sabato 2 agosto 2014

Mitologia e psicologia. 6) Perdere se stessi nelle relazioni. Persefone: figlia diletta della sua mamma e sposa del dio degl'Inferi


Persefone all'inizio del suo mito era una fanciulletta spensierata, figlia diletta di sua madre Demetra e di Zeus.
Poi tutt'a un tratto, senza nemmeno avere il tempo di crescere, Persefone diventò regina del regno delle Ombre. 
Questo perché Ade, dio degl'Inferi, aveva deciso di sposarla e, senza tante cerimonie, l'aveva rapita e portata con sé nell'Oltretomba.
E lì sarebbe rimasta Persefone, per quanto disperata, se non fosse intervenuto qualcuno a liberarla.
Arrivò allora Ermes, mandato da Zeus.
Demetra infatti, per ottenere il rilascio della figlia, aveva sospeso per protesta le sue funzioni di dea delle messi ed aveva  fatto  inaridire la terra, costringendo Zeus a intervenire.
Così Persefone (grazie a Demetra, Zeus ed Ermes) venne reintegrata nel suo ruolo di fanciulletta della mamma, con grande soddisfazione di quest'ultima.
Soddisfazione che però durò poco.
Persefone infatti aveva mangiato dei semi di melograno che le aveva dato Ade, per cui fu costretta a tornare da lui ogni anno per una parte dell'anno.
Da allora in poi, quando Persefone sta con Demetra (primavera ed estate) la terra è prospera e feconda; quando invece sta con Ade (autunno e inverno) tutto rinsecchisce.
***

E' difficile dire chi sia Persefone, terza delle dee vulnerabili dopo Era e Demetra, perché è molto meno definita rispetto alle altre due.
Di Era  si può dire facilmente che è la personificazione dell'archetipo della moglie.
E di Demetra che è la personificazione dell'archetipo della madre.
In esse possiamo riconoscere infatti alcuni aspetti molto caratteristici della femminilità, che possono emergere in una donna sotto la spinta di forze che premono verso la coniugalità o la maternità.
Per capire invece chi sia Persefone, per coglierne la vera essenza, non si può fare riferimento alle forze che la muovono, perché spesso queste forze... non sono le sue.
Persefone infatti, tra le dee vulnerabili, è la più passiva.
E' una che  più che agire, viene agìta; più che muoversi, viene mossa; più che scegliere, viene scelta
Per cui è più facile rispondere alla domanda "dove sta Persefone?", anziché alla domanda "chi è Persefone?".
Tanto più che questa dea cambia enormemente a seconda di dove sta, come la sua storia sembra mostrare chiaramente.
La risposta alla domanda "dove sta Persefone?" è facile: perché o sta dalla madre o sta dal marito, secondo le stagioni.
E non ci si può sbagliare, perché non esiste una stagione in cui Persefone possa stare sola con se stessa e decidere di andare dove le pare.
Quando sta dalla madre, aiuta la madre; quando sta dal marito, aiuta il marito. E in questo modo non attua mai un mito tutto suo, ma è al servizio dei miti altrui. 
Nel mondo reale, somigliano a Persefone:
  • le donne che nelle relazioni affettive si trovano amate di un amore che non lascia spazio alla loro individualità e alla loro autonoma volontà (anche a Persefone nessuno chiedeva dove volesse andare: la madre dava per scontato che volesse stare con lei, e la tirava a sé; Ade aveva deciso che la voleva in sposa e la rapì);
  • le donne che nelle relazioni affettive si consegnano all'altro, e sono disposte a fare tutto quello che l'altro decide (dobbiamo fare la primavera, perché mamma è la dea delle messi? E va bene: facciamo la primavera. Dobbiamo governare le anime dell'oltretomba, perché Ade è il dio degl'Inferi? E va bene: facciamo anche quello);
  • le donne che concedono agli altri il potere di fare il bello e il cattivo tempo nella loro vita (come Persefone che non aveva nessun potere sull'alternarsi delle stagioni che accompagnavano il suo andirivieni tra i due mondi);
  • le donne che tendono a vivere le loro relazioni in modo  fusionale, sentendosi un tutt'uno con l'altro (ti amo e quindi io e te siamo la stessa cosa) anziché dando e ottenendo il rispetto dell'alterità di ciascuno (amo te che sei altro da me, come tu ami me che sono altro da te);
  • le donne che cercano di affermare se stesse sostenendo l'esatto contrario di ciò che afferma la madre, il padre, il partner, e che quindi, anche quando la spuntano, non sono comunque fedeli a se stesse, perché non sviluppano prospettive veramente proprie, ma semplicemente prospettive opposte a quelle altrui, e come tali dipendenti dal volere altrui, anche se in negativo (Persefone, per esempio, pare che abbia mangiato volontariamente i semi di melograno che Ade le aveva dato, scegliendosi così proprio il destino che sua madre aveva cercato in tutti i modi di risparmiarle).     
Nella sua relazione con Demetra, Persefone rappresenta la difficoltà che una donna può avere a recidere il cordone ombelicale con sua madre, a separarsi emotivamente da lei per vivere se stessa come una persona differenziata, con una propria autonomia di pensiero e di sentimento, capace di scelte proprie basate sulle proprie priorità, i propri bisogni, i propri valori.
Una madre Demetra, a sua volta, potrebbe non essere incline a favorire il processo di crescita e di progressiva autonomia dei figli. Se ha investito tutta se stessa nelle funzioni materne, potrebbe sentirsi a sua volta persa se i figli crescendo si separano da lei. 
Ma volerli tenere legati a sé, per  non soffrirne il distacco, non favorisce la crescita dei figli; e non è espressione d'amore ma sopraffazione ("l'altro mi serve per soddisfare i miei bisogni", mentre il vero amore è rispettoso dei bisogni dell'altro).
Persefone, che passa da una madre dominatrice a un marito dominatore, non ha la possibilità di completare un processo di maturazione personale, che possa consentirle  di sperimentarsi come essere a un tempo "separato" eppure "in relazione", e quindi di viversi come persona adulta, capace di autodeterminarsi e di decidere per sé, e di  assumersi le proprie responsabilità, insieme al rischio di sbagliare con la propria testa.
Crescerà mai una Persefone?
Diventerà mai padrona di se stessa?
Come al solito, dipende dai casi.
Alcune donne, dopo aver scelto un partner- Ade, che facilita la loro separazione dalla madre, riescono a non restare soggiogate da lui, e a portare comunque avanti il loro processo di crescita individuale.
Altre conoscono momenti bui (il mondo delle Ombre) e arrivate a un certo punto possono decidere di fare i conti con gli aspetti irrisolti della loro vita. 
Altre invece restano talmente incastrate in modelli relazionali fusionali, da non riuscire a concepire un'alternativa, con il rischio di continuare a perpetrare il modello stesso anche nelle nuove relazioni e presso le nuove generazioni. 



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sabato 19 luglio 2014

Quando il silenzio del partner diventa "tortura"

Il silenzio tra due persone può avere valenze diverse, a volte  positive (il silenzio di due innamorati appagati), a volte negative (il silenzio di una coppia che non ha più niente da dirsi).
Ci sono alcuni, diceva Elias Canetti, che nel silenzio "raggiungono la loro massima cattiveria". 
Un silenzio eloquente e severo, infatti, a volte può essere più mortificante di un giudizio verbalizzato.
C'è chi infligge il silenzio come punizione.
Chi ogni tanto 'mette il muso', uno gli chiede "Che c'è?" e ottiene come risposta "Niente" o  altro silenzio. 
Per quanto banale possa sembrare la faccenda del 'mettere il muso', in realtà stare in una relazione affettiva con una persona che usa sistematicamente il silenzio per punirci dei nostri errori, veri o presunti che siano, può rivelarsi un'esperienza molto pesante. 
La mancanza di dialogo può impedirci di comprendere per che cosa veniamo effettivamente  "puniti" (e cioè dove abbiamo sbagliato, se pure  abbiamo sbagliato)  e  comunque ci nega la possibilità di spiegare le nostre ragioni,  di difenderci dalle accuse, di rimediare in qualche modo al danno. Il silenzio infatti interrompe il ponte tra noi e l'altro e ci consegna kafkianamente a una condanna senza motivazione e senza appello, togliendoci l'unico appiglio possibile: il contatto.
C'è anche da dire che, poiché nelle interazioni umane è "impossibile non comunicare", il silenzio ostinato di una persona nella sua interazione con un'altra non è mai un fatto neutro e può mettere il destinatario del silenzio in uno stato di pesante incertezza emotiva, come se gli arrivasse il messaggio "tu non esisti".
E cosa avviene quando questo messaggio ci arriva dal nostro partner?
A riguardo, nel libro Amare tradire, Aldo Carotenuto dice: 
"Il silenzio nella  coppia uccide, annulla l'altro, lo nega finanche nella sua presenza e lo spinge lentamente verso la dimensione del non essere, del non esistere più. [...] Subendo questo silenzio incominciamo a dubitare delle nostre percezioni : esistiamo ancora? Lanciamo dei messaggi, avanziamo delle richieste, e sia gli uni che le altre ci ritornano indietro immodificati nel silenzio. 
Generalmente le vittime di questa interazione patologica sono le donne perché in esse la spinta verso il rapporto è comunque dominante rispetto alla prevaricazione. [...] Tuttavia sarebbe improprio generalizzare questo fenomeno: anche molti uomini sono vittime del silenzio femminile, sadico e colpevolizzante. [...] La parola rappresenta uno strumento fondamentale della comunicazione umana e qualunque alterazione patologica di questa potenzialità  inchioda gli interlocutori a un penoso vuoto di contatto."
Si potrebbe a questo punto osservare che anche le persone esageratamente loquaci, quelle che nell'interazione con l'altro tendono a prendere sempre loro la parola, a volte danno l'impressione di parlare  da sole e di ascoltare solo se stesse. Questa modalità, questo straparlare, in effetti "lascia anch'esso due persone in un vuoto di contatto e di significato. Ma il silenzio",  dice sempre  Carotenuto, "si rivela di gran lunga più schiacciante e impetuoso, il silenzio impone una condanna senza appello capace di suscitare in chi la subisce sensi di colpa tanto più tormentosi quanto più radicalmente inesplicabili. Il silenzio può essere letteralmente [...] 'crudele',  può rivelare una forte componente sadica anche se chi lo adotta ha piuttosto l'aria di atteggiarsi a vittima, ribaltando così i ruoli grazie a una scelta vistosamente rinunciataria e perciò 'passiva'. "
della nostra evoluzione psicologica.» 




domenica 13 luglio 2014

La veglia - poesia di Wislawa Szymborska


La veglia non svanisce
come svaniscono i sogni.
Nessun brusio, nessun campanello
la scaccia,
nessun grido né fracasso
può strapparci da essa.
Torbide e ambigue
sono le immagini nei sogni,
il che può spiegarsi
in molti modi.
Veglia significa veglia
ed è un enigma maggiore.
Per i sogni ci sono chiavi.
La veglia si apre da sola
e non si lascia sbarrare.
Da essa si spargono
diplomi e stelle,
cadono giù farfalle
e anime di ferri vecchi
da stiro,
berretti senza testa
e cocci di nuvole.
Ne vien fuori un rebus
irrisolvibile.
Senza di noi non ci sarebbero sogni.
Quello senza cui non ci sarebbe veglia
è ancora sconosciuto,
ma il prodotto della sua insonnia
si comunica a chiunque
si risvegli.
Non i sogni sono folli,
folle è la veglia,
non fosse che per l’ostinazione
con cui si aggrappa
al corso degli eventi.
Nei sogni vive ancora
chi ci è morto da poco,
vi gode perfino di buona salute
e di ritrovata giovinezza.
La veglia depone davanti a noi
il suo corpo senza vita.
La veglia non arretra di un passo.
La fugacità dei sogni fa sì
che la memoria se li scrolli di dosso facilmente.
La veglia non deve temere l’oblio.
E’ un osso duro.
Ci sta sul groppone,
ci pesa sul cuore,
sbarra il passo.
Non le si può sfuggire,
perché ci accompagna in ogni fuga.
E non c’è stazione
lungo il nostro viaggio

giovedì 10 luglio 2014

Autostima e relazioni sentimentali

"Tutti conosciamo la famosa battuta di Groucho Marx. 
«Non mi iscriverei mai a un club che ha me come membro».
 Questa è esattamente l'idea secondo cui molte persone che non si autostimano vivono le loro storie d'amore. Se mi ami è ovvio che non sei abbastanza in gamba per me. 
L'unico oggetto accettabile della mia devozione è qualcuno che alla fine mi lascerà." 
(Nathaniel Branden)
***
L’autostima è l’atteggiamento che ognuno di noi ha nei confronti di se stesso, e comprende:
- aspetti cognitivi (ciò che penso di me stesso),
- aspetti emotivi (ciò che provo nei miei confronti),  
- aspetti comportamentali (come mi comporto verso me stesso: quanto mi rispetto, quanto soddisfo i miei bisogni, eccetera ). 
Una persona con un'autostima pienamente realizzata ha la sensazione di essere nel complesso adeguata alla vita e alle sue richieste. Ciò non significa che debba avere un atteggiamento di superiorità (che anzi denota piuttosto una  bassa autostima, proprio come un atteggiamento di aperta svalutazione di sé), ma piuttosto che ammette con serenità i suoi pregi e i suoi limiti, si accetta e si ama così com'è, e cerca comunque di migliorare.
Una persona con una buona autostima si può riconoscere perché per esempio:
- si fida della propria capacità di superare le sfide fondamentali della vita;
- si fida del proprio pensiero e della propria capacità di giudizio;
- riconosce a se stessa il  diritto di affermare le proprie necessità, i propri desideri e i propri valori;
- ha la sensazione di meritare il successo come frutto dei propri  sforzi;
- ha la sensazione di meritare la felicità, compresa la felicità sentimentale. 
A proposito di quest'ultima si è soliti dire che, per avere una vita sentimentale appagante, la prima storia d'amore che dobbiamo far funzionare è quella con noi stessi.
Pare infatti che esista una correlazione positiva tra il  livello di autostima di una persona e la sua maggiore o minore propensione a stringere e far durare relazioni sentimentali soddisfacenti: un'alta autostima predisporrebbe a relazioni sentimentali più nutrienti, una bassa autostima a relazioni sentimentali più «tossiche».
E' come se le persone che a livello profondo sono convinte di valere poco e  di non essere degne d'amore andassero a cercarsi situazioni e rapporti che possano confermare la loro convinzione.  Quasi che, messe di fronte alla scelta tra l'avere  ragione ed essere felici,  preferissero avere ragione. 
A volte a livello cosciente una persona può ripudiare l'idea di non essere degna d'amore, ma a livelli profondi può mancarle  una reale sicurezza a riguardo, e covare la paura segreta di essere destinata solo a soffrire. Questa paura, quando meno ci si aspetta, può funzionare come una mina sotterranea, che a un certo punto esplode e fa saltare le occasioni di felicità sentimentale. 
A volte la persona può provare una vera e propria «ansia da felicità», perché una relazione sentimentale sta andando troppo bene e questo attiva dei meccanismi che la fanno stare male fino a indurla ad autosabotarsi, pur di ripristinare le condizioni infelici con cui ha più familiarità.
E' ciò che Nathaniel Branden, nel suo libro I sei pilastri dell'autostima, descrive come schema di base dell'autodistruzione.
"Se «so» che il mio destino è l'infelicità, - dice Branden -  non devo permettere alla realtà di confondermi offrendomi gioia. Non sono io che devo adeguarmi alla realtà, ma il contrario. 
Non sempre è necessario distruggere del tutto la relazione: essa può tranquillamente continuare, purché io sia infelice.
Posso impegnarmi in un progetto chiamato lottare per essere felice o lavorare sul nostro rapporto.
Posso leggere libri sull'argomento, partecipare a seminari, andare a conferenze o affidarmi alla psicoterapia con lo scopo annunciato di essere felice in futuro.
Ma non adesso, non oggi.
La possibilità di essere felice nel presente è troppo vicina e per questo fa paura.
[...] La felicità può attivare delle voci interiori che dicono io non merito questo, non può durare, finirò sicuramente con il sedere per terra, essendo più felice di quanto non siano mai stati loro io sto uccidendo mio padre e mia madre, la vita non è così, gli altri saranno invidiosi di me e mi odieranno, la felicità è  solo un’illusione, nessun altro è felice quindi perché dovrei esserlo io, e così via. Per quanto paradossale possa sembrare, quello che a molti di noi manca è il coraggio di tollerare la felicità senza autosabotarsi, almeno finché non smettiamo di averne paura e ci rendiamo conto che non ci distruggerà (quindi non è necessario che sparisca).
[...] E’ necessario confrontarsi con queste voci distruttive, e non sfuggirle. Bisogna costringerle a un dialogo interiore, sfidarle a mostrarci le loro ragioni, rispondere e controbattere con pazienza alle loro sciocchezze – insomma trattarle come si farebbe con una persona in carne ed ossa. 
E distinguerle dalla voce del nostro io adulto."
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domenica 29 giugno 2014

Citazioni: frasi di Wayne W. Dyer


"Solo gl’insicuri vogliono la sicurezza."
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"Aver bisogno di essere approvati è come dire:
'Val più il tuo concetto su di me dell’opinione che ho di me stesso'."
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"Quanto vali non può essere verificato dagli altri.
Vali perché tu lo dici. Se tieni conto dell’altrui stima
per sapere quanto vali, quella è, appunto, una stima altrui."
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"Amare se stessi vuol dire accettarsi in quanto persona degna di rispetto,
perché così si è deciso. Accettarsi vuol dire altresì non lamentarsi.
Le persone che funzionano a pieno ritmo non si lamentano mai,
e in particolare non si dolgono che gli scogli siano duri,
che il cielo si annuvoli, che il ghiaccio sia troppo freddo.
Accettare significa non trovare da dire; la felicità significa non lamentarsi
di quello per cui non c’è niente da fare.
Le lamentele sono il rifugio di coloro che non hanno fiducia in se stessi."
***
"Pensate al vostro corpo come a un tempio sacro
e veneratelo come forma di amore.
Siate consapevoli e grati per ogni organo, ogni goccia di sangue,
ogni appendice e ogni cellula che lo compone.
Iniziate in questo istante offrendo una preghiera
silenziosa di gratitudine per il vostro fegato, il vostro cuore, e il vostro cervello.
Dite solo: Grazie, o Dio, per questo dono glorioso.
Sono consapevole della sua importanza
e con il tuo aiuto inizierò oggi il processo per arrivare ad amarlo incondizionatamente.
L’amore diverrà alla fine il valore aggiunto che riporterà la vostra vita in equilibrio.
Uno dei poeti americani che preferisco, Henry W. Longfellow, ci dice:
“Colui che rispetta se stesso è al sicuro dagli altri;
ha indosso una corazza che nessuno potrà trapassare”
Quando rispettiamo e amiamo davvero noi stessi,
è come se avessimo addosso un’armatura di maglia flessibile
fatta di anelli di acciaio che ci protegge dall’altro schiavo
delle dipendenze che è parte della nostra vita."
***
“Il Cambiamento non significa che perdiamo la strada;
significa invece che imbocchiamo una strada nuova.
Prendiamo l’impegno a vivere una vita ispirata allo scopo,
anziché alle pretese infinite e alle false promesse
che sono il segno distintivo dell’ego.”
***
"L’amore è la capacità e volontà di permettere
alle persone a cui si vuole bene di essere ciò che vogliono essere,
senza insistenza o pretesa alcuna che esse diano soddisfazione."
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"Un rapporto fondato nell’amore
è quello in cui l’uno permette all’altro di essere ciò che vuole,
senza attendersi né pretendere nulla."
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"Matrimonio è la solidarietà di due persone
che a tal punto si amano,
che mai e poi mai l’una vorrebbe che l’altra fosse
ciò che spontaneamente non sceglierebbe di essere."
***
"Dobbiamo ai figli l’occasione di essere tutto ciò che possono diventare,
di avere coscienza del loro valore, di saper correre dei rischi,
di fare affidamento su se stessi,
di attingere alla loro creatività innata e
di sentire lo scopo della loro presenza al mondo."
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"Nella vostra vita vedete essenzialmente ciò in cui credete.
Se, per esempio, credete fermamente nella scarsità,
ci pensate regolarmente e ne fate il fulcro delle vostre conversazioni,
sono certo che ne vedrete moltissima.
D’altro canto, se credete nella felicità e nell’abbondanza,
se non pensate che a questo, ne parlate con tutti e agite di conseguenza,
è assolutamente certo che vedrete ciò in cui credete."
***
"Quello che vedi è la prova di quello che credi.
Credici e lo vedrai."
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"Le persone piene d’amore vivono in un mondo pieno d’amore.
Le persone ostili vivono in un mondo ostile.
Ma il mondo e’ sempre lo stesso."
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"Non vi è nulla di più incontrollabile di una persona felice
che vive nell’entusiasmo! Non vi è nulla di più facile da controllare
di una persona infelice che vive nella paura!"
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"Tutto ciò che esiste, una volta era solo immaginato.
E tutto ciò che esisterà dovrà prima essere immaginato:
usa l’immaginazione per configurare la vita che vuoi."
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"L’Ego è la parte di noi che inizia a dirci: 'Tu sei quello che hai'.
Inizia con i nostri giocattoli, poi col nostro conto in banca
e con tutte le cose che possediamo.
Prima che ce ne accorgiamo, monetizziamo la nostra vita
e la valutiamo in base ai beni che possediamo.
E cominciamo a pensare: 'Più possiedo, più valgo come persona'.
E così passiamo una vita ad immergere questi bambini
in una cultura che dà importanza al 'di più'.
Diventa come un mantra dell’ego: 'Devi avere di più!'.
Ma più abbiamo, più ci accorgiamo di come le altre persone cerchino di togliercelo.
E ci preoccupiamo di come proteggerlo e di come ottenere ancora di più.
Ma il problema è: se siamo ciò che abbiamo,
chi diventiamo quando ciò che abbiamo sparisce?"
***
"L’abbondanza non è qualcosa da acquisire,
è qualcosa con cui sintonizzarsi."
***
"Una mente in pace,
una mente centrata e non focalizzata sul danneggiare gli altri,
è più forte di qualsiasi forza fisica dell’universo."
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"Come le persone ti trattano è il loro karma, come reagisci è il tuo."


lunedì 23 giugno 2014

Dalle fiabe, dai miti, dai poemi epici, dai grandi romanzi di ogni tempo, ispirazioni e metafore per affrontare le sfide della vita in chiave "eroica"

In molte scuole di scrittura creativa c'è di solito una lezione di narrativa riguardante l'ossatura minima di una storia,  che - pur nelle sue diverse varianti - suona all'incirca così:
"Create un personaggio che vuole andare da A verso B, mosso da una sua motivazione, un suo desiderio, un suo sogno.
Mentre il personaggio va da A verso B, voi lo farete incorrere in tutta una serie di ostacoli e intralci (eventi, persone, pensieri, sentimenti: tutto contro di lui e contro la sua intenzione).
Il vostro scopo è tenere agganciato fino all'ultima riga il lettore con una semplice tacita domanda, che di fatto è: riuscirà il  nostro eroe ad arrivare da A fino a B nonostante tutti gli ostacoli tesi a impedirglielo?"
Che ce ne rendiamo conto o meno, la maggior parte delle storie di personaggi indimenticabili, per quanto straordinarie o originali possano apparirci, si basano in realtà su questa struttura minima : 
  • dalla storia di Cappuccetto Rosso - che pone la semplice domanda: "Riuscirà la cara bambina ad arrivare a casa della nonna e consegnarle il suo cestino, sopravvivendo alla leggerezza di sua madre, alle insidie del lupo cattivo e alla propria stessa ingenuità? 
  • all'Odissea - dove la domanda è sempre la stessa, solo in versione più complicata: "Riuscirà Ulisse a tornare ad Itaca, riappropriandosi del suo posto rimasto vacante in famiglia e in società, nonostante l'ostilità del dio Poseidone, le minacce del ciclope Polifemo e dei Lestrigoni, le catene amorose di Circe e Calipso,  la seduzione delle sirene, i rischi della discesa agli inferi e la prepotenza dei proci nella sua stessa casa?
  • a I Promessi Sposi (che chiede: riusciranno Renzo e Lucia a convolare a giuste nozze, nonostante Don Abbondio, Don Rodrigo, l'Innominato,  la Monaca di Monza, la peste e il voto di castità di Lucia?)
  • e così via, passando per Il Conte di MontecristoVia col Vento, e simili, opere tutte di cui vi risparmio il riassunto (e la sottesa domanda), tanto si sa.
Ciò che invece può interessarci è che spesso anche nelle vicende della nostra vita possiamo intravedere questa struttura base, se andiamo a cercarla ben bene.
Magari la fatica a volte sarà  nel concepire noi stessi in movimento da A verso B,  perché non sempre ci sentiamo in viaggio verso una meta, non sempre ci sentiamo mossi da un desiderio, a volte ci sentiamo semplicemente in difficoltà (e a volte addirittura paralizzati dalle difficoltà), per cui facciamo fatica a immaginarci dentro una cornice di senso che renda la nostra storia "interessante" e in movimento lungo un qualche filo conduttore.
Acquisire dimestichezza con le fiabe, i miti e la grande narrativa di ogni tempo, può avvicinarci in via metaforica a temi che ci appartengono e farci guardare le nostre  stesse esperienze in un'ottica, per così dire, "eroica" da cui possiamo trarre forza, ispirazione e senso, sentendoci i protagonisti attivi della nostra vicenda esistenziale ("che somiglia a quella di...") anziché semplici spettatori (se non vittime) di una vita che non abbiamo scritto noi e nemmeno ci piacerebbe leggere.
A seguire, alcune riflessioni sull'argomento riguardanti l'utilità di simili riferimenti culturali sia per i grandi sia per i bambini. 
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L'importanza di narrare ancora oggi ai bambini le fiabe popolari tradizionali (come Biancaneve, Cenerentola, Hansel e Gretel, Raperonzolo ecc.) per accompagnarli nel loro processo di crescita è stata sostenuta tra gli altri da Bruno Bettelheim, nel suo libro - un classico, ormai -  Il mondo incantato - Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe
L'autore sostiene che queste storie, anche se appaiono anacronistiche, in realtà trasmettono messaggi sempre attuali, perché si occupano di problemi umani universali - specie quelli che preoccupano la mente del bambino - e offrono a quest'ultimo esempi di soluzioni alle difficoltà, incoraggiando così il suo sviluppo e accogliendo nel contempo il tumulto del suo mondo interno.
"Per poter risolvere i problemi psicologici del processo di crescita", sostiene Bettelheim, "- superando delusioni narcisistiche, dilemmi edipici, rivalità fraterne, riuscendo ad abbandonare dipendenze infantili, conseguendo il senso della propria individualità e del proprio valore, e quello di dovere morale - un bambino deve comprendere quanto avviene nella sua individualità cosciente in modo da poter affrontare anche quanto accade nel suo inconscio." E in questo le fiabe gli sono di enorme aiuto, perché si adeguano perfettamente alla mentalità infantile, parlano lo stesso linguaggio irrealistico del bambino, e danno una forma trattabile anche ad argomenti difficili. Le fiabe peraltro non servono a presentare al bambino un mondo senza problemi, ma a infondergli fiducia nella possibilità che i problemi possano essere affrontati e risolti. E' questo infatti il loro insegnamento più importante: "che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell'esistenza umana," e che "soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso."
Questa bella conclusione peraltro si armonizza perfettamente con l'idea che la stessa psicoanalisi non è un "sistema per rendere facile la vita". "Non era questo l'intendimento del suo fondatore", osserva  infatti Bettelheim. "La psicoanalisi fu creata per consentire all'uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercar di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l'uomo può riuscire a trovare un significato alla sua esistenza."


Quest'ultimo pensiero, che fa da ponte tra il mondo dell'infanzia  e quello degli adulti, introduce bene le riflessioni di Joseph Campbell, che seguono, a proposito della valenza universale della storia  dell'eroe mitico.
L'eroe descritto da Campbell - di origine divina o umana -  è colui che lascia la sua casa e il suo paese di origine perché ha una missione da compiere. 
Ciò lo porta a dover superare innumerevoli prove, in seguito alle quali la sua identità risulta modificata, rinnovata e consolidata. 
Il viaggio dell'eroe di Campbell, come poi vedremo, può offrire a noi tutti uno schema con precise tappe, una sorta di utile mappa  che potrebbe aiutarci ad  orientarci quando siamo alle prese con un nostro personale "viaggio eroico".
***

"L'eroe mitologico," dice Joseph Campbell, nel suo libro L'eroe dai mille volti, "partendo dalla capanna o dal castello in cui vive, è attratto, trascinato, o procede di sua volontà verso la soglia dell'avventura.
Qui incontra un'ombra che sta a guardia del passaggio.
L'eroe può sbaragliare o placare questa potenza ed entrare vivo nel regno delle tenebre (lotta fratricida, lotta col drago; offerta, incantesimo), o essere ucciso dall’avversario e discendere morto (smembrato, crocifisso).
Oltre la soglia, quindi l'eroe si avventura in un mondo di forze sconosciute, seppur stranamente familiari, alcune delle quali lo minacciano (prove), mentre altre gli danno un aiuto magico (soccorritori).
Quando giunge al nadir del cerchio mitologico, affronta una prova suprema e si guadagna il premio.
Il trionfo può essere rappresentato dall'unione sessuale dell'eroe con la dea-madre del mondo (matrimonio sacro), dal riconoscimento da parte del padre-creatore (riconciliazione col padre), dalla sua stessa divinizzazione (apoteosi), o anche – se le potenze gli sono state avverse – dal furto del premio che era venuto a guadagnarsi (il ratto della sposa, il furto del fuoco); intrinsecamente è una espansione della conoscenza e quindi dell'essere (illuminazione, trasfigurazione, libertà).
L'ultimo compito dell'eroe è il ritorno.
Se le potenze hanno benedetto l'eroe, questi si avvia sotto la loro protezione (emissario); in caso contrario, fugge ed è inseguito (fuga con trasformazioni, fuga con ostacoli). Sulla soglia del ritorno, le potenze trascendentali debbono fermarsi; l'eroe riemerge dal regno del terrore (ritorno, resurrezione).
Il premio che reca ristora il mondo (elisir)"
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L'itinerario dell'eroe descritto da Campbell  risulta fedelmente seguito dai protagonisti di molte celebri avventure, che a conti fatti  sono poi anche molto diversi tra loro. 
 Per esempio, sia Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, sia Siddharta di Hermann Hesse lo hanno seguito ognuno a modo  suo, dando poi vita a due vicende diversissime, come del resto sono diversi tra loro i personaggi stessi.
Detto questo - e dando per scontato che ognuno di noi si sentirà sempre più affine ad uno specifico personaggio  piuttosto che ad un altro, e si riconoscerà sempre più in una metafora anziché in un'altra - uno schema lineare del viaggio dell'eroe può esserci comunque utile in assoluto, per rappresentare a noi stessi in che fase della vita siamo, quali sono le richieste dei tempi, e come  possiamo evolvere e progredire. Eccolo quindi a seguire, con qualche commento.

Riepilogando le fasi fondamentali del viaggio dell'eroe secondo Campbell, lo schema alla fine risulta essere questo:
1. Sentire una chiamata. Essa può riguardare la nostra identità, lo scopo della nostra esistenza o la nostra 'missione personale'. A noi la scelta se prendere sul serio la chiamata o tentare di ignorarla. Nella vita reale capita spesso che il viaggio inizi con una crisi, e che sia la crisi a presentare la chiamata, spingendo l'eroe ad affrontare i suoi demoni per fronteggiarla.
2. Accogliere la chiamata ci conduce a confrontarci con un limite,  o una soglia, nelle nostre abilità o nella nostra rappresentazione del mondo. Spesso ignorare la chiamata può rivelarsi controproducente e a volte  portare alla formazione o all'intensificazione di problemi e sintomi.
3. Oltrepassare la soglia ci porta nel 'territorio' di un'esistenza nuova, lontano dalla zona familiare in cui ci trovavamo prima; un territorio che ci impone di crescere ed evolverci, e nel quale abbiamo bisogno di trovare supporto e guida.
4. Trovare un custode (una guida, un maestro, un alleato) può essere quasi una conseguenza naturale dall'aver avuto  il coraggio di varcare la soglia (come si suol dire: quando l'allievo è pronto, il maestro arriva). Trattandosi comunque di un territorio per noi  nuovo, potremmo anche non sapere in anticipo di che tipo di assistenza avremo bisogno più avanti, né chi di fatto ce la fornirà.
5. Affrontare una sfida (o 'demone') è un effetto dell'aver oltrepassato la soglia. I 'demoni', gli ostacoli, possono essere minacciosi ma non necessariamente distruttivi. Alcuni demoni peraltro non sono nemmeno nelle circostanze esterne, ma solo dentro di noi: come le nostre paure, le nostre ombre più nascoste, alcune anche alimentate dall'eco di messaggi negativi che ci risuonano dentro (con la nostra stessa voce o con quella di persone  per noi significative).
6. Trasformare il demone in una risorsa o in un consigliere, significa approfittare della sfida per 
tirar fuori il meglio da noi stessi e sviluppare così anche le nostre potenzialità latenti, che in mancanza di una sfida sarebbero rimaste a sonnecchiare.
7. Completare il compito a cui siamo stati chiamati, e trovare il modo di rispondere adeguatamente alla chiamata, è possibile cambiando il nostro modo di rappresentarci il mondo e la vita, e quindi in un certo senso ridisegnando la nostra mappa del mondo, per incorporarvi la crescita e le scoperte che abbiamo fatto durante il viaggio.
8. Trovare la strada verso casa da persona trasformata è infine il punto di arrivo finale del viaggio. Perché la nostra esperienza di crescita non si risolva in un fatto esclusivamente personale, è importante condividere con gli altri la conoscenza e l'esperienza ottenute, per fare dono al mondo dei veri tesori accumulati viaggiando.
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sabato 21 giugno 2014

"Non cambiare" - poesia di Anthony De Mello


"Per anni sono stato nevrotico. Ero ansioso,
depresso ed egoista. E tutti continuavano a dirmi di cambiare.
E tutti continuavano a dirmi quanto fossi nevrotico.

E io mi risentivo con loro,
ed ero d'accordo con loro e volevo cambiare,
ma non ci riuscivo, per quanto mi sforzassi.

Ciò che mi faceva più male era che anche il mio migliore amico
continuava a dirmi quanto fossi nevrotico.
Anche lui continuava a insistere che cambiassi.

Ed io ero d'accordo anche con lui,
e non riuscivo ad avercela con lui.
E mi sentivo così impotente ed intrappolato.

Poi, un giorno, mi disse: “Non cambiare.
Rimani come sei. Non importa se cambi o no.
Io ti amo così come sei; non posso
fare a meno di amarti”.

Quelle parole suonarono come una musica per le mie orecchie.
“Non cambiare. Non cambiare. Non cambiare… Ti amo”.

E mi rilassai. E mi sentii vivo.
E, oh meraviglia delle meraviglie, cambiai!

Ora so che non potevo cambiare davvero finchè
non avessi trovato qualcuno che mi avesse amato
che fossi cambiato o meno."


( Anthony de Mello, “Il canto degli uccelli”, ediz. Paoline )