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giovedì 28 gennaio 2016

Soluzioni. Un pensiero di Deng Ming-Dao


Non abbiate paura di esplorare;
senza esplorazioni non vi sono scoperte. 
Non abbiate paura delle soluzioni parziali; 
senza tentativi non vi sono successi.


Indecisione e procrastinazione sono atteggiamenti deleteri: chi aspetta ad imbarcarsi se il progetto non è perfettamente a punto, o disdegna il compromesso di una soluzione parziale, è persona assai infelice. Raramente un’impresa parte nelle circostanze ideali. Anzi, ogni situazione porta con sé molte incertezze. I saggi solo coloro che riescono a trarre forza da circostanze per gli altri confuse.
Esigere che tutto sia perfetto prima di entrare in azione è come voler giungere a destinazione senza affrontare il viaggio. Per i seguaci del Tao, il percorso conta tanto quanto il punto di arrivo. Nel Tao, procedere a piccoli passi è un concetto fondamentale.
I giorni trascorrono sia con, sia senza di noi. Se non stiamo attenti, gli anni passeranno e noi ci ritroveremo pieni di rimpianti. Non possiamo risolvere un problema in un attimo? Pazienza: l’importante è cominciare ad affrontarlo. Scomponiamo le difficoltà in parti più piccole, e potremo progredire verso la riuscita. Se aspettiamo che tutto si accordi alla perfezione con i nostri piani, tanto vale che aspettiamo per sempre. Se invece usciamo e ci immergiamo nella corrente della vita, scopriremo che la grandiosità dell’edificio si regge su un insieme di singoli mattoni.
Deng Ming-Dao, da “Il Tao per un anno”, 295
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venerdì 1 maggio 2015

La consapevolezza e l'autostima. Un pensiero di Nathaniel Branden


"Se non portiamo un giusto livello di coscienza nelle nostre attività, se non viviamo con attenzione, il prezzo inevitabile è una diminuzione del senso di efficacia e del rispetto di noi stessi. Se viviamo nella nebbia mentale, come possiamo sentirci validi e competenti? La mente è il nostro principale strumento di sopravvivenza. Tradiscila e la tua autostima ne soffrirà. La forma di tradimento più semplice è non voler prendere atto delle cose che non vanno. Per esempio: 
«So di non dare il meglio di me sul lavoro, ma non ci voglio pensare.» [...]
«Lo so che i miei figli soffrono perché non mi vedono mai, mi rendo conto di causare dolore e risentimento, ma un giorno in qualche modo cambierò.»
«Perché dici che bevo troppo? Posso smettere quando voglio. »
«Lo so che il mio modo di mangiare finirà per ammazzarmi, però...»
«So di vivere oltre i miei mezzi, ma...»
«So di essere un bugiardo e di mentire su tutto quello che faccio, tuttavia... »
Ogni volta che scegliamo tra pensare e non pensare, tra considerare responsabilmente la realtà o evaderla, stabiliamo che tipo di persona vogliamo essere. Consciamente non ricordiamo quasi mai queste scelte, ma esse si sommano nel profondo della nostra psiche, e il risultato finale è quell'esperienza che chiamiamo «autostima». L'autostima è la reputazione che acquisiamo presso noi stessi.
Non abbiamo tutti la stessa intelligenza, ma il punto non è l'intelligenza. Vivere consapevolmente vuol dire cercare di essere consci di tutto quello che riguarda le nostre azioni, obiettivi e valori - al meglio delle nostre capacità, grandi o piccole che siano - e di comportarci in accordo con quello che vediamo e sappiamo. 
Questo punto merita di essere sottolineato. La coscienza che non si traduce in azioni appropriate è un tradimento della coscienza, è la mente che invalida se stessa. vivere consapevolmente è più che vedere e sapere: è agire su quanto si vede e sa. [...]
Vivere consapevolmente implica rispetto per i fatti della realtà. Questi fatti possono essere interni (bisogni, desideri, emozioni) ed esterni. [...]
Nel mio lavoro di psicoterapeuta, ho incontrato molte persone orgogliose della loro conoscenza dell'universo, dalla fisica alla filosofia politica, dall'estetica alle ultimissime novità su Saturno, agli insegnamenti del buddhismo zen. Eppure molti erano completamente ignari delle operazioni del loro universo privato interiore. Il naufragio della loro vita personale è un monumento alla grandezza della loro non-consapevolezza riguardo il loro mondo interiore. Rinnegano i loro bisogni, razionalizzano le emozioni, intellettualizzano (o  «spiritualizzano») i comportamenti, e nel frattempo passano da una relazione insoddisfacente all'altra, oppure rimangono per tutta la vita ancorati alla stessa senza fare nulla di pratico per migliorarla. Non vivo consapevolmente se uso la mia consapevolezza per tutto, tranne che per capire me stesso. [...]
Questa intenzione o preoccupazione salta fuori da semplici domande come:
So esattamente cosa provo in un certo momento particolare?
Riconosco gli impulsi da cui partono le mie azioni?
Mi accorgo se i miei sentimenti e le mie azioni sono coerenti o no?
So quali bisogni o desideri sto cercando di soddisfare?
So che cosa voglio veramente dall'incontro con una certa persona in particolare (senza fermarmi a quello che  «dovrei» volere?)
Ho dato un senso alla mia vita?
Il «programma» secondo cui vivo l'ho accettato acriticamente dagli altri, o è una mia libera scelta?
So quello che sto facendo quando mi piaccio e quello che sto facendo quando non mi piaccio?
Ecco le domande fondamentale per un autoesame intelligente."

sabato 7 febbraio 2015

DON CHISCIOTTE, di Francesco Guccini


[ Don Chisciotte ]
Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo!
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e notte,
com’è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…

[ Sancho Panza ]
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore…
È la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…
È un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant’è vero che anch’io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza…

[ Don Chisciotte ]
Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…

[ Sancho Panza ]
A proposito di questo farsi d’ombra delle cose,
l’altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com’è vero… che ora ho fame !

[ Don Chisciotte ]
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire…

[ Sancho Panza ]
Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero ?

[ Don Chisciotte ]
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

[ Insieme ]
Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte !




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venerdì 30 gennaio 2015

Il respiro così com’è - Un discorso di CHRISTINA FELDMAN

Recentemente mi è capitato di leggere una vignetta in cui un monaco giovane e uno anziano sedevano insieme. Il monaco più giovane, con un’espressione alquanto ansiosa sul viso, aveva evidentemente appena chiesto qualcosa al monaco anziano; ma il fumetto non ci palesa la domanda. Riporta solo la risposta. Il monaco più anziano dice all’altro: “Dopo non accade nulla. È tutto qui!“.
A volte quando iniziamo a meditare vorremmo che ci venissero insegnate tutta una serie di tecniche emozionanti, esoteriche, trascendentali. Invece quello che sentiamo ripetere più e più volte è il semplice incoraggiamento a stare con il nostro respiro. Inspirare con consapevolezza ed espirare con consapevolezza. Sentiamo dire che quando la nostra attenzione divaga, tutto ciò che dobbiamo fare è ritornare alla semplicità del respiro. Di solito, stranamente, siamo disponibili a farlo per un certo periodo.
Ma forse pensiamo che si tratti di una pratica per principianti, preliminare, in cui ci esercitiamo prima che comincino le iniziazioni e le meditazioni veramente interessanti.Una domanda inizia a insinuarsi nella mente verso il secondo giorno: che cosa in realtà ci sia di così speciale nel respiro. Qualche volta ci scopriamo abbastanza disinteressati, annoiati, o scopriamo di essere diventati, come si suol dire, goal oriented. Ci poniamo degli obiettivi (goals) come: essere con 5 respiri di seguito, 10 respiri di seguito.
Oppure diventiamo piuttosto meccanici e scopriamo che è ben possibile essere consapevoli del respiro e nello stesso tempo cullarsi in meravigliose fantasticherie. Oppure ancora, cercando un po’ di divertimento, diventiamo assai creativi con il respiro e proviamo a scoprire… lo sapete… cosa succede quando inspiro da una narice ed espiro dall’altra.
Inutile dire che in tutti questi piccoli esperimenti stiamo in un certo senso perdendo di vista il punto importante. L’inizio della nostra vita è segnato dal primo respiro.
La fine del nostro respirare è anche la fine della nostra vita. La consapevolezza del respiro momento per momento è in realtà un potente accesso sia alla vita che alla liberazione. Nella consapevolezza del respiro impariamo alcune delle più grandi lezioni della nostra vita. Impariamo anche qualcosa sulla profondità di saggezza e di silenzio che è disponibile per noi. Respiriamo per imparare a stare svegli e partecipare alla nostra vita. Respiriamo per imparare a essere in intimo contatto con tutte le cose. Respiriamo per scoprire un sentiero che porti alla fine della sofferenza. E nella consapevolezza del respiro impariamo a lasciar andare.

Nella nostra pratica essenzialmente impariamo a respirare come un Buddha. Il Buddha una volta disse che nella consapevolezza del respiro si sviluppa una potente quiete che conduce alla pace e all’illuminazione. Quando coltiviamo la consapevolezza del respiro portiamo a compimento la saggezza. Insegnando la consapevolezza del respiro il Buddha iniziò con le istruzioni: quando inspirate profondamente, sappiate che state inspirando profondamente. Quando inspirate superficialmente, sappiate che state inspirando superficialmente. Questa qualità della conoscenza menzionata è una qualità di chiara connessione e chiara comprensione.Vedere il respiro così com’è veramente in ogni momento è un allenamento a imparare a vedere tutte le cose della nostra vita così come sono. Il Buddha istruiva: inspirando sperimentate il corpo intero nel respiro. Espirando sperimentate il corpo intero nel respiro. Quando rivolgiamo l’attenzione al respiro, rivolgiamo l’attenzione al momento presente. E scopriamo che il respiro è qualcosa di vivo, fluido, mutevole, proprio come ogni momento nella vita è vivo, fluido e mutevole. Non c’è nulla che rimanga fermo, nulla che rimanga lo stesso.
Questo è in realtà l’inizio di una grandissima comprensione dell’impermanenza. È un cambiamento nel nostro modo di essere con le cose. La comprensione dell’impermanenza è infatti uno dei più potenti insight. Ha il potere di apportare un cambiamento radicale a tutta la nostra vita. Come vivremmo se capissimo veramente che tutto cambia, che non c’è nulla che possiamo costringere a rimanere lo stesso, che non c’è nulla fuori o dentro di noi a cui possiamo veramente aggrapparci? Se lo abbiamo capito veramente in profondità, allora il nostro modo di porci in relazione con la vita cambia radicalmente.
Ci spostiamo dal tentare di controllare le cose al capire che cosa significa partecipare veramente alla vita e impegnarci con ogni momento proprio come esso è. Il movimento dal controllo alla partecipazione è anche un movimento dalla lotta alla pace. Molto spesso nella nostra pratica scopriamo di perdere contatto con il respiro.
Ci separiamo dal momento in cui ci separiamo dal respiro. In quei momenti percepiamo come, in modi molto simili, ci separiamo dalle persone, dalla vita, anche da noi stessi. Iniziamo a vedere cos’è che ci fa veramente separare. A volte è solo l’abitudine a essere impegnati, o a fantasticare. A volte ciò che veramente ci fa “divorziare” dal respiro e dal momento presente sono tutte le filastrocche di “piacere e dispiacere”, di “volere e rifiutare”, che assai spesso si esprimono con il termine “dovrebbe”. Notiamo il potere di questa parola nella pratica del respiro. Possiamo dire per esempio che il nostro respiro dovrebbe essere più profondo o più interessante. Col respiro la lista dei “dovrebbe” è in realtà abbastanza breve.
Ma ogni volta che la parola “dovrebbe” nasce, arriva insieme a un altro messaggio: ossia che qualcosa è sbagliato, inaccettabile nella nostra esperienza, in ciò che accade. Nel resto della nostra vita la lista dei “dovrebbe” infatti tende a essere molto più lunga. Come dovrei essere, come tu dovresti essere, come la vita dovrebbe essere. L’effetto è sempre lo stesso: con la parola “dovrebbe” arriva la resistenza, a volte il giudizio, ma di solito la separazione, la perdita di contatto. Con la parola “dovrebbe” arriva l’idea di successo e fallimento, di giusto e sbagliato. E naturalmente noi non mettiamo sempre in discussione i nostri “dovrebbe”. Al contrario, seguiamo il sentiero del controllo, cercando di rendere il respiro conforme alle nostre immagini e aspettative. Allo stesso modo lottiamo per rendere noi stessi, o le altre persone, o la vita, conformi alle nostre aspettative. Il risultato è sempre lo stesso: una specie di agitazione, di disagio. Possiamo essere in un certo senso abitudinari, quasi dipendenti dal controllo. Possiamo credere che se riuscissimo, almeno una volta, a far coincidere le cose con le nostre immagini, allora saremmo finalmente felici. Le istruzioni di osservare il respiro così com’è, che sia profondo o superficiale, notando il modo in cui continuamente cambia, sono una fortissima lezione di vita: un invito a lasciar perdere le nostre aspettative, le nostre idee su come le cose dovrebbero essere e trovare pace con ciò che è. È un invito a spostarsi da uno stato di separazione a un maggiore senso di unità e armonia.
Questo insegnamento di unità e armonia è centrale nella consapevolezza del respiro. Nell’essere consapevoli del respiro impariamo infatti a coltivare l’unità. Rivolgendo l’attenzione al respiro impariamo a raccoglierci e a conservare memoria di noi stessi. La pratica di consapevolezza è anche chiamata pratica di raccoglimento. Mentre raccogliamo l’attenzione in questo momento, stiamo in realtà imparando a integrare corpo, mente e cuore nel momento presente. Impariamo a essere affettivamente aperti piuttosto che frammentati. Incominciamo a vedere quante volte nella vita non siamo effettivamente tanto presenti. Talvolta tendiamo verso il futuro, anticipando un momento migliore o più perfetto. O talvolta ci rivolgiamo indietro al passato, a come le cose erano, liete o tristi. A volte, mentre cerchiamo di essere presenti, scopriamo di non sapere bene dove siamo, di avere come degli spazi vuoti. La campana finale suona e improvvisamente apriamo gli occhi, pensando che se qualcuno ci chiedesse: “Dov’eri?” non sapremmo rispondere.

A volte il modo in cui ci allontaniamo dal presente è facendo le prove generali per il futuro: programmiamo i nostri domani, la conversazione che avremo, le cose che diremo, le cose che faremo. Scopriamo quanti momenti della vita abbiamo perduto, e quante cose ci sono venute a mancare in quei momenti perduti. Tutti presi dall’attività di programmare i nostri domani, dimentichiamo che cosa significa veramente vivere.

È curioso esaminare che cosa veramente facciamo in tutta la nostra attività di programmazione. Sembra che cerchiamo qualcosa. Non siamo neanche sicuri di che cosa stiamo cercando. Ma la sensazione è di star cercando qualcosa che proprio ora ci manca.

C’è un koan Zen che invita le persone a sedersi con la domanda: “Che cosa manca in questo momento?”. Quando siamo presi da tutta l’attività mentale, siamo anche in preda a un’agitazione piuttosto dolorosa. Molto raramente usciamo da un’ora di fantasticherie o ossessioni o programmi sentendoci più freschi o liberi o creativi. Quando ne usciamo fuori ci sentiamo così esausti e disperati che quasi dimentichiamo i successivi dieci minuti prima di imbarcarci nel prossimo “viaggio”.

Joseph Campbell disse una volta:

«Ciò che cerchiamo in un’esperienza è l’estasi di sentirci pienamente vivi.Tendiamo a credere che ci sia una gioia nell’essere vivi. Ma pensiamo sempre che questa gioia si trovi da un’altra parte, in qualche momento migliore che raggiungeremo dopo esserci liberati delle cose spiacevoli della vita o quando avremo il carattere perfetto o il corpo perfetto o la mente perfetta. Così viviamo con un sentimento di disappunto, perché la gioia di sentirci vivi sembra non arrivare mai. Eppure ciò non ci trattiene dal guardare avanti, nel prossimo momento o nella prossima progettazione. Coltivare l’unità nel respiro calma l’agitazione e sorprendentemente porta con sé un aroma di gioia. Impariamo a coltivare quel senso di felicità nella semplicità di essere presenti solo con questo respiro, questo corpo, questo momento. Sperimentiamo molto fortemente il fatto di essere tanto impegnati nei nostri piaceri e dispiaceri, nelle prove e fantasie e sogni a occhi aperti. Avvertiamo così potentemente questo senso di “me”.»

Avete notato come sia raro fantasticare con qualcun altro nel ruolo di primo attore? Di solito siamo noi gli eroi delle nostre fantasie. Non sogniamo il successo, la felicità e le grandi passioni di qualcun altro. Avete notato che quando ci perdiamo nei nostri progetti sul futuro si tratta sempre di quanto “io” sarò bravo. Quando ci perdiamo nelle storie del passato è sempre su cose che sono accadute “a me” o non sono accadute “a me”. Notiamo un senso dell'”io” molto potente che viene intrappolato nell’attrazione e nella repulsione. In modo contorto questo “io” cerca anche l’unità. Però cerca di trovarla attraverso l’afferrare e l’aggrapparsi, così da poter chiamare qualcosa “mio”: conosciamo il mio successo, le mie conquiste.
Evidentemente l’impermanenza è proprio una brutta notizia per l’attaccamento. Cerchiamo di attaccarci a qualcosa: ma non importa quanto saldamente ci afferriamo ad essa, questa scivola sempre via da noi.
Anche il meraviglioso momento di calma, la bellissima fantasia o il meraviglioso sogno a occhi aperti continuano a trasformarsi in qualcos’altro, proprio come il respiro. Provate a sedervi avendo solo inspirazioni: non funziona. Provate a sedervi avendo solo espirazioni: non funziona. Quando vogliamo tenere strette le cose, viviamo con la paura della perdita. Un genuino senso di unità non porta con sé l’ombra della perdita, perché l’unità che coltiviamo nel respirare è l’unità con il momento presente: che comprende il cambiamento, che non fa affidamento su nulla che rimanga lo stesso. Scopriamo una stupenda libertà in ciò.
Cominciamo a sentirla nella consapevolezza del respiro. All’inizio, quando stiamo attenti al respiro, ci sentiamo immedesimati nel ruolo di colui che respira, l’osservatore, che in qualche modo deve mettercela tutta. Piano piano, in modo sottile, questa sensazione inizia a cambiare, via via che diventiamo più intimi e connessi con il respiro. Improvvisamente il livello di sforzo necessario diventa molto minore; soprattutto perché iniziamo a connetterci con un senso più profondo di felicità e benessere. Siccome lo sforzo è molto minore, la sensazione di essere colui che respira inizia anch’essa ad affievolirsi. Avvertiamo semplicemente la sensazione del respiro che respira se stesso. Iniziamo ad avere una qualche comprensione del vuoto, della mancanza di colui che respira, che risulta in una certa comprensione della mancanza del pensatore, possessore e attore. La stessa armonia e calma nascente da una tale unità è un maestro assai potente. Ci insegna a lasciare andare, ci insegna a stare con ciò che è.
Le istruzioni del Buddha dicono anche: “Calmando l’intero corpo inspiriamo; calmando l’intero corpo espiriamo. Quindi calmando la mente inspiriamo ed espiriamo”. Come possiamo calmare la mente e il corpo? Perché impariamo qualcosa sul lasciarli essere proprio come sono.
Impariamo a lasciar perdere alcune delle nostre storie e aspettative e paure. Ogni volta che ritorniamo al respiro impariamo naturalmente come lasciare che le cose siano quello che sono. Scopriamo che la mente non deve fermarsi per trovare una profonda calma; che la mente non è un ostacolo alla pace; che il pensiero non è un ostacolo al risveglio. Il corpo con tutte le sue sensazioni non deve fermarsi; il corpo non è un ostacolo alla pace. A volte la mente e il corpo sembrano ostacoli, ma l’ostacolo è in realtà un altro. È l’avversione a non essere molto compatibile con la pace. Quando c’è avversione vogliamo solo che qualcosa vada via o finisca. L’avversione crea un sacco di storie. Quante storie avete scritto oggi in cui c’era l’avversione nella trama?
Il volere e il bramare sono ostacoli alla pace. Quanta agitazione si crea quando vogliamo che qualcosa rimanga o continui! La paura e l’ansia sono ostacoli molto forti alla pace: la paura del dolore, la paura dell’incertezza, la paura di essere fuori controllo. E tutte le storie che vengono con l’ansia. Il Buddha disse che la mente ossessionata diventa agitata. E la mente agitata è lontana dalla libertà. Disse anche che la mente non ossessionata non è agitata. E la mente che non è agitata è molto vicina alla libertà. Nella nostra pratica impariamo a respirare come un Buddha, non per uscire dalla vita ma per illuminarla. Respiriamo non per superare noi stessi ma per imparare ad abbracciare le nostre vite, con una consapevolezza gentile e chiara; per imparare a lasciare andare come atto di compassione e saggezza verso noi stessi.
Oggi ho parlato della fissazione: la tendenza della mente a soffermarsi, indugiare nelle cose. La fissazione è una specie di “prurito” mentale che grattiamo e grattiamo, cercando di trovare sollievo. Recentemente mi è capitato di leggere un detto che suggeriva: se vi trovate in una buca, sarebbe una buona idea smettere di scavare. Quando siamo ossessionati dalle fissazioni in un certo senso moriamo al mondo. Quando siamo ossessionati, il mondo di immagini e suoni e sensazioni tattili e tutte le cose che accadono intorno a noi non ci toccano veramente, perché non siamo consapevoli di esse.
Quando siamo ossessionati siamo travolti in un nostro mondo interiore molto contratto, molto stretto. A volte, con buone intenzioni, cerchiamo di investigare alcune di tali fissazioni (da dove vengono, perché sono qui, che cosa significano?). Ma spesso l’investigazione diventa una specie di modo di ossessionarci più consapevole. Sapete come potete distinguere tra investigazione e fissazione? Con l’investigazione, se vi ponete la domanda: “Posso lasciarlo andare?” la risposta sarà immediatamente “Sì!”. Con la fissazione, se vi ponete la domanda: “Posso lasciarlo andare?” la risposta è quasi sempre “No!”. Siamo prigionieri di ciò che ci ossessiona: questo è il motivo per cui impariamo a coltivare la calma del respiro.
È meglio impararlo da soli, perché è spesso difficile farsi convincere da altri. Una meditante a questo proposito mi ha detto: continuo a pensare a queste cose. Allora piuttosto che cercare di lasciarle andare, credo sia meglio continuare a pensarle. Ben presto avrò esaurito tutti i pensieri che è possibile avere. Dieci giorni più tardi le ho chiesto: “Come va? Hai finito?”.
E lei mi ha risposto: “No! Sai, sembra che vi sia un numero infinito di pensieri che è possibile avere”. La verità è che noi siamo un po’ innamorati delle nostre fissazioni, anche quando sono dolorose. Conoscete il mito greco di Sisifo? Sisifo è condannato a spingere un masso su per la montagna per l’eternità. Ogni volta che il masso arriva vicino alla cima della montagna, egli perde la presa e il masso rotola giù di nuovo fino al punto di partenza. Molta gente legge questa storia e pensa: “Povero Sisifo!”. Invece forse Sisifo era innamorato del suo pezzo di pietra. Avrebbe potuto semplicemente dire: “Perché non lasciarlo alla base della montagna?”. Anche noi a volte siamo innamorati delle nostre fissazioni: ci tengono impegnati, ci procurano qualcosa da fare. Ci forniscono un’identità, la sensazione di poter controllare le cose. E ci chiediamo: “Che cosa saremmo se lasciassimo andare alcune di queste preoccupazioni?”. Finché infine non esploriamo quello spazio: allora, quando ci svincoliamo dalle nostre fissazioni, scopriamo una grande vastità di calma che è davvero piena di gioia.
Il Buddha ci incoraggiava a inspirare lavorando per la cessazione, a espirare lavorando per la liberazione; a vedere lo svanire di ogni respiro, di ogni suono, di ogni visione, ma anche a vedere lo svanire della sofferenza; a vedere lo svanire del dispiacere e a vedere lo svanire della separazione. Ciò che veramente emerge in questo svanire, nel non afferrarsi più a niente, è un grande senso di calma e vastità. Perciò nella nostra pratica cerchiamo di imparare veramente a respirare come un Buddha.

Discorso tenuto da Christina Feldman durante un ritiro a Roma nel gennaio 2001. Traduzione a cura di Cristiana Gentili e Franca Zucalli

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venerdì 29 agosto 2014

Perdita di oggetti e sbadataggini


Una cosa che mi capita abbastanza spesso, viaggiando da sola, è di aprire la borsa e non trovarci più il cellulare dentro.
Per mia fortuna, non ho mai posseduto (e quindi mai perso) cellulari di grande valore commerciale.
E per mia fortuna tutte le volte, nell'acquistare al volo un cellulare sostitutivo, ho sempre fatto ottimi affari.
Ogni volta so esattamente dov'è avvenuta la sparizione, perché nell'arco di tempo intercorso tra l'ultima telefonata e la scoperta della perdita ero in un luogo preciso.
Il primo cellulare per esempio è sparito in un tram.
Il secondo in spiaggia.
Il terzo in treno.
Il quarto in una stazione ferroviaria.
La gente dice che me li hanno rubati.
Io credo in verità di averli persi o al più di aver favorito involontaria mente il loro furto.
Mi sono fatta questa idea per via del vago senso di alleggerimento che ho provato ogni volta, pur nel disagio che la situazione comportava. 
Come se mi fossi tolta un peso dal bagaglio.
La cosa non è ragionevole, lo so. 
Ma per quanto mi costi ammetterlo, devo dire che viaggiare con un cellulare nuovo, con la rubrica vergine e gli archivi vuoti, mi procura un senso di vacanza da tutto, compresa me stessa, la mia memoria e la memoria del mio cellulare.
Da qui la mia conclusione che le sparizioni dei miei cellulari in vacanza possano essere favorite da un segreto conflitto esistente tra due parti di me, quella che vorrebbe andare in vacanza senza cellulare e quella che non vuole sentire ragioni, e lo mette comunque in borsa.
L'arrivo del cellulare nuovo porta finalmente la pace, perché trova un'accettabile via di mezzo tra le due pretese estreme (infatti, tutto vuoto com'è, il cellulare nuovo sembra proprio un cellulare che per metà c'è e che per metà... non c'è!).

***
I telefoni cellulari sono oggetti che, secondo me, se fossero esistiti ai tempi di Freud, avrebbero trovato il loro degno spazio nel suo libro "Psicopatologia della vita quotidiana".
Si tratta infatti di oggetti che, oltre a poter essere stranamente smarriti, com'è capitato a me, si prestano per natura a ogni sorta di possibili atti mancati, cioè a tutta una serie di coloriti inconvenienti, dove sembra  proprio di vedere all'opera una segreta intenzione sfuggita al controllo della coscienza.
Visto che l'intero libro è particolarmente godibile, e siamo in argomento, ho deciso di proporvene a seguire un piccolo assaggio.
In mancanza di riferimenti ai cellulari, ho scelto per voi alcuni passi riguardanti le sbadataggini con le chiavi.
***

Da Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana, capitolo VIII:

“ In passato, quando con più frequenza di ora visitavo i pazienti a domicilio, spesso mi capitava, quand'ero arrivato alla porta a cui dovevo bussare o suonare, di togliermi di tasca le chiavi del mio appartamento, per poi doverle riporre, quasi mortificato.
Se indago nella memoria per stabilire con quali pazienti ciò mi accadeva, devo ammettere che quest'atto mancato dell'estrarre le chiavi anziché suonare il campanello significava un omaggio alla casa dove mi recavo. Esso equivaleva al pensiero: "Qui sono come a casa mia", poiché succedeva soltanto con i pazienti ai quali mi ero affezionato (naturalmente non suono mai alla porta di casa mia).
L'atto mancato era dunque la raffigurazione simbolica di un pensiero non propriamente destinato ad essere accettato seriamente, coscientemente, perché in realtà chi cura le malattie nervose sa benissimo che il malato gli rimane attaccato soltanto finché si attende dei vantaggi da lui, e che egli stesso si permette di nutrire un interesse eccessivamente caloroso per i suoi pazienti unicamente allo scopo dell'assistenza psichica.
Che il modo scorretto e molto significativo di maneggiare le chiavi non sia una peculiarità della mia persona, risulta da numerose autoosservazioni di altri.
Una ripetizione quasi identica delle mie esperienze è descritta da Alphonse Maeder : 
"È accaduto a chiunque di estrarre il proprio mazzo di chiavi giungendo alla porta di un amico particolarmente caro, di sorprendersi per così dire a voler aprire con la propria chiave come a casa propria. È una perdita di tempo, perché nonostante tutto bisogna suonare, ma è una prova che da quell'amico ci si sente — o ci si vorrebbe sentire — come a casa propria."
[...]
Analogamente riferisce Hanns Sachs: "Porto con me sempre due chiavi, una delle quali apre la porta del mio ufficio, l'altra quella del mio appartamento.
Non è facile scambiarle, perché la chiave dell'ufficio è perlomeno tre volte più grande di quella di casa. Per di più, ne tengo una nella tasca dei pantaloni, l'altra nel panciotto. 
Nonostante questo mi è capitato spesso di accorgermi davanti alla porta di aver preparato sulle scale la chiave sbagliata.
Decisi di fare un esperimento statistico; poiché ogni giorno mi trovo davanti alle due porte pressappoco nello stesso stato d'animo, anche lo scambio delle due chiavi, se era psichicamente determinato, doveva presentare una tendenza regolare.
Dall'osservazione, nei casi successivi, risultò che io regolarmente estraevo la chiave dell'appartamento davanti alla porta dell'ufficio; soltanto un'unica volta era accaduto l'opposto: ero tornato a casa stanco e sapevo che un ospite mi attendeva. Davanti alla porta feci un tentativo di aprire con la chiave dell'ufficio che naturalmente era troppo grande."
[…]
Johan Stärcke ha fornito un esempio del fatto che gli scrittori non esitano a sostituire la sbadataggine all'azione intenzionale, facendone così la fonte delle conseguenze più gravi:
«In uno dei bozzetti di Hermann Heijermans c’è un esempio di sbadataggine o, per meglio dire, di atto mancato, utilizzato dall'autore come motivo drammatico.
«Si tratta del bozzetto Tom e Teddie. Sono una coppia di artisti che si esibisce in un teatro di varietà, in un numero di acrobazie sott'acqua, in un acquario dalle pareti di vetro. La moglie da qualche tempo tradisce il marito con un domatore. Il marito li ha scoperti insieme nello spogliatoio poco prima della rappresentazione. Scena muta, occhiate minacciose e il marito sommozzatore dice: “Dopo!”
«Lo spettacolo ha inizio. Il marito deve eseguire l'acrobazia più difficile: rimanere sott'acqua per due minuti e mezzo dentro una cassa chiusa ermeticamente. Avevano eseguito tante altre volte quest’esercizio di bravura. La cassa viene chiusa e “Teddie mostra la chiave agli spettatori, che guardano i loro orologi per controllare il tempo”. La donna era solita lasciar cadere intenzionalmente più volte la chiave nell'acqua, tuffandosi poi in fretta per non arrivare in ritardo quando si doveva aprire la cassa.
«La sera del 31 gennaio dunque, Tom come al solito venne rinchiuso a chiave dalle piccole dita della vispa e briosa mogliettina. Egli sorrideva dietro il finestrino della cassa e lei giocherellava con la chiave in attesa del suo segnale. Dietro le quinte attendeva il domatore nella sua marsina impeccabile, la cravatta bianca, il frustino.
Per attirare a sé l'attenzione della donna lui, il terzo uomo, fece un breve fischio. Lei lo guardò e rise, e col gesto maldestro di chi viene distratto lanciò tanto in alto la chiave che questa cadde, quand'erano passati esattamente due minuti e venti secondi, a un calcolo accurato, di fianco al bacino, fra le pieghe del drappo che ne copriva il sostegno. Nessuno aveva visto. Nessuno l'avrebbe potuto. Guardando dalla sala l'illusione ottica era tale che tutti videro la chiave scivolare in acqua, e nessuno del personale di scena ci fece caso, poiché la stoffa attutì il rumore.
«Ridendo, senza esitare, Teddie si arrampicò oltre l'orlo del bacino.
Ridendo — certo lui avrebbe resistito — ella scese la scaletta.
Ridendo scomparve sotto il sostegno e, non trovando subito la chiave,
fece il gesto che era stata rubata, con una mimica del volto come se
dicesse: “Ahi, che seccatura!”e curvandosi davanti al drappo.
«Nel frattempo Tom faceva le sue comiche smorfie dietro il finestrino
come se anche lui cominciasse a inquietarsi. Si vedeva il bianco della sua dentiera, il biascichio delle sue labbra sotto i baffetti biondi, le buffe bollicine d'aria che s'erano viste anche quando aveva mangiato la mela. Si vedevano graffiare e annaspare le dita ossute delle sue pallide mani e si rideva, si rideva come già si era riso tanto nella serata.
«Due minuti e cinquantotto secondi...
«Tre minuti e sette secondi... dodici secondi...
«Bravo! Bravo! Bravo!
«Poi il pubblico fu preso da costernazione, la gente pestava i piedi, perché anche gli inservienti e il domatore cominciarono a cercare e il sipario calò prima che si aprisse la cassa.
«Seguì un numero di sei ballerine inglesi; poi l'uomo con i ponies, i cani e le scimmie, e così via.
«Soltanto il mattino seguente il pubblico venne a sapere che era accaduta una disgrazia, che Teddie era rimasta vedova...» "
Da quanto citato, risulta che questo scrittore deve avere capito magnificamente l'essenza delle azioni sintomatiche, per presentarci tanto bene la causa più profonda dello sbaglio fatale."