martedì 10 settembre 2013

Coltivare la terra per coltivare la felicità

Qualche anno fa mi capitò tra le mani un bel libricino dal titolo "Giardino & Ortoterapia - Coltivare la terra per coltivare la felicità", che già dalla copertina cominciò a trasmettermi un senso di pace. All'epoca mi interessavo di terapia occupazionale e quel libro mi fece venir voglia di spingermi (proprio letteralmente) sul terreno della terapia orticolturale, che dopo tutto è una delle possibili declinazioni della terapia occupazionale.
Così, quando mio marito, di lì a poco, mi chiese cosa desiderassi come regalo per una certa importante ricorrenza, non ebbi alcun dubbio sulla risposta: non una festa, non un oggetto, e nemmeno un viaggio turistico. Il regalo desiderato (e anche ricevuto, per la verità) era un corso professionale di terapia orticolturale presso la Scuola Agraria del Parco di Monza! Immersa nella bellezza del Parco, giorno e notte, assieme ad altri che come me erano approdati alla coltivazione della terra nell'intento di coltivare con essa anche un po' sé stessi, ho verificato di persona quanto nutrimento, non solo per la tavola ma anche per lo spirito, si possa  trarre dal lavoro nella terra, sia che si tratti della cura di un orto, sia che si tratti della cura di un giardino. 
E questo senza contare la magia, durante le pause, di mangiare seduti in un prato, di sostare all'ombra di una quercia, di annusare i profumi dei fiori, o di cogliere i giochi di luce tra le foglie. Il che non è soltanto poetico, ma ha anche effetti terapeutici. Tant'è che si parla, in questo caso, di "terapia orticolturale riflessa": perché anche semplicemente starci, nella natura, senza far niente, se non osservarla e percepirla con tutti i sensi, può fare molto bene, può fornire utili stimoli sensoriali ed emotivi, tenere desta l'attenzione, dare un po' di ristoro ad uno spirito afflitto e un po' di pace ad un animo inquieto...
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Ed ora un pensiero tratto dal libro di cui vi ho parlato.
"C'è chi ritiene che orto e giardino implichino filosofie e temperamenti assai diversi tra loro. Innegabile. Il giardino ispira la contemplazione, lì possiamo anche non preoccuparci di ottenere risultati ben precisi. Le piante saranno viste come forme, colori, profumi; lì si pota ma non si va a prendere cosa mettere a tavola. L'orto comporta invece tabelle di lavoro, momenti precisi per la semina, l'irrigazione, il raccolto. Nel giardino ci si può rilassare, sentirsi spensierati e in comunione tranquilla con quanto ci circonda; nell'orto occorre vigilare, avvertire la tensione tra il progetto dell'uomo e la spontaneità della natura.
La tanto millantata separazione tra orto e giardino ha tuttavia senso fino a un certo punto. Se nell'orto si va a lavorare, ci vorrà pure un giardino per pensare a quanto è stato fatto, a quanto resta da fare. Non cura un bel niente l'orto da solo , nella sua nuda essenza, senza la piacevole compagnia di fiori e cespugli e grappoli d'uva e osmanti fragranti e canto di uccelli e api che ronzano inebriate di polline.
Quella che guarisce davvero è la consapevolezza di prendersi cura dell'orto/giardino ritagliando intanto, non importa quanto piccolo, non importa quanto visibile a pochi, un angolo di bellezza nel mondo." 
(Pia Pera, da "Giardino & Ortoterapia - Coltivando la terra si coltiva anche la felicità)
 In questa foto: scorcio dei giardini del Priorato di  Notre Dame d'Orsan
Orto-Aromatico con le canestre di zucche e alle sue spalle la collezione di rose del Giardino di Maria
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"Se vuoi essere felice tutta la vita,
 fa' il giardiniere."
(proverbio cinese)
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Per saperne di più sui benefici dell'ortoterapia come forma di terapia occupazionale, clicca qui,
Per saperne di più sull'ortoterapia riflessa e i giardini che curano clicca qui

(Infine ci sarebbe questa foto
che non è un'inserzione pubblicitaria:
 è solo un libro che vi consiglio!)
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domenica 8 settembre 2013

Oggi regalo della domenica: un pieno di aforismi di Romain Gary!

Non sono scoraggiato. Ma l'eccessivo amore che nutro nei confronti della vita rende il nostro rapporto molto difficile, così come è difficile amare una donna che non si può aiutare, né cambiare, né lasciare. (da Cane bianco)
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È difficile, quando si sente il coltello alla gola, cantare intonato (da La promessa dell'alba)
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La provocazione è la forma di legittima difesa che preferisco. (da Cane bianco)
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Ci si incontra, non ci si incontra. Siamo fatti così. In genere, l'uomo e la donna che sono predestinati non si incontrano. Quello che si chiama fato, appunto. (da Cocco mio)
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Molte persone si sentono male nella loro pelle perché non è la loro. (da Cocco mio)
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So anche che esistono amori reciproci, ma non aspiro al lusso. Qualcuno da amare è un genere di prima necessità. (da Cocco mio)
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Non ho l'abitudine d'esser felice e non sapevo nulla degli effetti psichici che una condizione di felicità improvvisa può provocare su soggetti non assuefatti. (da Cocco mio)
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La mia ignoranza è finita verso i tre o i quattro anni e certe volte ne sento la mancanza. (da La vita davanti a sé)
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La gente tiene alla vita più che a tutto il resto, è anche buffo se si pensa a tutte le belle cose che ci sono al mondo. (da La vita davanti a sé)
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A volte, la cosa peggiore che può capitare alle domande è la risposta. (da L'angoscia del re Salomone)
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Perdere una persona amata è una solitudine terribile, ma non aver mai perduto nessuno è una solitudine ancora più terribile. (da L'angoscia di re Salomone)
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Nella mia vita ho conosciuto tante di quelle donne da poter dire di essere sempre stato solo. Troppo è uguale a nessuno. (da Chiaro di donna)
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I trattati di pace con sé stessi sono spesso i più difficili da concludere. (da Biglietrto scaduto)
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Non sono credente, ma anche quando non si crede ci sono dei limiti. (da L'angoscia di re Salomone)
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In ogni uomo si nasconde un essere umano che presto o tardi finirà per venir fuori. (da L'angoscia di re Salomone)
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giovedì 5 settembre 2013

Fa' tutto il possibile e poi... lascia che sia

Nelle cose della vita, c'è un confine - non sempre chiarissimo, per la verità -  tra ciò che è sotto il nostro controllo e ciò che non lo è.
Ci sono momenti  in cui ha senso chiamare a raccolta tutte le nostre forze - e anche insistere fino allo stremo - per cercare di influire sulle situazioni, sull'andamento di certe cose e sulla loro evoluzione, e momenti in cui dobbiamo lasciare che le cose vadano come devono andare, senza intrometterci.
Questo per il semplice fatto che moltissime circostanze ed eventi della vita non dipendono da noi e, per quanto noi possiamo tentare di controllarli, ogni nostro sforzo potrebbe rivelarsi non solo inutile, ma a volte addirittura... controproducente!
Quante volte ci capita, per esempio, di soffrire nel vedere che una persona che ci è cara non è felice.
In cuor nostro, vorremmo fare il possibile e l'impossibile per farla star bene e ci sentiamo quasi in colpa, se non ci riusciamo. Ebbene, ci sono casi in cui possiamo davvero fare qualcosa - e allora ben venga tutto il nostro impegno, la nostra solidarietà, la nostra fattiva collaborazione -  ma ci sono anche casi nei quali non possiamo fare proprio un bel niente per lei, perché il problema non è sotto il nostro controllo, ed anzi rischiamo di diventare noi stessi parte del problema, se ci ingeriamo in maniera inopportuna e invasiva (senza contare che certe volte una persona può aver bisogno proprio di passare attraverso un periodo di infelicità per  prendere decisioni importanti, evolvere, maturare, eccetera, per cui - se le vogliamo bene - dobbiamo tollerare che viva la sua vita pure lei, con le sue brave dosi di umano dolore, che magari abbiamo conosciuto anche noi, e che a nessuno possono essere risparmiate) (...chiusa parentesi). 
Oggi ripromettiamoci di accettare - almeno a livello razionale, se non ci riusciamo a livello emotivo - che non siamo onnipotenti e che in certi specifici casi della vita non possiamo fare proprio un bel niente perché le cose vadano come vorremmo noi. 
Il nostro compito allora è riconoscere quando è il  momento di smettere di affannarci e di lasciare che le cose vadano semplicemente come devono andare.
Cioè, quando è arrivato il momento di lasciare che sia...
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"Non ricordo molto dei miei primi anni,
 ma ricordo la pioggia.
 Mia nonna [...] mi diceva sempre che 
Dio è nella pioggia".
(dal film 'V per Vendetta' 
diretto da James McTeique)

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Una classica espressione napoletana per esprimere sollievo, quando qualche complicata vicenda giunge finalmente a buon fine, è "Assafà!".
"Assafà"  è la forma contratta  di "'Assa fa' a Dio!" o "'Assa fa' a Maronna"" (cioè "Lascia fare a Dio", o "Lascia fare alla Madonna") ed è una specie di riconoscimento ex post del benevolo intervento divino nella soluzione di difficili questioni umane. 
La strana peculiarità di questa espressione è che, nell'uso abituale, si adopera appunto solo a posteriori, a miracolo compiuto, quasi come un ringraziamento.
E prima? Quando i lavori sono ancora in corso e si arriva al punto in cui non possiamo più dire "'Assa fa' a me!", cosa si dice a Napoli, come equivalente di "Lascia che sia Dio a vedersela", o di un più generico  "Lascia che sia" (che dà spazio a qualunque Forza comunque capace di determinare un destino)?
Non so esattamente a Napoli come si dica, e in verità nemmeno negli altri posti d'Italia e del mondo.
In compenso - ma non vorrei sbagliarmi - mi sembra che a Torre del Greco,  da dove vi scrivo, si dica così:  

...LET IT BE! 
:-)


Citazioni sul lasciare che sia...

"Lasciare significa:
lasciare che per un po’ le cose
seguano il loro corso,
che si muovano liberamente
senza il nostro intervento,
finché la direzione del loro movimento
non si mostri spontaneamente.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle,
muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare.
Molliamo la presa. Se le lasciamo andare
per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos'altro."
(Bert Hellinger)
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"Tutto ciò che cerchiamo di controllare controlla noi e la nostra vita." (Melanie Beattie)
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"La vera padronanza può essere acquisita
lasciando che le cose vadano per la loro strada.
Non la si può acquistare intromettendosi."
(Lao-Tzu)
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"Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. E' bene che una volta ogni tanto si brucino le dita." (Mahatma Gandhi)
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"Dio c'è ma non sei tu. Rilassati." (Anonimo)

lunedì 2 settembre 2013

Oggi una poesia su... l'amore a prima vista!

Amore a prima vista
poesia di 
Wislawa Szymborska
***
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi ?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole ?
uno 'scusi' nella ressa ?
un 'ha sbagliato numero' nella cornetta ?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava e allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra ?
Qualcosa fu perduto e qualcosa fu raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia ?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
Subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

***


domenica 1 settembre 2013

Se fossi un albero... Nuove ispirazioni per le meditazioni nella natura

A novembre dell'anno scorso, ho già accennato alla possibilità di trarre ispirazioni positive dal nostro  rapporto con gli alberi ed ho suggerito anche una piccola meditazione per chi avesse avuto voglia di cimentarsi in una cosa così (clicca qui).
Oggi voglio portare la vostra attenzione sulle specifiche caratteristiche di ciascun albero, che - risultando più o meno attraenti per ciascuno di noi - possono essere fonte di nuove ispirazioni, a volte molto soggettive e personali, altre volte più comuni e condivisibili.
Uno spunto iniziale potrebbe essere porsi la domanda: "Se potessi rinascere albero, quale albero vorrei essere e perché?"
E una volta trovata una risposta, tipo: "Vorrei essere il tale albero, perché evoca in me l'idea delle seguenti qualità", magari valutare se sia proprio necessario aspettare di... rinascere albero per far entrare nella nostra vita quelle qualità, o si possa piuttosto cominciare sin d'ora ad attirarle e coltivarle nella nostra esistenza compatibilmente con la nostra attuale forma umana.
Ciò che in realtà intendo dire è che queste nostre ispirazioni possono essere adottate, sì, come occasioni di meditazione (l'albero ha certe qualità su cui porto deliberatamente la mia attenzione), ma possono rivestire anche un po' il ruolo di  "intenzioni", cioè di auspici a che le qualità evocate dall'albero emergano e si sviluppino anche in noi e nella nostra vita. 
Per esempio, potremmo trarre ispirazioni dalla flessibilità dei rami di un abete, e produrre intenzioni del tipo:  "Che io sia come questo abete i cui rami, sotto il peso della neve, anziché spezzarsi si flettono docilmente verso il basso e lasciano che la neve scivoli pian piano al suolo e vada via da sé."
Oppure, sempre in tema di flessibilità, e con maggiore enfasi sul versante della "resilienza" (intesa come capacità di resistere agli urti senza spezzarsi e quindi, psicologicamente, come capacità di una persona di affrontare e superare le avversità della vita, uscendone addirittura rinforzata e trasformata positivamente), possono fornire buone ispirazioni anche le palme.
Mi viene in mente, a tal proposito, il commento di Wayne W.Dyer alle seguenti parole del Tao Te Ching: 
"Chi è flessibile si conserva integro".
Dyer dice a riguardo: 
"Vivendo vicino all'oceano da molti anni, ho osservato la bellezza e la maestosità delle palme slanciate che crescono sulla riva, e che spesso raggiungono un'altezza di nove-dodici metri. Questi maestosi giganti sono in grado di resistere all'enorme forza dei venti che, nel corso di un uragano, arrivano a soffiare a trecentoventi chilometri all'ora. Migliaia di altri alberi vengono sradicati durante gli uragani, e spazzati via, mentre queste palme imponenti rimangono attaccate alle loro radici, dominando orgogliosamente sulle altre piante. Qual è dunque il segreto per cui le palme rimangono intere? La risposta è la flessibilità. Si piegano fino quasi a toccare terra a volte, ed è proprio questa qualità che permette loro di rimanere intatte. (...)
Quando forze possenti vi spingono in qualche direzione, curvatevi invece di opporvi, inclinatevi invece di spezzarvi, e siate liberi da qualsiasi rigido insieme di regole, così facendo rimarrete protetti e integri. Mantenete una visione interiore del vento, simbolo delle situazioni difficili, mentre fate l'affermazione: 
'Non ho rigidità dentro di me.
Posso piegarmi e rimanere integro.
Userò la forza del vento per rendermi ancora più forte e più  protetto.'
(...) riconoscete la 'tempesta' e poi lasciatela soffiare contro il vostro corpo, osservatelo senza giudicarlo, proprio come l'albero che si piega al vento. Fate caso se riappare la rigidità, e lasciate che i venti soffino, mentre vi avvalete del Tao, invece che dell'ego! Cercate di portare alla luce le radici della vostra intransigenza, e diventare più flessibili attraverso le tempeste della vita."
***
Quelli che precedono sono, come ho detto, solo semplici esempi.
La simbologia degli alberi è infatti vastissima e risuona in modo diverso in ciascuno di noi.
Ben vengano quindi i sostenitori delle qualità del melo, della quercia, dell'olivo, del cedro del Libano, dell'albero di limoni, dell'albero di mimose, del salice piangente, della magnolia e di ogni altro possibile esemplare botanico.
Idee, spunti e anche suggerimenti da parte vostra, in questa materia, sono per me preziosi ed estremamente graditi e costituirebbero un sicuro arricchimento anche per il repertorio di meditazioni nella natura che - come forse avrete visto - fanno parte dei nostri eventi in programma per la prossima stagione (clicca qui )
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Ed ora, a seguire,
qualche parola sul coinvolgimento del nostro corpo in tutto ciò


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"La conformazione del corpo di ogni essere umano costituisce il fondamento di un suo senso di identità, organizza il substrato di base della percezione e del conoscere, è quello che ci permette di accedere alla concezione di vuoto e di pieno, di lento e di veloce, dell'espansione, della caduta, di stagnamento, di sgorgamento, di nebuloso, ecc. Il flusso di questi movimenti interni è alla base dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri." (da Coscienza e risonanza corporee - di M.E. Garcia e A.Monteleone)
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Per chiarire meglio lo spirito delle meditazioni nella natura da me proposte, risponderò sinteticamente alla seguente domanda - che finora mi ha posto una sola persona, per la verità, ma da cui ho compreso che dipendeva la sua scelta se partecipare o meno a un'esperienza del genere.
La domanda è: "Mentre noi portiamo la mente su tutte queste ispirazioni che ci vengono dagli alberi, cosa ne facciamo del nostro corpo?"
In effetti, per meditare in pace ognuno di noi è libero di assumere col corpo la posizione che più gli è congeniale e in cui si sente più comodo (seduto, in piedi, in ginocchio, a gambe incrociate), magari avendo cura di usare alcuni piccoli accorgimenti, tipo tenere la schiena diritta, la testa allineata alla spina dorsale, e altre simili cose, comunque facili da apprendere.
Personalmente, quando mi dedico specificamente alla meditazione con gli alberi, amo assumere la posizione yoga detta appunto dell'albero (Vrksasana: clicca qui) e quindi adottare di volta in volta per le braccia la posizione più simile a quella dei rami della pianta a cui mi ispiro.
Se non siete esperti di yoga - e non avete, giustamente, nessuna intenzione di cimentarvi all'improvviso e senza alcuna preparazione nella posizione dell'albero - potete provare ad assumere una posizione del corpo molto più semplice ma capace comunque di evocare simbolicamente la "somiglianza" tra voi e la vostra pianta.
In particolare potete mettervi in piedi, con le gambe tese, il busto eretto, la testa allineata alla spina dorsale, e aprire le braccia di volta in volta con un'angolazione simile a quella dei rami dell'albero considerato (per esempio le orienterete verso il basso, meditando sulla flessibilità dei rami dell'abete;  o le terrete orizzontali, forti e accoglienti, se è una grande quercia l'albero a cui vi ispirate; o ancora le orienterete verso l'alto, se intendete fare come il pino marittimo che rivolge i suoi rami verso il cielo).
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Inutile dire che il giorno in cui accetterete il mio invito a partecipare ad una meditazione di gruppo nella natura, qualunque sia l'albero che personalmente vi ispira, a un certo punto dovrete riuscire a pensarlo (e quindi anche a pensare voi stessi...) come parte di un bosco (e cioè di un sistema più ampio di cui  tutti noi facciamo parte), con radici che si intrecciano ad altre radici e rami che si intrecciano ad altri rami, e valutare anche queste connessioni nei loro aspetti che vi piacciono di più e che vi piacciono di meno, nel bosco come nella vita.
Ecco allora che anche la posizione dei nostri corpi, in quel momento, può tener conto proficuamente di tutto ciò, come mostra per esempio la foto qui sopra, dove i membri del gruppo, tutti nella posizione dell'albero,  sono fisicamente connessi l'un l'altro tramite le braccia, e sperimentano così l'emergere di qualità  nuove, che prima il loro albero solitario  non aveva (tipo un più stabile equilibrio su una gamba sola, dovuto al sostegno fornito dal gruppo).






venerdì 23 agosto 2013

Racconto storie e ascolto storie perché..."nulla di ciò che è umano mi è estraneo"

C'è un filo conduttore nelle nostre vite, qualcosa che tiene insieme gli avvenimenti di tutti i giorni, gli incontri, le gioie, i dispiaceri, le scoperte, le illusioni, le delusioni, le parole, i silenzi, i baci, le batoste, le partenze, i ritorni, le 10.000 volte che ci siamo  lavati i capelli e l'unica volta che ci siamo sentiti una farfalla?
E questo filo, se c'è, dov'è?

E' nella nostra testa? E' nelle orme lasciate dai nostri passi? E' scritto nelle stelle? E' scritto nel nostro patrimonio genetico? E' un destino ereditato dagli antenati? E' parte di una storia molto più grande, a cui contribuiamo tutti insieme, in quanto umanità? 

Qualunque sia la risposta che ci diamo, nel momento in cui questo filo si traduce in narrazione, acquista un valore in sé e per sé: diventa storia, e come tale è condivisibile, trasmissibile e in una certa misura anche "riscrivibile" (persino il punto di vista del lettore, dell'ascoltatore o della comare che spettegola su di noi può dare, in tal senso, il suo contributo  creativo!). 

Ci sono aspetti di grande fascino nella narrazione delle storie, sia nel raccontarle, sia nell'ascoltarle, anche perché -  per dirla con Terenzio - nulla di ciò che è umano ci è estraneo. Possiamo trovare parti di noi stessi nelle storie degli altri esseri umani e riconoscerci in certe situazioni che ci sono familiari, ma possiamo anche vivere, attraverso il racconto altrui,  le stesse emozioni che ci comunica il narratore, benché la sua esperienza   sia qualcosa che non abbiamo mai sperimentato in prima persona.
Molti dei miti e delle storie che gli esseri umani si tramandano attraverso le generazioni sono peraltro ricchi di elementi archetipici, che si ripresentano in varie declinazioni in ogni tempo e regione, e che non tramontano mai, perché appartengono al patrimonio collettivo dell'umanità, all'esperienza stessa di essere al mondo in forma umana,  e testimoniano un'unità di fondo tra noi tutti, in quanto membri della stessa specie, pur a fronte della frammentazione delle nostre singole esperienze.

Raccontare e ascoltare storie può essere un fatto occasionale o casuale, può essere una cosa che ci andiamo a cercare per passione, e può essere qualcosa di connaturato al nostro stesso lavoro.
Ecco a seguire il pensiero di due persone che hanno a che fare con le storie per lavoro: uno scrittore, David Grossman, e  una psicoanalista, Nancy McWilliams.

"Dal mio punto di vista, l'impulso a raccontare una storia, a inventare o ad attingere alla realtà, è quasi un istinto a sé, l'istinto narrativo: per determinate persone - alcune delle quali finiscono poi per diventare scrittori - questo istinto è potente e primario come ogni altro. La grande fortuna sta nel fatto che esso trova nel mondo l'istinto parallelo: quello di ascoltare storie. Ha un che di toccante, questo bisogno di sentir narrare. 
Ovviamente, fra le cose che trasformano una persona in uno scrittore menzionerei anche il desiderio di comprendere, attraverso la narrazione, il mondo e l'uomo, in tutti i suoi aspetti, contraddizioni e illusioni; e vi si può aggiungere anche l'aspirazione che lo scrittore nutre di conoscere se stesso, di dare voce a tutte le correnti che passano impetuose dentro di lui. Chi non ha in sé questo desiderio, questo impulso primario, è difficile che sia capace - sempre che lo voglia - di sostenere quell'immenso sforzo spirituale che lo scrivere comporta.
Un ulteriore movente dello scrivere è l'aspirazione ad abbattere quella parete divisoria, per lo più invisibile, che separa me dal prossimo (chiunque egli sia), verso il quale provo un interesse fondamentale, profondo; l'aspirazione a espormi in tutto e per tutto, senza alcuna difesa, in quanto individuo e non soltanto scrittore, di fronte alla personalità e alla vita di un altro individuo, alla sua interiorità più segreta e autentica, primordiale." (David Grossman)

"Essere una terapeuta psicoanalitica è l'approssimazione più vicina che sono riuscita a trovare per gratificare il mio desiderio di vivere più di una vita nel tempo unico e breve della mia. Non soltanto ho imparato che cosa significhi essere alcolista, depresso o bulimico; ho gettato uno sguardo anche su cosa significhi essere avvocato divorzista, scienziato, rabbino, cardiologo, attivista gay, insegnante di scuola materna, meccanico, agente di polizia, infermiere in un reparto di terapia intensiva, madre adottiva, attore, studente di medicina, politico, artista e molti altri tipi di persone." (Nancy McWilliams)

giovedì 25 luglio 2013

Life Coaching: Le scelte determinanti della vita (tra libertà, felicità e terrore)

Spesso le persone tendono a restare attaccate a quello che conoscono, a percorrere strade già battute e a riprodurre modelli già sperimentati. 
Nelle relazioni adulte, per dirne una, possiamo trovarci a riproporre automaticamente modelli già esperiti nella nostra famiglia d’origine, e così in genere, nel muovere i nostri passi nel mondo, tendere ad orientarci secondo le priorità e i valori offerti dal nostro contesto di appartenenza.
Certo, il senso di appartenenza, il bisogno di approvazione, la sensazione di contenimento che ci viene dal sentirci dentro una cornice sociale (con le sue prassi note, rassicuranti, in cui ci riconosciamo), sono tutti fattori che possono incoraggiarci più a procedere sul solco già seminato, che a spingerci a tracciare strade nuove e originali.
Il problema magari si pone quando, nelle scelte della nostra vita, siamo indotti a rispettare talmente le attese del mondo, da disattendere i nostri reali bisogni e desideri, da tralasciare le nostre reali preferenze personali, da rinunciare insomma ad essere persone libere.

Chiunque nella vita abbia affrontato scelte importanti in piena autonomia - e, se vogliamo, anche in piena solitudine -  conosce bene il peso della responsabilità che ciò comporta. Significa poter fallire e non avere nel caso con chi prendersela, se non con se stessi.  La paura di questa responsabilità, alcune volte, può essere paralizzante ed indurci a soffocare i sogni sul nascere, a lasciare che le cose della nostra vita, anziché evolvere verso nuove possibilità di sviluppo, restino immobili fino alla stagnazione. Meglio non rischiare, pensiamo, meglio non far niente, o fare come fanno tutti. Salvo poi pentircene il giorno in cui ci si proporrà come  fallimento proprio il non aver fatto niente (o aver fatto come  tutti): un fallimento da stagnazione,  da spreco di risorse e di potenzialità, per il quale (nonostante i mascheramenti e le scuse) in realtà considereremo intimamente comunque noi stessi i veri responsabili: responsabili per aver rinunciato alle occasioni, quando era il momento.

Che si affrontino con coraggio e autonomia le sfide della vita, o che si rinunci a mettersi in gioco per un malinteso senso della prudenza, qualunque scelta non ci esime mai da una responsabilità, quanto meno morale.
Ed è per questo che è importante imparare ad ascoltare bene se stessi, prima di scegliere, e a darsi retta, se si è convinti di essere nel giusto (anche se all'inizio si è magari... gli unici a crederci!).

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A seguire un pensiero di Luca Stanchieri, che parte da un'ipotesi di libertà apparente: 
quella di chi fa scelte  in esatta opposizione alle attese altrui.
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"Quando una persona si allena a contrastare ciò che gli altri vorrebbero da lui, rimane comunque in un ambito 'sicuro'. La direzione è fornita da altri. Il suo intento è resistere, contrastare, combattere e lamentarsi. Ma quando finalmente decide di sviluppare la sua dimensione autonoma, quando prende in mano il governo, quando dice 'ora faccio ciò che desidero', diventa responsabile di fronte a se stessa. Uno scienziato che vuole andare oltre, una persona che non crede più ai valori filosofici che lo accompagnavano fino a quel momento, abbandona la verità conosciuta per l'ignoto assoluto e, se fallisce, deve rispondere a se stesso.
Chi ha vissuto il momento di determinare la propria vita , sa quanto è stato felice di farlo e quanto è stato terrorizzato. Essere responsabili di se stessi è una delle maggiori paure che possiamo vivere. Ci si incammina nello spazio vuoto, all'inizio fa buio, è freddo. Stai solo. Emigri per andare verso una terra sconosciuta, ma sai che il mare che attraversi è pieno di insidie. La visione futura rappresenta anche ciò che si teme di più: essere responsabili della propria esistenza. all'inizio non si riesce a vedere che l'oscurità , i limiti, i difetti del nostro equipaggiamento verso questo viaggio. Per tutta la vita ci hanno allenato alle regole imposte dall'alto e all'obbedienza, e ora decidiamo di fare da soli. E' dura. Il rischio del fallimento è dietro l'angolo. E quando hai sfidato tutto e tutti per emigrare, andare via, costruire un'alternativa, se fallisci, la vergogna può condannarti a morte. A 'io devo' devi sostituire 'io voglio'. E ogni volta che hai fatto un pezzo di cammino ti devi fermare e chiederti: 'quali sono stati i miei dieci autosuperamenti?'.
E' per affrontare queste paure che serve un coach. Se vogliamo, il coach assurge al rango di quello che un tempo era il Vecchio Saggio, il medicine man. Il Vecchio Saggio e il ponte da traversare verso l'ignoto si richiamano a vicenda. Nella storia dell'umanità, questa figura torna ogni volta che le credenze costitutive di una cultura vengono a crollare o sono in crisi e ci si deve avventurare verso il nuovo.
[...] Le stesse potenzialità hanno un'ombra che le accompagna. [...] L'espressione delle nostre potenzialità  ci conduce alla distruzione del nostro vecchio e caro sé ed è solo attraverso questo che ci superiamo e siamo in grado di attraversare il ponte.
Dobbiamo rispettare le paure del nuovo, accoglierle e farle maturare con i tempi e i ritmi più opportuni." (Luca Stanchieri, dal manuale della Scuola Italiana di Life & Corporate Coaching)


martedì 23 luglio 2013

Primo corso in agenda 6 - 27 settembre: "Il mio progetto di vita" - Life Coaching di gruppo, per giovani alle prese con le grandi scelte per il futuro

Ci sono momenti cruciali della giovinezza, in cui ci si trova a fare scelte che avranno ripercussioni enormi sulla propria vita futura e a cui tuttavia molti giovani giungono del tutto impreparati e con le idee molto confuse. Perché?
Forse perché da giovani il futuro, quello "vero",  può sembrare una cosa lontana, un problema che ha qualcosa di irreale, una questione secondaria rispetto alle urgenze del presente. O forse anche perché i tempi sono quelli che sono,  le (poche) certezze delle generazioni precedenti hanno fatto il loro tempo, e gli stessi genitori non sanno più che consigli dare ai propri figli, per garantire loro un futuro auspicabile.
Molti  ragazzi, per esempio, arrivano all'ultimo anno delle superiori con le idee ancora vaghe sulla scelta della facoltà universitaria. Alcuni di loro scelgono una facoltà qualunque, senza convinzione, e giusto perché i tempi stringono o magari perché l'ha scelta un amico (il quale a sua volta, poi, chissà...). Tanti si trovano a studiare roba di cui non gl'importa niente, e allora mollano, o passano a un'altra facoltà, che non è detto sia quella giusta. Altri tirano gli studi per le lunghe, con risultati non eccellenti, e giungono alla laurea per forza d'inerzia, senza nessun amore né per ciò che hanno studiato né per l'eventuale lavoro a cui tutto questo alla fine dovesse portare.
Né il problema è limitato all'ambito lavorativo. Per dire, c'è anche l'amore, che è una cosa bella finché  colora di rosa anche i cieli più bui o ci mette le stelle.  Ma anche l'amore ha le sue scelte importanti, che hanno conseguenze a lungo termine. Quanti giovani tirano avanti per anni rapporti che un po' alla volta perdono sempre più smalto ed arrivano alla vigilia del matrimonio senza una vera risposta alla domanda: "ma mi sto sposando per amore o solo perché, dopo tanti anni, penso... 'ormai'?".
E così, anche in altri ambiti, sono tante e poi tante le scelte cruciali della giovinezza, che vanno a incidere più o meno positivamente o più o meno negativamente sul futuro: andarsene o meno dalla città d'origine - e dove andare se si decide di andare;  provare o non provare una certa esperienza; salire sopra un treno o aspettare che passi il prossimo;  cogliere o non cogliere un'occasione o una sfida;  rompere o conservare certe frequentazioni o certe abitudini; e così via.
Ora, nessuno può vivere la nostra vita al posto nostro. Nessuno può darci consigli infallibili. Dobbiamo per forza accettare il rischio che alcune scelte della nostra vita le faremo bene e altre le faremo meno bene, o comunque in un modo che alla fine ci potremmo rimproverare. Siamo umani e le cose umane vanno così.
Però è anche vero che se c'è una cosa che ci può orientare nelle nostre scelte, e che da giovani a volte si trascura,  è la capacità di restare fedeli a quelle parti della  nostra natura che intimamente consideriamo il meglio di noi stessi, anche se magari nessuno ce lo riconosce. Uno sguardo attento a chi sentiamo di essere  "davvero", a cosa per noi costituisce "valore", a cosa per noi è prioritario, a cosa ci serve per stare in pace con noi stessi, e altre cose del genere, può aiutarci a  capire cosa vogliamo davvero dalla vita, dove realmente vorremmo dirigerci e quanto siamo disposti a impegnarci per farlo.
Sono queste le cose su cui lavoreremo, a partire dal 6 settembre, durante il corso di Life Coaching di gruppo, dal titolo "Il mio progetto di vita": quattro incontri con cadenza settimanale dedicati ai giovani alle prese con le grandi scelte per il futuro. Il corso parte volutamente all'inizio di settembre (cioè in un momento dell'anno in cui, sazi di ferie, ci rimbocchiamo tutti le maniche per la ripresa delle attività), affinché anche simbolicamente lo sguardo sul futuro venga gettato da un punto di vista privilegiato, quello da dove le cose hanno inizio, che è settembre per il nuovo anno lavorativo, ed è la giovinezza per quanto riguarda la vita adulta.
Per informazioni, prenotazioni e quant'altro potete contattarmi sin d'ora ai soliti recapiti (clicca qui) e anche tenere sotto controllo la pagina degli eventi (clicca qui), che viene costantemente aggiornata via via che  i dettagli della programmazione vengono definiti.
Vi aspetto numerosi (proprio voi che leggete o magari, se siete miei coetanei, i vostri figli!).
Chiunque senta il peso dei propri interrogativi sulle scelte per il futuro, magari va in vacanza più sereno se sa che, al ritorno, la prima cosa che farà sarà... cominciare ad affrontare la questione.


mercoledì 17 luglio 2013

Riconoscere e gestire ansia, stress, dipendenze relazionali; diventare più consapevoli; rinforzare l'autostima; darci dentro con sogni e progetti; diventare il coach di sé stessi; coltivare l'armonia interiore; liberare la propria creatività e altro ancora nei programmi del prossimo anno

Per quanto noi possiamo predicare l'importanza di concentrarci sul qui e ora, è pur vero che - finché viviamo in questo mondo che corre - un po' di  sana programmazione non può farci che bene. E' come una specie di  interrogativo in meno riguardo al futuro che magari alla fine facilita proprio la concentrazione sul presente.
Dopo questo preambolo, forse non vi meraviglierete troppo se proprio oggi, che fa così caldo, e che tutto sa di mare e di ferie, io abbia pubblicato nella pagina degli eventi una bozza delle attività che ho in programma per il prossimo autunno-inverno.
In effetti è solo una bozza. Ma in un certo senso è già tanto. Diciamo che vuole essere soprattutto una risposta a chi tra voi mi ha affettuosamente contattata prima di andare in vacanza e, salutandomi, mi ha chiesto cosa conto di fare in autunno.
Ma poi c'è anche un altro aspetto, che riguarda in un certo senso più le vostre proposte, che le mie.
Infatti la bellezza delle bozze è che sono modificabili e perfezionabili.
Farvi vedere la mia bozza è una specie di invito per chiunque abbia un'idea che possa perfezionare il programma.
Avete una richiesta da farmi? C'è un argomento che vorreste che io trattassi per voi e a cui non ho pensato?
Sono certa che qualcuno mi chiederà ancora una volta di parlare delle coincidenze significative (ormai è un coro!). Ma sareste disposti a venire fino al mio studio per sentire una conferenza (pure gratis, per carità!) su un argomento del genere? Io non ho difficoltà a trattarlo ancora una volta sul blog (tanto ho capito che vi piace, e lo farò... magari come regalo di Natale!). Ma la mia programmazione riguarda argomenti ed attività che implicano incontri da vicino e anche... corsi a pagamento.
Tranquilli, non vi sto chiedendo soldi. I corsi che organizzo attingono partecipanti anche da altri circuiti.
Ma mi piacerebbe molto sapere che argomento interessa così tanto i miei lettori che sarebbero disposti a pagare, per saperne di più. Se vorrete dirmelo, ve ne sarò grata. Avrete dato un contributo prezioso affinchè io possa migliorare la qualità dei miei servizi.
Del resto, se vi rendo partecipi di ciò che ho in mente (tra progetti, conferenze e corsi) è perché mi piace sapere cosa ne pensate e, al tempo stesso, sono ben disposta ad accogliere le vostre proposte e richieste e, ove possibile, a dare ad esse una valida risposta.
Un caloroso saluto a voi tutti e, qui sotto, ecco il link per la pagina degli eventi:

martedì 16 luglio 2013

Quando per salvarsi basta una scintilla. Oggi una poesia di Charles Bukowski

Sapevo che stavo morendo.
Qualcosa dentro mi diceva: continua così, muori, spegniti,
diventa come loro, accettalo.
E poi qualcos’altro dentro diceva: no, salva un pezzetto
minuscolo.
Non importa che sia molto, basta solo una scintilla.
Una scintilla può incendiare un’intera foresta.
Solo una scintilla.
Salvala.
Penso di esserci riuscito.
Sono fiero di esserci riuscito.
Che stramaledetta fortuna.

(Charles Bukowski, Scintilla)

martedì 9 luglio 2013

Le vie della serenità: assumere consapevolmente un atteggiamento di gratitudine

Probabilmente diciamo molte volte "grazie" nel corso di una giornata, ma non è detto che siano grazie di cuore: a volte si tratta solo di risposte automatiche, che diciamo senza farci caso, semplicemente per educazione e per abitudine.
La gratitudine autentica, la riserviamo alle grandi occasioni: ai grandi doni che non possiamo fare a meno di notare, oppure - cosa che deve invitarci a riflettere - al ripristino della nostra "normalità", dopo che qualche evento sgradito ce ne ha privati. Si diventa improvvisamente felici e grati di poter fare le solite cose dopo aver risolto un problema che ci impediva di farle, essere guariti da una malattia, essere usciti da una qualche forma di 'prigionia' o tornati da un qualche 'esilio'. Come in quella vecchia canzone che diceva "Io mi accorgo che ci sei, proprio quando non ci sei", ci troviamo a sottovalutare molte buone cose che la vita ci offre finché  le diamo per scontate, finché ce le abbiamo eppure non le godiamo realmente e pienamente.
Coltivare la gratitudine (che poi è la nostra prima "regola della serenità") significa prestare deliberatamente attenzione a tutti i doni della vita e riconoscere che hanno un valore. Infatti, accorgersi che alcune cose, che prima non avevano per noi alcun valore, ora ce l'hanno, provoca la liberazione di emozioni positive: ci fa sentire ricchi e fortunati nella stessa condizione in cui prima ci sentivamo sfortunati e frustrati.
L'infelicità del vivere è spesso associata a un dialogo interno negativo, di cui spesso nemmeno ci rendiamo conto. Se il nostro dialogo interiore è costantemente critico verso noi stessi e gli altri, se diciamo continuamente a noi stessi che niente  va bene e niente funziona, lasciamo obiettivamente poco spazio al piacere di vivere. Questo non vuol dire che dobbiamo negare la nostra fetta di dolore, per le ferite che la vita ci infligge, e a cui nessuno può sottrarsi. Assumere deliberatamente e consapevolmente un atteggiamento di gratitudine  vuol dire riconoscere e distinguere  i colori della vita, compreso il nero; significa dolersi, sì, per le ferite, quando ci sono, ma anche  gioire per le carezze, quando ci sono. Significa affinare la sensibilità, visto che le carezze sono cose leggere, e per questo più difficili a volte da percepire... rispetto alle botte! 
A seguire una citazione sul tema, tratta dal libro "La saggezza del Tao", di Wayne W. Dyer.  

"Il viaggio della vostra vita prenderà una nuova direzione, quando darete importanza alla gratitudine per tutto ciò che siete, per tutto ciò che ottenete e ricevete. Ripetete mentalmente 'Ti ringrazio', al vostro risveglio, durante la giornata e quando vi addormentate. Non importa chi ringraziate, se Dio, lo Spirito, Allah, il Tao, Krishna, Budda, la Sorgente, o l'io, perché tutti questi nomi rappresentano la grande tradizione di saggezza. Rendete grazie per il sole, la pioggia, il vostro corpo, con tutti i suoi componenti. Un giorno apprezzate il fegato, un altro giorno il cervello, un altro il cuore, fino ad arrivare all'alluce. La pratica della gratitudine vi aiuta a concentrarvi sulla vera sorgente di tutto, oltre a farvi notare quando vi lasciate dominare dall'ego. Fate in modo che sia una silenziosa pratica quotidiana: ringraziate per il letto, le lenzuola, i cuscini e la stanza in cui dormite; al mattino dite 'Ti ringrazio'  per ciò che vi attende. Poi iniziate una bella giornata compiendo un'azione gentile verso un altro essere umano da qualche parte sul pianeta." 
(Wayne W.Dyer)
Gratitudine da... spiaggia.   
Per voi tutti che ora siete al mare, o presto ci sarete, un elenco di ringraziamenti da pronunciare  mentre prendete il sole e apparentemente... non fate niente.
- Grazie perché sono su questa spiaggia/scoglio/barca (anziché in ufficio/in fila alla posta/e simili)
- grazie per il sole e per la mia pelle che si sente scaldare
- grazie per il vento e per la sua carezza fresca
- grazie della trasparenza di questo mare, del suo profumo di vacanza e dello sciacquettio delle onde, che mi ricorda dove sono anche se ho gli occhi chiusi;
- grazie per ogni forma di vita presente qui con me e di cui gradisco la compagnia (che siano persone, pesci,  gabbiani...)
- grazie del senso di libertà che provo nuotando, del piacere di sentirmi galleggiare, della gioia dello sforzo fisico fatto per mero diletto e quasi per gioco
- grazie del sale marino
- grazie perché sono gocce di mare - e non lacrime - quelle che oggi mi scivolano in bocca dalle guance, quando esco dall'acqua
- grazie perché sono vivo e capace di godere di tutto questo 

domenica 30 giugno 2013

Prozac o Adidas? Combattere la depressione con l'esercizio fisico

"...Più tardi imparai che anche nei momenti più difficili venti minuti di corsa a piedi ogni due giorni, quasi sempre da solo, mi facevano sentire più forte di fronte ai problemi e che, in ogni caso, riuscivo a evitare l'angoscia della depressione. Nulla di quanto ho imparato in seguito e finora mi ha fatto cambiare quella che rimane la mia 'prima linea difensiva' contro le avversità e le incognite dell'esistenza." 
(David Servan-Schreiber)
***

Che l'esercizio fisico migliori l’umore depresso è un dato che trova conforto in numerose evidenze scientifiche. Vari studi hanno infatti dimostrato che l'esercizio fisico è efficace nel contrastare la sintomatologia depressiva lieve.
Le attività fisiche più adatte allo scopo sembrano essere il passeggiare (tanto per cambiare!), meglio se a passo svelto, ed in genere tutte le attività cosiddette aerobiche, come correre, andare in bicicletta, giocare a tennis o a calcetto, e così via (per quanto esistano anche studi che riconoscono analoga efficacia, in tal senso, anche a forme di esercizio anaerobiche, come il body-building).
L'importante, insomma, è mantenere attivo il corpo nel modo a noi più congeniale: quello che ci piace di più, quello che ci possiamo permettere in base all'età, alle condizioni fisiche e così via.
I motivi per cui l'attività fisica giova all'umore sono riconducibili a diverse componenti in gioco. L'esercizio fisico, infatti:

  •  tanto per cominciare, favorisce il rilascio nell'organismo di sostanze che inducono una sensazione di benessere (endorfine); 
  • al tempo stesso contribuisce a distogliere l’attenzione dai pensieri negativi tipici dell’umore depresso  (tipo: "sono una frana, sono sfortunato, non ci riuscirò mai; non ho abbastanza coraggio, energia, forza, volontà, ambizione; nessuno mi ama; non merito di essere amato;  ecc.") e dà l'opportunità di spostare il focus dell’attenzione a pensieri centrati su schemi motori e su momenti creativi e positivi;
  • può inoltre favorire l’incontro con altre persone (soprattutto se praticato in compagnia, ma anche - quando si pratica da soli - se fatto in luoghi dove un incontro è possibile), il che può ridurre l’isolamento sociale che aggrava lo stato depressivo;
  • dà la possibilità, se praticato all'aperto, di un benefico e positivo contatto con la natura (aria aperta, verde, luce);
  • può essere praticato sotto forma di attività ludiche e divertenti, e quindi creare occasioni di piacere e buonumore; 
  • ed infine può migliorare anche il modo di percepire sé stessi dal punto di vista estetico/fisico, con ricadute positive sull’autostima.

I consigli generalmente sono:
-  privilegiare attività fisiche piacevoli e divertenti;
- non strafare (inutile sfinirsi al primo tentativo e poi non riprovarci più!); l'importante non è fare molto esercizio fisico, ma farlo regolarmente; meglio cominciare con dolcezza e lasciare che sia il corpo a guidarci;
- praticare l'attività fisica da 2 a 5 volte a settimana, per almeno 20-30 minuti a sessione (secondo parecchi studi, l'attività minima per avere effetti sul cervello emotivo, è di 20 minuti tre volte la settimana);
- prima di iniziare un programma di esercizi fisici (specie se non si pratica attività fisica da tempo!), consultare il proprio medico per una visita di controllo preliminare e quindi seguire tutti gli accorgimenti del caso. 
***
Ed ora, a seguire, alcune parole sull'argomento di David Servan-Schreiber,  tratte dal suo libro "Guarire - una nuova strada per curare lo stress, l'ansia e la depressione senza farmaci né psicoanalisi", in cui lo psichiatra e ricercatore francese presenta vari metodi terapeutici tutti basati su meccanismi naturali di autoguarigione presenti nel cervello umano.
Tra questi, appunto, c'è l'attività fisica, mentre gli altri - per coloro che fossero interessati - sono:  la ricerca della "coerenza cardiaca" (controllo della variabilità del battito cardiaco, una tecnica ispirata da alcune forme di meditazione e autoipnosi); la rimozione dei traumi psichici con i movimenti oculari (EMDR, una tecnica inventata da Francine Shapiro);  l'energia della luce;  l'agopuntura;  l'assunzione degli acidi grassi Omega-3;  la comunicazione emotiva non violenta (legata anche alla solidarietà sociale). 
Per chi non conoscesse David Servan-Schreiber, una breve nota su di lui, dopo la citazione.
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"Attraverso quali misteriose vie l'esercizio fisico ha tanta influenza sul cervello emotivo? Certo, prima di tutto c'è l'effetto che ha sulle endorfine, minuscole molecole secrete dal cervello molto simili all'oppio e ai suoi derivati. Il cervello contiene molti ricettori di endorfine, e proprio per questa ragione è tanto sensibile a queste sostanze stupefacenti, che danno un'immediata sensazione di diffuso benessere e soddisfazione. L'oppio è anche l'antidoto più potente contro il dolore della separazione e del lutto: subdolamente, agisce sul cervello deviando uno dei meccanismi intrinseci del rilassamento e del piacere.
Ma, quando se ne fa un uso eccessivo, i derivati dell'oppio provocano assuefazione, 'addomesticano' i ricettori cerebrali, e se si vuole ottenere sempre lo stesso effetto, ogni volta si deve aumentare la dose. Inoltre, diventando i ricettori sempre meno sensibili, i piaceri quotidiani perdono ogni significato: tutti, compresa la sessualità, che quasi sempre nei tossicodipendenti si annulla.
La secrezione di endorfine stimolata dall'esercizio fisico, invece, produce l'effetto opposto. Più il meccanismo naturale del piacere viene attivato così, in dolcezza, più diventa sensibile. E le persone che fanno esercizio fisico traggono più soddisfazione dalle piccole cose della vita: gli amici, gli animali di compagnia, i passi, le letture, il sorriso di un passante per strada. E' come se  per queste persone essere soddisfatte fosse più facile che per altre.
Ora, provare piacere è esattamente l'opposto della depressione, definibile come assenza di piacere molto più che come tristezza, ed è senza dubbio per questo che la liberazione delle endorfine ha un effetto antidepressivo e ansiolitico tanto spiccato. Quando si stimola in questo modo il cervello emotivo, cioè attraverso vie naturali, si favorisce anche l'attività del sistema immunitario, agevolando la proliferazione delle cellule NK, le 'natural killer', e rendendole più aggressive contro le infezioni e le cellule cancerose."  (David Servan-Schreiber)
David Servan-Schreiber, psichiatra e ricercatore francese, vissuto a lungo negli USA e deceduto nel 2011, è stato direttore del Centro di Medicina Complementare dell'Ospedale di Pittsburgh, nonché fondatore e condirettore del Laboratorio di Scienze Neurocognitive presso l'Università della stessa città.
Ha raggiunto la notorietà per aver proposto alcuni metodi per la prevenzione ed il supporto alla guarigione del cancro, nonché per la cura delle malattie psichiatriche, tutti basati su tecniche terapeutiche di medicina alternativa, anche in affiancamento alle cure tradizionali.
Scoprì di avere un cancro al cervello nel 1992, all'età di 32 anni e, benché gli avessero dato pochi mesi di vita, riuscì a vivere in buone condizioni fino a 50 anni tra cure tradizionali e alternative.
E' stato strenuo sostenitore della prevenzione dei tumori e delle malattie in genere tramite il potenziamento delle difese immunitarie (cosa che si può ottenere, secondo Servan-Schreiber, tramite l'attività fisica costante, l'alimentazione povera di "carboitrati bianchi", come gli zuccheri e la farina, e senza eccessivo apporto di proteine, basando invece la dieta su verdura e frutta, i carboidrati "naturali") e suggeriva la meditazione come metodo per diminuire lo stress.
Pur essendo uno studioso e un sostenitore delle medicine naturali per la prevenzione, ha sempre chiarito che, una volta che un tumore si sia palesato, vada combattuto con cure tradizionali, in quanto affidarsi soltanto a cure non convenzionali potrebbe essere deleterio e controproducente.
Nelle pagine del suo ultimo libro, "Ho vissuto più di un addio" (2011), David Servan-Schreiber si pone domande cruciali sul significato profondo della vita e della morte. Ormai pronto spiritualmente a partire per l'ultimo viaggio, accompagnato da un sentimento di pace e connessione, coglie l'occasione dell'ultimo libro per salutare degnamente tutti coloro che l'hanno amato.
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