giovedì 22 novembre 2012

Cura di sé e cura degli altri: il delicato equilibrio tra autorealizzazione e altruismo

Una lettrice, dopo aver letto il post sull'uomo che piantava gli alberi, ha commentato:

"Ciascuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa di significativo e determinante... piccole cose apparentemente insignificanti che possono rendere il mondo migliore... ed io, che potrei fare?".

Questa domanda ("io che potrei fare?") 
mi dà lo spunto per una riflessione
 sul rapporto esistente tra
 "l'aver cura di sé" e "l'aver cura degli altri".

Nelle nostre dieci regole della serenità è dato molto spazio alla cura di sé propriamente intesa (curare il proprio corpo, curare il proprio spirito, e altre cose così). 
Poi si arriva alla settima regola e si legge: "coltivare relazioni umane significative", cosa che implica un donarsi agli altri, un prendersi cura d'altri, un superamento apparente della cura di sé che al tempo stesso arricchisce di significato anche lo stesso sé.
In effetti è come se esistesse una specie di circolo virtuoso che parte dalla cura di sé e giunge alla cura degli altri, la quale diventa poi, a sua volta, un'altra tappa essenziale della cura di sé.
Volendo procedere per gradi, si potrebbe dire così:
se ognuno di noi fosse una persona migliore, il mondo intero sarebbe migliore; se ognuno di noi si sentisse un po' meglio, tutto il mondo si sentirebbe un po' meglio. Quindi, se vuoi rendere un buon servizio a questo  mondo, abbi innanzitutto cura di te; se vuoi un mondo migliore, comincia a migliorare te stesso.
Però non è questa la risposta che volevo dare alla lettrice.
E' un'altra. E sta in quello che ho chiamato il "circolo virtuoso".
La  cura di noi stessi e l'attenzione ai nostri bisogni, che qui vengono caldamente consigliate,  non vanno intese tout-court come espressioni di (un anche sano) egoismo, perché possono ben essere declinate  in un'ottica di generale vantaggio. 
Dopo tutto anche Elzéard Bouffier piantava gli alberi perché di base gli faceva piacere farlo e gli faceva anche bene farlo. La sua attività solitaria giovava contemporaneamente all'intera regione, ai suoi abitanti e a sé stesso che, con quella trovata,  ridava un senso positivo alla sua vita spezzata. 
Tutto ciò tira in ballo il concetto di autorealizzazione (così caro a noi life coach umanistici) e la conseguente domanda: è etico dare molto spazio alla propria autorealizzazione quando il mondo va a rotoli e tanta gente ha bisogno di aiuto?
La risposta può essere benissimo sì; infatti  l'autorealizzazione può essere un processo altamente etico, nel momento in cui è capace di attuare simultaneamente il bene proprio e quello altrui.
E' ciò che sosterrò a conclusione di questo post.
Ma poiché non posso andare avanti col dubbio che chi legge non sappia cosa si intende qui per autorealizzazione, apro una parentesi su questo concetto.
Saltate il prossimo paragrafo, voi che sapete... (lo scrivo in verde, così non si sbaglia!)
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Il concetto di "autorealizzazione" parte dall'assunto che ci sia qualcosa dentro di noi che è potenzialità dell'essere, e che spinge per venire fuori (come l'acqua spinge per uscire da una sorgente) affinché il nostro vero sé possa venire alla luce, svilupparsi in pienezza e dare i suoi doni al mondo.
Nel corso della nostra vita, le nostre potenzialità  a volte trovano effettivamente (in misura maggiore o minore) sbocco ed espressione, e altre volte invece restano (in misura maggiore o minore) inespresse.
Il senso di appagamento che si trae dall'attualizzare le proprie potenzialità e, viceversa, il senso di insoddisfazione e frustrazione che viene dal non poterle esprimere, è esperienza nota a molti.
Sul punto si sono pronunciati ampiamente vari autori, ed in particolar modo Abraham Maslow (che pone l'autorealizzazione in vetta alla sua piramide dei bisogni umani) ed Erich Fromm.
"La nascita", sostiene Erich Fromm (nel suo libro 'Dalla parte dell'uomo'), "non è che un passo particolare entro un continuum che comincia con il concepimento e termina con la morte. Tutto ciò che giace tra questi due poli è un processo, consistente nel dare alla luce le proprie potenzialità, e nel portare alla vita tutto ciò che è potenzialmente dato nelle due cellule germinali. Ma mentre la crescita fisica procede di per se stessa, purché siano fornite le adatte condizioni, il processo della nascita sul piano mentale, all'opposto, non si verifica automaticamente. Esige l'attività produttiva, che dia vita alle potenzialità emotive e intellettuali dell'uomo, che dia vita al suo 'sé'." 
Abraham Maslow dice a sua volta (nel suo libro 'Motivazione e Personalità'), che, per quanto ogni altra esigenza possa essere stata soddisfatta (bisogni fisiologici, bisogni di sicurezza, bisogni sociali e di appartenenza, bisogni di stima), possiamo spesso aspettarci che presto si svilupperà un nuovo stato di scontentezza e di irrequietezza, se l’individuo non sarà occupato a fare ciò che egli, individualmente, è adatto a fare. Un musico deve fare musica, un pittore deve dipingere, un poeta deve scrivere per poter essere definitivamente in pace con se stesso. Ciò che uno può essere, deve esserlo. Egli deve essere come la sua natura lo vuole. Questo è il bisogno che possiamo chiamare di autorealizzazione. 
Questo termine ... si riferisce al desiderio dell'uomo di autocompimento, cioè alla tendenza che egli ha  ad attualizzare ciò che è potenziale. Questa tendenza può essere indicata come il desiderio a divenire sempre più ciò che idiosincraticamente si è, a divenire tutto ciò che si è capace di diventare.
La forma specifica che questi bisogni assumeranno varia ovviamente molto da persona a persona. In un individuo possono assumere la forma del desiderio di essere una madre ideale, in un altro possono esprimersi atleticamente, in un altro nel fare quadri o invenzioni. A questo livello ci sono grandi differenze individuali."

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Chiusa parentesi sul concetto di autorealizzazione.
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Per rispondere finalmente alla domanda della lettrice, io evidenzierei un fatto molto importante, e cioè che la cosa più bella del processo di autorealizzazione è trovare un punto di incontro tra domanda e offerta, e cioè tra ciò che noi  abbiamo da offrire al mondo (e che ci dà gioia offrirgli) e ciò che il mondo richiede, perché ne ha bisogno.
Quando le due cose si incontrano, si attua simultaneamente il bene di chi dà e di chi riceve, ed è un successo condiviso, un'iniezione potente di significato esistenziale.
E' la gioia del musicista che suona condivisa con il pubblico che ascolta, del vero medico che cura e del suo paziente che si fa curare, di una mamma felice di  recitare una vecchia filastrocca al suo bambino e del suo bambino che ride nell'ascoltarla, di un giardiniere che coltiva volentieri  il suo giardino e delle sue piante che crescono rigogliose rispondendo alle sue cure.
Allora, se mi chiedi: "Io che potrei fare per rendere il mondo migliore?" ti potrei rispondere mille cose, ma la mia risposta preferita resta sempre: "Porta alla luce i tuoi doni e fanne omaggio al mondo", che sarebbe a dire  "Compi la tua autorealizzazione e fanne un atto di altruismo".
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Questa peraltro è la conclusione a cui giunge lo stesso Maslow, quando osserva che i soggetti autorealizzati "hanno verso gli esseri umani in generale un profondo sentimento di identificazione, di simpatia e di affetto, nonostante i momenti occasionali di ira, di impazienza o di disgusto… A causa di tale sentimento di comunione, essi hanno un genuino desiderio di aiutare la specie umana. È come se fossero membri di una sola grande famiglia… Le persone che si autorealizzano hanno relazioni interpersonali più profonde di ogni altro adulto. Esse sono capaci di maggiore fusione, di maggiore amore, di identificazione più perfetta, di una maggiore riduzione delle barriere dell'ego di quanto la ritengano possibile le altre persone… In un senso molto reale e molto speciale si può dire che amano o piuttosto compatiscono tutta l'umanità".
In queste persone, commenta Lodovico Prola (Cenni sulla teoria psicologica di Abraham Maslow, in Buddismo e Società n.99/2003) "molti dualismi e dicotomie sono superati, le polarità scompaiono e molte opposizioni, ritenute fondamentali, sono sostituite da unità. Ad esempio le vecchie opposizioni tra cuore e mente, fra ragione e istinto scompaiono nelle persone autorealizzate. Non è possibile contrapporre egoismo e disinteresse perché per principio ogni atto è insieme egoistico e altruistico. Né si può opporre il dovere al piacere, né il lavoro al gioco quando il dovere è piacere e il lavoro è gioco."
Con lo stesso spirito Maslow parla del diventare un "servo", pur insistendo sull'importanza del realizzarsi: "Il miglior modo per diventare un miglior servitore degli altri è diventare persone migliori dentro. Ma per diventarlo è necessario servire gli altri. E' dunque possibile, anzi doveroso, fare le due cose simultaneamente".
 

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Per cui attenzione a non confondere le opere di bene con i sacrifici.
Se sacrificherete voi stessi per fare il bene di qualcuno, potreste non ottenere in cambio la gratitudine che vi aspettate, perché in luogo del seme della gratitudine potreste aver gettato quello del debito morale o del senso di colpa, capaci di avvelenare anche il bene ricevuto e rendere amari, per chi li riceve, i frutti della vostra opera.
Se invece potrete offrire in dono agli altri ciò che siete felici di donare, perché per voi stessi costituisce  autorealizzazione, seminerete gioia e benedizione intorno a voi, e sarete grati voi per primi a chi apprezza e  accoglie volentieri quegli stessi doni, che consentono a voi di esprimervi.
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Concludendo, ecco ciò che rispondo a chi mi chiede cosa può fare per migliorare il mondo: dona ciò che ti viene meglio e che, mentre lo fai, ti rende felice.
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mercoledì 21 novembre 2012

"La vita è un processo evolutivo, una combinazione di stati che dobbiamo attraversare. 
Dove le persone falliscono è nel voler scegliere uno stato e rimanervici.
Questo è paragonabile ad una specie di morte." 
(Anaïs Nin)

martedì 20 novembre 2012

Accettare le circostanze in cui ci troviamo in questo momento



Che si tratti di un arazzo, di un tappeto o della nostra stessa vita, l'importanza di un filo nero o di un filo d'oro, in una trama, si giudica male in corso d'opera. Per quanto sia grande il piacere o il dispiacere con cui accogliamo  nella trama di un arazzo un nuovo filo, o nella nostra vita una nuova esperienza, i suoi effetti (positivi o negativi) sul disegno complessivo si rivelano solo nel tempo. A lavori in corso, possono esserci passaggi essenziali il cui valore ci sfugge. Sono soprattutto i momenti in cui, per esempio, si tesse un aspetto secondario della scena, si disegna un dettaglio  non particolarmente edificante, si costruisce lo sfondo, si colora una zona grigia, si rappresenta un elemento umile d'arredo, si lavora sulle comparse anziché sui protagonisti. 
Eppure è importante saper accettare ogni fase della tessitura della nostra trama, riconoscendo che ogni momento è necessario, ha un suo valore, e dobbiamo comunque passarci.
Accettare le circostanze in cui ci troviamo in questo momento, invece di opporre ad esse resistenza, è il primo passo per poter cambiare qualcosa. Continuare a tessere il nostro arazzo, anche quando si deve lavorare alla zona grigia, è il primo passo per avvicinarsi alla zona successiva dai bei toni che ci attirano.
Oggi accetta la tua realtà, accetta i limiti che essa ti impone, e riconosci che tutto fa parte del viaggio: anche questo preciso momento. Accetta i tuoi anni, i tuoi chili, il tuo saldo sul conto corrente, i vetri delle tue finestre macchiati di pioggia, le ammaccature sul paraurti della tua automobile e quant'altro appartiene al tuo presente, così com'è (e non come dovrebbe essere): al tuo presente reale. 
Quando accettiamo le condizioni in cui ci troviamo, sinceramente e profondamente, il nostro animo si ammorbidisce, ci rilassiamo, cessa la nostra opposizione a ciò che è reale, e subentra un senso di sollievo e di liberazione.
Solo quando cessa la lotta contro le cose della vita così come sono, può cominciare il processo di risanamento. 
A quel punto è come se cominciassimo a emettere una vibrazione diversa e divenissimo più positivi.
In un certo senso è come se l'accettazione sbloccasse qualcosa dentro di noi, e gettasse una luce diversa sulla nostra realtà, consentendoci di vederla meglio, qui ed ora, e quindi di vedere meglio anche qual è il passo successivo da fare.
(Il che in fondo non è molto diverso dal dire: conosci e accetta i tuoi limiti, se vuoi superarli.)


domenica 18 novembre 2012

Di cosa parliamo quando parliamo d'amore? Ancora una risposta di Erich Fromm

"L'esistenza umana è caratterizzata dal fatto che l'uomo è solo, e separato dal mondo. Incapace di sopportare la separazione, si sente spinto a perseguire la relazione e l'unità. 
... E' un paradosso dell'esistenza umana il fatto che l'uomo debba simultaneamente cercare l'unione e l'indipendenza; l'unione con altri e nello stesso tempo la preservazione della propria singolarità e particolarità.
... E' possibile essere relazionati col mondo agendo e comprendendo. L'uomo produce cose, e nel processo di creazione esercita il suo potere sulla materia. L'uomo comprende il mondo, mentalmente ed emotivamente, attraverso l'amore e attraverso la ragione. La sua capacità di ragionare gli consente di penetrare oltre la superficie e di cogliere l'essenza del suo oggetto, entrando con esso in relazione attiva. La sua capacità d'amore gli consente di spezzare il diaframma che lo separa da un'altra persona, e di comprenderla. Sebbene l'amore e la ragione non siano che due forme differenti della comprensione del mondo, e sebbene nessuna delle due sia possibile senza l'altra, sono espressione di potenzialità diverse, quella dell'emozione e quella del pensiero ...
... l'amore è un sentimento specifico; e mentre ogni essere umano ha capacità d'amare, realizzarla è una delle più ardue conquiste. L'amore genuino si radica nella produttività, e può propriamente chiamarsi, pertanto, "amore produttivo". La sua essenza è la medesima sia che si tratti dell'amore della madre per il figlio, del nostro amore per l'uomo, o dell'amore erotico tra due individui. (Vedremo più tardi che si tratta pure della stessa cosa quando si parla dell'amore per il prossimo e dell'amore per se stessi.) Sebbene gli oggetti dell'amore differiscano , e di conseguenza differiscano l'intensità e la qualità dell'amore stesso, si può dire che certi elementi fondamentali siano caratteristici di tutte le forme di amore produttivo. Tali elementi sono la sollecitudine, la responsabilità, il rispetto, e la conoscenza."
 (Erich Fromm, Dalla parte dell'uomo)
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Vedi anche su facebook "Sera di Luna"
pagina di spunti su Amore & Co. collegata a questo blog
https://www.facebook.com/seradiluna1

sabato 17 novembre 2012

Coltivare la serenità attraverso i sensi. L'olfatto

"Gli odori stimolano i ricordi, ma risvegliano anche i nostri sensi appannati, ci vezzeggiano, ci coccolano, ci aiutano a definire l'immagine che abbiamo di noi, rimestano il calderone del nostro fascino, ci avvertono dei pericoli, ci inducono in tentazione, soffiano sul nostro fervore religioso, ci accompagnano in cielo, ci sposano alla moda, ci immergono nel lusso."
(Diane Ackerman)


Tra i consigli di bellezza citati nel post del 13 novembre scorso, se ricordate bene, c'era anche   "sapere di buono"; questo per l'elementare ragione che chi sa di buono ci piace di più, e quindi ci sembra anche più bello!
Cosa s'intenda per sapere di buono può essere oggetto di interpretazioni varie, ma l'accezione può benissimo introdurre un discorso sulla celebrazione dell'olfatto, perché "sapere di buono" può significare anche "emanare un buon profumo".
Ognuno di noi ha un proprio odore personale: un bouquet fatto di dieta, salute, ormoni, igiene, oltre ad essenze varie di cui eventualmente si cosparga.
Una persona ci passa accanto e noi stiamo lì che respiriamo. Può lasciarci il dono di una scia profumata o l'offesa di un cattivo odore. L'una e l'altra cosa non sono senza peso. L'odore che gratifica o offende il nostro olfatto ha a che fare direttamente col nostro respiro: entra dalla stessa via attraverso cui aspiriamo l'aria che ci serve per vivere. Ecco perché ci viene voglia di scappare, quando il nostro interlocutore - che magari dice tante cose belle - ha un alito pestilenziale; non è per maleducazione, o per incapacità di sostenere una conversazione... è per legittima difesa! Qualcosa ci dice che quell'aria ci fa male, e probabilmente è vero.
Allo stesso modo gli odori buoni, quelli che amiamo, hanno il potere di dare conforto e gioia al nostro spirito. Una spruzzatina di un profumo che amiamo ci tira subito su.
Se venissimo colpiti da anosmia (se cioè perdessimo il nostro senso dell'odorato), ci ritroveremmo senza una preziosa bussola interna. Infatti sono moltissime le informazioni che ci vengono dall'olfatto. Tant'è vero che usiamo dire "sento puzza di bruciato", per indicare il sospetto intuitivo che qualcosa non vada per il verso giusto; come parliamo di giudizi dati "a naso", riferendoci metaforicamente proprio al nostro olfatto come strumento primitivo per  orientarci nel mondo. Quest'ultimo è pieno di odori d'ogni tipo che possono risvegliare i nostri ricordi, colorare le  nostre emozioni, influenzare i nostri sentimenti ed il nostro umore.
Simbolicamente, poi, i profumi hanno anche un legame con il divino, con il sacro. Dio ordinò a Mosè di costruire un altare di aromi e di bruciare dolce incenso durante le preghiere; profumi ed essenze aromatiche venivano usati nell'antico Egitto durante il processo di mummificazione, ed anche nelle antiche cerimonie religiose romane e greche, e in molte altre cerimonie liturgiche anche dei tempi attuali, come se gli aromi, diffondendosi  liberi nell'aria, potessero creare un ponte simbolico tra terra e cielo.
***
Oggi pensiamo a quali doni possiamo fare al nostro olfatto per gratificarlo.
Andiamo alla ricerca di  semplici piaceri olfattivi capaci di darci gioia.
Ognuno può scovare le esperienze che più gli sono congeniali: coltivare sul balcone di casa piante aromatiche, andare a passeggio nel bosco dopo la pioggia, farsi un bel bagno profumato, bruciare nel camino scorze d'arancia e chiodi di garofano, farsi un giro al reparto profumi di un grande magazzino, andare a comprare il pane  caldo al forno,  accendere candele  profumate,  e così via.
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Ed ora una citazione sul tema dell'olfatto da un libro interamente dedicato al... profumo.

"Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi ai profumi. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio.
 Colui che dominava gli odori, 
dominava il cuore degli uomini.”
 (Patrick Suskind, Il profumo)

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A proposito della "madeleine" di Proust



"... il passato nostro. E' inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde ... in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest'oggetto materiale) che noi non supponiamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo. ...Ed ecco ... portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di «madeleine»... trasalii ... Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa... Donde veniva? Che significava? Dove afferrarla? ...Certo, ciò che palpita così in fondo a me dev'essere l'immagine, il ricordo visivo, che, legato a quel sapore, tenta di seguirlo fino a me.... E ad un tratto il ricordo m'è apparso. Quel sapore era quello del pezzetto di «madeleine» che la domenica mattina a Combray... quando andavo a salutarla nella sua camera, la zia Léonie mi offriva dopo averlo bagnato nel suo infuso di tè o di tiglio....E come in quel gioco in cui i Giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d'acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che, appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè." (Marcel Proust)
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martedì 13 novembre 2012

Riflessioni sul corpo (e qualche... suggerimento di bellezza!)

"Noi pensiamo con i nostri muscoli,
 noi pensiamo con tutto ciò che costituisce
 il nostro corpo."
(Erich Fromm)
"Il corpo è un abito sacro.
 E' il tuo primo e ultimo abito; 
è ciò con cui entri nella vita e ti distacchi dalla vita,
 e dovrebbe essere trattato con onore."
 (Martha Graham)
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"Il corpo è, letteralmente,
 il nostro mezzo per essere
 - per donare, amare, muoversi, sentire."
(Diana K. Roesch)
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E ora... 
qualche consiglio di bellezza
(che non guasta mai!)
dal libro "La Parigina"
di Ines de la Fressange Sophie Gachet: 

"Per mantenersi belle il più a lungo possibile...
* Avere un aspetto curato.
* Sapere di buono.
* Avere bei denti. Farsi togliere il tartaro regolarmente (ogni sei mesi)
* Sorridere.
* Essere indulgente.
* Essere disinvolta e dimenticare l'età.
* Essere più cool.
* Essere meno egoista.
* Essere innamorata di un uomo, di un progetto, di una casa. Funziona da lifting.
* Fare cose che ci assomigliano. Favorisce la 'zenitudine'.
* Accettare che ci siano dei giorni 'no'. E approfittare dei giorni 'sì'."


lunedì 12 novembre 2012

Affrontare le crisi connesse alle svolte e ai cambiamenti della vita

Ognuno di noi, nel corso della  propria vita, affronta prima o poi svolte e cambiamenti esistenziali piccoli o grandi, cioè momenti di passaggio dallo scenario usuale del nostro vivere fino a quel momento, ad uno scenario nuovo e sconosciuto.
In questi casi, a volte persino quando si tratta di cambiamenti voluti, il nostro equilibrio mentale, costruito sulla situazione precedente, può subire uno scossone; si può provare un senso di spaesamento connesso alla fatica di ri-orientarsi, prima di trovare un equilibrio nuovo più adatto alle mutate circostanze. 
Purtroppo questo equilibrio nuovo non è qualcosa che si trovi a comando:  va piuttosto trovato un po' alla volta, per tentativi ed errori; va costruito nella vita di ogni giorno, passo per passo, attraverso i piccoli atti quotidiani.
Ciò può comportare che per un periodo si proceda un po' "al buio", senza un preciso equilibrio che ci accompagni; e questa cosa può fare anche un po' paura, giacché spesso non siamo in grado di prevedere,  in base alle nostre precedenti esperienze, come andrà ad evolvere questa situazione che per noi è tutta nuova.
Una crisi - come molte altre cosa della vita - ha un suo inizio, una sua evoluzione e anche una sua fine.
La fine può essere positiva, se ha uno sbocco evolutivo, se conduce cioè ad un equilibrio nuovo in una tappa successiva di un processo di sviluppo; in tal caso la crisi, superata con successo,  è stata vissuta come occasione di crescita: se ne esce più maturi, più forti, arricchiti d'esperienza e consapevolezza.
Altre volte questo non succede, e la crisi può portare ad esiti negativi, fino a sfociare  addirittura in patologia (cosa paradossalmente più frequente soprattutto nelle crisi mancate, cioè non affrontate quando era il momento).
Le crisi non sono connesse solo agli eventi eccezionali e imprevedibili dell'esistenza (come terremoti, incidenti, fallimenti, separazioni, eccetera), ma anche alle tappe più o meno canoniche e prevedibili del ciclo di vita individuale e familiare.
Il passaggio dall'infanzia all'adolescenza, dall'adolescenza alla maturità e poi alla mezza età e alla vecchiaia; un trasloco, un matrimonio, la nascita di un figlio, l'uscita di casa dei figli ormai cresciuti; i cambiamenti di città, di scuola, di lavoro;  il pensionamento, la morte di una persona cara (che, secondo i casi, può rientrare o meno nelle attese canoniche della temporalità),  e così via, sono tutti momenti in cui ci troviamo di fronte a un passaggio del vivere, che implica  innanzitutto una perdita di cui bisogna fare il lutto.
La sfida è ogni volta quella di perdersi per poi ritrovarsi: un processo di morte e di rinascita, che può diventare anche una grande occasione di crescita.
A volte è proprio una crisi che può portarci a scoprire dentro di noi risorse inaspettate, rimaste fino a quel momento latenti.

"Senza il passaggio e la cerniera delle crisi", dice Alba Marcoli, nel suo bel libro 'Passaggi di vita', "faremmo probabilmente molta più fatica o ci sarebbe addirittura impossibile aprire le porte successive del nostro cammino, così come senza la cerniera del gomito e delle ginocchia non riusciremmo a fare tutto ciò che facciamo con le nostre braccia e le nostre gambe. Allora è forse proprio il nostro diventare presbiti dopo i quarant'anni che sancisce il fatto, malinconico, che non siamo più adolescenti, ma allo stesso tempo ci prepara a entrare nella pienezza della maturità e a goderne i frutti reali, invece di continuare a camminare nella vita voltati indietro verso un'età che non c'è più. E sarà proprio l'entrare nella maturità e il riconoscere che certe cose, come i vent'anni, non ci saranno più, ciò che ci permetterà forse di scoprire i lati della nostra infanzia o adolescenza che invece possiamo e vogliamo portare avanti nel tempo perché li sentiamo appartenenti alla nostra vicenda umana.
Un po' come succede nell'elaborazione del lutto per la perdita di una persona cara: una volta attraversato  il lungo periodo necessario a vivere  tutto il dolore e la rabbia per la sua assenza, a poco a poco il suo ricordo da vivo comincerà a ritornare e a far compagnia nella mente e nel cuore.
Come osserva Racamier, è probabile che l'uscita evolutiva dalla crisi sia rappresentata dalla capacità di tollerare una certa 'ambiguità': quella di essere contemporaneamente tristi per la perdita di una persona amata o di un periodo della vita o di qualcos'altro che ci era caro, ma anche contenti del loro ricordo buono dentro di noi, che ci accompagna per il resto dei nostri giorni, perché quella vicenda ci è appartenuta e nessuno la può cancellare.".


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domenica 11 novembre 2012

L' Uomo che piantava gli Alberi

Mi sono imbattuta per caso in un bel racconto dal titolo "L'uomo che piantava gli alberi" (L'homme qui plantait des arbres) di Jean Giono, pubblicato nel 1953.
E' la storia di Elzéard Bouffier, un pastore che l'autore dice di aver incontrato nel 1913, in una regione delle Alpi che penetra in Provenza.
A quell'epoca la zona era deserta, senza alberi e disabitata, e ovunque cresceva  solo lavanda selvatica.
Il pastore si era ritirato a vivere in solitudine lassù dopo la morte del suo unico figlio e poi di sua moglie. Se ne andava in giro tutti i giorni con una bella scorta di ghiande ed un bastone di ferro.
Ogni tanto si fermava, faceva un buco nel terreno con il bastone e ci metteva dentro una ghianda, che poi ricopriva di terra.

"Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. ... Non gli interessava conoscerne i proprietari.
Piantò così le cento ghiande con estrema cura...
Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla."

 Quando l'autore tornò a visitare quei luoghi, dopo la prima guerra mondiale, era il 1920.

"Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzéard Bouffier ... Non era morto. ...
Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione."

Fatto sta che Bouffier continuò ancora, per anni ed anni, a piantare alberi, incurante di ciò che avveniva frattanto nel resto del mondo (compresa la seconda guerra mondiale!) e la zona, un tempo deserta, un po' alla volta si trasformò radicalmente.
La qualità dell'aria migliorò, i torrenti tornarono ad essere ricchi d'acqua, e molte persone tornarono a vivere nei dintorni.

Di seguito un'animazione della parte centrale della storia  di Elzéard Bouffier


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Le parti 1/3 e 3/3 di quest'animazione sono ai seguenti link (il cui ritmo mi sembra però un tantino lento per gente... abituata a correre!).
Video 1/3 - "L'uomo che piantava gli alberi"
Video 3/3 "L'uomo che piantava gli alberi"
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link al testo del racconto
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Questa storia è un buon esempio di uno dei tanti modi in cui si può affrontare una crisi.
Quando Elzéard Bouffier si ritira in solitudine sulle montagne, ha perso tutto: il suo unico figlio, sua moglie, e anche la fattoria dove viveva con loro.
Arriva in un luogo desolato e sente che può fare qualcosa, sente che vale ancora la pena fare qualcosa prima che la sua vita si chiuda.
Non è giovane. Ha un'età in cui di solito le persone pensano di aver già portato a compimento i propri progetti. Eppure inizia la sua opera, e lo fa con ostinazione, testardamente, senza scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. Non dà per scontato che tutto ciò che pianta sopravviverà, crescerà. Per avere dieci querce, deve interrare cento ghiande, che precedentemente avrà dovuto accuratamente scegliere e selezionare. 
Così facendo, giorno dopo giorno, da solo e in silenzio, riesce a trasformare una terra desolata, abbandonata da Dio e dagli uomini, in un luogo in cui la vita ritorna in tutte le sue forme: le foreste ricrescono, si ripopolano di tante forme di vita, l'acqua  riprende a scorrere, i vecchi villaggi abbandonati si ripopolano anch'essi.
Eppure Elzéard Bouffier non ha ricostruito le case, non ha ripulito i ruscelli, non ha condotto sul posto animali e persone, né ha curato gli orti o intonacato le case.
Lui è stato semplicemente e ostinatamente fedele alla sua idea, al suo progetto: riportare gli alberi su una terra desolata. Il resto è venuto da sé.
Quanti altri Elzéard Bouffier esistono al mondo, sconosciuti e silenziosi? Forse ognuno ne ha un pezzetto potenziale dentro di sé.
Del resto, nella storia umana, qualcuno ha pur dovuto scoprire il fuoco,  o inventare la ruota e la scrittura, o ideare e realizzare i primi strumenti per coltivare la terra, per cacciare, pescare,  cucinare, cucire i vestiti.  Sono state costruite palafitte (e anche costruzioni diverse, certo!), sono stati dati nomi alle cose e alle rappresentazioni mentali che ne abbiamo, fino a creare lingue complesse, e in queste lingue fiabe, miti e poesie. Insomma, sono migliaia e migliaia  le opere degli uomini nella storia, frutto di inventiva e creatività, spesso  espressa in modo silenzioso nel lavoro quotidiano di tante persone, impegnate nelle attività più varie: artigiani, scienziati, casalinghe...
Molte volte tutto questo non è che la risposta - una delle tante possibili risposte - a cui si è arrivati dopo una lunga ricerca, messa in moto da un problema, da una cosa nuova da affrontare.
Proprio come avviene in ogni crisi della vita.
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E di ciò che avviene nelle crisi della vita, parlerò in un prossimo post.




venerdì 9 novembre 2012

Tre aforismi sull'amore


"Amore è stare svegli tutta la notte con un bambino ammalato. O con un adulto molto in salute." 
(David Frost)
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"Amore non è guardarci l'un l'altro, ma guardare insieme nella stessa direzione."
(Antoine de Saint-Exupéry)
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"È l'amore, e non la filosofia tedesca, la vera spiegazione di questo mondo, e Dio solo sa qual è la spiegazione dell'altro mondo."
(Oscar Wilde)






"- Fa' del tuo meglio, qualsiasi cosa succeda;
- sii in pace con te stesso;
- trovati un lavoro che ti piaccia;
- vivi semplicemente per quanto riguarda i lavori di casa, la cucina, il vestiario; sbarazzati dei cumuli di cose inutili;
- stabilisci ogni giorno un contatto con la natura; senti la terra sotto i piedi;

- fa' del moto lavorando, curando il giardino o passeggiando;
- non preoccuparti, vivi una giornata alla volta;
- condividi tutti i giorni qualcosa con qualcuno; se vivi da sola, scrivi a qualcuno, regala qualcosa, aiuta qualcuno in qualche modo;
- trova il tempo per meravigliarti della vita e del mondo; quando puoi, cerca di cogliere gli aspetti umoristici della vita;
- percepisci l’unica vita che è in tutte le cose;
- sii gentile con le creature."


 (Helen Nearing)

giovedì 8 novembre 2012

Imparare a dire (anche) no

«I confini dividono lo spazio;
 ma non sono pure e semplici barriere.
Sono anche interfacce tra i luoghi che separano.
In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte
e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.»
(Zygmunt Bauman)
(nella foto una scena del film "LES BALISEURS DU DESERT", 1984, di NACER KHEMIR)

Uno dei fattori da considerare, quando ci mettiamo alla ricerca di una maggiore serenità - e più che mai se  abbiamo fama di essere tolleranti, gentili, accomodanti, disponibili, generosi -, è in che misura padroneggiamo l'arte di  tracciare confini per proteggere, accudire, sostenere tutto ciò a cui teniamo.  
Tracciare confini significa imparare a dire (prima di tutto a noi stessi): "Fin qui si può. Oltre no". 
Significa cioè riconoscere i nostri  bisogni, i nostri diritti, le nostre preferenze, e fino a che punto siamo disposti a sacrificarli per convivere pacificamente con il resto del mondo, comprese le persone che amiamo.
Significa imparare a dire: "Questo mi piace, questo mi piace poco ma sono disposto a tollerarlo, questo non mi piace per niente e non sono assolutamente disposto a tollerarlo." 
Tracciare confini può risultare doloroso, a volte, perché può generare momenti di tensione, può portare ad alzare la voce, provocare incomprensioni, controversie, lacrime e sentimenti feriti. 
La prospettiva è così poco allettante che alcune persone preferiscono non imbarcarcisi proprio, in una simile avventura; e così, incapaci di dar voce ai propri bisogni, tacciono e ingoiano la  loro rabbia inespressa.
Ciò è tipico, per esempio, di alcune persone con uno stile comunicativo e relazionale particolarmente remissivo. Queste tendono ad anteporre le esigenze altrui alle proprie, considerano le proprie esigenze poco importanti (se non addirittura se stesse meno importanti degli altri!) ed accettano tutta una serie di decisioni altrui, che non le soddisfano, per mero amor di pace. Inutile dire che, alla lunga, le persone remissive rischiano di soffrire parecchio per via delle proprie esigenze trascurate, e potranno provare rabbia, risentimento, umore depresso, scarsa autostima e  malesseri fisici vari. Queste stesse persone peraltro, a furia di reprimere frustrazione e risentimento, ogni tanto possono esplodere in improvvise manifestazioni di esagerata aggressività, adottando uno stile diametralmente opposto a quello abituale, ma anch'esso abbastanza disfunzionale.
Lo stile aggressivo, infatti, è quello tipico delle persone che difendono i propri diritti in maniera prepotente ed eccessiva, senza preoccuparsi di urtare i sentimenti altrui  e a volte anche violando i diritti degli altri. 
E certo non è nemmeno questo lo stile più auspicabile per la tutela dei propri bisogni!
Da manuale, lo stile più funzionale risulta essere quello definito "assertivo".
Essere assertivi significa essere al tempo stesso consapevoli sia dei diritti propri sia dei diritti (e sentimenti) altrui, avere il senso del dare e dell'avere, riuscire ad affrontare le situazioni di potenziale conflitto attraverso forme equilibrate di compromesso o cooperazione, e quindi anche comportarsi in maniera diversa a seconda delle situazioni: cedere quando è il momento di cedere, essere fermi quando è il momento di essere fermi.
Esistono varie tecniche tese a favorire un modo di relazionarsi e comunicare con gli altri di tipo più assertivo.
Si possono imparare, mettere in pratica, richiamarle alla mente ogni volta che la tendenza all'eccessiva remissività (o anche aggressività!)  tende a riaffacciarsi e a... guastarci la festa. 
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«Prima di costruire un muro volevo sapere
cosa stavo includendo e cosa stavo escludendo»
(Robert Frost)
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In un post dedicato all'importanza dei confini, un po' di spazio va dedicato alla parola "no", per l'elementare  evidenza che, se diciamo sempre di sì ad ogni richiesta del mondo, non cominceremo mai ad erigere confini.
« 'No' può essere una bella parola, né più né meno di 'sì'», sostengono John Robbins e Ann Mortifee. «Ogniqualvolta neghiamo il nostro bisogno di dire no, il nostro amor proprio diminuisce», dicono nel loro libro "In Search of Balance: Discovering Harmony in a Changing World" (Alla ricerca dell'equilibrio: Scoprire l'armonia in un mondo che cambia).  «In certi momenti, dire di no  non è soltanto un nostro diritto; è la nostra più profonda responsabilità. Perché dire di no a quelle vecchie abitudini che dissipano la nostra energia, no a ciò che ci ruba la nostra gioia interiore, no a ciò che ci distrae dal nostro obiettivo è un dono che facciamo a noi stessi.  ... Dire di no può essere liberatorio, quando esprime il nostro impegno a combattere per ciò di cui crediamo di avere bisogno veramente.»