sabato 13 giugno 2015

Mindfulness. I pilastri della pratica


Quando ci dedichiamo alle pratiche di mindfulness, chi ci guarda da fuori potrebbe anche avere l'impressione che non stiamo facendo niente, mentre in realtà siamo impegnati in un lavoro invisibile. Stiamo infatti coltivando l'arte di restare nel presente, attenti momento per momento alla nostra esperienza di esistere, consapevoli delle nostre sensazioni fisiche, dei nostri pensieri, delle nostre emozioni, dei nostri impulsi a reagire  automaticamente agli stimoli e alle provocazioni.
Con il tempo e la pratica regolare, la mindfulness ci può dare accesso ad una dimensione di maggiore quiete e serenità interiore, rendendoci più padroni delle nostre emozioni e dei nostri comportamenti, più resistenti allo stress, più liberi di scegliere le nostre azioni, più padroni delle nostre risposte alle richieste del mondo e anche alle nostre pressioni interne.
Ma tutto questo sarà possibile solo se ci dedicheremo alla pratica con energia e dedizione.
Il nostro impegno dovrà essere infatti regolare e costante (quotidiano e protratto nel tempo), proprio come se si trattasse di un allenamento atletico. E questo ci richiederà autodisciplina, perché dovremo riuscire a riservare ogni giorno un tempo alla pratica, qualunque sia il programma della nostra agenda, sia che ne abbiamo voglia, sia che non ce l'abbiamo, sia che abbiamo ritmi che lo consentano, sia (e forse a maggior ragione) che non li abbiamo.
Inoltre per coltivare la consapevolezza e coglierne i frutti (calmare la mente, rilassare il corpo, riuscire a concentrarsi, vedere con chiarezza dentro di sé, convivere con le malattie, i dolori e le difficoltà conservando il gusto di vivere) non basta eseguire meccanicamente gli esercizi e aspettare che succeda qualcosa.
Bisogna assumere e coltivare deliberatamente l'atteggiamento giusto, ovvero un insieme di atteggiamenti che ci aiutino ad ottenere il massimo dal processo di meditazione.
Per esempio chi è scettico e disimpegnato, convinto in cuor suo che non succederà niente, probabilmente porterà poca energia e poco impegno nella pratica, e facilmente otterrà la conferma di ciò che pensava, cioè che la mindfulness non gli serve a niente.
Allo stesso modo, coloro che si avvicinano alla mindfulness con troppo entusiasmo, come credenti che hanno trovato il Cammino, e che si aspettano miracoli dalla loro fede nella meditazione, potrebbero restare delusi nel notare che restano le stesse persone di sempre e che la pratica richiede impegno e dedizione, e non solo fede romantica.
Jon Kabat-Zinn dice che, nella sua esperienza, le persone che ottengono i risultati migliori dalla pratica, sono quelle che si accostano alla pratica con un atteggiamento scettico ma aperto, come quello di uno scienziato che dica: "Non so se questo esperimento darà qualche risultato utile - ho i miei dubbi - ma ci metterò tutto il mio impegno e la mia energia, e starò a vedere cosa succede". 
A proposito dell'atteggiamento giusto con cui avvicinarsi alla meditazione, nel suo libro Vivere momento per momento Kabat-Zinn suggerisce di coltivare sette aspetti particolarmente importanti per sostenere la nostra pratica e consentirci di trarre da essa i maggiori benefici.
Essi sono:
- non giudizio
- pazienza
- mente del principiante
- fiducia
- non cercare risultati
- accettazione
- lasciar andare.
Si tratta di aspetti che possono essere coltivati autonomamente, ma che non sono indipendenti l'uno dall'altro, perché ognuno di essi è in qualche modo legato agli altri.
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Vediamo ora in sintesi in cosa consistono questi sette pilastri della pratica.

1) Non giudizio
Quando assumiamo l'atteggiamento di testimoni imparziali della nostra esperienza, ci accorgeremo ben presto che la nostra mente esprime continui giudizi sulla nostra esperienza (es. questo è buono, questo è cattivo). Noi semplicemente osserveremo che ciò avviene e impareremo a distaccarcene.
Per esempio, mentre pratichiamo la pratica formale di osservazione del respiro, può darsi che la nostra mente ci dica "Che noia", oppure "Non funziona", o ancora "Non ci riesco". Questi sono tutti giudizi.
Noi li riconosceremo come tali, ci ricorderemo che la pratica richiede la sospensione del giudizio e l'osservazione di qualsiasi cosa si presenti e allora, senza lasciarci coinvolgere e senza agire su di essi,  prendiamo atto che nel nostro presente esistono anche quegli eventi mentali (quei giudizi) e ritorniamo all'osservazione del respiro.
  
2) Pazienza
"La pazienza è una forma di saggezza", dice Kabat-Zinn. "Essa nasce dalla comprensione e accettazione del fatto che le cose hanno un loro naturale tempo di maturazione. Un bambino può provare ad aiutare una farfalla a uscire dalla crisalide aprendo il guscio: ma questo 'aiuto' non è particolarmente benefico per la farfalla. Un adulto sa che la farfalla può uscire dalla crisalide solo al momento giusto e che il processo non può essere accelerato artificialmente.
In questo spirito, durante la pratica della consapevolezza, coltiviamo la pazienza nei confronti del nostro corpo e della nostra mente. Ci ricordiamo deliberatamente che non c'è ragione di irritarci con noi stessi perché la nostra mente è costantemente occupata a giudicare, o perché ci sentiamo tesi, agitati o spaventati, o perché pratichiamo già da un po' di tempo senza aver ottenuto risultati. Invece ci lasciamo lo spazio per vivere queste esperienze. Perché? Perché sono comunque la nostra esperienza del momento.
[...] Pazienza significa anche sapere che non occorre riempire tutti i momenti della nostra vita di attività e di pensieri per arricchirli. Anzi, proprio il contrario è vero. Pazienza è essere semplicemente aperti a ogni momento e accettarlo nella sua pienezza così com'è, sapendo che, come la farfalla nella crisalide, le cose maturano quando è il loro tempo." 

3)  Mente del principiante
"Troppo spesso lasciamo che i nostri pensieri e le nostre presunte conoscenze ci impediscano di vedere le cose così come sono. Tendiamo a dare per scontato il quotidiano e perdiamo di vista la straordinarietà dell'ordinario. Per coltivare la ricchezza del momento presente, dobbiamo coltivare quella che è detta, nello Zen, 'mente del principiante': una mente che è disposta a guardare ogni cosa come se la vedesse per la prima volta.
Un esperimento interessante è coltivare la 'mente del principiante' nella vita di tutti i giorni. [...] Puoi farlo con i problemi che ti si presentano quotidianamente. Puoi farlo quando sei in mezzo alla natura: riesci a veder il cielo, le stelle, gli alberi, l'acqua, le pietre così come sono in questo momento, con mente limpida e sgombra? Oppure li vedi attraverso il velo dei tuoi pensieri?"

4) Fiducia
"Sviluppare una fiducia di fondo nella tua esperienza e nelle tue sensazioni, è parte integrante dell'addestramento alla meditazione. E' meglio fidarti della tua intuizione e della tua propria autorità, anche se puoi fare degli 'sbagli', piuttosto che cercare sempre una guida fuori di te. Se in un certo momento una certa cosa non la senti giusta, perché non rispettare la tua sensazione? Perché scartare o sottovalutare quello che senti solo perché una certa autorità o un certo gruppo di persone la pensa diversamente?
Questa fiducia in te stessa e nella tua fondamentale saggezza è molto importante in tutti gli aspetti della pratica di meditazione. E ti sarà particolarmente utile nella pratica dello yoga: facendo i vari esercizi è importante che rispetti i messaggi del tuo corpo quando ti dice di fermarti o di alleggerire una certa posizione, altrimenti potresti farti male.[...]
Praticando la consapevolezza, pratichi anche un'assunzione di responsabilità, la responsabilità di essere te stessa e di imparare ad ascoltarti e ad avere fiducia nel tuo essere. Più coltivi questa fiducia nel proprio essere, più troverai facile aver fiducia anche negli altri e contattare la loro bontà di fondo."

5) Non cercare risultati
"Quasi tutto quello che facciamo lo facciamo per ottenere un certo risultato. Ma nella meditazione questo atteggiamento può essere un ostacolo [...] perché in ultima analisi la meditazione è non fare. Non ha altro scopo che quello di permetterti di essere te stessa. L'ironia è che lo sei già! [...]
Per esempio, ti siedi a meditare e pensi: «Adesso mi rilasso». Oppure: «Non sentirò più il mio dolore». O: « Diventerò una persona migliore» [...] Così facendo hai già programmato un'idea di come dovresti essere. Ad essa si accompagna inevitabilmente l'idea che non vai bene così come sei. [...]
Questo atteggiamento è un ostacolo allo sviluppo della consapevolezza, che richiede semplicemente di fare attenzione a qualsiasi cosa stia succedendo al momento. Se sei tesa, fai attenzione alla tensione. Se provi dolore, stai con il dolore meglio che puoi. Se ti stai criticando, osserva l'attività della mente giudicante.
[...] nella meditazione la via migliore per ottenere risultati è quella di non cercare di ottenere risultati, e di concentrare invece l'attenzione sul vedere e accettare le cose così come sono momento per momento. Con pazienza e una pratica regolare, il movimento verso i risultati avverrà da sé. Esso sarà uno sviluppo spontaneo: tu ti limiti a fargli spazio e a invitarlo dentro di te."

6) Accettazione
"[...] L'accettazione di cui parlo è semplicemente una disponibilità a vedere le cose così come sono. E' l'atteggiamento che crea i presupposti per un'azione appropriata nella tua vita, di qualsiasi cosa si tratti. E' molto più facile agire con convinzione ed efficacia quando abbiamo una chiara immagine di come stanno le cose, che quando la nostra visione è velata da giudizi e desideri.
Nella pratica della meditazione coltiviamo l'accettazione prendendo ogni momento così come viene e vivendolo nella sua pienezza.  Non cerchiamo di sovrapporre all'esperienza le nostre idee su cosa dovremmo sentire, pensare o vedere, bensì restiamo ricettivi a ciò che sentiamo, pensiamo e vediamo in questo momento. Di una cosa possiamo essere certi: che ciò che è oggetto della nostra attenzione in questo momento cambierà, offrendoci l'occasione di coltivare l'accettazione di ciò che si presenterà al momento successivo."


7) Lasciar andare
Si dice che in India esista un sistema particolarmente astuto per catturare le scimmie.
Si pratica in una noce di cocco un foro abbastanza largo da consentire ad una scimmia di farci passare la mano, ma non abbastanza grande da farci passare il suo pugno.
Se si fissa stabilmente ad una palma la noce di cocco e ci si mette dentro una banana, può capitare che una scimmia ci metta dentro la mano, per prendere la banana. In tal caso resterà intrappolata nella noce di cocco, perché il pugno non ne esce. L'unico modo per liberarsi sarebbe lasciar andare la banana, ma sembra che il più delle volte non lo faccia.
"Spesso la nostra mente", dice Kabat-Zinn," resta intrappolata proprio come quella delle scimmie, malgrado tutta la nostra intelligenza. Perciò coltivare il non attaccamento, la capacità di lasciar andare, è fondamentale per la pratica della consapevolezza. Quando cominciamo a fare attenzione alla nostra esperienza interna, ben presto scopriamo che ci sono pensieri, sentimenti e situazioni che la mente vuole trattenere. Se sono piacevoli, cerchiamo di prolungare questi pensieri, sentimenti e situazioni o di rievocarli continuamente.
Analogamente, ci sono pensieri, sentimenti ed esperienze che cerchiamo di evitare perché sono spiacevoli, dolorosi o spaventosi.
Nella pratica della meditazione, mettiamo deliberatamente da parte la tendenza della mente ad attaccarsi a certi aspetti della nostra esperienza e a respingerne altri. Lasciamo invece che l'esperienza sia quello che è e l'osserviamo istante per istante.
[...] Così facendo possiamo imparare molte cose sui nostri attaccamenti e sul loro effetto nella nostra vita, e anche sull'effetto dei momenti in cui finalmente lasciamo andare.
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[...] L'esperienza di lasciarsi andare non è un'esperienza strana o sconosciuta: la incontriamo ogni sera quando ci addormentiamo.
[...] Se non riusciamo a lasciarci andare, non riusciamo ad addormentarci. Quasi tutti abbiamo vissuto momenti in cui la mente non voleva acquietarsi quando andavamo a letto. E' questo uno dei primi segnali di un livello di stress elevato. Magari non riuscivamo a liberarci di certi pensieri che ci coinvolgevano troppo.
In quei momenti se cerchiamo di costringerci a dormire è peggio. Perciò, se la sera riesci ad addormentarti, sei già un'esperta nel lasciarti andare! Ora basta che impari ad applicare questa capacità anche alle situazioni della vita desta."
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Vedi anche: Ridurre lo stress e coltivare la serenità con la mindfulness

lunedì 8 giugno 2015

Citazioni sull'armonia (con se stessi, con gli altri, con la natura, con l'universo)


"... l'armonia con se stessi significa saper ascoltare e soddisfare in modo equilibrato i diversi (e spesso antagonistici) bisogni provenienti da tutte le dimensioni del nostro essere, difatti è proprio quando ne riconosciamo solo alcuni e trascuriamo o, peggio, neghiamo gli altri, che creiamo squilibrio, e quindi malessere, sofferenza, malattia. Per fare un esempio, crea sofferenza (sia fisica che psicologica) il privilegiare troppo la dimensione mentale a scapito di quella corporea ed emozionale, oppure l'incentrarsi troppo sui bisogni materiali trascurando quelli affettivi o spirituali. La via maestra che conduce alla qualità della vita, al benessere, alla salute, non è nella mente, ma neppure nel corpo o nello spirito o nelle emozioni, bensì in un armonico equilibrio tra queste dimensioni; ognuna di esse è solo una parte dell'essere, e se una parte - quale che sia - prende il sopravvento sul tutto non può che derivarne sofferenza."  (Enrico Cheli)
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"L'armonia è un altro volto del bene." (Gianfranco Ravasi)
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"La virtù, la sanità fisica, ogni bene e la divinità sono armonia: perciò anche l'universo è costituito secondo armonia. Anche l'amicizia è uguaglianza armonica." (Pitagora)
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"Non è armonia e concordia dove è unità, dove un essere vuol assorbir tutto l'essere; ma dove è ordine et analogia di cose diverse; dove ogni cosa serva la sua natura." (Giordano Bruno) 
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"Perché, senza che vi fosse la necessità di spiegarselo a chiare lettere e senza che ciò causasse alcun senso di autocompiacimento, egli sapeva che la sua vita già possedeva un innato equilibrio, quel tipo di armonia a inseguire la quale altri sembravano passare la maggior parte della loro esistenza. Non gli veniva in mente che quel dono potesse essere qualcosa di speciale. Si sentiva semplicemente parte di un disegno, di un'unione di elementi animati e inanimati, cui lo collegavano sia lo spirito che la carne." (Nicholas Evans) 
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“La tua salute non è altro che essere in armonia con la Natura.” (Osho)
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“Trovare una nuova armonia con la natura, rientrarvi in connessione profonda, significa crescere e curare al contempo noi stessi e il pianeta in cui viviamo”. (Stefano Fusi)

sabato 6 giugno 2015

La fiera dei miracoli - poesia di Wislawa Szymborska


Un miracolo comune:
l'accadere di molti miracoli comuni.
Un miracolo normale:
l'abbaiare di cani invisibili
nel silenzio della notte.
Un miracolo fra tanti:
una piccola nuvola svolazzante,
che riesce a nascondere una grande pesante luna.
Più miracoli in uno:
un lontano riflesso sull'acqua
e che sia girato da destra a sinistra,
e che cresca con la chioma in giù,
e non raggiunga affatto il fondo
benché l'acqua sia poco profonda.
Un miracolo all'ordine del giorno:
venti abbastanza deboli e moderati,
impetuosi durante le tempeste.
Un miracolo alla buona:
le mucche sono mucche.
Un altro non peggiore:
proprio questo frutteto
proprio da questo nocciolo.
Un miracolo senza frac nero e cilindro:
bianchi colombi che si alzano in volo.
Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:
oggi il sole è sorto alle 3,14
e tramonterà alle 20.01
Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:
la mano ha in verità meno di sei dita,
però più di quattro.
Un miracolo, basta guardarsi intorno:
il mondo onnipresente.
Un miracolo supplementare, come ogni cosa:
l'inimmaginabile
è immaginabile.

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Argomenti collegati: 
"Riconoscere lo straordinario nell'ordinario"

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venerdì 22 maggio 2015

Spiegazione necessaria - Una poesia di Ghiannis Ritsos



Ci sono versi – a volte intere poesie -
che neanch’io so cosa vogliono dire. Quello che non so
mi trattiene ancora. E tu hai ragione di chiedere. Ma non chiedermelo.
Ti ho detto che non so.
Due luci parallele
dallo stesso centro. Il rumore dell’acqua
che cade, d’inverno sulla grondaia colma
o il rumore di una goccia che cade
da una rosa nel giardino innaffiato
lentamente, lentamente, una sera primaverile
come il singhiozzo di un uccello. Non so
cosa vuol dire questo rumore; e tuttavia l’accetto.
Le cose che so te le spiego. Non lo dimentico.
Ma anche queste aggiungono qualcosa alla nostra vita. La guardavo
mentre dormiva, il ginocchio piegato sotto il lenzuolo -
Non era solo l’amore. Questo angolo
era il crinale della tenerezza, e il profumo
del lenzuolo, di pulito e di primavera completavano
quell’inspiegabile che ho tentato, ancora inutilmente, di spiegarti.


domenica 10 maggio 2015

Dell'arte di accorgersi


Vivere consapevolmente significa coltivare «l'arte di accorgersi»
Accorgersi di esistere fisicamente, qui e ora.
Accorgersi di cosa sente il nostro corpo. 
Accorgersi delle nostre emozioni, di cosa proviamo quando siamo con altre persone e quando siamo soli.
Accorgersi dei nostri impulsi, dei nostri comportamenti automatici, degli schemi di comportamento che tendiamo a ripetere. 
Accorgersi dei nostri pensieri, del chiacchiericcio quasi costante della nostra mente, delle critiche e dei rimproveri che essa magari ci muove.
Accorgersi se la voce che sentiamo nella testa è davvero la nostra voce o se piuttosto appartiene a qualcun altro (per esempio, a nostra madre).
Accorgersi di cosa pensiamo mentre qualcuno ci parla, se stiamo prestando più attenzione  ai nostri pensieri o a ciò che l'altro cerca di comunicarci.
Accorgersi dei nostri sogni ad occhi aperti, dei ricordi, delle mille immagini mentali che  nascondono la realtà che abbiamo sotto il naso.
In effetti sono tante le cose di cui potremmo accorgerci, esercitandoci a  prestare attenzione allo svolgersi della nostra esperienza momento per momento. 
Può darsi che ciò ci costringerà a prendere atto di alcune realtà difficili o imbarazzanti.
Non è detto che tutto ciò di cui ci accorgeremo ci piacerà, e non siamo costretti a farcelo piacere a tutti i costi.
Vivere consapevolmente implica semplicemente rispetto per i fatti della realtà, quali che siano. 
Significa vivere il nostro rapporto con la realtà con atteggiamento responsabile .
Significa prendere le distanze da una voce tentatrice che a volte suggerisce: «Se fai finta di niente, se scegli di non vederla e di non prenderne atto,  la realtà non esiste».
Coltivare l’arte di accorgersi,  richiede prima di tutto un interesse, una convinzione che ne valga la pena.
Dobbiamo essere convinti che alla lunga avremo più da guadagnare dalla consapevolezza che dalla non-consapevolezza.
Perché diventare più consapevoli delle nostre sensazioni corporee?
Per esempio per evitare un infarto, grazie alla capacità di ascoltare i segnali di stress che il  nostro corpo ci manda e che a volte passano inosservati alle persone che si lasciano travolgere da una vita frenetica. 
Perché accorgerci delle nostre emozioni quando interagiamo con altre persone? 
Magari per  comprendere meglio le nostre azioni e le nostre reazioni, e riuscire a vivere meglio le nostre relazioni.
Perché diventare consapevoli delle varie voci che parlano dentro di noi? 
Per esempio per  riconoscere se siamo davvero guidati nel nostro agire dalla "nostra voce", che rispecchia i nostri personalissimi valori e principi, o se in un certo momento sono all'opera nella nostra mente programmi a noi estranei (presenti magari con la voce di un genitore o di un’autorità religiosa); distinguere gli uni dagli altri è fondamentale se vogliamo essere persone libere e autonome.   
Perché accorgerci dei nostri schemi di comportamento abituali e automatici?
 Per  comprendere quali di questi schemi facciamo bene a mantenere e quali invece dobbiamo rompere e modificare, perché ci allontanano da una vita di valore.
Una caratteristica della non-consapevolezza è proprio quella di portarci verso comportamenti ed atteggiamenti non in linea con i nostri valori, cioè con ciò che ha realmente importanza per noi nella vita, con i principi che vorremmo che guidassero le nostre azioni (tutte le dipendenze, tra l'altro, trovano un terreno molto fertile nella non-consapevolezza).
Di solito ognuno di noi tende ad essere più consapevole in alcuni ambiti della vita e meno consapevole in altri. Ci sono persone brillantemente consapevoli sul lavoro e pochissimo consapevoli nelle relazioni interpersonali, come ci sono atleti con una consapevolezza estrema di ogni sfumatura del proprio corpo e magari non molto consapevoli del significato di certe loro emozioni.
Può darsi che alcuni di noi abbiano bisogno di portare più consapevolezza nell’ambito dei propri bisogni materiali fondamentali, altri nell’ambito spirituale, altri nell’ambito della loro loro crescita personale o professionale, altri nell’ambito delle loro relazioni personali, e così via.
Come fare a capire in quali ambiti della nostra vita sarebbe necessaria una maggiore consapevolezza? Il più delle volte possiamo arrivarci  intuitivamente, perché di solito sono quelli meno soddisfacenti, quelli cioè dove sperimentiamo maggiore frustrazione e dove si annida il maggior dolore.
A seguire, troverete un breve elenco di domande che potrebbero tornare utili a chi voglia cimentarsi in una piccola operazione di auto aiuto, ispirata un po' all'arte di accorgersi e un po' al life coaching.
Consiglio di provare a rispondere per iscritto a tutte le domande, seguendo l'ordine in cui sono poste, e poi lasciare semplicemente che questo piccolo atto di attenzione verso la nostra realtà abbia la sua evoluzione naturale.
Fate conto che sia come mettere un piccolo seme nel terreno. Se son rose... fioriranno.
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Domande:
- Cosa mi rende riluttante a prestare maggiore attenzione all'ambito della mia vita che oggi considero insoddisfacente?
- Quali esperienze sgradevoli immagino di evitare, non portando la mia consapevolezza in quell’ambito?
- Se presto attenzione alle esperienze sgradevoli che intendo evitare, cosa noto in me (senza rimproverarmi) a livello di sensazioni, pensieri, emozioni?
- Se non esistessero le sensazioni, i pensieri e le emozioni spiacevoli, che tipo di persona potrei e vorrei essere in quell'ambito della mia vita? Che comportamenti in particolare adotterei, assecondando i miei principi e valori personali?
- Se volessi sentirmi più efficace e più coerente con i miei valori, in quell’ambito della mia vita, cosa sarei disposto a cominciare a fare subito, oggi stesso (e a proseguire durante la prossima settimana, i prossimi mesi, ecc.)?

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MBSR - Mindfulness Based Stress Reduction - Programma per la riduzione dello stress basato sulla consapevolezza (per informazioni clicca qui)
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mercoledì 6 maggio 2015

Su quali valori si basa la nostra autostima e su quali quella altrui


Quanto è sicura la nostra autostima?
Su cosa si basa?
Da cosa è scossa?
Come si ristabilisce quando è ferita?
Quanto sono realistiche le aspirazioni su cui si basa?

Conoscere la risposta a queste domande può aiutarci a capire meglio quali situazioni, scelte e comportamenti, nella vita, ci portano a stare bene con noi stessi e quali a stare male. 

Le condizioni che sostengono il nostro rispetto di noi stessi hanno un ruolo importantissimo nella nostra vita, e la cosa che può stupire è che non sono uguali a quelle degli altri. 

Poiché l'autostima è un fenomeno squisitamente interiore, non sempre riusciamo infatti ad immaginare su cosa possa basarsi quella altrui, e così alcuni comportamenti che hanno a che fare con essa possono risultarci incomprensibili nelle altre persone.
Quando qualcuno scopre di aver agito in contraddizione con i propri valori morali, può provare un tale senso di vergogna e di disperazione che, pur di non provare una simile angoscia, può fare cose inimmaginabili per chi guarda dall'esterno, perfino mettere a rischio se stesso e altre persone.
A volte gli studenti di psicologia, leggendo gli scritti di Freud, restano stupiti dal fatto che il padre della psicoanalisi abbia fatto breccia nelle proprie resistenze per poi rivelare pubblicamente i fatti intimi della propria vita inconscia. Questo comportamento tuttavia non stupisce se letto alla luce di un'attenta valutazione della struttura dell'autostima di Freud. Per il suo sistema di valori, infatti - come osserva Nancy McWilliams, nel suo libro Il caso clinico - era centrale "mantenere un'immagine di sé come impavido ricercatore devoto alla verità, conquistatore in lotta con l'ipocrisia e l'autoinganno. Freud traeva un grande piacere dallo scoprire in se stesso quelli che agli altri sarebbero sembrati aspetti assai sgradevoli della propria psicologia. Per quanta vergogna gli potesse costare quello che andava scoprendo, il prezzo pagato era ampiamente controbilanciato dall'orgoglio che provava nel rafforzare la sua immagine di sé come scienziato impavido alla ricerca della verità".
I valori condivisi culturalmente qualificano spesso come ordinari comportamenti che altrimenti risulterebbero incomprensibili. 
Una persona la cui autostima dipende dall'avere un aspetto giovanile, può darsi che si sottoponga ad un intervento chirurgico per camuffare i segni del tempo, cosa che non appare tanto incomprensibile oggigiorno. Anche se il suo valore magari non ci appartiene e critichiamo il suo comportamento, tuttavia riusciamo a capirlo e a spiegarcelo, meglio di quanto avverrebbe con analoghi valori e comportamenti tipici di altre epoche storiche o diffusi presso altre culture (come la fasciatura dei piedi delle donne cinesi di un tempo, gli anelli per allungare il collo delle donne birmane, i corsetti strettissimi che toglievano il fiato alle nostre dame di qualche secolo fa).
A volte possiamo non comprendere cosa spinga una persona ad andare incontro alla morte, per questioni di autostima; eppure la storia è piena di eroi di guerra, il cui orgoglio si fonda sull'essere coraggiosi, e a cui la morte eroica sembra preferibile alla vergogna di sopravvivere da vigliacchi. 
La difficoltà di comprendere le persone la cui autostima si fonda su basi diverse dalle nostre diventa ancora maggiore quando assistiamo ad atti violenti e distruttivi, anziché ad atti eroici.
"Una persona la cui autostima si basa sull'apparire indipendente e invulnerabile", dice ancora Nancy McWilliams, "può picchiare sua moglie pur di non esprimere il proprio bisogno di lei; una persona il cui orgoglio dipende dal sentire di avere un potere assoluto sugli altri può preferire l'omicidio alla vergogna associata all'impotenza." 
Comportamenti simili possono risultare ovviamente incomprensibili a persone la cui autostima è organizzata diversamente.
Noi possiamo dare un po' per scontato che le cose che alimentano il nostro personale orgoglio sostengano anche l'autostima altrui, perché tendiamo a proiettare. 
Questo può essere fonte di malintesi e anche di inspiegabili difficoltà relazionali. 
Sempre la McWilliams racconta, a tal proposito, di una sua paziente che aveva passato un'intera seduta ad esprimere confusione e dolore perché un uomo che stava frequentando aveva con lei un comportamento sessuale "ristretto". Era giunta così alla conclusione che lui non la trovasse attraente, benché per altri versi il comportamento dell'uomo suggerisse la conclusione esattamente opposta. Poiché la paziente, in altre occasioni, le aveva detto che il suo amato era cattolico ed andava a messa regolarmente, la McWilliams ha commentato: «Forse lui sente, in accordo con la sua educazione religiosa, che il sesso pre-matrimoniale è sbagliato». La paziente ha esclamato: «Di certo nessuno in questi giorni e di questi tempi può pensarla così!» "Ma così era.", dice la Mc Williams, "E l'autostima di quell'uomo dipendeva da un comportamento conforme a questo dettame. Lui era attratto da lei, ma non sarebbe riuscito a stare bene con se stesso se avesse avuto delle relazioni sessuali con lei prima del matrimonio".
Insomma, come dobbiamo fare per capire che cosa sostiene l'autostima di qualcuno?
Cosa dobbiamo chiedergli?
Una domanda utile forse può essere: «Cosa ammiri nelle persone?». La risposta infatti può rivelarci quali sono gli ingredienti principali su cui il nostro interlocutore basa la valutazione di se stesso.
Ciò che ammiriamo negli altri è di solito qualcosa che ha un valore anche per noi. Mentre ammiriamo una persona, vediamo incarnate in lei delle qualità che probabilmente ci appartengono, quanto meno a livello di valore, e che ci piacerebbe poter portare alla luce e vedere sviluppate anche in noi stessi.
Se la confidenza è tale da non rischiare di risultare indiscreti (e sempre sperando di ottenere risposte sincere...), possiamo azzardare anche qualche domanda più specifica, come: «Quali sono le cose che ti fanno sentire soddisfatto - e quali insoddisfatto - di te stesso?»
Conoscere queste risposte può essere utile non solo per interpretare meglio il senso dei comportamenti dell'altro, ma anche per evitare di ferirlo involontariamente con le nostre parole e i nostri atteggiamenti. Infatti, se siamo portatori di valori diversi dai suoi, potremmo inavvertitamente mancare di tatto e mettere il dito in qualche sua piaga che non vediamo.
Questo non significa necessariamente che certe cose non possono essere dette. Quanto più un rapporto diventa importante, infatti, tanto più è auspicabile che sia autentico e sincero. Ma è importante anche avere tatto quando ci si avvicina ad argomenti che per l'altro sono delicati.
Il tatto, anche in senso metaforico, è soprattutto una questione di mano. Significa comprendere quando non è il caso di andare giù duro con mano pesante, ma occorre usare un tocco leggero e gentile. 
Quando i valori che sostengono l'autostima altrui sono molto lontani dai nostri, questo tocco leggero può non venirci d'istinto, e si giova piuttosto di una decisione consapevole.
Proviamo allora a richiamare alla mente gli aspetti di noi stessi e della nostra vita di cui siamo insoddisfatti, perché non sono all'altezza dei nostri valori importanti.
Come ci sentiamo quando qualcuno li tratta senza delicatezza? 
Se ci ricordiamo quanto male fa a noi, forse ci verrà più facile il tocco leggero nello sfioramento della vulnerabile autostima altrui. 

venerdì 1 maggio 2015

La consapevolezza e l'autostima. Un pensiero di Nathaniel Branden


"Se non portiamo un giusto livello di coscienza nelle nostre attività, se non viviamo con attenzione, il prezzo inevitabile è una diminuzione del senso di efficacia e del rispetto di noi stessi. Se viviamo nella nebbia mentale, come possiamo sentirci validi e competenti? La mente è il nostro principale strumento di sopravvivenza. Tradiscila e la tua autostima ne soffrirà. La forma di tradimento più semplice è non voler prendere atto delle cose che non vanno. Per esempio: 
«So di non dare il meglio di me sul lavoro, ma non ci voglio pensare.» [...]
«Lo so che i miei figli soffrono perché non mi vedono mai, mi rendo conto di causare dolore e risentimento, ma un giorno in qualche modo cambierò.»
«Perché dici che bevo troppo? Posso smettere quando voglio. »
«Lo so che il mio modo di mangiare finirà per ammazzarmi, però...»
«So di vivere oltre i miei mezzi, ma...»
«So di essere un bugiardo e di mentire su tutto quello che faccio, tuttavia... »
Ogni volta che scegliamo tra pensare e non pensare, tra considerare responsabilmente la realtà o evaderla, stabiliamo che tipo di persona vogliamo essere. Consciamente non ricordiamo quasi mai queste scelte, ma esse si sommano nel profondo della nostra psiche, e il risultato finale è quell'esperienza che chiamiamo «autostima». L'autostima è la reputazione che acquisiamo presso noi stessi.
Non abbiamo tutti la stessa intelligenza, ma il punto non è l'intelligenza. Vivere consapevolmente vuol dire cercare di essere consci di tutto quello che riguarda le nostre azioni, obiettivi e valori - al meglio delle nostre capacità, grandi o piccole che siano - e di comportarci in accordo con quello che vediamo e sappiamo. 
Questo punto merita di essere sottolineato. La coscienza che non si traduce in azioni appropriate è un tradimento della coscienza, è la mente che invalida se stessa. vivere consapevolmente è più che vedere e sapere: è agire su quanto si vede e sa. [...]
Vivere consapevolmente implica rispetto per i fatti della realtà. Questi fatti possono essere interni (bisogni, desideri, emozioni) ed esterni. [...]
Nel mio lavoro di psicoterapeuta, ho incontrato molte persone orgogliose della loro conoscenza dell'universo, dalla fisica alla filosofia politica, dall'estetica alle ultimissime novità su Saturno, agli insegnamenti del buddhismo zen. Eppure molti erano completamente ignari delle operazioni del loro universo privato interiore. Il naufragio della loro vita personale è un monumento alla grandezza della loro non-consapevolezza riguardo il loro mondo interiore. Rinnegano i loro bisogni, razionalizzano le emozioni, intellettualizzano (o  «spiritualizzano») i comportamenti, e nel frattempo passano da una relazione insoddisfacente all'altra, oppure rimangono per tutta la vita ancorati alla stessa senza fare nulla di pratico per migliorarla. Non vivo consapevolmente se uso la mia consapevolezza per tutto, tranne che per capire me stesso. [...]
Questa intenzione o preoccupazione salta fuori da semplici domande come:
So esattamente cosa provo in un certo momento particolare?
Riconosco gli impulsi da cui partono le mie azioni?
Mi accorgo se i miei sentimenti e le mie azioni sono coerenti o no?
So quali bisogni o desideri sto cercando di soddisfare?
So che cosa voglio veramente dall'incontro con una certa persona in particolare (senza fermarmi a quello che  «dovrei» volere?)
Ho dato un senso alla mia vita?
Il «programma» secondo cui vivo l'ho accettato acriticamente dagli altri, o è una mia libera scelta?
So quello che sto facendo quando mi piaccio e quello che sto facendo quando non mi piaccio?
Ecco le domande fondamentale per un autoesame intelligente."

venerdì 24 aprile 2015

L'insegnamento e la conoscenza secondo Gibran


E UN MAESTRO DOMANDÒ: PARLACI DELL’INSEGNAMENTO

Ed egli disse: "Nessuno può insegnarvi nulla, se non ciò che sonnecchia nell’albeggiare della vostra conoscenza.
Il maestro che cammina all’ombra del tempio, tra i discepoli, non dà la sua sapienza, ma il suo amore e la sua fede.
E se egli è davvero saggio non vi invita a entrare nella dimora del Suo sapere, ma vi conduce alla soglia della vostra mente.
L’astronomo può dirvi ciò che sa degli spazi, ma non può darvi la sua conoscenza.
Il musico può cantarvi la melodia che è nell’aria, ma non può darvi l’orecchio che fissa il ritmo, né l’eco della voce.
E il matematico potrà descrivervi il mondo del peso e della misura, ma oltre non vi potrà guidare.
Giacché la visione di un uomo non impresta le sue ali a un altro uomo.
E come Dio vi conosce da soli, così tra voi ognuno deve essere solo a conoscere Dio, e da solo comprenderà la terra."


UN UOMO DOMANDÒ: PARLACI DELLA CONOSCENZA

Ed egli rispose, dicendo: "Il vostro cuore conosce nel silenzio i segreti dei giorni e delle notti.
Ma l’orecchio è assetato dell’eco di ciò che il cuore conosce.
Vorreste esprimere ciò che avete sempre pensato.
Vorreste toccare con mano il corpo nudo dei vostri sogni.
Ed è bene che sappiate: la sorgente nascosta dell’anima vostra dovrà scaturire un giorno, e fluire mormorando verso il mare; e ai vostri occhi si svelerà il tesoro della vostra immensa profondità.
Ma non con la bilancia peserete questo tesoro ignoto; e non sonderete con l’asta o lo scandaglio le profondità della vostra conoscenza.
Poiché l’essere è un infinito e sconfinato mare.
Non dite “Ho trovato la verità” ma piuttosto “Ho trovato una verità”.
Non dite “Ho trovato il sentiero dell’anima” ma piuttosto “Ho incontrato l’anima in cammino sul mio sentiero”.
Poi che l’anima cammina su tutti i sentieri.
L’anima non procede in linea retta, e neppure cresce come una canna.
L’anima si schiude in mille petali come un fiore di loto."


(da Gibran Kahlil Gibran, Il Profeta)

                                  (le immagini riproducono dipinti di Merab Gagiladze)                                    

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giovedì 16 aprile 2015

Mindfulness. Una poesia di Jon Kabat-Zinn

Hai mai fatto l'esperienza di fermarti del tutto,
di essere così totalmente nel tuo corpo,
di essere così totalmente nella tua vita
che quel che già sapevi e quello che non sai,
e quel ch'è stato e quel che ancora dev'essere,
e le cose come stanno proprio ora
non ti danno neanche un filo d'ansia o disaccordo?
Sarebbe un momento di presenza totale,
al di là della lotta, al di là della mera accettazione,
al di là della voglia di scappare o sistemar le cose o tuffarcisi dentro a testa bassa:
un momento di puro essere, fuori dal tempo,
un momento di pura vista, pura percezione,
un momento nel quale la vita si limita a essere,
e quell'"essere" ti prende, ti afferra con tutti i sensi,
tutti i ricordi, fin dentro i geni,
in ciò che più ami,
e ti dice: benvenuto a casa.
***


***

domenica 12 aprile 2015

Mindfulness. Un pasto consapevole in un giorno di raffreddore


Da che la mindfulness è entrata nella mia vita, mi piace molto la mattina alzarmi dal letto e dirigermi verso un pasto consapevole.
Se ho deciso di portare più consapevolezza nella mia vita, niente di strano se ne porto un po' anche a tavola, ogni tanto. E la mattina per me è un buon momento.

Una delle cose che amo mangiare a colazione è una mela tagliata a pezzetti dentro allo yogurt bianco.
Mi piaceva già da prima che mi mettessi a giocherellare con le mele durante i pasti consapevoli. Giocherellare ho detto. Ma sì. Alla fine un pasto consapevole è anche questo: essere talmente presenti all'esperienza da prenderci gusto, come se fosse un gioco.
Se dovessi dire a che gioco assomiglia, propenderei per la caccia al tesoro. La rotondità della mela, la non totale rotondità della mela, il picciolo, la cavità peduncolare, la calicina. Tutta roba sensibilmente reale a cui faccio caso diversamente, da quando il mio rapporto con le mele è diventato più consapevole. 

Il rosso della buccia. Il rosso non uniforme della buccia: i puntini, le righe, quel po' di giallo che pure c'è e che non è dappertutto lo stesso giallo (e anzi a volte non è nemmeno più giallo...). L'opacità che diventa gradualmente  lucidità, a mano a mano che strofino i polpastrelli sulla buccia. E poi certo il freddo della mela, se l'ho presa dal frigorifero, il suo profumo, il suo peso, ed anche il rumore che fa, quando la passo da una mano all'altra. 

Chi crede che la superficie di una mela sia uniformemente liscia come quella di una palla da biliardo, provi a farsela rotolare piano piano sulle guance o sulle labbra, o anche a farsela girare dentro i palmi delle mani tenendo gli occhi chiusi. Forse avrà una sorpresa.
È sorprendersi ancora e ancora per ciò che c'è, mentre c'è, che rende i nostri momenti interessanti,  significativi, importanti, e la nostra vita un viaggio di continue scoperte, meritevole di tutta la nostra attenzione, presenza, interesse.

A volte sono più che altro gli stimoli forti, i fatti eccezionali, i viaggi in territori lontani (che si tratti di viaggi veri e propri o di viaggi in senso metaforico) che ci ricordano cosa significhi fare scoperte e vivere con un senso di sorpresa. Praticare la consapevolezza nel quotidiano ci consente di sperimentare scoperte e sorprese, anche in momenti in cui apparentemente non sta accadendo nulla

***

Ieri mattina la mela non aveva sapore.
Rigiravo in suoi pezzetti in bocca, facendoli andare sotto al palato, a destra e a sinistra della lingua, un po' più avanti e un po' più indietro. Ne ho letto ad occhi chiusi dentro la bocca ogni aspetto concernente la forma, gli spigoli, la consistenza, la temperatura. Ho sentito il rumore che facevano sotto i miei denti, mentre li masticavo attentamente, e li ho sentiti secernere liquido sotto l'effetto del pestaggio. 

Ma niente sapore. Se un po' di dolce c'era, era talmente poco, da essere sopraffatto dalla diluizione nello yogurt, che a sua volta non sapeva di niente (era pura consistenza, scioglimento, mobilità, inseguimento) e non era nemmeno acido. 

Gusto e olfatto avevano conosciuto il silenzio come un udito condotto a un concerto senza musica.
O come il silenzio di un sordo a un concerto (esperienza  rappresentata peraltro magistralmente nel film La famiglia Bélier).

Ma, a parte ciò, cos'era successo alla mia mela di ieri?
Vivere attentamente il suo non sapore è stato anche vivere la mia delusione e un vago senso di tradimento.

Sorprendersi infatti non significa necessariamente vivere belle sorprese. Si vive quello che c'è.
Ieri c'era il raffreddore. Ed è stato con me tutto il giorno, offrendomi un'esperienza del mondo attraverso il suo filtro: una specie di carta assorbente che tratteneva gli odori e i sapori, e mi passava un mondo di cose ripulite, che non sapevano più di niente.

A pranzo non avevo in programma un pasto consapevole. E tuttavia sapevo che mi sarebbe toccato un pasto col raffreddore, cioè un pasto insapore e inodore.
Per cui è stata la fame a spedirmi in cucina e non certo la voglia.

Avvertire la fame è accostarsi ad un sentire del corpo che nelle società dell'abbondanza tendenzialmente non si tiene per molto tempo. Appena abbiamo fame mangiamo qualcosa, e poi magari dopo ci trastulliamo con mille domande sul fatto se era vera fame o fame nervosa, e insomma quelle cose lì.

Per cui alla fine starci un po' insieme, con questa fame, e sentirla - non tanto con il pensiero quanto con l'esperienza sensoriale diretta - e quindi cercarla nel punto del corpo in cui si manifesta con più evidenza, osservare come si presenta, cosa provoca qua o là, e portare attenzione anche alla pressione delle  forze che dentro di noi ci spingono a risolverla, ad eliminarla, può insegnarci molto riguardo a noi stessi e a ciò che c'è dietro (o anche dentro) ai nostri comportamenti alimentari più scontati.

Fatto sta che ho aperto il frigorifero ed ho tirato fuori un mazzetto di carote, tre finocchi e due fascetti di ravanelli.
L'abbinamento dei colori era molto piacevole: bianco, arancione, rosso, verde. E pensare che sono tutte cose che crescono sotto terra. Tanto colore ad un livello dell'esistenza a cui l'occhio normalmente non accede. Bisogna mettersi a scavare per accorgersene, non basta restare in superficie.

Ecco un tipico pensiero da psicologa, avrebbero detto le mie figlie, riportandomi al fatto che ora stavo con la testa dentro al frigorifero, luogo davvero sconsigliabile per filosofeggiare quando si ha il raffreddore.

È che ne avrei inventate mille, pur di sottrarmi alla noiosa preparazione di quel pasto.
Una cosa molto interessante che ho scoperto nel mio panorama interiore, da che pratico la mindfulness, sono le tante sfumature fisiche e mentali che possono racchiudersi nella sbrigativa definizione di noia. Cos'è la noia veramente? Dove sta nel corpo, che sensazioni dà, che succede a tenersela un po'? Quello che succede a me, di solito, è questo. Appena mi metto ad osservare con curiosità la mia noia, e la rendo oggetto della mia attenzione, non mi dà più tanto fastidio. Diventa in un certo senso interessante pure lei, nonostante sia noia.



Ma le carote
Ho cominciato a pulirle con attenzione e quasi con rispetto, notandone le zone barbose e quelle glabre, le piccole grinze orizzontali che ne decoravano la superficie, e poi la sezione circolare che diventava visibile, una volta tagliato il ciuffo verde e la parte superiore della carota stessa.
C'è un mandala nella sezione di ogni carota. Lo sapevate? Come anche di ogni ravanello e di ogni finocchio, se è per questo. Sono i tipici disegni della natura, regolari e unici, presenti molto spesso in radici, ortaggi, fiori, frutti, e che tuttavia tante volte non vediamo, perché addentiamo frettolosamente le cose con l'unico intento di mandarle giù. 

Cadendo nell'acqua in cui li lavo fanno rumori diversi le carote, rispetto ai ravanelli e ai finocchi, e lo stesso quando li tolgo dall'acqua e li riverso nel colapasta per sgocciolarli. 

Servirebbe a qualcosa dare un nome ad ogni rumore, e descriverlo per come è fatto? Servirebbe solo forse per scriverlo qui. Non mi sono sforzata di cercare le parole, mi sono semplicemente messa in ascolto. Ho chiuso gli occhi e fatto spazio ai suoni, che fosse acqua corrente di rubinetto, o zampillo dovuto al tuffo di una carota, o vibrazione del colapasta nel lavello mentre ci buttavo dentro un finocchio.

"Ora vi mangio, altro che concerto. Ho fame!". Questo pensiero l'ho riconosciuto chiaramente. Forse  gridava più forte di tutti i suoni. Ma c'era una sfida in corso: scoprire le qualità di carote, finocchi e ravanelli nella mia bocca, prima ancora che nel mio stomaco, in assenza di ogni informazione proveniente da gusto e olfatto. Insomma, niente corse. 

Ho guardato una carota che più arancione non si poteva.
Era questo? Era solo colore? Non che non fosse abbastanza, intendiamoci. Ma non era solo questo. Infatti era anche croc croc sotto i denti, e vago intreccio di fibre che secernevano un succo. Ma certo: succo di carota! Poi una piccola sorpresa, giusto un attimo prima di deglutire. Un lieve pizzicorino quasi in gola, come un sapore nuovo. Che fosse questo il vero sapore di una carota? Che fosse stato necessario proprio un giorno di raffreddore per scoprirlo? Non saprei.

Ciò che invece so quasi con certezza, arrivati a questo punto, è che difficilmente sopportereste ancora a lungo la descrizione di questo pasto. Per cui direi di finirla qui. 
Che un ravanello pizzichi, non è difficile da immaginare. E che possa pizzicare un po' persino un finocchio, magari ormai ce lo aspettiamo. Tutto questo c'è stato e anche altro (persino un secondo piatto...). Ma vi risparmio la cronaca.

E il finale?
In verità non sarebbe molto mindfulness né pretenderlo, né aspettarselo, né chiamarselo. 
E meno che mai prometterlo! 
Mindfulness è portare l'attenzione intenzionalmente nel momento presente, stare completamente nel qui e ora.
Se ora stiamo con la testa nel finale che verrà, allora non siamo veramente qui, su questo rigo, in questo momento!

Però devo anche dire che, nella realtà, un buon finale c'è stato. 
Perché tacerlo, allora, visto che fa parte della storia?
Lo trovate più sotto, dopo la foto del mio pinzimonio.
Forse è una chiusura. Forse è un capitolo a  sé.


Dai e dai, a fine giornata il raffreddore si è arreso.
L'ho capito chiaramente la sera, rientrando a casa.
Ho annusato l'aria e mi sono accorta che non era più filtrata.
Potevo distinguere nitidamente il profumo dei finocchi.

Ecco il piccolo trionfo della guarigione.
Eccomi pronta per una cena normale. Finalmente.




Avvicinati anche tu
al pasto consapevole 
a partire dal 10 novembre 2024
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