venerdì 30 gennaio 2015

Il respiro così com’è - Un discorso di CHRISTINA FELDMAN

Recentemente mi è capitato di leggere una vignetta in cui un monaco giovane e uno anziano sedevano insieme. Il monaco più giovane, con un’espressione alquanto ansiosa sul viso, aveva evidentemente appena chiesto qualcosa al monaco anziano; ma il fumetto non ci palesa la domanda. Riporta solo la risposta. Il monaco più anziano dice all’altro: “Dopo non accade nulla. È tutto qui!“.
A volte quando iniziamo a meditare vorremmo che ci venissero insegnate tutta una serie di tecniche emozionanti, esoteriche, trascendentali. Invece quello che sentiamo ripetere più e più volte è il semplice incoraggiamento a stare con il nostro respiro. Inspirare con consapevolezza ed espirare con consapevolezza. Sentiamo dire che quando la nostra attenzione divaga, tutto ciò che dobbiamo fare è ritornare alla semplicità del respiro. Di solito, stranamente, siamo disponibili a farlo per un certo periodo.
Ma forse pensiamo che si tratti di una pratica per principianti, preliminare, in cui ci esercitiamo prima che comincino le iniziazioni e le meditazioni veramente interessanti.Una domanda inizia a insinuarsi nella mente verso il secondo giorno: che cosa in realtà ci sia di così speciale nel respiro. Qualche volta ci scopriamo abbastanza disinteressati, annoiati, o scopriamo di essere diventati, come si suol dire, goal oriented. Ci poniamo degli obiettivi (goals) come: essere con 5 respiri di seguito, 10 respiri di seguito.
Oppure diventiamo piuttosto meccanici e scopriamo che è ben possibile essere consapevoli del respiro e nello stesso tempo cullarsi in meravigliose fantasticherie. Oppure ancora, cercando un po’ di divertimento, diventiamo assai creativi con il respiro e proviamo a scoprire… lo sapete… cosa succede quando inspiro da una narice ed espiro dall’altra.
Inutile dire che in tutti questi piccoli esperimenti stiamo in un certo senso perdendo di vista il punto importante. L’inizio della nostra vita è segnato dal primo respiro.
La fine del nostro respirare è anche la fine della nostra vita. La consapevolezza del respiro momento per momento è in realtà un potente accesso sia alla vita che alla liberazione. Nella consapevolezza del respiro impariamo alcune delle più grandi lezioni della nostra vita. Impariamo anche qualcosa sulla profondità di saggezza e di silenzio che è disponibile per noi. Respiriamo per imparare a stare svegli e partecipare alla nostra vita. Respiriamo per imparare a essere in intimo contatto con tutte le cose. Respiriamo per scoprire un sentiero che porti alla fine della sofferenza. E nella consapevolezza del respiro impariamo a lasciar andare.

Nella nostra pratica essenzialmente impariamo a respirare come un Buddha. Il Buddha una volta disse che nella consapevolezza del respiro si sviluppa una potente quiete che conduce alla pace e all’illuminazione. Quando coltiviamo la consapevolezza del respiro portiamo a compimento la saggezza. Insegnando la consapevolezza del respiro il Buddha iniziò con le istruzioni: quando inspirate profondamente, sappiate che state inspirando profondamente. Quando inspirate superficialmente, sappiate che state inspirando superficialmente. Questa qualità della conoscenza menzionata è una qualità di chiara connessione e chiara comprensione.Vedere il respiro così com’è veramente in ogni momento è un allenamento a imparare a vedere tutte le cose della nostra vita così come sono. Il Buddha istruiva: inspirando sperimentate il corpo intero nel respiro. Espirando sperimentate il corpo intero nel respiro. Quando rivolgiamo l’attenzione al respiro, rivolgiamo l’attenzione al momento presente. E scopriamo che il respiro è qualcosa di vivo, fluido, mutevole, proprio come ogni momento nella vita è vivo, fluido e mutevole. Non c’è nulla che rimanga fermo, nulla che rimanga lo stesso.
Questo è in realtà l’inizio di una grandissima comprensione dell’impermanenza. È un cambiamento nel nostro modo di essere con le cose. La comprensione dell’impermanenza è infatti uno dei più potenti insight. Ha il potere di apportare un cambiamento radicale a tutta la nostra vita. Come vivremmo se capissimo veramente che tutto cambia, che non c’è nulla che possiamo costringere a rimanere lo stesso, che non c’è nulla fuori o dentro di noi a cui possiamo veramente aggrapparci? Se lo abbiamo capito veramente in profondità, allora il nostro modo di porci in relazione con la vita cambia radicalmente.
Ci spostiamo dal tentare di controllare le cose al capire che cosa significa partecipare veramente alla vita e impegnarci con ogni momento proprio come esso è. Il movimento dal controllo alla partecipazione è anche un movimento dalla lotta alla pace. Molto spesso nella nostra pratica scopriamo di perdere contatto con il respiro.
Ci separiamo dal momento in cui ci separiamo dal respiro. In quei momenti percepiamo come, in modi molto simili, ci separiamo dalle persone, dalla vita, anche da noi stessi. Iniziamo a vedere cos’è che ci fa veramente separare. A volte è solo l’abitudine a essere impegnati, o a fantasticare. A volte ciò che veramente ci fa “divorziare” dal respiro e dal momento presente sono tutte le filastrocche di “piacere e dispiacere”, di “volere e rifiutare”, che assai spesso si esprimono con il termine “dovrebbe”. Notiamo il potere di questa parola nella pratica del respiro. Possiamo dire per esempio che il nostro respiro dovrebbe essere più profondo o più interessante. Col respiro la lista dei “dovrebbe” è in realtà abbastanza breve.
Ma ogni volta che la parola “dovrebbe” nasce, arriva insieme a un altro messaggio: ossia che qualcosa è sbagliato, inaccettabile nella nostra esperienza, in ciò che accade. Nel resto della nostra vita la lista dei “dovrebbe” infatti tende a essere molto più lunga. Come dovrei essere, come tu dovresti essere, come la vita dovrebbe essere. L’effetto è sempre lo stesso: con la parola “dovrebbe” arriva la resistenza, a volte il giudizio, ma di solito la separazione, la perdita di contatto. Con la parola “dovrebbe” arriva l’idea di successo e fallimento, di giusto e sbagliato. E naturalmente noi non mettiamo sempre in discussione i nostri “dovrebbe”. Al contrario, seguiamo il sentiero del controllo, cercando di rendere il respiro conforme alle nostre immagini e aspettative. Allo stesso modo lottiamo per rendere noi stessi, o le altre persone, o la vita, conformi alle nostre aspettative. Il risultato è sempre lo stesso: una specie di agitazione, di disagio. Possiamo essere in un certo senso abitudinari, quasi dipendenti dal controllo. Possiamo credere che se riuscissimo, almeno una volta, a far coincidere le cose con le nostre immagini, allora saremmo finalmente felici. Le istruzioni di osservare il respiro così com’è, che sia profondo o superficiale, notando il modo in cui continuamente cambia, sono una fortissima lezione di vita: un invito a lasciar perdere le nostre aspettative, le nostre idee su come le cose dovrebbero essere e trovare pace con ciò che è. È un invito a spostarsi da uno stato di separazione a un maggiore senso di unità e armonia.
Questo insegnamento di unità e armonia è centrale nella consapevolezza del respiro. Nell’essere consapevoli del respiro impariamo infatti a coltivare l’unità. Rivolgendo l’attenzione al respiro impariamo a raccoglierci e a conservare memoria di noi stessi. La pratica di consapevolezza è anche chiamata pratica di raccoglimento. Mentre raccogliamo l’attenzione in questo momento, stiamo in realtà imparando a integrare corpo, mente e cuore nel momento presente. Impariamo a essere affettivamente aperti piuttosto che frammentati. Incominciamo a vedere quante volte nella vita non siamo effettivamente tanto presenti. Talvolta tendiamo verso il futuro, anticipando un momento migliore o più perfetto. O talvolta ci rivolgiamo indietro al passato, a come le cose erano, liete o tristi. A volte, mentre cerchiamo di essere presenti, scopriamo di non sapere bene dove siamo, di avere come degli spazi vuoti. La campana finale suona e improvvisamente apriamo gli occhi, pensando che se qualcuno ci chiedesse: “Dov’eri?” non sapremmo rispondere.

A volte il modo in cui ci allontaniamo dal presente è facendo le prove generali per il futuro: programmiamo i nostri domani, la conversazione che avremo, le cose che diremo, le cose che faremo. Scopriamo quanti momenti della vita abbiamo perduto, e quante cose ci sono venute a mancare in quei momenti perduti. Tutti presi dall’attività di programmare i nostri domani, dimentichiamo che cosa significa veramente vivere.

È curioso esaminare che cosa veramente facciamo in tutta la nostra attività di programmazione. Sembra che cerchiamo qualcosa. Non siamo neanche sicuri di che cosa stiamo cercando. Ma la sensazione è di star cercando qualcosa che proprio ora ci manca.

C’è un koan Zen che invita le persone a sedersi con la domanda: “Che cosa manca in questo momento?”. Quando siamo presi da tutta l’attività mentale, siamo anche in preda a un’agitazione piuttosto dolorosa. Molto raramente usciamo da un’ora di fantasticherie o ossessioni o programmi sentendoci più freschi o liberi o creativi. Quando ne usciamo fuori ci sentiamo così esausti e disperati che quasi dimentichiamo i successivi dieci minuti prima di imbarcarci nel prossimo “viaggio”.

Joseph Campbell disse una volta:

«Ciò che cerchiamo in un’esperienza è l’estasi di sentirci pienamente vivi.Tendiamo a credere che ci sia una gioia nell’essere vivi. Ma pensiamo sempre che questa gioia si trovi da un’altra parte, in qualche momento migliore che raggiungeremo dopo esserci liberati delle cose spiacevoli della vita o quando avremo il carattere perfetto o il corpo perfetto o la mente perfetta. Così viviamo con un sentimento di disappunto, perché la gioia di sentirci vivi sembra non arrivare mai. Eppure ciò non ci trattiene dal guardare avanti, nel prossimo momento o nella prossima progettazione. Coltivare l’unità nel respiro calma l’agitazione e sorprendentemente porta con sé un aroma di gioia. Impariamo a coltivare quel senso di felicità nella semplicità di essere presenti solo con questo respiro, questo corpo, questo momento. Sperimentiamo molto fortemente il fatto di essere tanto impegnati nei nostri piaceri e dispiaceri, nelle prove e fantasie e sogni a occhi aperti. Avvertiamo così potentemente questo senso di “me”.»

Avete notato come sia raro fantasticare con qualcun altro nel ruolo di primo attore? Di solito siamo noi gli eroi delle nostre fantasie. Non sogniamo il successo, la felicità e le grandi passioni di qualcun altro. Avete notato che quando ci perdiamo nei nostri progetti sul futuro si tratta sempre di quanto “io” sarò bravo. Quando ci perdiamo nelle storie del passato è sempre su cose che sono accadute “a me” o non sono accadute “a me”. Notiamo un senso dell'”io” molto potente che viene intrappolato nell’attrazione e nella repulsione. In modo contorto questo “io” cerca anche l’unità. Però cerca di trovarla attraverso l’afferrare e l’aggrapparsi, così da poter chiamare qualcosa “mio”: conosciamo il mio successo, le mie conquiste.
Evidentemente l’impermanenza è proprio una brutta notizia per l’attaccamento. Cerchiamo di attaccarci a qualcosa: ma non importa quanto saldamente ci afferriamo ad essa, questa scivola sempre via da noi.
Anche il meraviglioso momento di calma, la bellissima fantasia o il meraviglioso sogno a occhi aperti continuano a trasformarsi in qualcos’altro, proprio come il respiro. Provate a sedervi avendo solo inspirazioni: non funziona. Provate a sedervi avendo solo espirazioni: non funziona. Quando vogliamo tenere strette le cose, viviamo con la paura della perdita. Un genuino senso di unità non porta con sé l’ombra della perdita, perché l’unità che coltiviamo nel respirare è l’unità con il momento presente: che comprende il cambiamento, che non fa affidamento su nulla che rimanga lo stesso. Scopriamo una stupenda libertà in ciò.
Cominciamo a sentirla nella consapevolezza del respiro. All’inizio, quando stiamo attenti al respiro, ci sentiamo immedesimati nel ruolo di colui che respira, l’osservatore, che in qualche modo deve mettercela tutta. Piano piano, in modo sottile, questa sensazione inizia a cambiare, via via che diventiamo più intimi e connessi con il respiro. Improvvisamente il livello di sforzo necessario diventa molto minore; soprattutto perché iniziamo a connetterci con un senso più profondo di felicità e benessere. Siccome lo sforzo è molto minore, la sensazione di essere colui che respira inizia anch’essa ad affievolirsi. Avvertiamo semplicemente la sensazione del respiro che respira se stesso. Iniziamo ad avere una qualche comprensione del vuoto, della mancanza di colui che respira, che risulta in una certa comprensione della mancanza del pensatore, possessore e attore. La stessa armonia e calma nascente da una tale unità è un maestro assai potente. Ci insegna a lasciare andare, ci insegna a stare con ciò che è.
Le istruzioni del Buddha dicono anche: “Calmando l’intero corpo inspiriamo; calmando l’intero corpo espiriamo. Quindi calmando la mente inspiriamo ed espiriamo”. Come possiamo calmare la mente e il corpo? Perché impariamo qualcosa sul lasciarli essere proprio come sono.
Impariamo a lasciar perdere alcune delle nostre storie e aspettative e paure. Ogni volta che ritorniamo al respiro impariamo naturalmente come lasciare che le cose siano quello che sono. Scopriamo che la mente non deve fermarsi per trovare una profonda calma; che la mente non è un ostacolo alla pace; che il pensiero non è un ostacolo al risveglio. Il corpo con tutte le sue sensazioni non deve fermarsi; il corpo non è un ostacolo alla pace. A volte la mente e il corpo sembrano ostacoli, ma l’ostacolo è in realtà un altro. È l’avversione a non essere molto compatibile con la pace. Quando c’è avversione vogliamo solo che qualcosa vada via o finisca. L’avversione crea un sacco di storie. Quante storie avete scritto oggi in cui c’era l’avversione nella trama?
Il volere e il bramare sono ostacoli alla pace. Quanta agitazione si crea quando vogliamo che qualcosa rimanga o continui! La paura e l’ansia sono ostacoli molto forti alla pace: la paura del dolore, la paura dell’incertezza, la paura di essere fuori controllo. E tutte le storie che vengono con l’ansia. Il Buddha disse che la mente ossessionata diventa agitata. E la mente agitata è lontana dalla libertà. Disse anche che la mente non ossessionata non è agitata. E la mente che non è agitata è molto vicina alla libertà. Nella nostra pratica impariamo a respirare come un Buddha, non per uscire dalla vita ma per illuminarla. Respiriamo non per superare noi stessi ma per imparare ad abbracciare le nostre vite, con una consapevolezza gentile e chiara; per imparare a lasciare andare come atto di compassione e saggezza verso noi stessi.
Oggi ho parlato della fissazione: la tendenza della mente a soffermarsi, indugiare nelle cose. La fissazione è una specie di “prurito” mentale che grattiamo e grattiamo, cercando di trovare sollievo. Recentemente mi è capitato di leggere un detto che suggeriva: se vi trovate in una buca, sarebbe una buona idea smettere di scavare. Quando siamo ossessionati dalle fissazioni in un certo senso moriamo al mondo. Quando siamo ossessionati, il mondo di immagini e suoni e sensazioni tattili e tutte le cose che accadono intorno a noi non ci toccano veramente, perché non siamo consapevoli di esse.
Quando siamo ossessionati siamo travolti in un nostro mondo interiore molto contratto, molto stretto. A volte, con buone intenzioni, cerchiamo di investigare alcune di tali fissazioni (da dove vengono, perché sono qui, che cosa significano?). Ma spesso l’investigazione diventa una specie di modo di ossessionarci più consapevole. Sapete come potete distinguere tra investigazione e fissazione? Con l’investigazione, se vi ponete la domanda: “Posso lasciarlo andare?” la risposta sarà immediatamente “Sì!”. Con la fissazione, se vi ponete la domanda: “Posso lasciarlo andare?” la risposta è quasi sempre “No!”. Siamo prigionieri di ciò che ci ossessiona: questo è il motivo per cui impariamo a coltivare la calma del respiro.
È meglio impararlo da soli, perché è spesso difficile farsi convincere da altri. Una meditante a questo proposito mi ha detto: continuo a pensare a queste cose. Allora piuttosto che cercare di lasciarle andare, credo sia meglio continuare a pensarle. Ben presto avrò esaurito tutti i pensieri che è possibile avere. Dieci giorni più tardi le ho chiesto: “Come va? Hai finito?”.
E lei mi ha risposto: “No! Sai, sembra che vi sia un numero infinito di pensieri che è possibile avere”. La verità è che noi siamo un po’ innamorati delle nostre fissazioni, anche quando sono dolorose. Conoscete il mito greco di Sisifo? Sisifo è condannato a spingere un masso su per la montagna per l’eternità. Ogni volta che il masso arriva vicino alla cima della montagna, egli perde la presa e il masso rotola giù di nuovo fino al punto di partenza. Molta gente legge questa storia e pensa: “Povero Sisifo!”. Invece forse Sisifo era innamorato del suo pezzo di pietra. Avrebbe potuto semplicemente dire: “Perché non lasciarlo alla base della montagna?”. Anche noi a volte siamo innamorati delle nostre fissazioni: ci tengono impegnati, ci procurano qualcosa da fare. Ci forniscono un’identità, la sensazione di poter controllare le cose. E ci chiediamo: “Che cosa saremmo se lasciassimo andare alcune di queste preoccupazioni?”. Finché infine non esploriamo quello spazio: allora, quando ci svincoliamo dalle nostre fissazioni, scopriamo una grande vastità di calma che è davvero piena di gioia.
Il Buddha ci incoraggiava a inspirare lavorando per la cessazione, a espirare lavorando per la liberazione; a vedere lo svanire di ogni respiro, di ogni suono, di ogni visione, ma anche a vedere lo svanire della sofferenza; a vedere lo svanire del dispiacere e a vedere lo svanire della separazione. Ciò che veramente emerge in questo svanire, nel non afferrarsi più a niente, è un grande senso di calma e vastità. Perciò nella nostra pratica cerchiamo di imparare veramente a respirare come un Buddha.

Discorso tenuto da Christina Feldman durante un ritiro a Roma nel gennaio 2001. Traduzione a cura di Cristiana Gentili e Franca Zucalli

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domenica 25 gennaio 2015

Le Tre Piume e dintorni


Stamattina mi è tornata in mente una vecchia fiaba dei fratelli Grimm, Le tre piume, che funziona più o meno così.

C'era una volta un re che aveva tre figli, i primi due svelti e intelligenti ed il terzo così taciturno e ingenuo da essere soprannominato il Grullo.
Un giorno il re, sentendosi ormai vecchio e vicino alla morte, disse ai figli che avrebbe lasciato il suo regno a quello tra loro che gli avesse portato il tappeto più bello. 
Li invitò allora a mettersi in viaggio per fare le loro ricerche.

Per evitare che litigassero tra loro circa la strada da prendere, soffiò su tre piume e disse ai figli di seguire ciascuno la direzione indicata dalla piuma che gli era stata assegnata.

La piuma del primo figlio volò a sinistra, quella del secondo figlio volò a destra e quella del Grullo volò in avanti. Quest'ultima tuttavia fece pochissima strada e andò a posarsi per terra giusto davanti alla casa. 

I due fratelli grandi derisero il fratello piccolo e si misero in viaggio, mentre il Grullo rimase solo davanti alla casa, disorientato e più che mai senza parole.
Dopo un po' che se ne stava fermo lì, accanto alla sua piuma, il Grullo si accorse di un'impercettibile incrinatura del terreno, mai notata prima, pur essendo passato per quel luogo tante e tante volte. Guardò allora attentamente e scoprì che lì, proprio lì, c'era una botola. La sollevò, vide una scala e scese i gradini che portavano sotto terra.

Là sotto, dietro una porta, trovò un rospo circondato da tanti rospetti, che gli chiese che cosa volesse. E quando il Grullo disse di cosa aveva bisogno, il rospo gli consegnò il tappeto più bello del mondo.

Fu così che il Grullo vinse la gara con i suoi fratelli i quali, considerandolo sciocco e incapace di procurarsi un tappeto di valore, non si erano dati nessun da fare per raggiungere un buon risultato ed erano tornati a casa con dei ruvidi stracci presi dalle mogli dei primi pastori che avevano incontrato. 

I fratelli tuttavia non accettarono di buon grado che fosse il Grullo ad ereditare il regno e pretesero dal re una seconda prova (che fu trovare l'anello più bello) e poi una terza (che fu trovare la donna più bella) e poi una quarta (che fu far saltare le tre donne in un cerchio appeso nel salone, per vedere quale delle tre ci riusciva meglio, senza... rompersi le ossa). 

Tutte le volte fu sempre il Grullo a vincere perché, a differenza dei suoi fratelli, che non si erano minimamente impegnati nelle loro ricerche ed erano stati superficiali e sbrigativi, egli era stato l'unico a scendere fin sotto terra ed il suo impegno era stato premiato dai ricchi doni del rospo. 

Fu così che, alla morte del re, il Grullo ereditò la corona e regnò a lungo con grande saggezza.

  • Potete prendere questa fiaba come un regalo della domenica, raccontarla così com'è ai vostri bambini e finirla qui. In tal caso ricordatevi solo di precisare che la fanciulla di celestiale bellezza trovata dal Grullo era in origine una ranocchia che il rospo gli aveva donato dentro a una zucca gialla; poi si era trasformata in donna ma fortunatamente aveva conservato il suo talento per il salto: ecco perché era stata l'unica a saltare nel cerchio senza fracassarsi le ossa come le altre due!
  • Oppure potete leggere questa fiaba in chiave psicoanalitica e considerarla un invito ad esplorare la vostra interiorità (simbolicamente, scendere sotto terra) per andare alla ricerca dei ricchi tesori che essa certamente custodisce e che restano sconosciuti se ci si ferma alla superficie delle cose (come fecero i fratelli del Grullo). In tal caso vi rimando al bellissimo libro di Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, che dice molte interessanti cose a riguardo. Dice per esempio che l'inconscio, come il Grullo, può sembrare un sempliciotto - visto che parla per immagini anziché a parole - "ma quando viene usato bene è la parte della nostra personalità da cui traiamo la maggior forza". Ciò che ha salvato il Grullo, infatti, è stato l'affidarsi a un rospo, cioè "alla natura animale, alle semplici e primitive forze all'interno di noi", che possono apparire sgraziate,  ma che quando sono bene usate per gli scopi più elevati, si rivelano di gran lunga superiori a un'intelligenza superficiale (come quella dei fratelli). 
  • Ancora, potete leggere questa fiaba in chiave life coaching e considerarla una metafora del fatto che in ciascuno di noi ci sono potenzialità che aspettano solo di essere portate alla luce - come il tappeto e l'anello del Grullo - e sogni che aspettano solo di essere tirati fuori e realizzati - come una ranocchia in una zucca, che aspetta di trasformarsi in donna. In tal caso, prendete questa fiaba come un invito a credere nei vostri sogni e a investire in essi energia, perseveranza e passione, senza importarvene del fatto che gli altri vi considerano "grulli": ride bene chi ride ultimo.
  • Infine potreste dare a questa vicenda anche una lettura da mondo Mindfulness e interpretarla nel senso che, se prestiamo una saggia attenzione alla nostra esperienza nel qui e ora, ci accorgeremo probabilmente anche delle "botole che abbiamo sotto i piedi" e potremo beneficiare dei ricchi doni della consapevolezza. Questo significa che diverremo più padroni di noi stessi (unici re del nostro regno) e non permetteremo agli eventi stressanti della nostra vita, ai nostri pensieri più cupi, alle emozioni difficili e ai problemi fisici (che ci remano contro, come i fratelli del Grullo) di occupare tutto lo spazio della nostra mente e renderci loro sudditi.
Quanto a me, devo confessarvi che nessuna di queste possibili interpretazioni mi ha spinta a raccontarvi questa fiaba. 
Stamattina, infatti, avevo in testa un'altra cosa.
Stavo riflettendo tra me e me circa il fatto che l'amore che nutro per la mia terra negli anni è andato maturando. L'ho amata per motivi diversi nelle diverse stagioni della mia vita.
Non credo che lei sia cambiata molto da quando sono nata. Secondo me, sono cambiata di più io.
Di lei molti dicono che sia peggiorata e che sia diventata una terra difficile, ma io su questo non voglio pronunciarmi (anche perché, probabilmente, si potrebbe dire lo stesso di me...).
Stamattina mi dicevo che un paesaggio cambia a seconda  delle lenti attraverso cui lo si guarda, e che le mie lenti negli anni sono cambiate più volte. 
Probabilmente oggi vedo e apprezzo cose che prima non riuscivo a vedere.
Così mi è venuta in mente una frase di Russel H.Conwell,  che dice:
I vostri diamanti
non si trovano su remote montagne o in mari lontani;
scavando, li troverete nel cortile dietro casa.
Alla fine, a prescindere da tutto, è questa frase che racchiude per per me il vero senso della fiaba delle Tre Piume e, viste le circostanze, la dedico oggi alla mia terra e a tutti coloro che ci vivono. 


Maria Michela Altiero, psicologa - colloqui psicologici anche al telefono e online
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mercoledì 31 dicembre 2014

Ispirazioni di fine anno e pratiche informali di consapevolezza per la vita quotidiana




1.Quando è possibile, fare una cosa alla volta.
2.Prestare completa attenzione a quello che si sta facendo.
3.Quando la mente si distrae da ciò che si sta facendo, riportarla indietro.
4. Ripetere il punto tre diversi miliardi di volte.
5. Indagare sulle proprie distrazioni.
 (Larry Rosenberg) 
***

Che ce ne rendiamo conto o no, quando siamo assorti nei nostri pensieri è come se avessimo il pilota automatico inserito, che decide i nostri passi, guida i nostri gesti, manovra la nostra automobile e a volte ci mette pure le parole in bocca. 

Quando i nostri pensieri sono i nostri padroni, hanno il potere di portarci lontanissimo da dove realmente siamo ora, in questo preciso momento. 

Voliamo allora nel passato, nel futuro, nel condizionale più improbabile, sbiadendo l'esperienza presente come se avessimo la nebbia davanti agli occhi, i tappi nelle orecchie, una molletta per i panni stretta sul naso, una mezza anestesia che ci toglie il tatto, e una specie di  maleficio che ci porta via i sapori, rendendo meno gustoso non solo il cibo che mangiamo ma la stessa vita che viviamo.

Dove stai con la testa in questo momento? Chi c'è al tuo posto, mentre fai finta di stare qui?

C'è qualcosa che ti distrae dalla vita vera, dalle sorprese che ha in serbo per te, dalle mille qualità di ogni singolo momento, dal sapore vero delle cose, dalle tue interazioni con chi ti circonda?



Se appena appena ci rendessimo conto della continua tendenza della nostra mente a distrarci dalle mille qualità del momento presente (bombardandoci di storie, commenti, minacce, previsioni e a volte addirittura rimproveri!), cominceremmo a trattarla un po' diversamente, magari come un amico affezionato ma un tantino asfissiante, che di tanto in tanto - con molta gentilezza, ma anche con fermezza - va arginato e messo a tacere. 

Non per cattiveria. Solo per non scoppiare. 

La questione  non è di impedire in assoluto alla nostra mente di vagare (noi abbiamo bisogno certamente anche di ricordare, per mettere a frutto le esperienze passate, come di sognare, per progettare il nostro futuro). La questione è piuttosto impedire ai viaggi della mente di rubarci il presente sottraendoci i suoi reali doni.

Per non essere schiavi della mente che vaga, dobbiamo poter essere liberi di scegliere dove  stare con la testa, momento per momento, e quindi sviluppare una capacità di andare  e venire dai viaggi mentali, riuscendo a tornare presenti a noi stessi, nel qui e ora, intenzionalmente, consapevolmente e gentilmente, ogni volta che vogliamo.

***


La scorsa notte, mentre stavo scrivendo il mio post di fine anno, ha nevicato.
Me ne sono accorta perché me l'ha comunicato mia figlia Alessia rientrando a casa.

Quando scrivo, sto seduta accanto a una finestra che dà sul golfo di Napoli.
Mi è bastato portare lo sguardo alla mia destra, per accorgermi che migliaia di fiocchi di neve danzavano nel buio della notte tra le mille lucine del golfo. C'era anche la luna.

Avevo uno spettacolo più unico che raro, ora, qui, giusto al mio fianco.
E certo non l'avrei notato, se Alessia non mi avesse indotta a farci caso, a prestargli attenzione.
Ero altrove, deliberatamente altrove. Al cento per cento concentrata sul mio post.

Sono stata grata a mia figlia di avermi interrotta. La vita vera era qui, con tutta la sua magia. Non me la sarei persa per nessuna ragione al mondo! 

Stamattina ad ogni modo il mio post era da completare. 
Mi sono svegliata con l'intenzione di rimettermi a scrivere, ma al tempo stesso dovevo preparare le lenticchie per la cena, visto che è l'ultimo dell’anno.

Non avevo nessuna voglia di mettermi a preparare le lenticchie. 
In realtà sono molto facili da cucinare. Basta mettere l'acqua nella pentola, versarci dentro le lenticchie, aggiungere sedano e aglio, accendere il fuoco e ricordarsi di spegnerlo dopo una mezz'ora circa. E poi, certo, a fine cottura bisogna  ricordarsi di aggiungere il sale e magari un po' d’olio.

Ma come si fa a provare gusto in un'attività così minima?
E' talmente facile che mi risulta noiosa.
Così ho deciso che il mio esercizio spirituale di fine anno sarebbe stato proprio...  fare pace con la preparazione delle lenticchie.

Anziché aprire velocemente la busta con uno strappo o con le forbici, ho rimosso delicatamente il sigillo metallico con la punta di un coltello, portando la mia attenzione ai riflessi di luce sulla lama, al cedere graduale del sigillo sotto la crescente pressione che stavo esercitando, allo scricchiolio della busta mentre si apriva, al graduale ammorbidirsi del contenuto a mano a mano che lo spazio tra una lenticchia e l'altra aumentava.

Ho scelto la pentola più adatta, che però era sporca. Così mi sono messa a lavarla, percependo sotto le mani il calore dell'acqua, ascoltandone lo sciacquettio, annusando il profumo del detersivo. Ho tastato la superficie interna della pentola con i polpastrelli fino a distinguere chiaramente le zone lisce, da quelle unte e da quelle incrostate. Ho percepito il ruvido della spugnetta in contrasto con il liscio dell'acciaio e il ronzio dello sfregamento dell'una sull’altro.

Ho risciacquato la pentola e poi l'ho riempita d'acqua fredda.
L'acqua era limpida,  trasparente e inodore, e la pentola lucente.
Mi sono stupita nel percepire dentro di me un senso di grande soddisfazione  di fronte a quella vista. 
Era incredibile che fossi così contenta per una cosa così minima. Mi sembrava quasi di aver dato un contributo al mondo, con quella mia pentola bella pulita e colma d'acqua fresca di rubinetto!

Ci ho versato dentro le lenticchie, osservandole cadere ad una ad una nell'acqua in mille schizzi fragorosi.

Poi ho aperto il frigorifero e ho cercato il sedano.
Ho tastato i vari gambi ad uno ad uno, riconoscendo sia al tatto sia all'aspetto quelli più sodi, quelli più  morbidi, quelli più verdi, quelli  più bianchi. Ne ho recisi alcuni con la punta del coltello e poi li ho lavati  delicatamente percependo con attenzione le qualità visive, tattili e uditive anche di questo lavaggio.

Quando ho affettato il sedano sul tagliere, mi sono accorta che era profumatissimo. Per la prima volta nella vita il suo odore mi ha letteralmente inebriata, tanto era intenso. Poi ho sbucciato l'aglio ed ho prestato attenzione alle qualità tanto più forti del suo profumo e ho vissuto pienamente anche quelle.   

Poi ho messo tutto in pentola, ho acceso il fuoco e ho guardato l'ora.
Quindi ho messo il timer per ricordarmi di tornare qui tra mezz'ora.
Nei prossimi trenta minuti sarò infatti certamente altrove, sia fisicamente sia mentalmente.
Ho deciso di finire il mio post di fine anno e non intendo restare in contemplazione della pentola meditando mezz'ora sulle lenticchie che cuociono. 
Sarebbe anche un'idea, non dico di no, ma  non oggi! Per oggi il mio gioco mi è bastato.

Il breve tempo impiegato a preparare le lenticchie è stato tempo di qualità.
Non solo non mi sono annoiata ma ci sono stata proprio bene.  Ho vissuto qualcosa di speciale: un'attività che consideravo noiosa per la prima volta mi ha gratificata.
Nulla era realmente diverso dal solito: stessa cucina, stessa pentola, stessa marca di lenticchie.
L'unica cosa diversa era la qualità della mia attenzione, intenzionalmente portata per un breve lasso di tempo ad ogni dettaglio dell'esperienza che vivevo nel presente, momento per momento. Senza cercare di scappare, senza affrettarmi, senza pensare a qualcos’altro.

Insomma, come per la nevicata di stanotte anche per le lenticchie di stamattina: ciò che ho vissuto realmente è ciò di cui realmente mi sono accorta. Niente più di questo.
Ogni momento della nostra vita ha un suo valore, se solo glielo riconosciamo  e lo onoriamo  con gentile attenzione.

La qualità percepita della nostra vita può dipendere in larga misura proprio da questo atteggiamento.
Per cui il mio augurio a tutti voi per questo nuovo anno è semplicemente di sviluppare una capacità di gentile attenzione momento per momento, portando curiosità e interesse verso ciò che accade mentre accade, fino a scoprire le qualità straordinarie dei vostri giorni ordinari. 

Grande è il potere della consapevolezza nella vita quotidiana.
Che possano giungervi nel nuovo anno rivelazioni e meraviglie, non solo da finestre e lenticchie, ma da tutto ciò che nella vostra vita aspetta solo di essere riconosciuto.


A seguire, piccoli suggerimenti per portare più consapevolezza nelle nostra quotidianità, tratti dal libro Ritrovare la serenità, di M.Williams, J.Teasdale, Z.Segal, J.Kabat-Zin.

"• Quando vi svegliate la mattina, prima di scendere dal letto, por­tate l'attenzione al respiro per almeno cinque respiri completi, la­sciando che il respiro "avvenga da sé".

• Prendete nota della vostra postura. Siate consapevoli delle sen­sazioni fisiche e di ciò che avviene nella vostra mente quando dal­la posizione distesa vi mettete a sedere oppure vi alzate e vi met­tete a camminare. Notate ogni volta che passate da una posizio­ne all'altra.

• Quando sentite il telefono suonare, un uccellino cantare, un tre­no passare, una risata, il clacson di un'auto, il vento o il suono di una porta che si chiude, utilizzate ognuno di questi suoni o altri che sentite per ricordarvi di entrare pienamente nel qui e ora. Ascolta­te davvero,rimanendo presenti e vigili.

• Nell'arco dell'intera giornata, prendetevi qualche momento per portare l'attenzione al vostro respiro per almeno cinque respiri completi.


• Quando mangiate o bevete qualcosa, datevi il tempo di respira­re. Mettete consapevolezza nel vedere il cibo, sentirne i profumi, nell'assaporarlo, nel masticarlo e nell'inghiottirlo.


• Notate il vostro corpo mentre camminate o state in piedi. Con­cedetevi un istante per prendere nota della vostra postura. Presta­te attenzione al contatto con il terreno sotto i piedi. Sentite l'aria sul viso, sulle braccia e sulle gambe mentre camminate. Vi state af­frettando per arrivare al momento successivo? Anche quando sie­te di fretta, state con la fretta; guardatevi dentro per verificare se state creandovi pressioni aggiuntive, dicendo a voi stessi tutte le cose che possono andare storte.


• Ascoltate e parlate con consapevolezza. Sapete ascoltare senza dover essere d'accordo o meno, senza pensare se vi piace o non vi piace quello che sentite, senza pianificare quello che direte quan­do è il vostro turno? Sapete dire semplicemente quello che dove­te dire senza esagerare o minimizzare? Riuscite a notare le vostre sensazioni fisiche e ciò che vi passa per la mente? Riuscite a nota­re ciò che il vostro tono di voce trasmette? Le vostre parole sono un miglioramento rispetto al silenzio?

• Quando vi trovate ad aspettare in fila, utilizzate quel tempo per notare come state in piedi e respirate. Sentite il contatto dei piedi con il terreno e le sensazioni fisiche che provate. Portate attenzio­ne all'addome che si dilata e si distende. Provate impazienza?

• Siate consapevoli di eventuali punti di tensione nel corpo, nel­l'arco dell'intera giornata. Provate a respirarci dentro e, quando espirate, a lasciare andare eventuali eccessi di tensione. Siate con­sapevoli dell'eventuale tensione immagazzinata nel corpo. C'è tensione nel collo, nelle spalle, nell'addome, nelle mascelle o nella zo­na lombare? Imparate a conoscere i vostri schemi di avversione. Se possibile, praticate yoga o esercizi di allunga­mento una volta al giorno.

• Concentrate l'attenzione sulle vostre attività quotidiane, come la­vare i denti, pettinarsi, lavarsi o mettere le scarpe. Portate la con­sapevolezza in ogni attività.

• Prima di andare a dormire la sera, concedetevi qualche minuto per portare la vostra attenzione al respiro per almeno cinque respiri completi."



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Maria Michela Altiero psicologa e mindfulness trainer
www.mariamichelaaltiero.it



mercoledì 24 dicembre 2014

I miei più cari auguri di buon Natale

A voi tutti, cari amici, i miei migliori auguri di buon Natale
Vi auguro di stare in compagnia di persone che amate davvero, di dire e ascoltare parole sincere,  di mangiare cose che davvero vi piacciono, di ridere per cose che davvero vi fanno ridere,  di ricevere e dare pochi baci formali e molti baci  graditi, di trascorrere ore serene tra sorrisi sinceri.
Vi auguro di non sentirvi mai stretti, nel girovita, nelle scarpe, nel posto a tavola, nelle conversazioni e in fondo al cuore. 
Vi auguro di aver comprato regali per persone a cui vi dà gioia farli e di ricevere regali che testimonino vero affetto per voi.
Vi auguro di  poter stare vicino a chi per voi è speciale.
E vi auguro forza se è proprio una persona speciale a mancarvi quest'anno a Natale, e anche coraggio nel caso che fosse andata via per sempre.
Vi auguro di vivere questo Natale con la vostra Verità, quale che sia, in compagnia o in solitudine, trovando il vostro modo di venirci a patti e di starci comodi.
Vi auguro anche qualche piccolo miracolo, che a Natale non guasta e aggiunge magia, come una rivelazione che dà senso a un dolore, una sorpresa che vi scaldi il cuore, un dialogo che vi faccia sentire compresi, un abbraccio che vi faccia sentire al sicuro, una riappacificazione insperata, una telefonata da chi non vi aspettavate e anche, perché no, una dichiarazione d'amore...
Vi auguro di riuscire a non stressarvi troppo e a prendere ogni cosa con la dovuta calma, affinché questo Natale possa essere davvero un Natale di pace.
E nel caso che non si tratti di santa pace piovuta dal cielo, ma piuttosto di pace conquistata  sul campo, grazie alla vostra sapiente gestione dello stress, allora oltre agli auguri vi faccio anche i miei più sentiti complimenti.
Buon Natale a tutti!



domenica 21 dicembre 2014

Essere semplicemente presenti (come un portinaio...)

Una cosa che può infastidirci nei rapporti con le persone della nostra vita è l'incapacità di starci accanto, quando abbiamo un problema, senza fare a tutti i costi... qualcosa. 
In certi casi, infatti, ciò che desideriamo da chi ci circonda è la semplice vicinanza emotiva, che non ci faccia sentire soli nelle difficoltà, ma accolti così come siamo e così come ci sentiamo, ascoltati se parliamo e lasciati in pace se stiamo zitti, senza necessità di sembrare diversi da come realmente siamo o fingere di stare bene per forza, pur di  tranquillizzare l'altro.
Il desiderio/bisogno di vederci star bene può spingere  le persone a fare necessariamente qualcosa per noi, pur di sfuggire al proprio senso di inutilità e impotenza, o pur di dimostrarci quanto ci amano e quanto sono preziose per noi.
Può capitare allora che chi ci sta accanto si attivi per noi  ben al di là dei nostri desideri e delle nostre richieste, fino a imporci cose (consigli, chiacchiere, distrazioni, attività d'ogni tipo) che, benché suggerite dall'affetto e dalle migliori intenzioni, possono risultarci sgradite, inopportune e addirittura esasperanti.
Quando vogliamo essere d'aiuto a qualcuno, siamo  consapevoli delle  motivazioni che realmente  ci  spingono ad intervenire nella sua vita in un modo o nell'altro? Mentre ci attiviamo nel proporre o attuare soluzioni per lui, stiamo dando davvero risposta ad una sua richiesta? Stiamo ascoltando davvero un suo bisogno? 
E se invece stessimo solo cercando di placare il nostro disagio di fronte alla sua difficoltà? Se stessimo scansando il senso di colpa che ci tormenterebbe se non facessimo niente? 
A muoverci potrebbe essere il desiderio di dimostrargli a tutti i costi quanto siamo bravi e meritevoli d'amore, se non addirittura indispensabili per lui, e la segreta speranza che così non verremo lasciati. Oppure potremmo aver bisogno di riversare a tutti i costi le nostre attenzioni su qualcuno, pur di  non sentirci inutili e soli al mondo.
Noi stessi a volte non abbiamo ben chiaro perché facciamo ciò che facciamo, specie quando agiamo d'impulso, mossi da forze che non governiamo tanto bene e che proprio per questo possiamo confondere sbrigativamente con l'amore, l'amicizia, la solidarietà umana. 
A volte qualche dritta può venirci magari dall'andamento delle circostanze, come quando, rinfacciando a qualcuno la tale cosa buona che avevamo fatto per lui, ci sentiamo rispondere: "ma chi te l'aveva chiesta!",  oppure avvertiamo, anche se non esplicitato, un generale senso di fastidio e ingratitudine nei nostri confronti da parte del beneficiario delle nostre buone intenzioni.
Insomma, se per noi fosse arrivato il momento di apprendere la rara arte di fornire conforto  senza frenesia, con un atteggiamento di semplice presenza, attenta, viva, benevola, vicina ma al tempo stesso non intrusiva, diciamo che un po' di esercizio non guasterebbe.
Vi sembra sufficientemente  folle l'idea di andare a  fare per qualche tempo il portinaio in uno zendo?
Lo zendo, per chi non lo sapesse,  è un centro di pratica zen ed il lavoro di portinaio in questo luogo non credo che piacerebbe a tutti. Pare tuttavia che sia un ottimo esercizio per imparare a riconoscere le forze che ci spingono ad agire verso gli altri, quando il nostro ruolo è chiaramente un altro, e cioè quello di fornire  il conforto con la semplice presenza. 
A seguire, alcune riflessioni a riguardo, tratte dal libro di  Brenda Shoshanna, Lo Zen e l'arte di innamorarsi.
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"Uno degli incarichi più importanti in uno zendo, benché molti non lo capiscano, è quello del portinaio. E' un compito svolto a rotazione, e quindi nei diversi giorni lo svolgono persone diverse. Il portinaio sta sulla porta dello zendo, in silenzio e in modo non intrusivo, per la maggior parte del tempo con lo sguardo a terra. Quando qualcuno entra, a volte gli fa un cenno e a volte no. Se la persona ha una domanda, ad esempio dove mettere le scarpe o la borsa, il portinaio si occupa sollecito delle sue necessità. Altrimenti, l'interazione è minima.
Il portinaio non impone la propria personalità. Non interferisce con le persone che entrano, ma mette semplicemente a disposizione la sua presenza sulla porta. Questa presenza comunica a chi entra che non è solo. Sta entrando in un luogo preparato per lui. C'è qualcuno ad accoglierlo. La presenza silenziosa del portinaio gli fa sapere che non deve comportarsi in qualche modo speciale per risultare accetto. Può entrare così com'è. [...]
Stando lì in silenzio, in contatto con il respiro e al servizio degli altri con la sua semplice presenza, il portinaio non chiede niente. Chi entra non deve fare in modo da piacergli, dargli la sua attenzione o restituire il suo sorriso e la sua accoglienza. Chi entra può essere esattamente quello che è. Questo è il dono più grande che il portinaio fa a chi arriva, anche se forse occorre un po' per capirlo. [...]
Le persone reagiscono in modo diverso al ruolo di portinaio. La paura di Bob era la solitudine. Fare il portinaio lo mandò in crisi. "Pensavo che sarei impazzito", disse in seguito. "Non guardare, non sorridere e non accogliere cordialmente, mi dava la sensazione di ignorare gli altri, di obbligarli ad arrangiarsi da soli".
Fece di tutto per evitare di svolgere quel compito, ma il maestro insistette. Anzi, gli toccava fare il portinaio il doppio delle volte degli altri.
"E' come se li abbandonassi invece di accoglierli", si lamentò.
"Benissimo. Allora abbandonali", replicò il maestro.
Molte persone hanno paura di abbandonare e di essere abbandonate. I loro rapporti ruotano intorno a questa paura. Assumendo il ruolo del portinaio, questo problema viene a galla in tutta la sua prepotenza. Qual è il vero significato di essere lì per gli altri e farli sentire bene? [...]
Mentre facciamo i portinai, le nostre illusioni su noi stessi e sugli altri ci appaiono con chiarezza. Ma non mettiamo in atto le nostre emozioni: facciamo soltanto quello che ci richiede il nostro compito. Rimanendo concentrati sul nostro compito, le emozioni dolorose sorgono e se ne vanno. [...]"
***
"In quanti modi siete disposti a fare il portinaio nei vostri rapporti? In quanti modi siete disposti a non imporvi all'altro e a non essere intrusivi, ma semplicemente disponibili all'altro così com'è? Fate una lista e rileggetela attentamente. Poi ogni giorno provate a fare una di queste cose per un'altra persona. Lasciate che la persona sia quello che è, un intero mondo. E siate anche voi il vostro intero mondo. Non dimenticatevi di voi quando l'altro arriva. E non dimenticatevi di lui.
Osservate come vi sentite comportandovi in questo modo, e come l'altro reagisce. All'inizio potrebbe sembrarvi strano, ma provate per un po'. Potranno arrivare grosse sorprese".
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martedì 9 dicembre 2014

L'ultima verità. Piccola storia zen sul vivere e il morire

Mentre era in punto di morte, il monaco Ninakawa ricevette la visita del grande maestro zen Ikkyu, il quale gli propose di guidarlo in quell'istante cruciale.
Con voce flebile ma ferma, il candidato all'Aldilà rispose:
- Da solo sono venuto su questa terra e da solo me ne devo andare. Non vedo proprio quale aiuto possiate darmi.
- Se davvero siete convinto di andare e venire, significa che vi trovate ancora nell'illusione. Che non avete ancora capito la vera natura della mente.
Con il volto illuminato da un sereno sorriso, Ninakawa rese l'ultimo respiro.
***

Sessantasei volte i miei occhi
hanno contemplato l'effimero spettacolo
dell'autunno.
Ho parlato abbastanza del chiaro di luna.
Non chiedetemi altro.
Ascoltate soltanto la voce
dei pini e dei cedri
quando non c'è più un alito di vento.
La monaca Ryonen

(da Racconti dei saggi del Giappone, a cura di Pascal Fauliot, ed. L'Ippocampo)