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martedì 25 ottobre 2022

Fiducia, amicizia, silenzio e poche preziose parole. Storia di una camminata nel bosco



In questo periodo ho un braccio ingessato e sono un po' limitata nell'autonomia degli spostamenti. Non posso guidare e mi stanco  facilmente quando mi spingo a piedi oltre un certo raggio da casa. 
Questo mi ha privata del grande piacere di andarmene a camminare ogni tanto da sola in silenzio nel bosco, cosa che mi fa così bene da poter quasi dire che mi fa male non andarci.

Domenica scorsa, una mia cara amica ha deciso di farmi un bel regalo e di accompagnarmi con la sua automobile fino al bosco più vicino.
Lei è un'amante del mare, lo so.  Per cui so anche che mi ha fatto un regalo da vera amica - un'amica attenta ai miei bisogni - optando per il bosco anziché per il mare, per una gita insieme.
Gliene sono stata davvero grata.  
Ma... c'era un "ma". 
Perché il regalo fosse per me un "vero" regalo, doveva essere accompagnato anche da un altro dono: il dono del silenzio. Ma come dire una cosa del genere a una persona senza rischiare di urtare la sua sensibilità?
Insomma... non solo usciamo con la sua macchina, non solo si va dove piace a me, anziché dove piace a lei, ma poi si deve pure stare in silenzio? So di amicizie che hanno cominciato a scricchiolare per molto meno.

Ho fatto un respiro. 
Per qualche motivo mi è tornata alla mente la pratica del luogo sicuro e una domanda che a volte si pone in accompagnamento a questa pratica, e cioè: quali persone sono ammesse nel vostro "luogo sicuro"?
Come a dire, se c'è un luogo (reale o immaginario) il cui solo pensiero vi rasserena, vi rassicura, vi fa sentire liberi e in pace, quali persone potrebbero stare lì con voi senza che il luogo perda queste sue proprietà benefiche?

Mi sono concessa allora di tornare per un momento con la mente in qualche bosco amico, luogo di libertà e di pace. 
Ogni presenza di tipo vegetale che si presentava alla scena era in piena sintonia con l'influsso benefico del bosco (i grandi alberi, le felci, i ciclamini, ogni filo d'erba, ogni foglia secca). 
Anche alcune presenze animali (il canto degli uccelli, la corsa di una lucertola, il volo di una farfalla). 
E presenze umane? Ma sì, nei boschi reali ho incrociato tante volte altre persone, a volte ci sono proprio andata con altre persone. La questione che fa la differenza quando c'è qualcun altro con me è se stiamo realmente nello stesso posto, con la mente, con il corpo, col cuore.

Una volta, camminando da sola, ho incrociato una donna della mia età con lo sguardo pieno di luce che mi ha chiesto:
«Come si sta qua?». 
Io le ho risposto: «Una meraviglia». 
Lei ha fatto cenno di sì con la testa e ha detto: «Quando vengo qua, poi torno a casa con il cuore pieno di pace». 
«È così anche per me», ho ribattuto io. 
Ci siamo scambiate un sorriso. Eravamo davvero nello stesso posto e l'esperienza ci accomunava profondamente. Con poche parole ci eravamo dette tutto e potevamo anche proseguire ognuna per conto suo.

Una volta ci sono andata in compagnia di gente esperta, che ha interrotto in tutto o in parte la magìa del luogo con raffiche di notizie storiche e dati scientifici, utilissimi certamente per catalogare, raccontare, informare il visitatore sul perché e il per come dei fenomeni della natura, ma che non consentivano l'ascolto dell'anima del bosco, che è potente ma parla a bassa voce.

Una volta c'era una pioggia leggera ed era un giorno feriale, e questo sussurrare gentile era amplificato dal suono delle gocce d'acqua che giocavano con ogni singola foglia. Uno dei custodi del luogo, in piena sintonia con questa musica, mi ha detto poche precise parole che mi hanno aiutata a comprendere il luogo più in profondità. Giardino contemplativo, ogni scorcio come un quadro, profumo dell'albero della canfora. Avrei aggiunto: riflesso di Dio in ogni goccia d'acqua. Ma l'ho tenuto per me. Per l'intimità dei miei occhi. Per godermi la pienezza del non detto.

Mi sono ricordata che queste mie passeggiate sono iniziate in un periodo in cui il mio medico di base dell'epoca (che ora è andato in pensione) mi aveva suggerito caldamente di mettermi a camminare per motivi di salute ed io lo avevo preso in parola, con  risultati sorprendenti.
Chi passa in automobile per la strada in cui abito, è facile che mi veda camminare da sola, con l'aria di una che non va da nessuna parte ma cammina per camminare. Anche il dottore mi vedeva e mi diceva: 
«Se tutti i miei pazienti mi ascoltassero e camminassero come fa lei...»
Il dottore era appassionato di varie cose che appassionavano anche me, per cui bastò poco per arrivare a parlare tra noi degli effetti benefici della camminata anche sulla mente e sullo spirito, oltre che sul corpo.
E di lì a parlare del valore del silenzio durante la camminata il passo fu breve. Allora si parlò di camminata consapevole senza che io mi rivelassi per istruttrice di una simile pratica, intesa come pratica di mindfulness, perché mi stavo godendo con lui il piacere di parlarne come esperienza umana preziosa in sé e per sé. 
E il dottore allora mi sorprese, perché mi disse: «Magnifica la camminata consapevole! L'ha mai fatta a marcia indietro?».
Cavoli... era un intenditore, il dottore. Infatti aggiunse: «Eh... è una bella prova di fiducia».
Avrebbe potuto anche dire: «di fiducia e di coraggio», ma alla fine non ce n'era bisogno. Sapevamo entrambi che, superata l'età dell'innocenza, la fiducia stessa molte volte può essere considerata una prova di coraggio.
Non ci addentrammo oltre sulla questione fiducia (fiducia in che, fiducia in chi) perché la nostra attenzione atterrò presto sulla strada di casa mia, che poi era anche la strada del suo ambulatorio.
Farla a marcia indietro avrebbe significato davvero andare in cerca di guai, con tutte le sorprese che riservano i marciapiedi.
Non basta che una via ci sia familiare per chiudere gli occhi alle sue insidie. 
La camminata all'indietro richiedeva luoghi più sicuri.

L'amica che domenica scorsa mi ha portata nel bosco era una delle persone che in passato, sfrecciando in macchina, mi avevano vista  camminare per strada con l'aria di chi cammina per camminare.
Ci conoscevamo, ma ci eravamo perse di vista da molti anni.
Un giorno mi mandò un messaggio che diceva: 
«Ti ho vista camminare da sola. Posso aggregarmi in silenzio?». Risposi di sì. E così cominciammo a camminare insieme ed andammo insieme anche nel bosco ogni tanto, e anche al mare.
Solo che è una persona molto simpatica e interessante, non ci vedevamo da secoli, ne avevamo passate di tutti i colori in tanti anni. Avevamo proprio tanto tantissimo da raccontarci.
Avevo ritrovato un'amica ma forse stavo perdendo la mia compagna di camminate.

Ho deciso allora di puntare su un atto di fiducia: avrei confessato il mio bisogno di natura e di silenzio alla mia amica, confidando nel fatto che mi avrebbe capita.
«Ho bisogno di natura e silenzio», ho scritto.
«Anch'io, uguale uguale», ha risposto.
Ed è stata una magnifica mattinata di ritorno alla terra, agli alberi, ai ciclamini, alle farfalle, ai giochi di luce tra le foglie fruscianti e al respiro di vita della natura, insieme anche ai moscerini, alle vespe e a qualche tronco secco da scavalcare. 

Non abbiamo parlato mai mai?
Sarebbe una bugia dire questo. Ma sicuramente ci sono state solo poche vere preziose parole, in sintonia con l'anima del luogo. 

Tra due grossi lecci correva a un certo punto una lunga zona di prato.
L'abbiamo scelta per una passeggiata consapevole a piedi scalzi da un albero all'altro.
L'erba era umida. Una bellezza. C'era pure qualche buca.
La mia amica dice: 
«Mi piace non guardare a terra e fidarmi di ciò che sento sotto i piedi».
Le sono grata per queste parole.
Questo intendo per poche vere preziose parole, in sintonia con l'anima benefica del luogo.
Il cuore e la mente stanno tornando sulla fiducia. Mi posso fidare di ciò che sentono i miei piedi, mi posso fidare di ciò che sento anche se non vedo bene la strada. 

Quando siamo arrivate al leccio che avevamo di fronte, ho proposto di tornare al leccio che avevamo alle spalle senza voltarci, a marcia indietro, come diceva il dottore.
Non vedere la strada che stai percorrendo, non vedere il punto verso cui stai andando.
Siamo nel luogo sicuro, ma quanto sicuro? Le buche ci sono, io ho un braccio ingessato. Nell'aria vespe e nugoli di moscerini. Magari nell'erba qualcosa. 
Si va? Si va. Fidandoci di ciò che sentiamo, passo dopo passo, sotto i piedi, nelle orecchie, in qualche luogo tra corpo e mente che ci dà direzione e senso, anche se non sappiamo come funziona.

Abbiamo andature diverse.
A me piace assaporare ogni tanto anche la sosta e indugiare con l'attenzione nelle sensazioni del corpo da fermo.
Lo sguardo in una di queste soste si posa sul piccolo sentiero che c'è tra il leccio che ho di fronte, da cui mi sto allontanando,  e i miei piedi. 
Prima non c'era. È il segno del mio passaggio.
Non me ne sarei mai accorta se non avessi camminato all'indietro. 
Mi torna in mente la poesia Camminare di Antonio Machado: «Viandante non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando…». Ancora una volta poche preziose parole, in sintonia con l'anima del luogo.

La voce della mia amica alle mie spalle intanto dice: «Un passo a sinistra».
Mi fido e faccio un passo a sinistra.
«Un altro passo a sinistra».
Faccio un altro passo a sinistra. 
Mi piace questo seguire senza domandare,  mi piace assaporare questo stato interno di fiducia, riconoscerlo, sentire com'è fatto e come agisce sul corpo, sulla mente, sul cuore.
«Ancora un altro passo a sinistra e poi basta».
Eseguo in silenzio. 
C'è gratitudine. C'è la sicurezza di un buon motivo dietro queste istruzioni.
Proseguo la camminata all'indietro.
Alla mia destra compare la grossa buca che ho appena scansato, grazie ai tre passi a sinistra suggeriti dalla mia amica.

Il mio sentiero nell'erba non è più diritto, ora. Si nota la deviazione prima della buca.
Il mio luogo sicuro non era poi così sicuro, evidentemente.
Alla fine ciò che lo ha reso davvero sicuro è stata proprio la presenza di una persona amica, che era realmente con me... e ha visto una buca che io da sola non potevo vedere.

Una persona di cui potersi fidare anche perché capace di riconoscere il punto di equilibrio tra prezioso silenzio e preziose parole.
Che poi, alla fine, è ciò fa la differenza tra il silenzio che isola le persone e il silenzio che le unisce.










domenica 17 gennaio 2016

Viaggi solitari


Un viaggio può donarci scoperte, esperienze,  imprevisti,  incontri, decisioni, fatalità.
Da un viaggio possiamo tornare con un bagaglio molto diverso da quando siamo partiti, alleggeriti di ciò che abbiamo perso per strada, arricchiti di ciò che abbiamo raccolto lungo la via. 
Un viaggio può mettere alla prova la nostra capacità di adattamento alle stranezze del mondo, riempirci di stupore e meraviglia per ogni scoperta, o rivelarci qualcosa di molto preciso sulla tenuta dei nostri nervi in situazioni difficili o paradossali. 
Questo e molto altro può essere un viaggio, come del resto la vita stessa, per ognuno di noi.
E che dire di un viaggio da soli? 
Alcuni di noi lo considerano un'esperienza di pienezza e libertà (talvolta addirittura l'unico modo di viaggiare davvero). Per altri è un'idea inconcepibile.
Un viaggio da soli  può rappresentare un momento di vero incontro con noi stessi, tanto più importante e salutare quanto più cerchiamo di evitarlo.
Fare un viaggio da soli ci può infatti chiarire molte cose sul rapporto che intratteniamo con noi stessi.
Come ogni viaggio, può anche non essere tutto rose e fiori.
Può darsi che dovremo fare i conti con i  limiti delle nostre forze e anche con il rapporto che intratteniamo con questi limiti (li conosciamo, li accettiamo, li rispettiamo, ce li rimproveriamo, li neghiamo?).
Può darsi che ogni tanto ci avviliremo. O magari ci scopriremo più forti di quanto credessimo. 
L'amicizia con noi stessi può essere alimentata e consolidata durante un bel viaggio in solitaria.
Potremmo regalarci momenti magnifici, assecondando di volta in volta i nostri bisogni di stimoli, riposo, deviazioni, ritmi lenti o veloci, ripensamenti e via dicendo.
Potremmo anche conoscere altre persone, condividere momenti con loro, camminare un po' insieme, ma anche sentirci liberi di andarcene al momento buono, lasciando a loro volta liberi anche gli altri di andare.
Insomma può valerne la pena, almeno una volta ogni tanto.
E non c'è nemmeno bisogno di andare tanto lontano, se non ci va.
Ciò che realmente conta è metterci comodi nella nostra pelle, scoprire e accettare le mille qualità della nostra personalissima andatura, e aprirci affettuosamente a tutte le  rivelazioni che possono giungerci lungo la via, una volta che ci siamo messi in cammino.
***

Ed ora, a seguire, due ispirazioni sul tema. 
La prima è un link a un sito, cioè questo: 
http://www.viaggiatorisidiventa.it/viaggiare-da-soli-ci-rende-piu-forti/.
Qui troverete qualcosa di  interessante nel caso voleste regalarvi un viaggetto solitario e vi servisse un po' di incoraggiamento.
La seconda ispirazione è invece una poesia di Mary Oliver, che mi è tornata in mente mentre scrivevo questo post. Ho deciso di trascriverla qui sotto senza commentarla. 
Ha a che fare con un viaggio solitario, indubbiamente. Ma proprio per questo lascio che ognuno sia libero di  percorrerla da sé e trovarci un senso, se per lui ce l'ha. 
Buona lettura, allora, e caso mai... buon viaggio!
***


Mary Oliver
IL VIAGGIO

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli -
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c'era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l'unica cosa che potevi fare -
determinata a salvare
l'unica vita che potevi salvare.


***

***


venerdì 3 gennaio 2014

Conosco delle barche (di Jacques Brel)


Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche
che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.
Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche che non hanno mai smesso
di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.
Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato,
fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

(Jacques Brel)

***
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domenica 30 dicembre 2012

Evergreen: Questa strada ha un cuore? (Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di don Juan)

DON JUAN: «Per me c'è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l'unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato.»



***
DON JUAN: «Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall'ambizione.»

«Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. ..."Questa strada ha un cuore?"
... Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come si fa a sapere quando un sentiero non ha un cuore, don Juan?»

DON JUAN: «Prima di inoltrarti in esso poniti la seguente domanda: "Questa strada ha un cuore?" Se la risposta è no, lo saprai, e allora dovrai scegliere un altro sentiero.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come faccio a capirlo?»

DON JUAN: «E' una cosa che si sente. Il problema è che nessuno si pone questa domanda, e quando un uomo si accorge di aver intrapreso una strada senza cuore, essa è pronta per ucciderlo. Arrivati a quel punto, sono pochi quelli che si fermano a riflettere e abbandonano la strada.»

CARLOS CASTANEDA: «Cosa devo fare per formulare la domanda nel modo giusto, don Juan?»

DON JUAN: «Fallo e basta.»

CARLOS CASTANEDA: «Quello che vorrei sapere è se esiste un metodo per non mentire a se stessi credendo che la risposta sia positiva quando in realtà non lo è.»

DON JUAN: «Perché dovresti mentire?»

CARLOS CASTANEDA: «Forse perché in quel momento la strada sembra piacevole e divertente.»

DON JUAN: «Sciocchezze. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D'altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica.»

 (Carlos Castaneda, Gli Insegnamenti di don Juan)









               

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mercoledì 26 dicembre 2012

Evergreen: Itaca, di Konstantinos Petrou Kavafis (1911)

Oggi un canto dedicato a chi si accinge a partire per un lungo viaggio, ricco di avventure e di sfide, sospinto e sorretto dal pensiero della sua ambita meta.
***
Itaca
di Konstantinos Petrou Kavafis (1911)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle, coralli, ebano e ambre,
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta,

più profumi inebrianti che puoi;
va' in molte città egizie,
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa' che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada,
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

***

lunedì 17 dicembre 2012

VIVERE LA VITA (testo e musica di Alessandro Mannarino - canta Ruben Aprea)


Vivere la vita è una cosa veramente grossa 
C'è tutto il mondo tra la culla e la fossa 
Sei partito da un piccolo porto 
Dove la sete era tanta e il fiasco era corto 
E adesso vivi.... 
Perché non avrai niente di meglio da fare 
Finchè non sarai morto 
La vita è la più grande ubriacatura 
Mentre stai bevendo intorno a te tutto gira 
E incontri un sacco di gente 
Ma quando passerà non ti ricorderai più niente 
Ma non avere paura, qualcun altro si ricorderà di te 
Ma la questione è...Perché??? 
Perché ha qualcosa che gli hai regalato 
Oppure avevi un debito...e non l'hai pagato??? 
Non c'è cosa peggiore del talento sprecato 
Non c'è cosa più triste di una padre che non ha amato... 

Vivere la vita è come fare un grosso girotondo 
C'è il momento di stare su e quello di cadere giù nel fondo 
E allora avrai paura 
Perché a quella notte non eri pronto 
Al mattino ti rialzerai sulle tue gambe 
E sarai l'uomo più forte del mondo 
Lei si truccava forte per nascondere un dolore 
Lui si infilava le dita in gola....per vedere se veramente aveva un cuore 
Poi quello che non aveva fatto la società l'ha fatto l'amore... 
Guardali adesso come camminano leggeri senza un cognome.... 

Puoi cambiare camicia se ne hai voglia 
E se hai fiducia puoi cambiare scarpe... 
Se hai scarpe nuove puoi cambiare strada 
E cambiando strada puoi cambiare idee 
E con le idee puoi cambiare il mondo... 
Ma il mondo non cambia spesso 
Allora la tua vera Rivoluzione sarà cambiare te stesso 
Eccoti sulla tua barchetta di giornale che sfidi le onde della radiotelevisione 
Eccoti lungo la statale...che dai un bel pugno a uno sfruttatore 
Eccoti nel tuo monolocale... che scrivi una canzone 
Eccoti in guerra nel deserto che stai per disertare 
E ora...eccoti sul letto che non ti vuoi più alzare... 
E ti lamenti dei governi e della crisi generale... 

Posso dirti una cosa da bambino??? 
Esci di casa! Sorridi!! Respira forte!!! 
Sei vivo!!!
...cretino....

mercoledì 17 ottobre 2012

Ispirazioni per chi è all'inizio di un cambiamento

"Ci sono momenti così nella vita: perché il cielo si apra bisogna che una porta si chiuda." (Josè Saramago)

Dedico questa frase di Josè Saramago a chi oggi è alle prese con una situazione difficile che richiede un cambiamento; perché trovi:
- la forza di accettare le porte ormai chiuse alle sue spalle,
- il coraggio di chiudere le porte che ancora devono essere chiuse,
- la lungimiranza per scorgere uno squarcio di cielo tra le nuvole,
- l'intuito e la creatività che gli occorrono per trasformare  le difficoltà in sfide e in nuove opportunità.

A seguire, altre tre citazioni per ispirare il suo viaggio, nella consapevolezza che anche chi cavalca  brillantemente un cambiamento, deve fare comunque i conti con i relativi scossoni.


L'uomo che sente il vento del cambiamento non deve costruire un paravento, ma un mulino a vento. (Mao Tze Tung)

"Nulla al mondo è tanto forte come un'idea, il cui tempo è arrivato." (Victor Hugo)

"Le avventure non cominciano finché non si entra nella foresta; il primo passo è un atto di fede." (Mickey Hart)









lunedì 15 ottobre 2012

I sogni e le aspettative sono cose molto diverse (non aspettarti nulla; vivi frugalmente della sorpresa)


"Non aspettarti nulla; vivi frugalmente della sorpresa." (Alice Walker)
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« Cominciai a navigare per mare ad un'età molto giovane, e ho continuato fino ad ora. Questa professione crea in me una curiosità circa i segreti del mondo. Durante gli anni della mia formazione, studiai testi di ogni genere: cosmografia, storie, cronache, filosofia e altre discipline. Attraverso questi scritti, la mano di nostro Signore aprì la mia mente alla possibilità di navigare fino alle Indie, e mi diede la volontà di tentare questo viaggio. Chi potrebbe dubitare che questo lampo di conoscenza non fosse l'opera dello Spirito santo? »  (Cristoforo Colombo, Libro delle profezie, 67)
****
Ricorda che i sogni e le aspettative sono cose molto diverse. 
Quando hai un buon sogno,  lavora sodo per realizzarlo e, quando hai fatto tutto ciò che umanamente potevi fare per realizzarlo, distaccati, rilassati, non aspettarti niente, resta aperto alla sorpresa, all'inaspettato. Consegnalo nelle mani di Dio, se hai fede, e, se non credi in Dio, abbi  fede nella semplice potenza del tuo stesso sogno, e affidati a quella.
Non porti parametri  di valutazione rigidi e predefiniti, per misurare  il successo del tuo sogno; non crearti, appunto, aspettative. L'attesa di risultati specifici e predefiniti spesso è un ottimo sistema per sgonfiare un sogno, per avvelenarti la sua realizzazione, per non farti riconoscere un successo autentico, reale, quando c'è, per il solo fatto che è diverso da come te l'aspettavi.
Ricorda che la tua visione del futuro, delle potenzialità nascoste in un progetto ispirato, è molto  limitata, nel momento in cui parti. La tua ristretta visuale magari ti fa dire cose tipo: "Se con la mia opera arriverò in cima alle tale classifica, allora vorrà dire che ho fatto un buon lavoro; se non ci arriverò, vorrà dire che il mio lavoro non vale niente". 
Questo modo di ragionare è deleterio e spesso attira infelicità anche nel caso in cui la tua opera abbia un successo enorme, ma in base a parametri diversi da quelli di partenza. Accetta il fatto che l'unità di misura del  tuo successo possa cambiare  lungo la strada che ti porta verso il tuo sogno.
Anche Cristoforo Colombo si mise in viaggio per raggiungere le Indie. Non ci arrivò mai. Tecnicamente fallì, se ci si attiene ai parametri di partenza. Ma, insomma, dopo tutto, scoprì  pur sempre l'America! 




lunedì 1 ottobre 2012

Scoprire nuove terre



Scoprire nuove terre non si riduce all'esperienza, pure grandissima, di scoprire nuovi paesaggi, nuove persone e nuove culture. E' anche vivere sé stessi come stranieri, vedersi con gli occhi e lo stupore degli altri, scoprirsi d'un tratto 
incomprensibili parlando la lingua con cui pensiamo. Mette alla prova le nostre capacità di adattamento, la nostra capacità di tollerare la solitudine e soprattutto la qualità dei nostri bagagli: di tutto ciò che portiamo con noi, in uno zaino fisico e in uno zaino psichico, e che ci sostenta durante il viaggio.

martedì 25 settembre 2012

Portare a passeggio l'artista bambino (ovvero: aprirsi deliberatamente alla scoperta, allo stupore e all'intuizione)


Oggi vi parlerò di una delle (tante) attività che amo praticare personalmente e che in genere suggerisco a chi dice di sentirsi bloccato sul fronte creativo. 

Ne parlo in questo blog, perché la creatività è un aspetto importante del nostro piacere di vivere.
Quando ci sentiamo ispirati e la nostra creatività fluisce libera, non fa differenza se stiamo scrivendo un romanzo o se stiamo impastando una pizza: viviamo qualunque cosa stiamo facendo con una soddisfazione maggiore, perché ci sentiamo connessi con la parte più vibrante di noi stessi, quella appunto creativa. Le nostre idee, le nostre soluzioni, le nostre battute, hanno una marcia in più rispetto al solito, perché sono più nuove, più originali, più personali, ma soprattutto ci vengono spontanee e rimandano a noi stessi un'immagine molto più soddisfacente delle nostre capacità.
Diceva Jung: "La mente creativa gioca con gli oggetti che ama."
Ed è questo che vi propongo di fare: una specie di gioco. Una volta la settimana, per almeno due ore, tratterete la vostra mente creativa come un artista bambino che vi sta a cuore e lo porterete a... passeggio.
Le destinazioni di queste passeggiate saranno luoghi che possano fornirvi stimoli, sorprese e scoperte. Potranno essere luoghi da voi finora inesplorati, o esplorati solo superficialmente, o esplorati  solo raramente.  E' sempre consigliabile un contatto con la natura, ma è la varietà il principale requisito di questa attività. Per cui ritenetevi liberi di variare anche tra natura e non natura. Oggi si va nel bosco e fra una settimana al  mercatino dell'usato; una volta si va agli scavi archeologici e la volta dopo al porto; verrà il giorno del museo, quello del santuario,  quello dell'antro di un'antica maga, e quello del cono di un vulcano; il giorno della cima di una torre e quello di una barca di pescatori. Non c'è limite alla varietà di queste passeggiate. L'unico limite che c'è,  piuttosto, è un altro: cioè la compagnia. Non dovrete portare nessuno con voi , in queste passeggiate. Dovete stare soli, voi e il vostro artista bambino, e dedicarvi "tempo di qualità". Durante questo tempo giocherete liberamente con le  vostre scoperte, senza che nessun altro possa appiccicarci sopra le proprie etichette e guastarvi così la festa . Quindi, mi raccomando: niente cani, figli, amici, coniugi, amanti, o mamme. Soli!
Questo non significa che non farete incontri durante queste passeggiate. Voglio dire: può capitare benissimo che ne facciate. Ma avranno una qualità speciale e la riconoscerete voi stessi. Saranno anch'essi fonte di ispirazione.
Se pensate che tutto ciò sia stupido, o che non avrete mai tempo per cose del genere, vi invito a riflettere se per caso tutta questa reticenza non sia dettata dalla paura di un rapporto più intimo con voi stessi. A volte quando dobbiamo entrare in contatto con qualcuno che per noi è molto importante, cominciamo a trovare mille scuse per evitare l'incontro, per tenerlo lontano, perché la sola idea ci mette a disagio.
Però, se vogliamo che la nostra creatività emerga, dobbiamo entrare in intimità con essa e concederci il tempo per curarla e coltivarla; solo così il nostro artista bambino acquisterà fiducia e comincerà a fare progetti.   
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La mia ultima passeggiata col mio artista bambino risale a ieri mattina: splendida domenica di sole di fine settembre.
Ho accompagnato mia figlia ad un mercatino di libri usati, in una zona della città da me poco esplorata, ed ho deciso di lasciare lì la macchina e di proseguire a piedi fino al mare. Avrei percorso a piedi quella strada con lo spirito di un turista. Avrei osservato ogni singola pietra, ogni singolo giardino, ogni squarcio di panorama tra le case, ogni insegna, ogni cartello, con un occhio pronto a recepire l'inaspettato e a farne tesoro. E' questo che fanno i turisti, dopotutto,  quando vanno a visitare  un qualsiasi luogo. E fanno questo pure quando visitano le nostre città, cogliendone aspetti che magari sfuggono proprio a noi indigeni!
E così è stato. Mi sono nutrita di tutto ciò in cui mi sono imbattuta lungo il cammino: colori, odori, rumori e  quant'altro, e alla fine sono giunta al mare.
Sono arrivata in un tratto di spiaggia dall'aria abbandonata, dove mai sarei scesa normalmente, perché pieno zeppo di detriti di risacca. Ma io li avevo mai osservati da vicino i detriti di risacca? O li avevo sempre  considerati spazzatura, e quindi di nessun interesse? 
Allora ho deciso di osservarli per bene, una buona volta, ed ho visto che la spiaggia in effetti era piena di  interessantissimi pezzi di legno dalle forme e dalle dimensioni più varie: legno sbiancato dall'acqua di mare, legno sopravvissuto alle mareggiate, ai temporali, al sole e a volte persino al fuoco, che ne aveva annerito le estremità. Ho cominciato a raccogliere questi inusuali pezzi di legno, senza pormi il problema di ciò che ne avrei fatto.Per qualche strano motivo mi piacevano, come può piacere un giocattolo anche se non si sa bene come funziona. Ho messo questi legni nel mio zaino e poi ho raccolto un bel pezzo di radice tutto attorcigliato su se stesso e pieno di bozzi. Mente me lo rigiravo tra le mani, ho incrociato un vecchio amico che camminava sul bagnasciuga in senso opposto al mio. Ci siamo salutati e lui mi ha chiesto cosa intendessi farci con quella radice. Non ce l'avevo una risposta pronta. Andargli a spiegare la storia dell'artista bambino, in due minuti, sarebbe stata un'impresa. E poi a che pro? Era la mia personale passeggiata creativa e non ero tenuta a dare spiegazioni a nessuno. 
"Ci faccio un portacandele - gli ho detto - Che ne pensi?"
"E' un'idea creativa! - mi ha risposto - Io non riesco proprio a vedercelo un portacandele là dentro!"
Ci siamo salutati e lui ha proseguito per la sua strada.
Io invece non ho proseguito, perché tre signore che stavano lì vicino, coi piedi nell'acqua, mi hanno chiesto se potevo dar loro indicazioni su come trasformare una radice in portacandele.
La domanda mi ha colta di sorpresa.
Il fatto che io "avessi visto" un portacandele nella radice, non implicava che già lo sapessi realizzare.
Ma loro erano talmente interessate alla faccenda che mai e poi mai avrei voluto deluderle.  
Ed ecco venire in mio soccorso un preciso ricordo: un laboratorio di terapia occupazionale in cui ho operato per un certo periodo e le mani di due terapisti che insegnavano ad altre mani, quelle degli utenti, i passi necessari per pulire, grattare, levigare, lucidare e assemblare tra loro rami, cortecce, pigne e frutta secca, per trasformarli in splendidi centrotavola natalizi. Con tanto di candele, beninteso! E quelle procedure collaudate e semplici, che mi erano ricomparse davanti agli occhi, alla fine sono state le istruzioni che ho fornito alle signore.
Sulla via del ritorno, mentre ripercorrevo il bagnasciuga al contrario, ho visto venirmi incontro l'amico di prima, che stava tornando dalla sua passeggiata..
"Ho trovato l'Africa! - mi ha detto raggiante, brandendo un osso bianco, piatto, intarsiato  dall'erosione del mare - Guarda qua! Ce la vedi l'Africa?"
Io non ce la vedevo (come lui del resto prima non vedeva un portacandele nella mia radice).
Allora mi ha spiegato dov'era l'Africa in quell'osso, secondo lui;  me l'ha fatta vedere coi suoi occhi, finché  alla fine l'ho vista anch'io.
"Guarda - gli ho detto -  c'è anche un forellino, lì in cima. Puoi farne un ciondolo e agganciartelo al collo. E' la tua Africa, dopo tutto!"
Lui ha assunto un'aria perplessa e ha commentato: "Sto immaginando la faccia di mia moglie, se torno dalla passeggiata con un osso appeso al collo!"
E si è fatto una bella risata.


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