "in che modo la vostra esperienza può essere utile ad altri che si accingono a fare scelte simili?".
Queste interviste, infatti, non servono tanto a dare luce a questi personaggi (i quali, per lo più, non sono in cerca di pubblicità per questo aspetto della loro vita ma, semmai, per altri).
Lo scopo di queste interviste è piuttosto dare forza, coraggio, spunti, ammonimenti e ispirazioni a chi è ai primi incerti passi (ma anche a metà strada) di un analogo percorso di cambiamento, con tutte le sue incognite, i suoi rischi e  i suoi interrogativi.
Ebbene, quali sono, in concreto, questi interrogativi? Cosa vorrebbe sapere, chi se li pone, da chi l'ha preceduto su una strada simile?
Quindi forza con le vostre domande, se ne avete!
E' dalla forza e dalla puntualità delle domande che vi interessano che dipenderà la qualità e il senso di questa indagine, e l'interesse che essa può avere per i lettori.
Grazie sin d'ora a chi vorrà collaborare.
Potete DARE IL VOSTRO VOTO ALLE DOMANDE CHE VI SEMBRANO PIU' INTERESSANTI:
Chi volesse votare o proporre domande e suggerimenti in forma riservata (come anche segnalare che ha cambiato vita ed è disposto ad essere intervistato), può scrivermi all'indirizzo maltiero@alice.it
I nominativi di chi mi contatterà per email non verranno resi pubblici, senza specifica autorizzazione in tal senso. Chi lascerà commenti qui sotto o nelle bacheche delle pagine facebook sarà visibile in quanto autore di commento pubblico.


giovedì 20 giugno 2013

Colorare mandala: primo assaggio di uno dei prossimi eventi in agenda


Colorare figure e modelli predisegnati è un'attività proposta frequentemente ai bambini, i quali, praticandola, si esprimono liberamente attraverso il colore e al tempo stesso si esercitano a comprendere le strutture che preesistono a loro, imparano che ci sono delle regole da rispettare, dei limiti con cui confrontarsi, dei confini che delimitano e contengono le cose del mondo.
Un'attività di questo tipo, consigliabile in qualunque periodo della vita e non solo durante l'infanzia, è la colorazione dei mandala.
Personalmente la pratico da molti anni e, sin dal primo momento, chiunque mi abbia sorpresa a colorare un mandala ha finito con l'incuriosirsi, farmi domande e restare spesso coinvolto nell'attività a sua volta. 
Tra gli eventi che ho messo in programma a partire dal prossimo autunno, ci sarà anche una giornata dedicata ai mandala, ai loro significati simbolici, alle tradizioni spirituali che li accompagnano, all'utilizzo che ne viene fatto in alcuni contesti terapeutici e pedagogici, e a come, nel quotidiano, possiamo utilizzarli tutti, come semplice pratica di autoaccudimento e cura di sé.

Di seguito, un primo assaggio dell'argomento attraverso le parole di Ruediger Dahlke, medico e psicoterapeuta, autore di vari testi sull'interpretazione simbolica delle malattie, e pioniere nell'utilizzo dei mandala nelle terapie con i suoi pazienti.

Ruediger Dahlke
"Di fatto l'uomo è inserito in un ambiente predeterminato più di quanto egli stesso, almeno nel mondo occidentale, voglia ammettere. Il mandala, con le sue caratteristiche fisse, è una buona rappresentazione della nostra reale situazione. Colorando strutture preesistenti ci esercitiamo a inserirci in un modello che è anteriore a noi, e che non possiamo mutare radicalmente. Possiamo e dobbiamo tuttavia dargli un tratto intimamente personale. Anche se migliaia di persone colorassero lo stesso mandala, non ne risulterebbero due uguali, pur avendo tutti naturalmente la stessa struttura. [...]
E' senz'altro importante esercitare la creatività nel disegno libero e sperimentare il superamento dei confini tracciati dall'uomo [...]. Ancora più importante mi sembra tuttavia imparare a sottometterci nuovamente alle leggi cosmiche o divine, che, anche se non lo vogliamo, determinano la nostra vita.
Nella colorazione dei mandala questo avviene comunque in modo piacevole[...]
Quando parlo di leggi cosmiche, non  mi riferisco ai grandi nessi, quali la legge di polarità o di risonanza, bensì a cose più profane, come, per esempio, un'alimentazione appropriata, o la necessità di stabilire un rapporto naturale tra riposo e movimento. [...] 
L'uomo che non si attiene alle regole deve pagarne il prezzo. Il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non se ne curi, non modifica la realtà.Il riconoscere ed accettare le leggi basilari della creazione rappresenta il passo più efficace per prendere possesso della propria vita. [...]

Soltanto chi è diventato maestro di comprensione, chi ha accettato che 'sia fatta la Tua volontà', potrà sfruttare appieno e in modo creativo il proprio potenziale. La colorazione guidata, ossia la comprensione di modelli predeterminati, è ugualmente importante per bambini e adulti. Quando bambini piccoli e più grandi si esercitano (anche utilizzando album da disegno) nella comprensione di strutture predeterminate, allo stesso tempo apprendono simbolicamente l'umiltà nei confronti della creazione. Questo li renderà capaci di dare successivamente espressione alla loro libera creatività in modo ancora più consapevole. Non è difficile osservare come proprio coloro che vanno incontro al mondo con umiltà, accettando il quadro generale della propria vita, siano gli stessi che più si distinguono dal punto di vista creativo." (Ruediger Dahlke)

Nei mandala esistono varie componenti che ne hanno ispirato l'impiego in pratiche spirituali, terapeutiche, pedagogiche.
Grazie al suo modello di rotazione completamente simmetrica, il mandala irradia armonia e quest'armonia viene percepita, e in un certo senso assorbita, da chi lo colora e medita su di esso.
Da un punto di vista simbolico, il mandala rappresenta il modello archetipico del cammino della vita, e può essere un'utile immagine di riferimento per chi si trovi in un momento di crisi, in cui ha l'impressione di aver smarrito la propria strada, la concentrazione sul proprio centro, la percezione degli aspetti essenziali della vita. In tali casi "è consigliato colorare i mandala cominciando dall'esterno",  suggerisce Ruediger Dahlke, perché "attraverso l'osservazione contemplativa o la meditazione, lo sguardo si sposterà spontaneamente verso il centro, proprio quello che dobbiamo ritrovare." 
Il mandala è anche un modo per riconciliarsi con la finitezza della vita fisica. "La morte, che da noi viene rimossa più di qualunque altro tema, appare come il centro del mandala della vita, e l'aspetto di (as)soluzione prevale sulle solite immagini spaventose. [...] Il centro del mandala è così determinante nel suo simbolismo che a nessun pittore verrebbe in mente di ometterlo, in segno di rifiuto verso questo passaggio della vita. I mandala ci confrontano con la finitezza della nostra vita in un modo che risulta sopportabile" 



Sintesi delle possibilità che si originano dai mandala
  • imparare a gestire i confini, ad accettare quelli fondamentali, ma anche a strutturare liberamente lo spazio che li separa;
  • trovare sé stessi, tranquillizzarsi, rinnovare le proprie forze;
  • centrarsi e concentrarsi, rimanendo rilassati;
  • orientarsi ad un modello di vita;
  • integrare meglio le esperienze;
  • imparare a vivere in risonanza con un modello;
  • vivere esperienze di unità;
  • sviluppare una personalità armoniosa;
  • attingere forza dal proprio centro

sabato 15 giugno 2013

Più sposati che felici - Un racconto di Sarah Ban Breatnach

"Chiesi una volta a un conoscente, un uomo sposato da più di venticinque anni,  se fosse felicemente sposato. Jack mi guardò stupito.
«Suppongo », rispose, come se fosse confuso dalla domanda, «di essere felice come può esserlo qualcuno ancora sposato. Mia moglie è una brava persona e abbiamo una vita - intendo amici, estati al lago, vacanze in famiglia. Siamo completamente d'accordo sui ragazzi», la voce si affievolì. Mentre alzava bovinamente le spalle con un sorriso timido, avrei voluto sentirgli il polso.
«Da quando ti senti così? », chiesi con la curiosità morbosa che solo una donna che ha appena concluso un lungo matrimonio può avere.
«Non so, è talmente tanto che non riesco a ricordare. Forse da sempre.» Cominciò a ridere a disagio. «Ma non fraintendermi...»
Non lo fraintesi. Sapevo esattamente quello che stava dicendo grazie a quello che non aveva detto, non aveva potuto o saputo dire. E mentre ero spiaciuta per lui, lo ero ancor più per la moglie. Per molti anni sono stata un colono e poi una sopravvissuta in una virtuale terra di nessuno - il contratto domestico a lungo termine -, un posto deserto dove sospettavo ora abitasse sua moglie. [...]
A un anno dall'inizio della nostra amicizia, Jack mi chiamò e mi chiese se potevamo trovarci per bere qualcosa. «Mi sono innamorato e non so cosa fare», confessò, quasi stesse ammettendo la scoperta di una malattia in fase terminale. «Non posso andarmene e non posso restare. Ogni volta che sono pronto  per dirlo a mia moglie, giro per casa e vedo le foto di famiglia, i miei libri. La sento in cucina come l'ho sentita per metà della vita e penso: 'Cosa ha fatto questa donna per meritare che io me ne vada dopo tutti questi anni?' Ma non c'è notte in cui siamo sdraiati accanto nel buio ed io non desideri di dormire tra le braccia di Anne. Però non ce la faccio a fare il passo. Non ancora. Così inveisco contro mia moglie senza un motivo, per allontanarla, per farmi odiare. Se mi odiasse, sarebbe più facile.
Poi, per giorni, non chiamo Anne. Non le telefono perché non ce la faccio a dirle che non posso andarmene o che tra noi è finita, perché so che non è così. Tra noi non finirà fino all'ultimo respiro. Ma devo fare qualcosa per riprendere il controllo, quindi l'allontano. Poi, quando la vedo sorridere di nuovo, penso: 'Come posso andarmene dall'amore della mia vita?  Ho cinquantadue anni. Come posso girare le spalle all'ultima esplosione di felicità?' Non ce la faccio, così chiedo ad Anne di darmi ancora un po' di tempo, come ha già fatto. Ma adesso dice che non c'è più tempo. Vuol essere in armonia con la sua vita, con o senza di me. (...) A volte desidero che mi lascino entrambe. Sto diventando matto» (...)
Gli credevo. Sapevo anche, dalla sua aria affannata e dagli occhi cerchiati di rosso, che probabilmente non si era mai sentito tanto vivo prima di allora e neanche tanto spaventato. (...)
«Be', se non riesci ad andartene per te stesso, fallo per tua moglie», gli dissi.
«Cosa vuoi dire? Sarà distrutta.»
«Sì. E anche furiosa. Ma c'è anche una forte possibilità che si senta segretamente sollevata. Grata perché la lunga prigionia è finita. Un marito non può essere tanto a lungo infelice da non riuscire neanche a ricordare quando è cominciata l'indifferenza verso la moglie senza che anche lei sia profondamente triste. Non c'è niente di più solitario dell'essere il partner inferiore in un rapporto senza amore. Non sarei sorpresa se, quando tra i singhiozzi riprende fiato, dicesse: 'Grazie, Signore. Che bastardo'».
«Da che parte stai? »
«Dalla tua. So che sei innamorato di Anne. Sembra che siate anime gemelle. So anche che sei un uomo onesto, Jack. Ma i tuoi figli sono cresciuti ed hanno la loro vita. Le scelte rivelano il nostro karma. Non è possibile che la vera scelta morale, quella coraggiosa, la scelta buona, sia andarsene? Se vogliamo essere felici, non credo che la vita ci chieda di scegliere tra fare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Credo che l'alternativa sia sempre di scegliere tra amare e imparare. Ti importa di tua moglie? »
Jack si risentì. «Certo che mi importa».
«Allora sii generoso. Trova il coraggio di andartene, non solo per te, ma per lei. Merita un uomo che la ami, che la voglia tra le braccia nel cuore della notte. Merita di essere felice come tu vuoi esserlo. Per qualche ragione te ne sei andato anni fa. Tutto quello che fai ora è chiudere la porta alle tue spalle».
E chiudere la porta all'infelicità è il passo fondamentale che dobbiamo compiere prima di aprire la porta successiva alla gioia." (Sarah Ban Breathnach, da "Qualcosa di più")
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martedì 11 giugno 2013

Aforismi sull'amore

Nel mondo c'è più fame d'amore che di pane.
(Madre Teresa di Calcutta)
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Non assomigli più a nessuna da quando ti amo.
(Pablo Neruda)
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L'amore è un concetto estensibile che va dal cielo all'inferno, riunisce in sé il bene e il male, il sublime e l'infinito.
(Carl Gustav Jung)
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Segno certo d'amore è desiderare di conoscere, rivivere l'infanzia dell'altro.
(Cesare Pavese)
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Amare vuol dire cercare consciamente quel che ci è mancato e ritrovare spesso inconsciamente quel che abbiamo già conosciuto.
(Olivier)
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Ride delle cicatrici d'amore, chi non ha mai provato una ferita.
(William Shakespeare)
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Si ama solo cio' che non si possiede del tutto.
(Marcel Proust)
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Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.
(Robin Norwood)
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L'amore non è un problema, come non lo è un veicolo: problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
(Franz Kafka)
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E' vero che non conosciamo ciò che abbiamo, prima di perderlo ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
(Paulo Coelho)
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L'amore che tranquillizza il cuore in pace piena, regalami.
(Rabindranath Tagore)
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lunedì 10 giugno 2013

Perché disperarsi per il bozzolo quando la farfalla prende il volo? Un pensiero di Deng Ming-Dao sull'ultima soglia


"La morte è una delle poche certezze della vita, eppure la temiamo.
Con grande immaturità neghiamo la sua presenza e ci rifiutiamo di prenderla in considerazione. Nella vita, dove solo pochissime cose sono abbastanza stabili da costituire dei veri punti di riferimento, la morte è una garanzia.
Non si tratta di una fine, ma di una trasformazione. Ciò che muore è soltanto il nostro senso di identità, da sempre falso. La morte è la soglia di questa vita: al di là di essa vi è qualcos'altro, un mistero. L'unica cosa di cui possiamo essere sicuri, è che non si tratta di nulla di simile a questa vita.
Non lasciamoci abbattere dall'ammissione che nessuno conosce veramente la morte. Il massimo che possiamo fare è avvicinarci ad essa attraverso una delle cosiddette esperienze di morte apparente, che, per definizione, non corrispondono alla morte reale. Oppure esaminare il cadavere di chi è già morto, ma in questo caso vedremo soltanto che, chiunque o qualunque cosa animasse il corpo fino a poco prima, ora non c'è più. Quel cadavere è davvero il nostro amico morto? No. Chiunque egli fosse da vivo, ora non c'è più. A che pro disperarsi dunque per un guscio vuoto chiuso in una bara?
La morte definisce i limiti della vita. Entro tali limiti esiste la base su cui fondare le nostre decisioni. (...)"
(Deng Ming Dao, Il Tao per un anno)

venerdì 7 giugno 2013

Per la settima regola della serenità (Essere in sintonia con la natura e le creature viventi) - e un po' anche per la prima (Coltivare la gratitudine) - una poesia di Erri de Luca

Essere in sintonia con la natura e le creature viventi implica il riconoscimento di un valore in ogni forma di vita o di fenomeno naturale, in tutto ciò che di animato o inanimato ci circonda nell'universo. A volte  il riconoscimento di questo valore conduce all'idea di una grande forza creatrice, che per alcuni si chiama Dio e per altri invece no.
Per gli uni e per gli altri, tutti partecipi del medesimo stupefacente universo, l'augurio di riuscire comunque a riconoscerne sempre (e anche a goderne) il grande Valore e una poesia di Erri de Luca su ciò che lui stesso considera Valore.
Valore
di Erri de Luca
***
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello 
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

giovedì 6 giugno 2013

Infortuni d'amore: amare un'ombra (dalla Gradiva di Jensen allo sguardo di uno sconosciuto in ascensore)

«Ma è possibile,
lo sai, amare un’ombra, ombre noi stessi.»
(Eugenio Montale)

***
Il racconto "Gradiva" di Wilhelm Jensen (1903), che tanto appassionò Sigmund Freud ("Il delirio e i sogni nella 'Gradiva' di Wilhelm Jensen"), narra la storia dell'archeologo Norbert Hanold il quale, visitando un museo di Roma, scoprì un bassorilievo che gli piacque così tanto da indurlo a procurarsene un calco in gesso, da portare a casa sua. Sul bassorilievo era raffigurata una donna che camminava con una naturalezza tale da sembrare quasi reale, e a cui egli impose il nome di  Gradiva, "colei che risplende nel camminare".  Norbert allora cominciò a provare una progressiva attrazione (sempre meno professionale) per la figura di pietra, finché fece un sogno: si trovava nell’antica Pompei proprio mentre il Vesuvio in eruzione stava per distruggere la città. Davanti a sé scorse la Gradiva e così gli balenò l’idea che entrambi fossero vissuti, contemporaneamente, nell’antica Pompei. Ma prima che egli potesse avvertirla, la Gradiva venne sepolta dall’eruzione. Il delirio allora s'impossessò di Norbert, finché la Gradiva  stessa entrò in un suo sogno e lo guarì (utilizzando peraltro - come sottolinea Freud - dei procedimenti  molto simili a quelli della psicoanalisi). Alla fine Norbert riconobbe in lei Zoe Bertgang, la graziosa vicina, un tempo compagna dei suoi giochi d’infanzia, e così i suoi sentimenti si spostarono dalla donna di pietra alla donna in carne ed ossa, rompendo il cerchio del delirio.
Bene, potrebbe dire qualcuno, e ora che ce ne facciamo di una storia del genere in quest'oasi di serenità?
Prendendo spunto da Freud e dai suoi suggerimenti su come interpretare i sogni, potrei ben rispondere che  a volte si può trattare un argomento, parlando del suo esatto contrario. Questo infatti mi consente di  agganciarmi alla nostra settima regola della serenità -  "Coltivare relazioni umane significative" - partendo da un peculiare infortunio d'amore: l'infatuazione senza relazione umana significativa!
E' un po' ciò che accadde, nella Gradiva, a Norbert Hanold, affascinato da un'ombra; è un po' ciò che potrebbe essere accaduto ad alcuni di noi intorno ai quindici anni, quando - nel rodaggio adolescenziale dei sentimenti - fantasticavamo  su personaggi irraggiungibili (attori, cantanti, calciatori e anche... professori!); è un po' quello che ad alcune persone va capitando anche in un successivo momento della vita, quando ormai non ci sono più né i colori né le giustificazioni dell'adolescenza, e tuttavia esse si ritrovano  conquistate inspiegabilmente da  qualcuno con cui non parlano, non escono, non condividono niente di realmente importante, o che addirittura letteralmente non conoscono!
Mi viene in mente, a riguardo, il caso di una donna che aveva chiesto un parere a Willy Pasini, perché si era infatuata di un vicino di casa, che non conosceva per niente, se non per averne intercettato qualche volta lo sguardo in ascensore. Il fatto era diventato ancora più problematico quando, dopo otto mesi di tanto "amore" da parte di lei, lui l'aveva "tradita" con un'altra. La signora allora l'aveva presa malissimo, e quasi si era decisa a cambiare casa, perché non sapeva davvero come fare a togliersi quel "traditore" dalla testa e dal cuore!
Può darsi che le spiegazioni della sua vicenda non fossero tanto dissimili da quelle che Jensen propone per il caso di Norbert Hanold. Tant'è che Willy Pasini commenta: "deve capire cosa lo sguardo di questo sconosciuto è riuscito a risvegliare. Forse l'aiuterà immaginare che il suo vicino di casa è solo un 'attaccapanni' , cui è appeso il ricordo di un altro uomo, che dormiva nella sua memoria, e che ora si è risvegliato in maniera tanto morbosa e nostalgica. Nella maggior parte dei casi, un'infatuazione di questo tipo non dura nel tempo e svanisce alla prima prova della realtà. Il mio consiglio, dunque, è di provare a parlare alla persona protagonista di questo sogno d'amore, di verificare da vicino la realtà che si nasconde dietro quello sguardo. E probabilmente lo sguardo smetterà di sembrare tanto affascinante. Sarà forse triste, ma sicuramente liberatorio.
Certo, in certi casi più favorevoli il colpo di fulmine può trasformarsi in innamoramento e poi in amore. Ma perché questo accada è necessaria una conoscenza reale dell'altro, e non solo la fantasia di amarlo." (Willy Pasini, "L'Autostima", 2001)
Tra delirio e realtà, insomma, ben venga la realtà, sperando che sia comunque una realtà d'amore, cioè una vera relazione umana significativa, che - se raggiunta - alla fine può riscattare anche certi aspetti un tantino... deliranti dell'iniziale infatuazione.
Lascio il finale a Sigmund Freud, con le sue conclusioni nell'opera citata: 
"La bella realtà ha ora vinto il delirio, tuttavia a quest'ultimo spetta ancora un onore prima che i due abbandonino Pompei. Giunti alla Porta di Ercolano, dove all'inizio della Strada consolare un passaggio con le antiche pietre attraversa la strada, Norbert Hanold si arresta e prega la ragazza di andare avanti. Essa lo comprende "e sollevando un po' l'abito con la mano sinistra, Zoe Bertgang, Gradiva rediviva, avvolta dallo sguardo trasognato di lui, attraversò le pietre del passaggio fino all'altro lato della strada, sotto la luce del sole, col suo caratteristico passo agile e tranquillo". Col trionfo dell'amore, trova ora riconoscimento anche quanto vi era di bello e prezioso nel delirio."

Per chi fosse interessato al racconto "Gradiva" di Wilhelm Jensen, segnalo che oggi a Roma, alle 18, ne verrà presentata una nuova edizione illustrata da Cecilia Capuana (per dettagli sull'evento clicca qui).
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martedì 4 giugno 2013

Il fatto che io sia io, e non un altro... Un pensiero di Haruki Murakami sull'essere sé stessi

"Come ho già detto, sia nella vita quotidiana sia in campo professionale, lanciarmi in una competizione con qualcun altro per stabilire chi vale di più e chi meno non è nel mio stile di vita. So di dire una banalità, ma il mondo è bello perché è vario. Ognuno ha il proprio sistema di valori, e in base a questo sistema si comporta nel corso dell'esistenza. Io ho il mio, ed è quello a cui mi attengo. Questa disparità di opinioni ingenera nella vita di ogni giorno delle piccole sfasature, e può succedere che l'accumulo di tante piccole sfasature porti allo sviluppo di grandi incomprensioni. Il risultato è che si ricevono critiche prive di fondamento. Di certo non ne nasce nulla di piacevole. Anzi, può accadere di sentirsi profondamente feriti. E questa è un'esperienza molto dolorosa.
Tuttavia, man mano che avanzo negli anni, a poco a poco sono arrivato ad ammettere che dolori e ferite di questo genere in una certa misura sono necessari. A pensarci bene, una persona riesce a costruire la propria personalità e a preservare la propria autonomia proprio perché è differente da tutte le altre. Nel mio caso, tanto per fare un esempio, se riesco a scrivere dei libri è perché in un paesaggio vedo cose diverse da quelle che ci vede un altro, sento cose diverse e scegliendo parole diverse riesco  a costruire storie che hanno una loro originalità. Si creano così delle circostanze straordinarie per cui un numero non esiguo di persone si procura i libri in cui queste storie sono narrate e li legge. Il fatto che io sia io, e non un altro individuo, per me costituisce un patrimonio prezioso. Le ferite spirituali non rimarginate sono il prezzo che gli esseri umani devono pagare per la loro indipendenza." (Haruki Murakami, L'arte di correre)

venerdì 31 maggio 2013

Nuova immagine di copertina, nuovo sfondo e nuovo formato del blog


Da oggi in copertina abbiamo una nuova immagine. 
Il disegno ha una sua piccola storia che vi voglio raccontare.
Le cose sono andate così.
In occasione della prossima apertura del mio nuovo studio di counseling psicologico e life coaching, a Torre del Greco, ho riassortito i miei biglietti da visita. Visto che dovevo  ristamparli, ho colto l'occasione per realizzare un piccolo desiderio che, da che sono psicologa, avevo lasciato in sospeso: corredarli di un'immagine evocativa del lavoro che svolgo.
In effetti, quando svolgevo la mia precedente professione, un'immagine evocativa ce l'avevo, sia sulla targa sia sui biglietti da visita. Certo lì non c'era da sbizzarrirsi più tanto per la scelta, bastava optare per una qualsiasi delle possibili varianti di un unico soggetto: (
)

Ora, però, non avevo voglia di passare tout court ad una delle possibili varianti della lettera greca Psi, perché dopo tutto " psicologa" sul biglietto c'era già scritto: la Psi, non avrebbe aggiunto niente.

Così mi sono rivolta a un grafico.
"Cosa fai nella vita?", mi ha chiesto. 
"La psicologa e la life coach", ho risposto.
Allora  lui mi ha sfornato un bel disegnino, tecnicamente perfetto, che, quando l'ho visto, mi ha lasciata di sasso. Era un albero, stile cartone animato, che al posto della chioma aveva (...orrore!) un cervello.

La cosa, sul momento, mi ha un po' infastidita.
Però dopo si è rivelata di grande utilità, perché mi ha suggerito questa informazione: forse alle persone può non risultare chiaro cosa significhi, per una psicologa, occuparsi di counseling psicologico e di life coaching.
Per cui ho mandato al grafico un'email con nuove indicazioni, che diceva più o meno così:
"L'immagine dovrebbe evocare un momento di sosta durante un cammino; una sosta per parlare del proprio viaggio con un altro essere umano, per poi poter riprendere il cammino con più forza e idee più chiare di prima. E' questo, del resto, ciò che si fa con me. 
Nessun riferimento all'idea del cervello e dello strizzacervelli. La metafora è il viaggio (l'avventura esistenziale di ciascuno di noi) e la sosta di riflessione con il professionista è una tappa del viaggio, che può essere utile per ritrovare se stessi e la propria strada, quando se ne sente il bisogno."

Ecco insomma com'è nata questa immagine. Devo dare atto al grafico di aver colto proprio nel segno. 
La nuova immagine, infatti, non rimanda solo all'idea della sosta per fermarsi e riflettere, ma anche al momento di rimettersi in piedi e ripartire.
E questo è molto evocativo sia dello spirito del counseling psicologico e del life coaching (in quanto interventi di durata temporale limitata, tesi proprio a rimetterti sulla tua strada) sia dello spirito di questo blog, che - ricordiamocelo - è pur sempre dedicato a gente che corre, a cui si può augurare, certo, qualche utile sosta ogni tanto per recuperare le forze, ma certo non di fermarsi per sempre...

E proprio alla gente che corre ho voluto dedicare da oggi  la nuova immagine che fa da sfondo al blog nel suo nuovo formato più leggero. 


 

mercoledì 29 maggio 2013

3 citazioni letterarie sulle coincidenze


"Quella volta mi sono detto che le coincidenze, forse, sono dei fenomeni molto comuni. Si verificano in ogni momento intorno a noi, nella nostra vita quotidiana. Ma della metà non ci accorgiamo neanche, le lasciamo passare così. Come dei fuochi artificiali che vengono fatti scoppiare in pieno giorno. Fanno un po’ di rumore, ma nel cielo non si vede nulla. Però se desideriamo fortemente qualcosa, le coincidenze affiorano nel nostro campo visivo portando il loro messaggio."(Haruki Murakami, I salici ciechi e la donna addormentata)

***
"La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze.[...]. L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita."
(Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere)

***
" - Gentile signorina, pur non conoscendola, mi permetto di rivolgerle la parola per segnalarle una strana coincidenza, e cioè che questo mese, se non sbaglio, è la quindicesima volta che ci incontriamo esattamente in questo punto.
- Non sbaglia, cortese signore. Oggi è la quindicesima volta.
- Mi consenta inoltre di farle presente che ogni volta abbiamo sottobraccio un libro dello stesso autore.
- Sì, me ne sono resa conto: è il mio autore preferito, e anche il suo, presumo.
- Proprio così. Inoltre, se mi permette, ogni volta che lei mi incontra, arrossisce violentemente, e per qualche strana coincidenza, la stessa cosa succede anche a me.
- Avevo notato anch’io questa bizzarria. Potrei aggiungere che lei accenna un lieve sorriso e sorprendentemente, anch’io faccio lo stesso.
- È davvero incredibile: in più, ogni volta ho l’impressione che il mio cuore batta più in fretta.
- È davvero singolare, signore, è così anche per me, e inoltre mi tremano le mani.
- È una serie di coincidenze davvero fuori dal comune. Aggiungerò che, dopo averla incontrata, io provo per alcune ore una sensazione strana e piacevole…
- Forse la sensazione di non aver peso, di camminare su una nuvola e di vedere le cose di un colore più vivido?
- Lei ha esattamente descritto il mio stato d’animo. E in questo stato d’animo, io mi metto a fantasticare…
- Un’altra coincidenza! 

(...)
- Voglio dire, qua non si tratta di un particolare, ma di una lunghissima sequenza di particolari. La ragione può essere una sola.
- Certo, non possono essercene altre.
- La ragione è - disse l’uomo sospirando, - che ci sono nella vita sequenze bizzarre, misteriose consonanze, segni rivelatori di cui sfioriamo il significato, ma di cui purtroppo non possediamo la chiave.
- Proprio così - sospirò la signorina, - bisognerebbe essere medium, o indovini, o forse cultori di qualche disciplina esoterica per riuscire a spiegare gli strani avvenimenti del destino che quotidianamente echeggiano nella nostra vita.
- In tutti i casi ciò che è accaduto è davvero singolare.
- Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
- Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
- Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
- La saluto, gentile signorina.
- La saluto, cortese signore."

(Stefano Benni, Coincidenze)

Un invito per conoscerci dal vero

Sabato 1° giugno 2013 aprirò ufficialmente il mio nuovo studio di Counseling Psicologico e Life Coaching a Torre del Greco via Guglielmo Marconi n.35 (clicca qui).
Non farò una vera e propria inaugurazione, però quel giorno sarò allo studio 
la mattina dalle 11 alle 13
e la sera dalle 18 alle 20
felice di accogliere tutti coloro che vorranno venire a salutarmi.
L'invito è esteso a tutte le persone che mi seguono sulle mie pagine Facebook e sul mio blog e che, per una volta, hanno piacere di incontrarmi dal vero.

***
Poiché nei giorni successivi ci sarò solo su appuntamento, ricordo il mio numero di cellulare a chiunque voglia contattarmi: 388.8257088.

domenica 26 maggio 2013

Per la terza regola della serenità (Avere cura del proprio corpo): Il Piacere, secondo Gibran Kahlil Gibran

Allora un eremita, che visitava la città una volta l'anno, si fece avanti e disse: Parlaci del Piacere. 
E lui rispose dicendo: 
Il piacere è un canto di libertà, 
Ma non è libertà. 
E' la fioritura dei vostri desideri, 
Ma non il loro frutto. 
E' un abisso che esorta alla scesa, 
Ma non è profondo né alto. 
E' un uccello in gabbia che si alza in volo, 
Ma non è lo spazio conquistato. 
Sì, francamente, il piacere è un canto di libertà. 
E io vorrei che lo intonaste in tutta pienezza, ma temo che a cantarlo perdereste il cuore.

Alcuni giovani tra voi ricercano il piacere come se fosse tutto, e vengono giudicati e biasimati. 
Non vorrei né giudicarli né biasimarli. Vorrei che cercassero. 
E troveranno non solo il piacere, 
Poiché il piacere ha sette fratelli, e il minore è più bello dello stesso piacere. 
Non avete udito di quell'uomo che, scavando la terra in cerca di radici, scoprì un tesoro?

E alcuni anziani tra voi ricordano con rimpianto i piaceri, come errori compiuti nell'ebbrezza. 
Ma il rimpianto è l'oscurità della mente, e non il suo castigo. 
Essi dovrebbero ricordare i loro piaceri riconoscenti come per il raccolto di un'estate. 
Ma se il rimpianto li conforta, si confortino pure. 
E tra voi vi sono quelli non così giovani per cercare, né così vecchi per ricordare. 
E nella paura di cercare e ricordare, essi fuggono ogni piacer temendo di umiliare e offendere l'anima. 
Ma proprio in questo è il loro piacere. 
E in tal modo scoprono tesori, sebbene scavino radici con mano tremante. 
Ma ditemi, chi può offendere lo spirito? 
L'usignolo offende il silenzio della notte, o la lucciola le stelle? 
E la vostra fiamma o il vostro fumo mortificano il vento? 
Pensate forse di poter turbare lo spirito come con un bastone uno stagno tranquillo?

Spesso, negandovi al piacere, non fate altro che respingere il desiderio nei recessi del vostro essere. 
Chissà che non vi attenda domani ciò che oggi avete negato. 
Anche il vostro corpo conosce la sua ricchezza e il suo legittimo bisogno, e non permette inganno. 
Il corpo è l'arpa della vostra anima, 
E sta a voi trarne musica armoniosa o confusi suoni. 

E ora domandatevi in cuore: "Come potremo distinguere il buono dal cattivo nel piacere?". 
Andate nei vostri campi e giardini, e imparerete che il piacere dell'ape è raccogliere il nettare del fiore, 
E che il piacere del fiore è conceder all'ape il suo nettare. 
Poiché il fiore per l'ape è una fonte di vita, 
E l'ape per il fiore è una messaggera d'amore. 
E per l'ape e per il fiore donarsi e ricevere piacere è a un tempo necessità ed estasi.

Popolo di Orfalese, nel piacere siate come le api e come i fiori.


Gibran Kahlil Gibran, da Il Profeta

giovedì 23 maggio 2013

Evergreen: Il cuore che ride

"La tua vita è la tua vita.
Non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell’arrendevolezza.
Sta' in guardia.
Ci sono delle uscite.
Da qualche parte c’è luce.
Forse non sarà una gran luce, ma la vince sulle tenebre.
Sta' in guardia.
Gli dei ti offriranno delle occasioni.
Riconoscile, afferrale.
Non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
E più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà.
La tua vita è la tua vita.
Sappilo finché ce l’hai.
Tu sei meraviglioso, gli dei aspettano di compiacersi in te."
Charles Bukowski

Evergreen: Solo per oggi


"Solo per oggi crederò fermamente, nonostante le apparenze contrarie, che la Provvidenza di Dio si occupi di me come se nessun altro esistesse al mondo.

Solo per oggi avrò cura del mio aspetto: non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non pretenderò di migliorare nessuno tranne me stesso.

Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.

Solo per oggi mi adatterò alle circostanze senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.

Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche buona lettura, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura alla vita dell'anima

Solo per oggi compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi mi farò un programma; forse non lo seguirò a puntino ma lo farò e mi guarderò da due malanni: la fretta e l'indecisione.

Solo per oggi non avrò timori. Non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà.

Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterei se pensassi di doverlo fare per tutta la vita".

Papa Giovanni XXIII

lunedì 20 maggio 2013

Decima regola della serenità: Tenere stretto in mano il filo del proprio aquilone

Essere autentici, portare alla luce la propria unicità e valorizzarla, presuppone un passaggio fondamentale, che è pacificarsi con sé stessi. Questo probabilmente significherà anche accettare il proprio lato oscuro, venire a patti con il proprio demone, dargli un nome, una collocazione e, nel migliore dei casi, persino una funzione positiva.
Del resto nessuno è perfetto, per cui è inevitabile che, quanto più conosciamo noi stessi, quanto più maturiamo e procediamo sul sentiero dell'autoconsapevolezza, tanto più ci esponiamo all'inconveniente di imbatterci nei nostri limiti, oltre che nelle nostre risorse. 
Accettarci nella nostra complessità, arrenderci all'evidenza che siamo un po' belli e un po' brutti, un po' buoni e un po' cattivi, un po' forti e un po' deboli, un po' competenti e un po' ignoranti, un po' saggi e un po' folli è fondamentale per instaurare un buon rapporto con noi stessi e con il mondo, e anche per trovare strategie di compensazione delle carenze con le virtù.
Questo non significa legittimare scappatoie del  tipo "io sono fatto così" per sottrarci alle nostre responsabilità, compiacerci dei nostri difetti e imporre con prepotenza agli altri i nostri capricci. Significa semplicemente autodefinirci (io sono questo),  legittimarci ad essere ciò che siamo (ho il diritto di esistere e di essere autentico), cercare di fare il miglior uso possibile del nostro bagaglio di capacità e limiti (ho il diritto-dovere di portare a compimento la mia funzione su questa Terra) ed assumerci il 100% della responsabilità dei nostri atti e delle nostre scelte (sono io al posto di guida della mia vita, arriverò dove sarò capace di arrivare, e come tutti ho qualche probabilità di farcela e qualche probabilità di spiaccicarmi lungo la via).
Questo discorso è collegato alla nostra decima regola della serenità, che suggerisce di "tenere stretto in mano il filo proprio aquilone" (anziché consegnarlo in mani altrui), vale a dire  affrontare le cose della vita dando ascolto al  proprio sentire, restando fedeli ai propri valori, credendo nelle proprie aspirazioni e rispettando la propria naturale andatura. 
Tutto questo tenendo, sì, anche nel giusto conto i buoni consigli delle persone di cui ci fidiamo, ma senza permettere a nessuno di sostituirsi a noi, e senza che sia il desiderio di approvazione altrui  la vera molla delle nostre scelte.  
"Fintantoché permettete a qualcun altro di prendere decisioni che riguardano la vostra carriera, i vostri sogni o le vostre aspirazioni, vi limitate in modo drastico. Raggiungerete solo il livello che gli altri vi permetteranno di raggiungere", dice Sherry Argov al suo pubblico di yes-woman pentite. "Pensate sempre con la vostra testa e ignorate chiunque tenti di definirvi in termini limitativi", suggerisce, precisando peraltro che questo non significa smettere di cercare informazioni o input dall'esterno, ma solo non rinunciare a guidare da sé la propria  auto, il proprio aquilone, la propria vita (anche perché è solo guidando che si può imparare a guidare bene e, il più delle volte, l'alternativa al sedile di guida rischia di essere il posto dello... zerbino).   
***
"Un po' di mancanza di rispetto è indispensabile
 per avere autostima.
 Non mancanza di rispetto per la gente,
 ma piuttosto per quello che la gente pensa di noi.
... Che si tratti del vostro gusto nel vestire,
 dei bisogni relazionali o di quello che fate per vivere, 
non permettete a nessun altro di assumere il controllo."
 (Sherry Argov) 

venerdì 17 maggio 2013

Dosi di inevitabile dolore

Per quanto intenso sia il nostro desiderio di serenità, e per quanto attivi possiamo essere nel cercare di  raggiungerla, c'è comunque una quota di dolore nel nostro vivere a cui non possiamo sottrarci, e che ci spetta quasi  per legge di natura.
Come certi dolori fisici, da bambini, ci venivano presentati  bonariamente come "dolori di crescita", senza che la cosa ci consolasse minimamente, così anche da grandi possiamo non trarre conforto alcuno dall'idea che vi possa essere una qualunque utilità in un dolore che ci tocca da vicino.
E' magari solo dopo che la tempesta è passata che, guardandoci indietro, possiamo scoprire di aver fatto un salto di qualità, nella nostra sensibilità, nella  nostra consapevolezza, nella nostra comprensione delle cose umane.
A volte, poi, può essere proprio un dolore il motore di un viaggio che non avremmo mai intrapreso, se la vita fosse stata più tenera con noi.
Lo scalpello che colpisce e ferisce la pietra può trarre da un blocco di marmo grezzo una fine scultura, come le cesoie che potano e mutilano una pianta possono consentire a tempo debito una splendida fioritura.
Si può fare, sì,  tutto il possibile per cercare di essere felici ogni giorno e va benissimo accogliere  ogni momento  della  nostra vita come possibile occasione di gioia.
Ma quando arriva il momento del dolore a cui non si può sfuggire, diventa inutile cercare di evitarlo o di resistergli. Non ci resta  che accoglierlo e accettarlo fino in fondo, così com'è, in tutta la sua durezza, e  anche, a volte, in tutta la sua ingiustizia e insensatezza: perché proprio questo? perché proprio a me? 
Ci sono misteri che sfuggono alla nostra comprensione. Ci sono misteri che non risolveremo mai. Le cose, certe volte, sono e basta. E alcune non le capiremo mai. 
Tuttavia se sapremo resistere abbastanza a lungo da vedere la notte che cede il passo al giorno,   potrebbe giungerci alla fine un dono inatteso; qualcosa che mai avremmo prefigurato nel passato; un bene magari molto diverso dalla stessa idea di bene che potevamo avere prima.  Come se proprio il dolore ci avesse affinati, rendendoci capaci di cogliere ciò che prima ci risultava impercettibile,  dandoci anche parametri nuovi di giudizio, e una maggiore profondità nel sentire. 
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"Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato."
(Fernando Pessoa) 
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"Vedo la città da questo strano vetro. Non sono mai stato dentro un’ambulanza. Un volontario della Croce Rossa mi tiene la mano sulla spalla e dice che devo stare calmo perché il Policlinico è vicino.
... Ripenso a quanto è bello il cielo, il traffico, la quotidianità o l’essere semplicemente vivi.
Quanti sorrisi non ho regalato, quante emozioni non ho ancora vissuto, quante volte ho offuscato i miei sogni dietro i fantasmi della paura…
Se dovessi uscire di qui, canterò con la Musica la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia condizione."
(Giovanni Allevi)
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"Ciò che non mi distrugge mi rende più forte."
 (Friedrich Nietzsche)
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