venerdì 31 luglio 2015

Il vero valore dell'anello


Racconto tratto dal libro Lascia che ti racconti di Jorge Bucay (Rizzoli editore)
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"Sono venuto qui, maestro, perché mi sento così inutile che non ho voglia di fare nulla. Mi dicono che sono un inetto, che non faccio bene niente, che sono maldestro e un po' tonto. Come posso migliorare? Che cosa posso fare perché mi apprezzino di più?".
Il maestro gli rispose senza guardarlo: "Mi dispiace, ragazzo. Non ti posso aiutare perché prima ho un problema da risolvere. Dopo, magari..", e dopo una pausa aggiunse: "Ma se tu mi aiutassi, magari potrei risolvere il mio problema più in fretta e dopo aiutare te".
"Con... piacere, maestro" disse il giovane esitante, sentendosi di nuovo sminuito visto che la soluzione del suo problema era stata rimandata per l'ennesima volta.
"Bene" continuò il maestro. Si tolse un anello che portava al mignolo della mano sinistra e, porgendolo al ragazzo, aggiunse: "Prendi il cavallo che c'è là fuori e va' al mercato. Ho bisogno di vendere questo anello perché devo pagare un debito. Vorrei ricavarne una bella sommetta, per cui non accettare meno di una moneta d'oro. Va' e ritorna con la moneta d'oro il più presto possibile".
Il giovane prese l'anello e partì. Appena fu giunto al mercato iniziò a offrire l'anello ai mercanti, che lo guardavano con un certo interesse finché il giovane diceva il prezzo.
Quando il giovane menzionava la moneta d'oro, alcuni si mettevano a ridere, altri giravano la faccia dall'altra parte e soltanto un vecchio gentile si prese la briga di spiegargli che una moneta d'oro era troppo preziosa in cambio di un anello. Pur di aiutarlo, qualcuno gli offrì una moneta d'argento e un recipiente di rame, ma il giovane aveva istruzioni di non accettare meno di una moneta d'oro e rifiutò l'offerta.
Dopo aver offerto il gioiello a tutte le persone che incrociava al mercato - e saranno state più di cento - rimontò a cavallo demoralizzato per il fallimento e intraprese la via del ritorno.
Quanto avrebbe desiderato avere una moneta d'oro per regalarla al maestro e liberarlo dalle sue preoccupazioni! Così finalmente avrebbe ottenuto il suo consiglio e l'aiuto.
Entrò nella stanza.
"Maestro" disse "mi dispiace. Non è possibile ricavare quello che chiedi. Magari sarei riuscito ad ottenere due o tre monete d'argento, ma credo di non poter ingannare nessuno riguardo al vero valore dell'anello".
"Quello che hai detto è molto importante, giovane amico" rispose il maestro sorridendo.
"Prima dobbiamo conoscere il vero valore dell'anello. Rimonta a cavallo e vai dal gioielliere. Chi lo può sapere meglio di lui? Digli che vorresti vendere l'anello e chiedigli quanto ti darebbe. Ma non importa quello che ti offre: non glielo vendere. E ritorna qui con il mio anello".
Il giovane riprese di nuovo a cavalcare.
Il gioielliere esaminò l'anello alla luce della lanterna, lo guardò con la lente, lo soppesò e disse al ragazzo:
"Di' al maestro, ragazzo, che se vuole vendere oggi stesso il suo anello, non posso dargli più di cinquantotto monete d'oro".
"Cinquantotto monete d'oro?" esclamò il giovane.
"Sì" rispose il gioielliere. "Lo so che avendo più tempo a disposizione potremmo ricavare circa settanta monete d'oro, ma se ha urgenza di vendere...".
Il giovane si precipitò dal maestro tutto emozionato a raccontargli l'accaduto.
"Siediti" disse il maestro dopo averlo ascoltato. "Tu sei come questo anello: un gioiello unico e prezioso. E come tale puoi essere valutato soltanto da un vero esperto. Perché pretendi che chiunque sia in grado di scoprire il tuo vero valore?".
E così dicendo si infilò di nuovo l'anello al mignolo della mano sinistra.


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martedì 28 luglio 2015

Momenti in cui abbiamo bisogno di sapere... che siamo in grado di traversare la tempesta

Testo tratto dal libro di  Jon Kabat-Zinn,  Vivere momento per momento
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“Nei momenti di sofferenza emotiva è molto utile portare avanti parallelamente i due approcci, quello centrato sulla consapevolezza delle emozioni e quello centrato sul problema. Entrambi sono essenziali per rispondere efficacemente a situazioni  stressanti o difficili.
Quando ci  concentriamo sul problema [...] cerchiamo di vederne con chiarezza l’origine e le dimensioni senza essere annebbiati dai nostri sentimenti. Cerchiamo di discernere cosa è necessario fare, quali sono i potenziali ostacoli e quali risorse interne ed esterne abbiamo a disposizione. Per procedere in questo modo può essere necessario esplorare cose che non hai mai tentato prima, chiedere consiglio e aiuto ad altri, magari acquisire nuove capacità. Ma se scomponi il problema in singoli aspetti e li affronti uno per volta, scoprirai di essere capace di agire efficacemente anche in momenti di grande sofferenza emotiva. A volte questo approccio può contribuire a calmare il tuo turbamento emotivo o perlomeno dargli una tregua abbastanza lunga da permetterti di non peggiorare le cose.
L’approccio centrato sul problema presenta anche dei pericoli, specialmente se ti dimentichi che è solo uno di due corsi d’azione paralleli. Ci sono persone che tendono a rapportarsi a tutte le situazioni in modo oggettivo, come problemi da risolvere. Così facendo si separano dai propri sentimenti e spesso tendono a ignorare anche i sentimenti degli altri con cui sono coinvolti. Quest’abitudine non porta a un modo di vivere equilibrato e può generare molta sofferenza inutile.
Quando ti concentri sulle emozioni, osserva i tuoi pensieri e sentimenti nella prospettiva della consapevolezza, ricordandoti che puoi lavorarci.
Puoi anche allargare la prospettiva intorno alle tue emozioni , immergendole in un contesto di consapevolezza più ampio. A volte questo ampliamento viene detto reframing, cioè ‘reinquadrare’,  collocare la situazione in un diverso quadro. Puoi farlo con le tue emozioni, con il problema in sé o con entrambi.
Trasformare un ostacolo in un’occasione o una sfida è un esempio di reinquadramento. Un altro esempio è contemplare la tua sofferenza nel contesto della sofferenza di altri, che vivono magari situazioni peggiori della tua. Il reinquadramento ultimo è la consapevolezza stessa, nel cui ambito possiamo percepire la realtà delle cose così come sono.
I momenti di turbamento emotivo, i momenti di tristezza, rabbia, paura, lutto, i momenti in cui ci sentiamo feriti, sperduti, umiliati, frustrati, sconfitti, sono quelli in cui abbiamo più che mai bisogno di contare sulla forza e stabilità del nostro centro.
Sono i momenti in cui abbiamo bisogno di sapere che siamo in grado di traversare la tempesta e accrescere la nostra umanità in questo viaggio. In momenti del genere è utile fermarsi e darsi uno spazio di quiete. Osservando la nostra sofferenza emotiva in uno spirito di accettazione, di apertura e di delicatezza verso noi stessi, e nello stesso tempo adottando un approccio centrato sul problema, troviamo il punto di equilibrio tra rispettare il nostro dolore e agire efficacemente nel mondo. Questo modo di affrontare la situazione riduce il rischio di essere accecati dalle emozioni e restarne prigionieri. La consapevolezza dei nostri pensieri e sentimenti, soprattutto in rapporto con altre persone, ci aiuta molto ad agire efficacemente anche in mezzo alla sofferenza. E nello stesso tempo getta il seme per la guarigione del cuore e della mente.”
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lunedì 20 luglio 2015

Leggenda sufi sulla fortuna e la sfortuna



Tanti anni fa, in un villaggio lontano, viveva un contadino insieme al suo unico figlio. A parte la terra e la piccola casa colonica in cui viveva, possedeva  solo un cavallo ereditato da suo padre.

Un giorno il cavallo fuggì dalla stalla e così l'uomo si ritrovò senza animali che lo  aiutassero a lavorare la terra. 

I vicini, che nutrivano per lui stima e affetto, andarono a fargli visita per dirgli quanto fossero dispiaciuti per l'accaduto.
Il contadino li ringraziò per la loro solidarietà, ma domandò loro: “Come fate a sapere se ciò che mi è accaduto è davvero una disgrazia per me?”

A quelle parole, i vicini commentarono a bassa voce tra loro: “Poverino, non riesce ad accettare la realtà...". Ma, per non ferirlo, finsero di essere d'accordo con lui e andarono via.

Dopo alcuni giorni, il cavallo fece ritorno alla stalla insieme ad una bella giumenta.
Appena appresero la notizia, gli abitanti del villaggio – contenti, perché solo ora capivano il senso della domanda che l’uomo aveva loro posto – tornarono a far visita al contadino e si congratularono con lui per la sua buona sorte.

“Prima avevi un solo cavallo, e invece ora ne hai due. Felicitazioni!”, dissero.

Il contadino anche questa volta li ringraziò per la loro solidarietà, ma poi domandò loro: “Come fate a sapere che l’accaduto è una benedizione per me?”

I vicini pensarono che il contadino stesse impazzendo e andarono via mormorando: “Possibile che quest’uomo non comprenda che Dio gli ha inviato un dono?”



Dopo qualche tempo, il figlio del contadino decise di addomesticare la giumenta. Ma l’animale saltò in modo imprevisto ed il ragazzo, cadendo in malo modo, si ruppe una gamba.
I vicini allora tornarono a fare visita al contadino, portando doni per il giovane ferito, e si dissero tutti molto dispiaciuti per l’accaduto.
L’uomo ringraziò per la visita e l’affetto di tutti. Ma domandò: “Come potete sapere se l’accaduto è una disgrazia per me?”

Questa frase lasciò tutti stupefatti, perché nessuno di loro avrebbe messo in dubbio che un incidente del genere ad un figlio fosse una disgrazia. Lasciarono quindi la casa del contadino commentando tra loro: “È proprio impazzito, poverino. Il figlio rischia di rimanere zoppo per sempre e lui mette in dubbio che sia una disgrazia..."

Di lì a poco scoppiò la guerra e tutti i giovani del villaggio furono reclutati, ad eccezione del figlio del contadino che aveva la gamba rotta.

Nessuno dei ragazzi tornò vivo.
Il figlio del contadino un po' alla volta guarì, i due cavalli fecero puledri che furono venduti dando una buona resa in denaro.
Il contadino andò in visita dai suoi vicini per consolarli ed aiutarli, con la stessa solidarietà che aveva ricevuto da loro in ogni situazione.
Se qualcuno di loro si disperava, il contadino gli domandava: “Come puoi sapere se questa è una disgrazia?”. Se qualcuno si rallegrava troppo, gli diceva: “Come fai a sapere se questa è una benedizione?”

venerdì 17 luglio 2015

L'arte di vivere. La meditazione Vipassana spiegata da S.N. Goenka

L'articolo che segue si basa su di un discorso tenuto pubblicamente da S.N. Goenka a Berna, Svizzera, nel 1980 ed illustra l'essenza della meditazione Vipassana (cioè il tipo di meditazione a cui sono ispirate le pratiche di mindfulness che si apprendono nei corsi per la riduzione dello stress) 

Tutti noi cerchiamo pace e armonia, perché questo è ciò che manca alla nostra vita. Di tanto in tanto tutti noi sperimentiamo agitazione, irritazione, disarmonia. E quando soffriamo per queste miserie, non le limitiamo a noi stessi; spesso le distribuiamo anche agli altri. L'infelicità pervade l'atmosfera attorno a chi è miserabile e anche tutti quelli che vengono in contatto con questa persona ne vengono afflitti. Certamente questo non è un modo pratico di vivere.
Dovremmo vivere in pace con noi stessi e con gli altri. Dopotutto l'essere umano è un essere sociale; deve far parte della società e avere a che fare con gli altri. Ma come possiamo vivere in pace? Come possiamo rimanere in armonia dentro noi e mantenere attorno a noi pace e armonia in modo che anche gli altri possano vivere in modo pacifico e armonioso?
Per poter essere sollevati dalla nostra miseria, dobbiamo conoscerne la ragione di base, la causa della sofferenza. Se esaminiamo il problema, ci appare chiaro che quando iniziamo a generare nella mente una qualche negatività o impurità, siamo destinati a divenire infelici. Negatività e impurità nella mente non possono coesistere con pace e armonia.
Come iniziamo a generare negatività? Ancora, investigando, la cosa diviene chiara. Diventiamo tesi e infelici quando troviamo qualcuno che si comporta in un modo che non ci piace, o quando scopriamo che sta succedendo qualcosa che non è di nostro gradimento. Succedono cose indesiderate e cominciamo a creare tensione dentro di noi. Non accade ciò che desideriamo, sulla nostra strada sorgono degli ostacoli, e di nuovo generiamo tensione in noi stessi; creiamo dei nodi dentro di noi. E nel corso della vita continuano ad accadere cose indesiderate, ciò che vogliamo potrà avverarsi oppure no, e questo processo di reazione, di creare nodi - nodi gordiani - fa sì che l’intera nostra struttura mentale e fisica divenga così tesa, così piena di negatività che la vita diventa miserabile.
Ora, un modo per risolvere il problema è di organizzare le cose in modo che nulla di indesiderato avvenga mai e che tutto vada esattamente così come lo vogliamo. Dovremmo sviluppare il potere di far sì che le cose indesiderate non accadano e invece accada solo ciò che desideriamo, oppure qualcun altro che venga in nostro aiuto dovrebbe avere questo potere. Ma ciò non è possibile. Non esiste nessuno al mondo i cui desideri vengano sempre esauditi, a cui tutto accada secondo i propri voleri, senza mai nulla di indesiderato. Continueranno a verificarsi fatti e situazioni contrari ai nostri desideri e ai nostri voleri. Così sorge la domanda: come possiamo non reagire ciecamente di fronte a queste cose indesiderate? Come possiamo non creare tensioni e rimanere in pace e in armonia?
In India ed in altri paesi persone sagge e sante del passato hanno studiato questo problema, il problema della sofferenza umana, e hanno trovato una soluzione: se qualcosa di indesiderato accade e si inizia a reagire generando collera, paura o qualsiasi negatività, allora, appena è possibile, si deve spostare la propria attenzione su qualcos'altro. Per esempio ci si alza, si prende un bicchiere d'acqua, si beve; la collera non potrà moltiplicarsi e comincerà a placarsi. Oppure ci si mette a contare: uno, due, tre, quattro; oppure si comincia a ripetere una parola, o una frase, o un mantra, magari il nome di una divinità o di una persona santa a cui si è devoti - e così la mente si svia e, fino ad un certo punto, ci si libera dalla negatività, dalla rabbia.
Questa soluzione è stata utile; ha funzionato e funziona ancora. Così facendo, la mente si sente libera dall'agitazione. Tuttavia questa soluzione funziona solo a livello conscio. In effetti, sviando l'attenzione, si spinge la negatività nel profondo dell'inconscio e a quel livello le stesse impurità continuano a prodursi e a moltiplicarsi. Alla superficie c'è uno strato di pace ed armonia, ma nel profondo della mente giace un vulcano addormentato di negatività rimossa che prima o poi esploderà con una violenta eruzione.
Altri esploratori della verità interiore si sono spinti più lontano nella loro ricerca: sperimentando all'interno di se stessi la realtà della mente e della materia, compresero che sviare l'attenzione è solo un modo di sfuggire al problema. La fuga non è una soluzione: occorre affrontare il problema. Ogni volta che della negatività sorge nella mente, semplicemente osservatela, affrontatela. Non appena ci si mette a osservare un’impurità mentale, essa inizia a perdere forza. Gradualmente si affievolisce e viene sradicata.
Una buona soluzione che evita entrambi gli estremi: soppressione e libera manifestazione. Il mantenere la negatività nell'inconscio non la sradicherà; d’altra parte, permettendole di manifestarsi nell'azione fisica o verbale, si creeranno soltanto nuovi problemi. Invece, se si osserva semplicemente, l’impurità svanisce e la negatività viene estirpata. Siamo liberi dell’impurità.
Sembra magnifico, ma è veramente realistico? Non è facile fronteggiare le proprie impurità. Quando la collera sorge, essa ci travolge così rapidamente che neppure ce ne accorgiamo. Poi, sopraffatti dalla rabbia, commettiamo azioni fisiche o verbali che sono dannose per noi e per gli altri. E più tardi, quando la collera è passata, ci lamentiamo e ci pentiamo, chiedendo scusa a questa o quella persona, oppure a Dio: “Ho sbagliato, ti prego, perdonami”. Ma la volta seguente, in una situazione simile, reagiamo di nuovo allo stesso modo. Tutto questo pentirsi non ci aiuta per niente.
La difficoltà è che non siamo consapevoli di quando ha inizio una negatività. Incomincia in profondità, nella mente inconscia, e quando raggiunge il livello conscio ha acquistato una forza tale che ci travolge e non riusciamo a osservarla.
Supponiamo che io assuma un segretario privato che mi avverta quando la collera ha inizio: "Attento, sta iniziando la collera!" Ma dato che non posso sapere quando la collera può incominciare, dovrei disporre di tre segretari privati per tre diversi turni di lavoro, 24 ore su 24! Ma diciamo che me lo possa permettere. Ora la collera ha inizio, e immediatamente il segretario mi avvisa: “Attenzione, sta iniziando la collera!” La prima cosa che farei sarebbe di rimproverarlo: "Sciocco, pensi di essere pagato per insegnare a me?" Sarei così sconvolto dalla collera che nessun consiglio mi potrebbe aiutare.
Ma mettiamo che invece prevalga il buon senso e che non lo rimproveri; anzi, che gli dica: "Tante grazie, ora devo sedermi ed osservare la mia rabbia". Ma è possibile? Non appena chiudo gli occhi e cerco di osservarla, nella mia mente si presenta immediatamente l'oggetto della mia rabbia - la persona o la situazione che le ha dato inizio. Ma allora non sto osservando la rabbia stessa. Sto solo osservando lo stimolo esterno di quell’emozione. Questo non farà che moltiplicare la collera, il che non è certo una soluzione. È molto difficile osservare una negatività astratta, un'emozione astratta, separata dall'oggetto esterno che l'ha provocata.
Ma una persona che è giunta alla verità ultima ha trovato una vera soluzione. Scoprì che, quando nella mente sorge un’impurità, simultaneamente a livello fisico iniziano a succedere due cose. Una è che il respiro perde il suo ritmo normale. Ogni volta che nella mente appare una negatività, si inizia a respirare più forte. Ciò è facile da osservare. A un livello più sottile, cominciano delle reazioni biochimiche all'interno del corpo, delle sensazioni. Ogni impurità genererà sensazioni di questo o quel tipo in una qualche parte del corpo.
Ecco allora una soluzione pratica. Una persona normale non riesce ad osservare le impurità astratte della mente: paura, collera o passione astratte. Ma con un allenamento e una pratica adeguati, diventa molto semplice osservare il respiro e le sensazioni nel corpo, che sono entrambe collegate direttamente con le impurità mentali.
La respirazione e le sensazioni aiuteranno in due modi. In primo luogo faranno da segretari privati. Non appena sorge un’impurità nella mente, il respiro perde la sua normalità e avverte: "Attenzione, c'è qualcosa che non va!" E non possiamo rimproverare il respiro, dobbiamo accettare l'avvertimento. Così anche le sensazioni ci avvertiranno che c'è qualcosa che non funziona. Allora, così avvertiti, iniziamo a osservare il respiro, iniziamo a osservare le sensazioni. E ben presto scopriamo che la negatività svanisce.
Questo fenomeno mentale-fisico è come una medaglia a due facce. Da una parte ci sono tutti i pensieri e le emozioni che sorgono nella mente, dall'altra il respiro e le sensazioni nel corpo. Ogni pensiero o emozione, ogni impurità mentale che sorge, si manifesta nel respiro e nella sensazione di quel momento. Così, osservando il respiro o le sensazioni, stiamo di fatto osservando le impurità mentali. Anziché sfuggire al problema, affrontiamo la realtà così come è. Scopriremo che le impurità perdono la loro forza e non riescono più a travolgerci come in passato. Se perseveriamo, alla fine esse scompaiono completamente e cominciamo a vivere una vita pacifica e felice, una via progressivamente libera dalle negatività.
In questo modo la tecnica di auto-osservazione ci mostra la realtà nei suoi due aspetti: esterno e interno. Fino ad ora abbiamo sempre guardato all'esterno, lasciandoci sfuggire la verità interiore. Abbiamo sempre cercato fuori di noi la causa della nostra infelicità; abbiamo sempre incolpato e cercato di cambiare la realtà esterna. Ignorando la realtà interiore non abbiamo mai compreso che la causa della sofferenza giace dentro di noi, nelle nostre cieche reazioni alle sensazioni piacevoli e spiacevoli.
Ora, con la pratica, riusciamo a vedere l'altra faccia della medaglia. Diventiamo consapevoli del respiro e di ciò che accade dentro di noi. Che si tratti di respiro o di sensazione, impariamo a osservare semplicemente, senza perdere l’equilibrio mentale. Smettiamo di reagire, smettiamo di moltiplicare la nostra miseria. Invece, lasciamo che le impurità si manifestino e poi svaniscano.
Più si pratica questa tecnica e più rapidamente le negatività si dissolveranno. Gradualmente la mente si libera dalle impurità, e diviene pura. Una mente pura è sempre piena di amore, amore disinteressato per gli altri, piena di compassione per le debolezze e le sofferenze degli altri; gioiosa dei loro successi e della loro felicità; piena di equanimità in ogni situazione.
Quando si arriva a questo stadio, tutto l'andamento della propria vita cambia. Diventa impossibile fare - verbalmente o fisicamente - qualcosa che disturbi la pace e l'armonia degli altri. Anzi, la mente equilibrata non solo diventa piena di pace, ma anche l’atmosfera circostante diverrà colma di pace e armonia, e questo inizierà a influenzare anche gli altri, e ad aiutarli.
Imparando a rimanere equilibrati di fronte a qualsiasi esperienza interiore, si sviluppa il distacco anche da tutto ciò che si incontra nelle situazioni esterne. Questo distacco non è però fuga o indifferenza riguardo ai problemi del mondo. Coloro che praticano regolarmente Vipassana diventano più sensibili alle sofferenze degli altri e fanno del loro meglio per alleviarle - non con l’agitazione, ma con una mente piena di amore, compassione ed equanimità. Imparano la santa indifferenza: come essere pienamente impegnati, pienamente coinvolti nell’aiutare gli altri, mantenendo allo stesso tempo una mente equilibrata. Così, mentre si lavora per la pace e la gioia degli altri, si rimane felici e in pace.
Questo è ciò che ha insegnato il Buddha, un'arte di vivere. Egli non fondò e non insegnò una religione o un “ismo”. Non istruì mai i suoi seguaci a praticare riti o rituali, delle vuote e cieche formalità. Al contrario, insegnò a osservare semplicemente la natura così come è, osservando la propria realtà interiore. Per ignoranza continuiamo a reagire in modi che sono nocivi per noi e per gli altri. Ma quando la saggezza sorge - la saggezza di osservare la realtà così come è - allora si esce dall'abitudine di reagire. Quando smettiamo di reagire ciecamente, allora diveniamo capaci di agire davvero - con azioni che nascono da una mente equilibrata, una mente che vede e comprende la verità. Tali azioni non potranno essere che positive, creative, utili per noi stessi e per gli altri.
Ciò che è necessario, allora, è “conoscere se stessi”, un consiglio che è stato ripetuto dai saggi di ogni tempo. Ci si deve conoscere non solo a livello intellettuale, al livello delle idee e delle teorie, né solo a livello emozionale o devozionale, accettando ciecamente ciò che abbiamo ascoltato o letto. Questa conoscenza non è sufficiente. Si deve invece conoscere la realtà a livello effettivo. Si deve sperimentare direttamente la realtà di questo fenomeno mentale e fisico: solo questo ci aiuterà a liberarci dalle sofferenze.
Questa esperienza diretta della nostra realtà interiore, questa tecnica di auto-osservazione viene chiamata “meditazione Vipassana”. Nella lingua dell'India ai tempi del Buddha, passana significava guardare, vedere ad occhi aperti, nella maniera abituale. Ma vipassana è osservare le cose così come sono in realtà, non semplicemente come sembrano essere. Si deve penetrare la verità apparente fino a raggiungere la verità fondamentale dell'intera struttura mentale e fisica. Quando si sperimenta questa verità, si impara a non reagire più ciecamente, a non creare più negatività; e così, naturalmente, le vecchie negatività saranno gradualmente eliminate. Ci liberiamo dalla miseria e sperimentiamo vera felicità.
L’apprendimento, durante un corso di meditazione Vipassana, si svolge in tre passi. In primo luogo ci si deve astenere da ogni azione fisica e verbale che disturbi la pace e l'armonia degli altri. Non si può lavorare per liberarsi dalle impurità della mente e, nel contempo, continuare a compiere atti, con il corpo e con la parola, che le moltiplichino. Quindi, un codice di moralità è il primo passo essenziale della pratica. Ci si impegna a non uccidere, a non rubare, a non avere un comportamento sessuale scorretto, a non mentire e a non usare intossicanti. Astenendosi da queste azioni, si permette alla mente di acquietarsi quanto basta per procedere ulteriormente.
Il passo successivo è quello di sviluppare la padronanza su questa nostra mente selvaggia, esercitandola a rimanere fissa su di un solo oggetto: il respiro. Si cerca di mantenere la propria attenzione sulla respirazione il più a lungo possibile. Non si tratta di un esercizio di respirazione; non si deve controllare il respiro. Si osserva la respirazione naturale così come è, mentre entra e mentre esce. In questo modo si acquieta ulteriormente la mente, così che non venga più sopraffatta da intense negatività. Nel contempo si sta concentrando la mente, la si rende acuta e penetrante, capace di lavorare più in profondità.
Questi due primi passi, condurre una vita morale e controllare la mente, sono necessari e benefici di per se stessi, ma conducono alla soppressione delle negatività se non viene compiuto il terzo passo: purificare la mente dalle impurità, mediante lo sviluppo di una percezione diretta della propria natura. Questo è Vipassana: sperimentare la propria realtà tramite l'osservazione sistematica e spassionata dentro di noi del fenomeno mente-materia, che è in continuo mutamento e che si manifesta come sensazioni. Questo è l'apice dell'insegnamento del Buddha: auto-purificazione mediante auto-osservazione.
È qualcosa che può essere praticato da chiunque. Tutti affrontano il problema della sofferenza. È una malattia universale che richiede un rimedio universale, non un rimedio settario. Quando si soffre a causa della rabbia, non si tratta di rabbia buddista, induista o cristiana: la rabbia è rabbia. E quando ci si agita a causa della collera, non è un’agitazione cristiana, induista o buddista. La malattia è universale. Anche il rimedio dev’essere universale.
Vipassana è questo rimedio. Nessuno obietterà nei confronti di un codice di vita che rispetta la pace e l'armonia degli altri. Nessuno obietterà verso lo sviluppare il controllo della mente. Nessuno può avere obiezioni verso lo sviluppare la comprensione profonda della propria natura, una comprensione che permette di liberare la mente dalle negatività. Vipassana è una via universale.
Osservare la realtà così come è, osservando la verità al proprio interno: questo è conoscersi direttamente ed esperienzialmente. E a mano a mano che si pratica, ci si libera dalla miseria delle impurità mentali. Dalla verità grossolana, esteriore, apparente, si penetra fino alla verità ultima della mente e della materia. Poi la si trascende e si sperimenta una verità che sta oltre la mente e la materia, oltre il tempo e lo spazio, oltre il campo condizionato della relatività: la verità della totale liberazione da tutte le negatività, tutte le impurità, tutte le sofferenze. Non ha importanza che nome si dia a questa verità ultima: essa è la meta finale per tutti.
Che tutti voi possiate sperimentare questa verità ultima. Possano tutti liberarsi dalle loro impurità, dalla loro miseria. Possano godere della vera pace, della vera armonia, della vera felicità.
CHE TUTTI GLI ESSERI SIANO FELICI
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martedì 30 giugno 2015

Educare alla comprensione dei sentimenti. Un pensiero di Nathaniel Branden

Immagine: Water Mirror by Hiram67 - Deviantart
"Se un'adeguata educazione deve includere la comprensione del pensiero, deve includere anche la comprensione dei sentimenti. Purtroppo molti genitori insegnano implicitamente ai figli  a reprimere i loro sentimenti ed emozioni, o almeno quelli che i genitori trovano fastidiosi. «Smettila di piangere, altrimenti ti darò io un buon motivo per farlo!» «Che non ti venga in mente di arrabbiarti!» «Non puoi avere paura! Vuoi che ti prendano per una femminuccia?» «Le brave bambine non hanno di questi sentimenti!» «Non ti agitare! Che cosa ti prende?»
I genitori emotivamente lontani e inibiti tendono ad allevare figli con le stesse caratteristiche. Questo succede attraverso le loro comunicazioni esplicite, e anche attraverso il loro comportamento, con il quale segnalano ai figli che cosa è «giusto », «adeguato» e «socialmente accettabile».
Inoltre, i genitori che accettano taluni insegnamenti religiosi trasmettono ai figli la sventurata idea che esistano cose come i  «cattivi pensieri» e i «cattivi sentimenti». «È peccato provare certe cose!» Il bambino crescerà nel terrore morale della propria vita interiore.
Un'emozione è un evento sia mentale sia fisico. È una reazione psicologica automatica, che coinvolge caratteristiche sia mentali sia fisiologiche, alla nostra valutazione subconscia di quanto percepiamo come benefico o vantaggioso per noi stessi. * Le emozioni riflettono la nostra risposta valutativa a diversi aspetti della realtà: «per me o contro di me» «vantaggioso o dannoso per la mia persona» «da ricercare o da evitare», e così via. [...]
Immagine: Farewell for now by Karterlicious - Deviantart
Smettere di sapere quello che proviamo vuol dire smettere di sperimentare il significato delle cose. Questa non-consapevolezza viene spesso incoraggiata nei bambini: si fa credere loro che le emozioni siano potenzialmente dannose, che a volte sia necessario negarle, rendersi ciechi e sordi ad esse. I bambini imparano a rinnegare certe emozioni e smettono di viverle consapevolmente. A livello psicologico, deviano la consapevolezza, cessando di riconoscere o vivere coscientemente alcuni sentimenti. A livello fisico, inibiscono la respirazione, tendono la muscolatura e bloccano il libero scorrere dei sentimenti, inducendo uno stato di parziale intorpidimento.
Non sto dicendo che i genitori sono l'unica fonte di repressione nei bambini: non è così. [...] i bambini possono imparare anche da soli a proteggere il loro equilibrio rinnegando alcuni dei loro sentimenti. È tuttavia innegabile che troppi genitori incoraggiano le pratiche della repressione emotiva facendone una tacita condizione della loro approvazione.
Crescendo, il bambino può decidere di escludere un numero sempre maggiore di sentimenti e parti di sé: lo fa per essere amato e accettato e per evitare l'abbandono. Come strategia di sopravvivenza, può decidere anche di ripudiare se stesso, e non ci si può certo aspettare che ne preveda le disastrose conseguenze a lungo termine.
Gli insegnanti sono nella posizione ideale per insegnare ai ragazzi il rispetto razionale per i sentimenti, e insieme la consapevolezza di poter accettare un sentimento senza per questo essere costretti a lasciarsi dominare da esso. 
Possiamo imparare a riconoscere le nostre paure e accettarle, e (per esempio) andare lo stesso dal dentista quando è necessario. Possiamo imparare ad ammettere quando siamo arrabbiati, e a parlare senza ricorrere alle mani, e a riconoscere quando soffriamo senza bisogno di fingerci indifferenti. Possiamo imparare a provare impazienza ed eccitazione senza per questo trattenere il respiro, e finire comunque i compiti prima di uscire a giocare. Possiamo imparare a riconoscere i nostri impulsi sessuali, ad accettarli, eppure a non farci controllare da essi in maniera distruttiva. Possiamo imparare a riconoscere ed accettare le nostre emozioni senza perdere la testa, e a chiederci: Che cosa stanno cercando di dirmi i miei sentimenti? Su che cosa dovrei riflettere più a fondo?
Possiamo imparare che un dolore o un timore affrontati sono molto meno pericolosi di un dolore o un timore negati, e che siamo responsabili di quello che scegliamo di fare, ma certi sentimenti non sono né morali né immorali: sono e basta.
Oggi purtroppo molte persone arrivano a capire questo solo attraverso la psicoterapia, ma nelle scuole del futuro nessuno arriverà alla fine del liceo senza essere stato esposto a queste idee. La loro importanza per la realizzazione di una vita felice farà sì che esse diventino parte integrante dell'educazione di tutti i nostri giovani.   
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* Ometto qui certe esperienze di ansia e depressione le cui radici possono essere biologiche e non rispondere pienamente a questa definizione."
(brano tratto da: Nathaniel Branden, I sei pilastri dell'autostima " 

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giovedì 25 giugno 2015

Buone notizie - poesia di Thich Nhat Hanh


Le buone notizie non vengono stampate.
Le buone notizie le stampiamo noi.
Ne tiriamo un’edizione speciale ogni momento
e vorremmo che la leggessi.
La buona notizia è che sei vivo
e che l’albero di tiglio è ancora lì,
e svetta saldo nel rigido inverno.
La buona notizia è che hai splendidi occhi
che toccano il blu del cielo.
La buona notizia è che
il tuo bambino è lì davanti a te,
e che tu hai due braccia disponibili.
Abbracciarsi è possibile.
Si stampa solo ciò che non va.
Guarda ognuna delle nostre edizioni speciali:
noi offriamo tutto ciò che va.
Vogliamo che tu ne tragga beneficio
e che ci aiuti a proteggerle.
Lì, sul marciapiede, un fiore di tarassaco
ci offre il suo splendido sorriso
e canta la canzone dell’eternità.
Ascolta! Hai orecchie in grado di udirla.
China il capo. Ascoltala.
Lasciati dietro il tuo mondo di dolore
e di preoccupazioni
e sii libero.
L’ultima buona notizia è che puoi farlo.



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http://ciochesimuovenoncongela.blogspot.it/2015/06/buone-notizie-poesia-di-thicht-nhat-hah.html

sabato 13 giugno 2015

Mindfulness. I pilastri della pratica


Quando ci dedichiamo alle pratiche di mindfulness, chi ci guarda da fuori potrebbe anche avere l'impressione che non stiamo facendo niente, mentre in realtà siamo impegnati in un lavoro invisibile. Stiamo infatti coltivando l'arte di restare nel presente, attenti momento per momento alla nostra esperienza di esistere, consapevoli delle nostre sensazioni fisiche, dei nostri pensieri, delle nostre emozioni, dei nostri impulsi a reagire  automaticamente agli stimoli e alle provocazioni.
Con il tempo e la pratica regolare, la mindfulness ci può dare accesso ad una dimensione di maggiore quiete e serenità interiore, rendendoci più padroni delle nostre emozioni e dei nostri comportamenti, più resistenti allo stress, più liberi di scegliere le nostre azioni, più padroni delle nostre risposte alle richieste del mondo e anche alle nostre pressioni interne.
Ma tutto questo sarà possibile solo se ci dedicheremo alla pratica con energia e dedizione.
Il nostro impegno dovrà essere infatti regolare e costante (quotidiano e protratto nel tempo), proprio come se si trattasse di un allenamento atletico. E questo ci richiederà autodisciplina, perché dovremo riuscire a riservare ogni giorno un tempo alla pratica, qualunque sia il programma della nostra agenda, sia che ne abbiamo voglia, sia che non ce l'abbiamo, sia che abbiamo ritmi che lo consentano, sia (e forse a maggior ragione) che non li abbiamo.
Inoltre per coltivare la consapevolezza e coglierne i frutti (calmare la mente, rilassare il corpo, riuscire a concentrarsi, vedere con chiarezza dentro di sé, convivere con le malattie, i dolori e le difficoltà conservando il gusto di vivere) non basta eseguire meccanicamente gli esercizi e aspettare che succeda qualcosa.
Bisogna assumere e coltivare deliberatamente l'atteggiamento giusto, ovvero un insieme di atteggiamenti che ci aiutino ad ottenere il massimo dal processo di meditazione.
Per esempio chi è scettico e disimpegnato, convinto in cuor suo che non succederà niente, probabilmente porterà poca energia e poco impegno nella pratica, e facilmente otterrà la conferma di ciò che pensava, cioè che la mindfulness non gli serve a niente.
Allo stesso modo, coloro che si avvicinano alla mindfulness con troppo entusiasmo, come credenti che hanno trovato il Cammino, e che si aspettano miracoli dalla loro fede nella meditazione, potrebbero restare delusi nel notare che restano le stesse persone di sempre e che la pratica richiede impegno e dedizione, e non solo fede romantica.
Jon Kabat-Zinn dice che, nella sua esperienza, le persone che ottengono i risultati migliori dalla pratica, sono quelle che si accostano alla pratica con un atteggiamento scettico ma aperto, come quello di uno scienziato che dica: "Non so se questo esperimento darà qualche risultato utile - ho i miei dubbi - ma ci metterò tutto il mio impegno e la mia energia, e starò a vedere cosa succede". 
A proposito dell'atteggiamento giusto con cui avvicinarsi alla meditazione, nel suo libro Vivere momento per momento Kabat-Zinn suggerisce di coltivare sette aspetti particolarmente importanti per sostenere la nostra pratica e consentirci di trarre da essa i maggiori benefici.
Essi sono:
- non giudizio
- pazienza
- mente del principiante
- fiducia
- non cercare risultati
- accettazione
- lasciar andare.
Si tratta di aspetti che possono essere coltivati autonomamente, ma che non sono indipendenti l'uno dall'altro, perché ognuno di essi è in qualche modo legato agli altri.
***
Vediamo ora in sintesi in cosa consistono questi sette pilastri della pratica.

1) Non giudizio
Quando assumiamo l'atteggiamento di testimoni imparziali della nostra esperienza, ci accorgeremo ben presto che la nostra mente esprime continui giudizi sulla nostra esperienza (es. questo è buono, questo è cattivo). Noi semplicemente osserveremo che ciò avviene e impareremo a distaccarcene.
Per esempio, mentre pratichiamo la pratica formale di osservazione del respiro, può darsi che la nostra mente ci dica "Che noia", oppure "Non funziona", o ancora "Non ci riesco". Questi sono tutti giudizi.
Noi li riconosceremo come tali, ci ricorderemo che la pratica richiede la sospensione del giudizio e l'osservazione di qualsiasi cosa si presenti e allora, senza lasciarci coinvolgere e senza agire su di essi,  prendiamo atto che nel nostro presente esistono anche quegli eventi mentali (quei giudizi) e ritorniamo all'osservazione del respiro.
  
2) Pazienza
"La pazienza è una forma di saggezza", dice Kabat-Zinn. "Essa nasce dalla comprensione e accettazione del fatto che le cose hanno un loro naturale tempo di maturazione. Un bambino può provare ad aiutare una farfalla a uscire dalla crisalide aprendo il guscio: ma questo 'aiuto' non è particolarmente benefico per la farfalla. Un adulto sa che la farfalla può uscire dalla crisalide solo al momento giusto e che il processo non può essere accelerato artificialmente.
In questo spirito, durante la pratica della consapevolezza, coltiviamo la pazienza nei confronti del nostro corpo e della nostra mente. Ci ricordiamo deliberatamente che non c'è ragione di irritarci con noi stessi perché la nostra mente è costantemente occupata a giudicare, o perché ci sentiamo tesi, agitati o spaventati, o perché pratichiamo già da un po' di tempo senza aver ottenuto risultati. Invece ci lasciamo lo spazio per vivere queste esperienze. Perché? Perché sono comunque la nostra esperienza del momento.
[...] Pazienza significa anche sapere che non occorre riempire tutti i momenti della nostra vita di attività e di pensieri per arricchirli. Anzi, proprio il contrario è vero. Pazienza è essere semplicemente aperti a ogni momento e accettarlo nella sua pienezza così com'è, sapendo che, come la farfalla nella crisalide, le cose maturano quando è il loro tempo." 

3)  Mente del principiante
"Troppo spesso lasciamo che i nostri pensieri e le nostre presunte conoscenze ci impediscano di vedere le cose così come sono. Tendiamo a dare per scontato il quotidiano e perdiamo di vista la straordinarietà dell'ordinario. Per coltivare la ricchezza del momento presente, dobbiamo coltivare quella che è detta, nello Zen, 'mente del principiante': una mente che è disposta a guardare ogni cosa come se la vedesse per la prima volta.
Un esperimento interessante è coltivare la 'mente del principiante' nella vita di tutti i giorni. [...] Puoi farlo con i problemi che ti si presentano quotidianamente. Puoi farlo quando sei in mezzo alla natura: riesci a veder il cielo, le stelle, gli alberi, l'acqua, le pietre così come sono in questo momento, con mente limpida e sgombra? Oppure li vedi attraverso il velo dei tuoi pensieri?"

4) Fiducia
"Sviluppare una fiducia di fondo nella tua esperienza e nelle tue sensazioni, è parte integrante dell'addestramento alla meditazione. E' meglio fidarti della tua intuizione e della tua propria autorità, anche se puoi fare degli 'sbagli', piuttosto che cercare sempre una guida fuori di te. Se in un certo momento una certa cosa non la senti giusta, perché non rispettare la tua sensazione? Perché scartare o sottovalutare quello che senti solo perché una certa autorità o un certo gruppo di persone la pensa diversamente?
Questa fiducia in te stessa e nella tua fondamentale saggezza è molto importante in tutti gli aspetti della pratica di meditazione. E ti sarà particolarmente utile nella pratica dello yoga: facendo i vari esercizi è importante che rispetti i messaggi del tuo corpo quando ti dice di fermarti o di alleggerire una certa posizione, altrimenti potresti farti male.[...]
Praticando la consapevolezza, pratichi anche un'assunzione di responsabilità, la responsabilità di essere te stessa e di imparare ad ascoltarti e ad avere fiducia nel tuo essere. Più coltivi questa fiducia nel proprio essere, più troverai facile aver fiducia anche negli altri e contattare la loro bontà di fondo."

5) Non cercare risultati
"Quasi tutto quello che facciamo lo facciamo per ottenere un certo risultato. Ma nella meditazione questo atteggiamento può essere un ostacolo [...] perché in ultima analisi la meditazione è non fare. Non ha altro scopo che quello di permetterti di essere te stessa. L'ironia è che lo sei già! [...]
Per esempio, ti siedi a meditare e pensi: «Adesso mi rilasso». Oppure: «Non sentirò più il mio dolore». O: « Diventerò una persona migliore» [...] Così facendo hai già programmato un'idea di come dovresti essere. Ad essa si accompagna inevitabilmente l'idea che non vai bene così come sei. [...]
Questo atteggiamento è un ostacolo allo sviluppo della consapevolezza, che richiede semplicemente di fare attenzione a qualsiasi cosa stia succedendo al momento. Se sei tesa, fai attenzione alla tensione. Se provi dolore, stai con il dolore meglio che puoi. Se ti stai criticando, osserva l'attività della mente giudicante.
[...] nella meditazione la via migliore per ottenere risultati è quella di non cercare di ottenere risultati, e di concentrare invece l'attenzione sul vedere e accettare le cose così come sono momento per momento. Con pazienza e una pratica regolare, il movimento verso i risultati avverrà da sé. Esso sarà uno sviluppo spontaneo: tu ti limiti a fargli spazio e a invitarlo dentro di te."

6) Accettazione
"[...] L'accettazione di cui parlo è semplicemente una disponibilità a vedere le cose così come sono. E' l'atteggiamento che crea i presupposti per un'azione appropriata nella tua vita, di qualsiasi cosa si tratti. E' molto più facile agire con convinzione ed efficacia quando abbiamo una chiara immagine di come stanno le cose, che quando la nostra visione è velata da giudizi e desideri.
Nella pratica della meditazione coltiviamo l'accettazione prendendo ogni momento così come viene e vivendolo nella sua pienezza.  Non cerchiamo di sovrapporre all'esperienza le nostre idee su cosa dovremmo sentire, pensare o vedere, bensì restiamo ricettivi a ciò che sentiamo, pensiamo e vediamo in questo momento. Di una cosa possiamo essere certi: che ciò che è oggetto della nostra attenzione in questo momento cambierà, offrendoci l'occasione di coltivare l'accettazione di ciò che si presenterà al momento successivo."


7) Lasciar andare
Si dice che in India esista un sistema particolarmente astuto per catturare le scimmie.
Si pratica in una noce di cocco un foro abbastanza largo da consentire ad una scimmia di farci passare la mano, ma non abbastanza grande da farci passare il suo pugno.
Se si fissa stabilmente ad una palma la noce di cocco e ci si mette dentro una banana, può capitare che una scimmia ci metta dentro la mano, per prendere la banana. In tal caso resterà intrappolata nella noce di cocco, perché il pugno non ne esce. L'unico modo per liberarsi sarebbe lasciar andare la banana, ma sembra che il più delle volte non lo faccia.
"Spesso la nostra mente", dice Kabat-Zinn," resta intrappolata proprio come quella delle scimmie, malgrado tutta la nostra intelligenza. Perciò coltivare il non attaccamento, la capacità di lasciar andare, è fondamentale per la pratica della consapevolezza. Quando cominciamo a fare attenzione alla nostra esperienza interna, ben presto scopriamo che ci sono pensieri, sentimenti e situazioni che la mente vuole trattenere. Se sono piacevoli, cerchiamo di prolungare questi pensieri, sentimenti e situazioni o di rievocarli continuamente.
Analogamente, ci sono pensieri, sentimenti ed esperienze che cerchiamo di evitare perché sono spiacevoli, dolorosi o spaventosi.
Nella pratica della meditazione, mettiamo deliberatamente da parte la tendenza della mente ad attaccarsi a certi aspetti della nostra esperienza e a respingerne altri. Lasciamo invece che l'esperienza sia quello che è e l'osserviamo istante per istante.
[...] Così facendo possiamo imparare molte cose sui nostri attaccamenti e sul loro effetto nella nostra vita, e anche sull'effetto dei momenti in cui finalmente lasciamo andare.
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[...] L'esperienza di lasciarsi andare non è un'esperienza strana o sconosciuta: la incontriamo ogni sera quando ci addormentiamo.
[...] Se non riusciamo a lasciarci andare, non riusciamo ad addormentarci. Quasi tutti abbiamo vissuto momenti in cui la mente non voleva acquietarsi quando andavamo a letto. E' questo uno dei primi segnali di un livello di stress elevato. Magari non riuscivamo a liberarci di certi pensieri che ci coinvolgevano troppo.
In quei momenti se cerchiamo di costringerci a dormire è peggio. Perciò, se la sera riesci ad addormentarti, sei già un'esperta nel lasciarti andare! Ora basta che impari ad applicare questa capacità anche alle situazioni della vita desta."
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Vedi anche: Ridurre lo stress e coltivare la serenità con la mindfulness

lunedì 8 giugno 2015

Citazioni sull'armonia (con se stessi, con gli altri, con la natura, con l'universo)


"... l'armonia con se stessi significa saper ascoltare e soddisfare in modo equilibrato i diversi (e spesso antagonistici) bisogni provenienti da tutte le dimensioni del nostro essere, difatti è proprio quando ne riconosciamo solo alcuni e trascuriamo o, peggio, neghiamo gli altri, che creiamo squilibrio, e quindi malessere, sofferenza, malattia. Per fare un esempio, crea sofferenza (sia fisica che psicologica) il privilegiare troppo la dimensione mentale a scapito di quella corporea ed emozionale, oppure l'incentrarsi troppo sui bisogni materiali trascurando quelli affettivi o spirituali. La via maestra che conduce alla qualità della vita, al benessere, alla salute, non è nella mente, ma neppure nel corpo o nello spirito o nelle emozioni, bensì in un armonico equilibrio tra queste dimensioni; ognuna di esse è solo una parte dell'essere, e se una parte - quale che sia - prende il sopravvento sul tutto non può che derivarne sofferenza."  (Enrico Cheli)
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"L'armonia è un altro volto del bene." (Gianfranco Ravasi)
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"La virtù, la sanità fisica, ogni bene e la divinità sono armonia: perciò anche l'universo è costituito secondo armonia. Anche l'amicizia è uguaglianza armonica." (Pitagora)
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"Non è armonia e concordia dove è unità, dove un essere vuol assorbir tutto l'essere; ma dove è ordine et analogia di cose diverse; dove ogni cosa serva la sua natura." (Giordano Bruno) 
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"Perché, senza che vi fosse la necessità di spiegarselo a chiare lettere e senza che ciò causasse alcun senso di autocompiacimento, egli sapeva che la sua vita già possedeva un innato equilibrio, quel tipo di armonia a inseguire la quale altri sembravano passare la maggior parte della loro esistenza. Non gli veniva in mente che quel dono potesse essere qualcosa di speciale. Si sentiva semplicemente parte di un disegno, di un'unione di elementi animati e inanimati, cui lo collegavano sia lo spirito che la carne." (Nicholas Evans) 
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“La tua salute non è altro che essere in armonia con la Natura.” (Osho)
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“Trovare una nuova armonia con la natura, rientrarvi in connessione profonda, significa crescere e curare al contempo noi stessi e il pianeta in cui viviamo”. (Stefano Fusi)

sabato 6 giugno 2015

La fiera dei miracoli - poesia di Wislawa Szymborska


Un miracolo comune:
l'accadere di molti miracoli comuni.
Un miracolo normale:
l'abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.
Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
che riesce a nascondere una grande pesante luna.
Più miracoli in uno:
un lontano riflesso sull'acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l'acqua sia poco profonda.
Un miracolo all'ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.
Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.
Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.
Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si alzano in volo.
Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3,14
e tramonterà alle 20.01
Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

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Argomenti collegati: 
"Riconoscere lo straordinario nell'ordinario"

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