domenica 11 novembre 2012

L' Uomo che piantava gli Alberi

Mi sono imbattuta per caso in un bel racconto dal titolo "L'uomo che piantava gli alberi" (L'homme qui plantait des arbres) di Jean Giono, pubblicato nel 1953.
E' la storia di Elzéard Bouffier, un pastore che l'autore dice di aver incontrato nel 1913, in una regione delle Alpi che penetra in Provenza.
A quell'epoca la zona era deserta, senza alberi e disabitata, e ovunque cresceva  solo lavanda selvatica.
Il pastore si era ritirato a vivere in solitudine lassù dopo la morte del suo unico figlio e poi di sua moglie. Se ne andava in giro tutti i giorni con una bella scorta di ghiande ed un bastone di ferro.
Ogni tanto si fermava, faceva un buco nel terreno con il bastone e ci metteva dentro una ghianda, che poi ricopriva di terra.

"Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva. ... Non gli interessava conoscerne i proprietari.
Piantò così le cento ghiande con estrema cura...
Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila, ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila, contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori o di tutto quel che c’è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prima non c’era nulla."

 Quando l'autore tornò a visitare quei luoghi, dopo la prima guerra mondiale, era il 1920.

"Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzéard Bouffier ... Non era morto. ...
Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione."

Fatto sta che Bouffier continuò ancora, per anni ed anni, a piantare alberi, incurante di ciò che avveniva frattanto nel resto del mondo (compresa la seconda guerra mondiale!) e la zona, un tempo deserta, un po' alla volta si trasformò radicalmente.
La qualità dell'aria migliorò, i torrenti tornarono ad essere ricchi d'acqua, e molte persone tornarono a vivere nei dintorni.

Di seguito un'animazione della parte centrale della storia  di Elzéard Bouffier


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Le parti 1/3 e 3/3 di quest'animazione sono ai seguenti link (il cui ritmo mi sembra però un tantino lento per gente... abituata a correre!).
Video 1/3 - "L'uomo che piantava gli alberi"
Video 3/3 "L'uomo che piantava gli alberi"
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link al testo del racconto
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Questa storia è un buon esempio di uno dei tanti modi in cui si può affrontare una crisi.
Quando Elzéard Bouffier si ritira in solitudine sulle montagne, ha perso tutto: il suo unico figlio, sua moglie, e anche la fattoria dove viveva con loro.
Arriva in un luogo desolato e sente che può fare qualcosa, sente che vale ancora la pena fare qualcosa prima che la sua vita si chiuda.
Non è giovane. Ha un'età in cui di solito le persone pensano di aver già portato a compimento i propri progetti. Eppure inizia la sua opera, e lo fa con ostinazione, testardamente, senza scoraggiarsi di fronte alle difficoltà. Non dà per scontato che tutto ciò che pianta sopravviverà, crescerà. Per avere dieci querce, deve interrare cento ghiande, che precedentemente avrà dovuto accuratamente scegliere e selezionare. 
Così facendo, giorno dopo giorno, da solo e in silenzio, riesce a trasformare una terra desolata, abbandonata da Dio e dagli uomini, in un luogo in cui la vita ritorna in tutte le sue forme: le foreste ricrescono, si ripopolano di tante forme di vita, l'acqua  riprende a scorrere, i vecchi villaggi abbandonati si ripopolano anch'essi.
Eppure Elzéard Bouffier non ha ricostruito le case, non ha ripulito i ruscelli, non ha condotto sul posto animali e persone, né ha curato gli orti o intonacato le case.
Lui è stato semplicemente e ostinatamente fedele alla sua idea, al suo progetto: riportare gli alberi su una terra desolata. Il resto è venuto da sé.
Quanti altri Elzéard Bouffier esistono al mondo, sconosciuti e silenziosi? Forse ognuno ne ha un pezzetto potenziale dentro di sé.
Del resto, nella storia umana, qualcuno ha pur dovuto scoprire il fuoco,  o inventare la ruota e la scrittura, o ideare e realizzare i primi strumenti per coltivare la terra, per cacciare, pescare,  cucinare, cucire i vestiti.  Sono state costruite palafitte (e anche costruzioni diverse, certo!), sono stati dati nomi alle cose e alle rappresentazioni mentali che ne abbiamo, fino a creare lingue complesse, e in queste lingue fiabe, miti e poesie. Insomma, sono migliaia e migliaia  le opere degli uomini nella storia, frutto di inventiva e creatività, spesso  espressa in modo silenzioso nel lavoro quotidiano di tante persone, impegnate nelle attività più varie: artigiani, scienziati, casalinghe...
Molte volte tutto questo non è che la risposta - una delle tante possibili risposte - a cui si è arrivati dopo una lunga ricerca, messa in moto da un problema, da una cosa nuova da affrontare.
Proprio come avviene in ogni crisi della vita.
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E di ciò che avviene nelle crisi della vita, parlerò in un prossimo post.




venerdì 9 novembre 2012

Tre aforismi sull'amore


"Amore è stare svegli tutta la notte con un bambino ammalato. O con un adulto molto in salute." 
(David Frost)
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"Amore non è guardarci l'un l'altro, ma guardare insieme nella stessa direzione."
(Antoine de Saint-Exupéry)
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"È l'amore, e non la filosofia tedesca, la vera spiegazione di questo mondo, e Dio solo sa qual è la spiegazione dell'altro mondo."
(Oscar Wilde)






"- Fa' del tuo meglio, qualsiasi cosa succeda;
- sii in pace con te stesso;
- trovati un lavoro che ti piaccia;
- vivi semplicemente per quanto riguarda i lavori di casa, la cucina, il vestiario; sbarazzati dei cumuli di cose inutili;
- stabilisci ogni giorno un contatto con la natura; senti la terra sotto i piedi;

- fa' del moto lavorando, curando il giardino o passeggiando;
- non preoccuparti, vivi una giornata alla volta;
- condividi tutti i giorni qualcosa con qualcuno; se vivi da sola, scrivi a qualcuno, regala qualcosa, aiuta qualcuno in qualche modo;
- trova il tempo per meravigliarti della vita e del mondo; quando puoi, cerca di cogliere gli aspetti umoristici della vita;
- percepisci l’unica vita che è in tutte le cose;
- sii gentile con le creature."


 (Helen Nearing)

giovedì 8 novembre 2012

Imparare a dire (anche) no

«I confini dividono lo spazio;
 ma non sono pure e semplici barriere.
Sono anche interfacce tra i luoghi che separano.
In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte
e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni.»
(Zygmunt Bauman)
(nella foto una scena del film "LES BALISEURS DU DESERT", 1984, di NACER KHEMIR)

Uno dei fattori da considerare, quando ci mettiamo alla ricerca di una maggiore serenità - e più che mai se  abbiamo fama di essere tolleranti, gentili, accomodanti, disponibili, generosi -, è in che misura padroneggiamo l'arte di  tracciare confini per proteggere, accudire, sostenere tutto ciò a cui teniamo.  
Tracciare confini significa imparare a dire (prima di tutto a noi stessi): "Fin qui si può. Oltre no". 
Significa cioè riconoscere i nostri  bisogni, i nostri diritti, le nostre preferenze, e fino a che punto siamo disposti a sacrificarli per convivere pacificamente con il resto del mondo, comprese le persone che amiamo.
Significa imparare a dire: "Questo mi piace, questo mi piace poco ma sono disposto a tollerarlo, questo non mi piace per niente e non sono assolutamente disposto a tollerarlo." 
Tracciare confini può risultare doloroso, a volte, perché può generare momenti di tensione, può portare ad alzare la voce, provocare incomprensioni, controversie, lacrime e sentimenti feriti. 
La prospettiva è così poco allettante che alcune persone preferiscono non imbarcarcisi proprio, in una simile avventura; e così, incapaci di dar voce ai propri bisogni, tacciono e ingoiano la  loro rabbia inespressa.
Ciò è tipico, per esempio, di alcune persone con uno stile comunicativo e relazionale particolarmente remissivo. Queste tendono ad anteporre le esigenze altrui alle proprie, considerano le proprie esigenze poco importanti (se non addirittura se stesse meno importanti degli altri!) ed accettano tutta una serie di decisioni altrui, che non le soddisfano, per mero amor di pace. Inutile dire che, alla lunga, le persone remissive rischiano di soffrire parecchio per via delle proprie esigenze trascurate, e potranno provare rabbia, risentimento, umore depresso, scarsa autostima e  malesseri fisici vari. Queste stesse persone peraltro, a furia di reprimere frustrazione e risentimento, ogni tanto possono esplodere in improvvise manifestazioni di esagerata aggressività, adottando uno stile diametralmente opposto a quello abituale, ma anch'esso abbastanza disfunzionale.
Lo stile aggressivo, infatti, è quello tipico delle persone che difendono i propri diritti in maniera prepotente ed eccessiva, senza preoccuparsi di urtare i sentimenti altrui  e a volte anche violando i diritti degli altri. 
E certo non è nemmeno questo lo stile più auspicabile per la tutela dei propri bisogni!
Da manuale, lo stile più funzionale risulta essere quello definito "assertivo".
Essere assertivi significa essere al tempo stesso consapevoli sia dei diritti propri sia dei diritti (e sentimenti) altrui, avere il senso del dare e dell'avere, riuscire ad affrontare le situazioni di potenziale conflitto attraverso forme equilibrate di compromesso o cooperazione, e quindi anche comportarsi in maniera diversa a seconda delle situazioni: cedere quando è il momento di cedere, essere fermi quando è il momento di essere fermi.
Esistono varie tecniche tese a favorire un modo di relazionarsi e comunicare con gli altri di tipo più assertivo.
Si possono imparare, mettere in pratica, richiamarle alla mente ogni volta che la tendenza all'eccessiva remissività (o anche aggressività!)  tende a riaffacciarsi e a... guastarci la festa. 
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«Prima di costruire un muro volevo sapere
cosa stavo includendo e cosa stavo escludendo»
(Robert Frost)
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In un post dedicato all'importanza dei confini, un po' di spazio va dedicato alla parola "no", per l'elementare  evidenza che, se diciamo sempre di sì ad ogni richiesta del mondo, non cominceremo mai ad erigere confini.
« 'No' può essere una bella parola, né più né meno di 'sì'», sostengono John Robbins e Ann Mortifee. «Ogniqualvolta neghiamo il nostro bisogno di dire no, il nostro amor proprio diminuisce», dicono nel loro libro "In Search of Balance: Discovering Harmony in a Changing World" (Alla ricerca dell'equilibrio: Scoprire l'armonia in un mondo che cambia).  «In certi momenti, dire di no  non è soltanto un nostro diritto; è la nostra più profonda responsabilità. Perché dire di no a quelle vecchie abitudini che dissipano la nostra energia, no a ciò che ci ruba la nostra gioia interiore, no a ciò che ci distrae dal nostro obiettivo è un dono che facciamo a noi stessi.  ... Dire di no può essere liberatorio, quando esprime il nostro impegno a combattere per ciò di cui crediamo di avere bisogno veramente.»



mercoledì 7 novembre 2012

Ampie vedute

"Cercate di avere una prospettiva ampia. Non vi limitate a una sola interpretazione di quello che state ascoltando. Non vi fate suggestionare da schemi pre-stabiliti o da pre-giudizi. ...
Pensate a tante possibili interpretazioni alternative ...
Applicate la tolleranza delle polarità opposte. Non impostate il rapporto come una lotta, non partite al contrattacco e non vi chiudete in difesa.
Cercate l'integrazione: è possibile armonizzare anche posizioni e pareri completamente diversi."
(Vittorio Cei)  
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"Chi ha occhi per vedere, gusta con riconoscenza e attenzione queste grige mattinate dai delicati e velati giochi di luce.
Qualsiasi condizione atmosferica è bella, se si aprono occhi e anima."
(Hermann Hesse)
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"Il segreto non sta nella soluzione, ma nel processo che ha occupato la mente." 
(Tiziano Terzani)

martedì 6 novembre 2012

Tenere un buon diario di bordo

"Alla stregua del diario di viaggio, il diario di bordo ha da sempre aiutato esploratori di ogni specie ad appuntare le varie fasi delle proprie imprese." 
(da Wikipedia, voce "Diario di bordo")
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In un blog dedicato a gente che corre, e che probabilmente anela ad una serenità che non intralci troppo le sue necessarie corse quotidiane, una domanda a cui non si può sfuggire è questa: si può dare alla "ricerca della serenità" lo stesso valore e lo stesso trattamento che si riserverebbe a qualunque altro dei propri impegni seri, con tanto di progettazione, monitoraggio, rendiconti, valutazioni, eccetera eccetera? Ha senso un'idea del genere o è una contraddizione in termini, perché impegnarsi ad essere sereni sarebbe come impegnarsi ad innamorarsi o a credere in Dio, cioè un voler trasformare in impegno anche qualcosa che per sua natura è spontaneo e non coercibile?
Serenità e impegno sembrano due termini inconciliabili e in effetti una certa dose di paradosso, nel discorso di oggi, forse effettivamente c'è, ma fino a un certo punto.
Molti pensano che per essere sereni, dovrebbero cambiare totalmente vita, e fare chissà quali grandi passi, ma ragionando così si rassegnano al fatto che, frattanto, debbano vivere in uno stato di ordinaria tensione, insoddisfazione, inquietudine, grigiore, escludendo a priori qualunque piccola "regolata rasserenante" alla stessa vita di sempre.
In realtà migliorare la qualità della nostra vita quotidiana è il miglior investimento che possiamo fare per la nostra serenità, sia che abbiamo in mente per il futuro qualche grande cambiamento, sia che questa idea non ci sfiori minimamente.
Per cui, tirando le fila del discorso, forse non possiamo tecnicamente "impegnarci ad essere sereni" - non possiamo, cioè, promettere né a noi stessi né a nessun altro che lo saremo - perché la serenità è una qualità spontanea che emerge dal nostro spirito a un certo punto un po' da sé, però possiamo impegnarci a monitorare la qualità delle nostre giornate, il modo in cui le trascorriamo, con chi ci relazioniamo, quanto tempo dedichiamo a cose pesanti e quanto a cose leggere, in che misura abbiamo cura di noi stessi e di ciò che amiamo e così via.
Quindi oggi vi parlerò di un diario di bordo per giorni normali.
Ne ho fatto uso personalmente e mi ha dato buoni risultati.
La sua maggiore utilità non si è rivelata tanto nei momenti importanti o avventurosi della mia vita - talvolta anche in quelli, sì, perché  comunque c'era e faceva comodo - quanto nei normali lunedì, martedì, mercoledì e così via, dove si corre il rischio di arrivare a fine giornata chiedendosi: "ma perché sono così stanco e mi sembra di non aver fatto niente di quello che dovevo o volevo fare oggi?"; oppure "perché oggi ho fatto tutto quello che dovevo o volevo fare e sono così insoddisfatto di questa giornata?".
Queste domande, forse, qualche volta potrebbero ancora emergere alla fine di un bel lunedì di corse (o martedì, o mercoledì...), ma il diario di bordo, se tenuto bene, può aiutarci a trovare una risposta a queste domande ed eventualmente anche un correttivo a ciò che secondo noi non va nella nostra ordinaria amministrazione. Questo perché, a prescindere dai grandi problemi della vita, è nel quotidiano che vanno ricercati i focolai della nostra  ordinaria frustrazione così come le fonti della nostra ordinaria serenità.
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OCCORRENTE:
1) Un album cartaceo per fotografie (a fogli bianchi scrivibili) o qualcosa che possa somigliargli (c'è chi usa agende, quadernoni, blocchi per appunti: il risultato estetico può essere meno piacevole, ma la funzione può essere assolta ugualmente);
2) Vecchi numeri di riviste illustrate che ci piacciono e che possiamo tagliuzzare in libertà (se vi piacciono, potete ricorrere anche a depliant di agenzie di viaggi o a cataloghi illustrati di varia natura)
3) Forbici
4) Colla
5) Righello
6) Penna
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All'inizio di ogni giornata -  o alla fine della giornata precedente, se la mattina non abbiamo tempo - utilizziamo una pagina di questo album come se dovessimo stilare un normale elenco delle cose che dobbiamo e/o vogliamo fare quel giorno. 
Procediamo così.
1) Cominciamo a sfogliare le nostre riviste illustrate preferite e ci soffermiamo sull'immagine che istintivamente ci procura un senso di maggior benessere e appagamento. Quindi prendiamo le forbici, la ritagliamo e la incolliamo sul nostro album,  in alto a sinistra sulla pagina bianca dedicata ai programmi della giornata.
Attenzione, non dobbiamo accontentarci di un'immagine appena decente, solo perché magari abbiamo fretta.
Questa cosa è importante e va fatta con calma! Trattare frettolosamente questo passaggio equivale a trattare sbrigativamente ciò che "davvero ci piace" della vita: il che simbolicamente la dice lunga su come intendiamo passare la media delle nostre giornate!
Quindi noi continueremo a cercare finché non troveremo proprio un'immagine che ci "incanti".
Le mie amiche più previdenti usano ritagliare le loro immagini preferite nei momenti di relax (a volte addirittura la sera a letto!), per poi tenerne alcune già pronte in una cartellina o in una scatola, e utilizzarle  nei momenti in cui si dedicano al diario di bordo.
Personalmente, invece, amo ritagliare ogni giorno l'immagine più vicina al mio sentire del momento. Ma ognuno si organizzi come preferisce. L'importante è poter benedire ogni giornata che comincia, con una bella immagine che ci ricordi ciò che ci piace veramente della vita e del mondo, qualunque cosa abbiamo in programma per le prossime ore.
2) Quindi prendiamo il righello e, sul lato destro della pagina, tracciamo una tabella composta da:
  •  una colonna centrale per l'elenco degli impegni della giornata;
  • due colonnine a destra per segnare il punteggio che attribuiamo a ciascun impegno rispettivamente in termini di  U=UTILITA' e   P=PIACEVOLEZZA
da 0 (= assolutamente inutile o assolutamente spiacevole) a 10 (= massimamente utile o massimamente piacevole);
  • una colonnina a sinistra per  l'orario e per spuntare via via con una crocetta le cose portate a termine.
Il risultato sarà uno schema di questo tipo:

h.

6 novembre 2012

U

P

8
Telefonare ad A.
6
8
9
Appuntamento con B. 
8
3
10
Appuntamento con C.
7
7
11
Scrivere relazioni 
8
6
12
Fare spesa verdura 
7
6

Eccetera eccetera
...
...





























Gli spazi bianchi che residuassero, verranno occupati con eventuali attività che non avevamo previsto o programmato, ma che poi comunque abbiamo portato a termine durante la giornata.
È importante segnare anche queste,  perché fanno parte dei motivi per cui a fine giornata potremmo non essere riusciti a portare a termine alcune attività programmate, oppure dei motivi per i quali a fine giornata siamo  esageratamente stanchi e non capiamo perché (...e intanto abbiamo fatto di tutto: il previsto e l'imprevisto!).
Già questa è un'informazione molto interessante circa l'andamento delle nostre giornate e può aiutarci a vedere con più chiarezza qual è il carico effettivo che portiamo sulle spalle, e soprattutto chi decide effettivamente l'andamento delle nostre giornate: noi, con la nostra programmazione, o il resto del mondo con le sue richieste? E allora magari uno può anche chiedersi come mai le cose vadano così e valutare, per esempio, se esista una strategia per migliorare la situazione.
Un'altra cosa importante è valutare se i punteggi globali delle attività della giornata siano o meno equilibrati in termini di utilità e piacevolezza: troppe cose utili e spiacevoli, possono rendere le nostre giornate molto pesanti; troppe cose piacevoli e inutili, per contro, possono darci l'impressione che noi stessi siamo inutili.
La  prima cosa di cui personalmente mi sono accorta, quando ho cominciato a dare un punteggio ai miei programmi della giornata, era che - in mancanza di un preciso punteggio - io tendevo a considerare "piacevoli" le cose utili che non fossero specificamente "spiacevoli", per cui a fine giornata non ritenevo di aver bisogno di una compensazione sul fronte piacevolezza.
Ritirare i vestiti in lavanderia o portare a lavare la macchina, per esempio, sono attività utili e non  specificamente spiacevoli. Io ho anche la tendenza a fare sempre due chiacchiere con chi incontro qua o là, per cui alla fine torno a casa anche contenta. Ma attenzione: il fatto di riuscire a prendersi il buono dalle situazioni è un'ottima cosa, purché non confonda le carte. Il punteggio dato preventivamente serve a questo: oggi vai in lavanderia e all'autolavaggio, sono le uniche attività piacevoli della tua giornata? Bene. Valgono 10 come piacere? No. Valgono 6. Vediamo allora questo 6 cosa va a compensare. Se va a compensare una sfilza di attività con utilità 10 e piacevolezza 4... non basta certo come quota di piacere quotidiano!
Quindi metteteli i punteggi alle cose che fate. Metteteli sempre.
La capacità di trasformare in un'occasione di piacere anche le incombenze utili è una grandissima risorsa, ma ci meritiamo comunque (e direi a maggior ragione, se facciamo tantissime cose utili!) anche qualche attività con punteggi alti in partenza sul fronte del piacere.
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Una cosa che a volte, col procedere degli anni (e quindi con l'aumentare dei pensieri, delle responsabilità ecc.), riesce difficile fare è trovare attività con punteggio altissimo in termini di  piacevolezza.
Le attività con punteggi alti sono di solito le nostre passioni, e chiunque ne coltivi una con tutto se stesso sa bene in che consista la magia di quei momenti.
In effetti avere una passione e coltivarla è una vera benedizione, la vera cura contro l'invecchiamento, ed una delle fonti più feconde di appagamento e serenità.
Questo solo per dire: se avete una passione, tenetevela cara, e mettetela nella vostra lista degli impegni!
Trovate il tempo per suonare, o fare giardinaggio, o fare composizioni di fiori, o giocare con i vostri bambini, o ricamare, o giocare a calcetto, o fare yoga, o fare tiro con l'arco.
Non è tempo perso: è tempo dedicato ad attività con punteggio P alto.
È sbagliato in assoluto cancellarle di netto dalla propria agenda, per far spazio ad impegni con punteggio U più alto.
Ogni tanto si deve fare e si fa. E va bene.
Ma non può diventare una regola, perché le passioni sono ciò che ci rende amabile la vita.
Ed è da lì che poi traiamo l'energia e la forza anche per affrontare (senza soccombere...) tutte le attività Utilissime con punteggi P scarsetti.
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Ora avete capito perché è importante attaccare ogni giorno un'immagine che vi piace sul diario di bordo?
E' un modo come un altro per iniziare la lista degli impegni con qualcosa con basso valore U  e alto valore  P.  Un piccolo piacere inutile, che però cambia l'aspetto di tutto l'elenco!


lunedì 5 novembre 2012

Il corpo secondo Clarissa Pinkola Estés e Umberto Eco

"Il concetto di corpo in quanto scultura, proprio della nostra cultura, è sbagliato. Il corpo non è un marmo. Non è questo il suo fine, che è piuttosto di proteggere, contenere, sostenere o infiammare lo spirito e l'anima che alberga, di essere un deposito per la memoria, di colmarci di sentimenti, cioè del supremo nutrimento psichico. E' grave errore pensarlo come un luogo da abbandonare per elevarsi verso lo spirito. Senza il corpo non ci sarebbero le sensazioni. Non sarebbe possibile varcare una soglia, né elevarsi, né essere senza peso. E' il corpo il dispositivo di lancio del missile dal quale l'anima osserva la misteriosa notte stellata e ne resta abbagliata."
 (Clarissa Pinkola Estés)


"Noi non pensiamo 'nonostante' il corpo
 ma 'con' il corpo."
 (Umberto Eco)

domenica 4 novembre 2012

"Migliore di un discorso di mille parole prive di senso,
 è una sola frase sensata,
udita la quale l'uomo si calma. " 
(Buddha)

"Non c'è dovere più sottovalutato di quello di essere felici. Quando siamo felici, seminiamo nel mondo anonimi benefici."
 (Robert Louis Stevenson)
"Nei certificati di nascita è specificato dove e quando un uomo viene al mondo, ma non vi è specificato il motivo." (Anton Pavlovič Čechov)

sabato 3 novembre 2012

La grande forza calma degli alberi

Personalmente ho un buon rapporto con gli alberi da sempre, specie con quelli grandi, che mi trasmettono forza già solo a vederli. Io chiamo la forza degli alberi "la grande forza calma" e mi piace pensare che un po' di questa forza calma possa passare da loro a me, quando sto con loro. 
Avete mai provato, quando avete bisogno di forza, ad appoggiare la schiena contro un grande albero, oppure a  sedervi tra le sue radici, oppure anche ad abbracciarlo?
Provate. Non è detto che sentiate qualcosa.
Ma non è neanche detto che... non sentiate niente!


***
MEDITAZIONE CON L'ALBERO 
Scegli un grande albero che ti piaccia e poniti in piedi di fronte a lui.
Pianta i tuoi piedi saldamente a terra e immagina di avere anche tu radici, sotto i piedi, come l'albero.
Immagina che queste radici scendano in profondità e ti tengano saldamente ancorato al suolo.
Esagera: immagina che le radici vadano così in profondità da giungere fino al centro della terra.
Sei stabilmente ancorato al suolo: nessun vento potrà sradicarti.
Guarda il tronco dell'albero che hai di fronte a te: è diritto, è solido, è forte, capace di resistere alle aggressioni degli agenti atmosferici. 
Acquista consapevolezza del tuo corpo e trova in te stesso le medesime qualità dell'albero che hai di fronte: sperimentati diritto, solido, forte, anche tu resistente di fronte agli eventi della vita.
Osserva i rami che si muovono, e così le foglie.
Il sole, la pioggia, il vento... con tante cose fanno i conti, le foglie e i rami!
Un po' ne traggono benefici, un po' ne subiscono i danni.
Le foglie cambiano colore, cadono, ricrescono; i rami si seccano, vengono potati, si spezzano, ricrescono.
Così anche noi subiamo i cambiamenti del tempo.
Percepisci il vento nei tuoi capelli, ed il sole, o anche la pioggia se piove.
L'albero resta saldo e forte nonostante questo.
E così anche tu.
L'albero prosegue piano piano la sua crescita, elevandosi sempre più verso il cielo, e può permettersi di crescere perché le radici lo tengono ancorato saldamente al suolo.
Anche tu immagina di elevare il tuo spirito sempre più verso il cielo, e al tempo stesso continua a sentirti con i piedi per terra, e con profonde radici che ti tengono saldo, stabile e "terreno", ancorché capace di elevarti.