giovedì 25 luglio 2013

Life Coaching: Le scelte determinanti della vita (tra libertà, felicità e terrore)

Spesso le persone tendono a restare attaccate a quello che conoscono, a percorrere strade già battute e a riprodurre modelli già sperimentati. 
Nelle relazioni adulte, per dirne una, possiamo trovarci a riproporre automaticamente modelli già esperiti nella nostra famiglia d’origine, e così in genere, nel muovere i nostri passi nel mondo, tendere ad orientarci secondo le priorità e i valori offerti dal nostro contesto di appartenenza.
Certo, il senso di appartenenza, il bisogno di approvazione, la sensazione di contenimento che ci viene dal sentirci dentro una cornice sociale (con le sue prassi note, rassicuranti, in cui ci riconosciamo), sono tutti fattori che possono incoraggiarci più a procedere sul solco già seminato, che a spingerci a tracciare strade nuove e originali.
Il problema magari si pone quando, nelle scelte della nostra vita, siamo indotti a rispettare talmente le attese del mondo, da disattendere i nostri reali bisogni e desideri, da tralasciare le nostre reali preferenze personali, da rinunciare insomma ad essere persone libere.

Chiunque nella vita abbia affrontato scelte importanti in piena autonomia - e, se vogliamo, anche in piena solitudine -  conosce bene il peso della responsabilità che ciò comporta. Significa poter fallire e non avere nel caso con chi prendersela, se non con se stessi.  La paura di questa responsabilità, alcune volte, può essere paralizzante ed indurci a soffocare i sogni sul nascere, a lasciare che le cose della nostra vita, anziché evolvere verso nuove possibilità di sviluppo, restino immobili fino alla stagnazione. Meglio non rischiare, pensiamo, meglio non far niente, o fare come fanno tutti. Salvo poi pentircene il giorno in cui ci si proporrà come  fallimento proprio il non aver fatto niente (o aver fatto come  tutti): un fallimento da stagnazione,  da spreco di risorse e di potenzialità, per il quale (nonostante i mascheramenti e le scuse) in realtà considereremo intimamente comunque noi stessi i veri responsabili: responsabili per aver rinunciato alle occasioni, quando era il momento.

Che si affrontino con coraggio e autonomia le sfide della vita, o che si rinunci a mettersi in gioco per un malinteso senso della prudenza, qualunque scelta non ci esime mai da una responsabilità, quanto meno morale.
Ed è per questo che è importante imparare ad ascoltare bene se stessi, prima di scegliere, e a darsi retta, se si è convinti di essere nel giusto (anche se all'inizio si è magari... gli unici a crederci!).

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A seguire un pensiero di Luca Stanchieri, che parte da un'ipotesi di libertà apparente: 
quella di chi fa scelte  in esatta opposizione alle attese altrui.
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"Quando una persona si allena a contrastare ciò che gli altri vorrebbero da lui, rimane comunque in un ambito 'sicuro'. La direzione è fornita da altri. Il suo intento è resistere, contrastare, combattere e lamentarsi. Ma quando finalmente decide di sviluppare la sua dimensione autonoma, quando prende in mano il governo, quando dice 'ora faccio ciò che desidero', diventa responsabile di fronte a se stessa. Uno scienziato che vuole andare oltre, una persona che non crede più ai valori filosofici che lo accompagnavano fino a quel momento, abbandona la verità conosciuta per l'ignoto assoluto e, se fallisce, deve rispondere a se stesso.
Chi ha vissuto il momento di determinare la propria vita , sa quanto è stato felice di farlo e quanto è stato terrorizzato. Essere responsabili di se stessi è una delle maggiori paure che possiamo vivere. Ci si incammina nello spazio vuoto, all'inizio fa buio, è freddo. Stai solo. Emigri per andare verso una terra sconosciuta, ma sai che il mare che attraversi è pieno di insidie. La visione futura rappresenta anche ciò che si teme di più: essere responsabili della propria esistenza. all'inizio non si riesce a vedere che l'oscurità , i limiti, i difetti del nostro equipaggiamento verso questo viaggio. Per tutta la vita ci hanno allenato alle regole imposte dall'alto e all'obbedienza, e ora decidiamo di fare da soli. E' dura. Il rischio del fallimento è dietro l'angolo. E quando hai sfidato tutto e tutti per emigrare, andare via, costruire un'alternativa, se fallisci, la vergogna può condannarti a morte. A 'io devo' devi sostituire 'io voglio'. E ogni volta che hai fatto un pezzo di cammino ti devi fermare e chiederti: 'quali sono stati i miei dieci autosuperamenti?'.
E' per affrontare queste paure che serve un coach. Se vogliamo, il coach assurge al rango di quello che un tempo era il Vecchio Saggio, il medicine man. Il Vecchio Saggio e il ponte da traversare verso l'ignoto si richiamano a vicenda. Nella storia dell'umanità, questa figura torna ogni volta che le credenze costitutive di una cultura vengono a crollare o sono in crisi e ci si deve avventurare verso il nuovo.
[...] Le stesse potenzialità hanno un'ombra che le accompagna. [...] L'espressione delle nostre potenzialità  ci conduce alla distruzione del nostro vecchio e caro sé ed è solo attraverso questo che ci superiamo e siamo in grado di attraversare il ponte.
Dobbiamo rispettare le paure del nuovo, accoglierle e farle maturare con i tempi e i ritmi più opportuni." (Luca Stanchieri, dal manuale della Scuola Italiana di Life & Corporate Coaching)


martedì 23 luglio 2013

Primo corso in agenda 6 - 27 settembre: "Il mio progetto di vita" - Life Coaching di gruppo, per giovani alle prese con le grandi scelte per il futuro

Ci sono momenti cruciali della giovinezza, in cui ci si trova a fare scelte che avranno ripercussioni enormi sulla propria vita futura e a cui tuttavia molti giovani giungono del tutto impreparati e con le idee molto confuse. Perché?
Forse perché da giovani il futuro, quello "vero",  può sembrare una cosa lontana, un problema che ha qualcosa di irreale, una questione secondaria rispetto alle urgenze del presente. O forse anche perché i tempi sono quelli che sono,  le (poche) certezze delle generazioni precedenti hanno fatto il loro tempo, e gli stessi genitori non sanno più che consigli dare ai propri figli, per garantire loro un futuro auspicabile.
Molti  ragazzi, per esempio, arrivano all'ultimo anno delle superiori con le idee ancora vaghe sulla scelta della facoltà universitaria. Alcuni di loro scelgono una facoltà qualunque, senza convinzione, e giusto perché i tempi stringono o magari perché l'ha scelta un amico (il quale a sua volta, poi, chissà...). Tanti si trovano a studiare roba di cui non gl'importa niente, e allora mollano, o passano a un'altra facoltà, che non è detto sia quella giusta. Altri tirano gli studi per le lunghe, con risultati non eccellenti, e giungono alla laurea per forza d'inerzia, senza nessun amore né per ciò che hanno studiato né per l'eventuale lavoro a cui tutto questo alla fine dovesse portare.
Né il problema è limitato all'ambito lavorativo. Per dire, c'è anche l'amore, che è una cosa bella finché  colora di rosa anche i cieli più bui o ci mette le stelle.  Ma anche l'amore ha le sue scelte importanti, che hanno conseguenze a lungo termine. Quanti giovani tirano avanti per anni rapporti che un po' alla volta perdono sempre più smalto ed arrivano alla vigilia del matrimonio senza una vera risposta alla domanda: "ma mi sto sposando per amore o solo perché, dopo tanti anni, penso... 'ormai'?".
E così, anche in altri ambiti, sono tante e poi tante le scelte cruciali della giovinezza, che vanno a incidere più o meno positivamente o più o meno negativamente sul futuro: andarsene o meno dalla città d'origine - e dove andare se si decide di andare;  provare o non provare una certa esperienza; salire sopra un treno o aspettare che passi il prossimo;  cogliere o non cogliere un'occasione o una sfida;  rompere o conservare certe frequentazioni o certe abitudini; e così via.
Ora, nessuno può vivere la nostra vita al posto nostro. Nessuno può darci consigli infallibili. Dobbiamo per forza accettare il rischio che alcune scelte della nostra vita le faremo bene e altre le faremo meno bene, o comunque in un modo che alla fine ci potremmo rimproverare. Siamo umani e le cose umane vanno così.
Però è anche vero che se c'è una cosa che ci può orientare nelle nostre scelte, e che da giovani a volte si trascura,  è la capacità di restare fedeli a quelle parti della  nostra natura che intimamente consideriamo il meglio di noi stessi, anche se magari nessuno ce lo riconosce. Uno sguardo attento a chi sentiamo di essere  "davvero", a cosa per noi costituisce "valore", a cosa per noi è prioritario, a cosa ci serve per stare in pace con noi stessi, e altre cose del genere, può aiutarci a  capire cosa vogliamo davvero dalla vita, dove realmente vorremmo dirigerci e quanto siamo disposti a impegnarci per farlo.
Sono queste le cose su cui lavoreremo, a partire dal 6 settembre, durante il corso di Life Coaching di gruppo, dal titolo "Il mio progetto di vita": quattro incontri con cadenza settimanale dedicati ai giovani alle prese con le grandi scelte per il futuro. Il corso parte volutamente all'inizio di settembre (cioè in un momento dell'anno in cui, sazi di ferie, ci rimbocchiamo tutti le maniche per la ripresa delle attività), affinché anche simbolicamente lo sguardo sul futuro venga gettato da un punto di vista privilegiato, quello da dove le cose hanno inizio, che è settembre per il nuovo anno lavorativo, ed è la giovinezza per quanto riguarda la vita adulta.
Per informazioni, prenotazioni e quant'altro potete contattarmi sin d'ora ai soliti recapiti (clicca qui) e anche tenere sotto controllo la pagina degli eventi (clicca qui), che viene costantemente aggiornata via via che  i dettagli della programmazione vengono definiti.
Vi aspetto numerosi (proprio voi che leggete o magari, se siete miei coetanei, i vostri figli!).
Chiunque senta il peso dei propri interrogativi sulle scelte per il futuro, magari va in vacanza più sereno se sa che, al ritorno, la prima cosa che farà sarà... cominciare ad affrontare la questione.


mercoledì 17 luglio 2013

Riconoscere e gestire ansia, stress, dipendenze relazionali; diventare più consapevoli; rinforzare l'autostima; darci dentro con sogni e progetti; diventare il coach di sé stessi; coltivare l'armonia interiore; liberare la propria creatività e altro ancora nei programmi del prossimo anno

Per quanto noi possiamo predicare l'importanza di concentrarci sul qui e ora, è pur vero che - finché viviamo in questo mondo che corre - un po' di  sana programmazione non può farci che bene. E' come una specie di  interrogativo in meno riguardo al futuro che magari alla fine facilita proprio la concentrazione sul presente.
Dopo questo preambolo, forse non vi meraviglierete troppo se proprio oggi, che fa così caldo, e che tutto sa di mare e di ferie, io abbia pubblicato nella pagina degli eventi una bozza delle attività che ho in programma per il prossimo autunno-inverno.
In effetti è solo una bozza. Ma in un certo senso è già tanto. Diciamo che vuole essere soprattutto una risposta a chi tra voi mi ha affettuosamente contattata prima di andare in vacanza e, salutandomi, mi ha chiesto cosa conto di fare in autunno.
Ma poi c'è anche un altro aspetto, che riguarda in un certo senso più le vostre proposte, che le mie.
Infatti la bellezza delle bozze è che sono modificabili e perfezionabili.
Farvi vedere la mia bozza è una specie di invito per chiunque abbia un'idea che possa perfezionare il programma.
Avete una richiesta da farmi? C'è un argomento che vorreste che io trattassi per voi e a cui non ho pensato?
Sono certa che qualcuno mi chiederà ancora una volta di parlare delle coincidenze significative (ormai è un coro!). Ma sareste disposti a venire fino al mio studio per sentire una conferenza (pure gratis, per carità!) su un argomento del genere? Io non ho difficoltà a trattarlo ancora una volta sul blog (tanto ho capito che vi piace, e lo farò... magari come regalo di Natale!). Ma la mia programmazione riguarda argomenti ed attività che implicano incontri da vicino e anche... corsi a pagamento.
Tranquilli, non vi sto chiedendo soldi. I corsi che organizzo attingono partecipanti anche da altri circuiti.
Ma mi piacerebbe molto sapere che argomento interessa così tanto i miei lettori che sarebbero disposti a pagare, per saperne di più. Se vorrete dirmelo, ve ne sarò grata. Avrete dato un contributo prezioso affinchè io possa migliorare la qualità dei miei servizi.
Del resto, se vi rendo partecipi di ciò che ho in mente (tra progetti, conferenze e corsi) è perché mi piace sapere cosa ne pensate e, al tempo stesso, sono ben disposta ad accogliere le vostre proposte e richieste e, ove possibile, a dare ad esse una valida risposta.
Un caloroso saluto a voi tutti e, qui sotto, ecco il link per la pagina degli eventi:

martedì 16 luglio 2013

Quando per salvarsi basta una scintilla. Oggi una poesia di Charles Bukowski

Sapevo che stavo morendo.
Qualcosa dentro mi diceva: continua così, muori, spegniti,
diventa come loro, accettalo.
E poi qualcos’altro dentro diceva: no, salva un pezzetto
minuscolo.
Non importa che sia molto, basta solo una scintilla.
Una scintilla può incendiare un’intera foresta.
Solo una scintilla.
Salvala.
Penso di esserci riuscito.
Sono fiero di esserci riuscito.
Che stramaledetta fortuna.

(Charles Bukowski, Scintilla)

martedì 9 luglio 2013

Le vie della serenità: assumere consapevolmente un atteggiamento di gratitudine

Probabilmente diciamo molte volte "grazie" nel corso di una giornata, ma non è detto che siano grazie di cuore: a volte si tratta solo di risposte automatiche, che diciamo senza farci caso, semplicemente per educazione e per abitudine.
La gratitudine autentica, la riserviamo alle grandi occasioni: ai grandi doni che non possiamo fare a meno di notare, oppure - cosa che deve invitarci a riflettere - al ripristino della nostra "normalità", dopo che qualche evento sgradito ce ne ha privati. Si diventa improvvisamente felici e grati di poter fare le solite cose dopo aver risolto un problema che ci impediva di farle, essere guariti da una malattia, essere usciti da una qualche forma di 'prigionia' o tornati da un qualche 'esilio'. Come in quella vecchia canzone che diceva "Io mi accorgo che ci sei, proprio quando non ci sei", ci troviamo a sottovalutare molte buone cose che la vita ci offre finché  le diamo per scontate, finché ce le abbiamo eppure non le godiamo realmente e pienamente.
Coltivare la gratitudine (che poi è la nostra prima "regola della serenità") significa prestare deliberatamente attenzione a tutti i doni della vita e riconoscere che hanno un valore. Infatti, accorgersi che alcune cose, che prima non avevano per noi alcun valore, ora ce l'hanno, provoca la liberazione di emozioni positive: ci fa sentire ricchi e fortunati nella stessa condizione in cui prima ci sentivamo sfortunati e frustrati.
L'infelicità del vivere è spesso associata a un dialogo interno negativo, di cui spesso nemmeno ci rendiamo conto. Se il nostro dialogo interiore è costantemente critico verso noi stessi e gli altri, se diciamo continuamente a noi stessi che niente  va bene e niente funziona, lasciamo obiettivamente poco spazio al piacere di vivere. Questo non vuol dire che dobbiamo negare la nostra fetta di dolore, per le ferite che la vita ci infligge, e a cui nessuno può sottrarsi. Assumere deliberatamente e consapevolmente un atteggiamento di gratitudine  vuol dire riconoscere e distinguere  i colori della vita, compreso il nero; significa dolersi, sì, per le ferite, quando ci sono, ma anche  gioire per le carezze, quando ci sono. Significa affinare la sensibilità, visto che le carezze sono cose leggere, e per questo più difficili a volte da percepire... rispetto alle botte! 
A seguire una citazione sul tema, tratta dal libro "La saggezza del Tao", di Wayne W. Dyer.  

"Il viaggio della vostra vita prenderà una nuova direzione, quando darete importanza alla gratitudine per tutto ciò che siete, per tutto ciò che ottenete e ricevete. Ripetete mentalmente 'Ti ringrazio', al vostro risveglio, durante la giornata e quando vi addormentate. Non importa chi ringraziate, se Dio, lo Spirito, Allah, il Tao, Krishna, Budda, la Sorgente, o l'io, perché tutti questi nomi rappresentano la grande tradizione di saggezza. Rendete grazie per il sole, la pioggia, il vostro corpo, con tutti i suoi componenti. Un giorno apprezzate il fegato, un altro giorno il cervello, un altro il cuore, fino ad arrivare all'alluce. La pratica della gratitudine vi aiuta a concentrarvi sulla vera sorgente di tutto, oltre a farvi notare quando vi lasciate dominare dall'ego. Fate in modo che sia una silenziosa pratica quotidiana: ringraziate per il letto, le lenzuola, i cuscini e la stanza in cui dormite; al mattino dite 'Ti ringrazio'  per ciò che vi attende. Poi iniziate una bella giornata compiendo un'azione gentile verso un altro essere umano da qualche parte sul pianeta." 
(Wayne W.Dyer)
Gratitudine da... spiaggia.   
Per voi tutti che ora siete al mare, o presto ci sarete, un elenco di ringraziamenti da pronunciare  mentre prendete il sole e apparentemente... non fate niente.
- Grazie perché sono su questa spiaggia/scoglio/barca (anziché in ufficio/in fila alla posta/e simili)
- grazie per il sole e per la mia pelle che si sente scaldare
- grazie per il vento e per la sua carezza fresca
- grazie della trasparenza di questo mare, del suo profumo di vacanza e dello sciacquettio delle onde, che mi ricorda dove sono anche se ho gli occhi chiusi;
- grazie per ogni forma di vita presente qui con me e di cui gradisco la compagnia (che siano persone, pesci,  gabbiani...)
- grazie del senso di libertà che provo nuotando, del piacere di sentirmi galleggiare, della gioia dello sforzo fisico fatto per mero diletto e quasi per gioco
- grazie del sale marino
- grazie perché sono gocce di mare - e non lacrime - quelle che oggi mi scivolano in bocca dalle guance, quando esco dall'acqua
- grazie perché sono vivo e capace di godere di tutto questo 

domenica 30 giugno 2013

Prozac o Adidas? Combattere la depressione con l'esercizio fisico

"...Più tardi imparai che anche nei momenti più difficili venti minuti di corsa a piedi ogni due giorni, quasi sempre da solo, mi facevano sentire più forte di fronte ai problemi e che, in ogni caso, riuscivo a evitare l'angoscia della depressione. Nulla di quanto ho imparato in seguito e finora mi ha fatto cambiare quella che rimane la mia 'prima linea difensiva' contro le avversità e le incognite dell'esistenza." 
(David Servan-Schreiber)
***

Che l'esercizio fisico migliori l’umore depresso è un dato che trova conforto in numerose evidenze scientifiche. Vari studi hanno infatti dimostrato che l'esercizio fisico è efficace nel contrastare la sintomatologia depressiva lieve.
Le attività fisiche più adatte allo scopo sembrano essere il passeggiare (tanto per cambiare!), meglio se a passo svelto, ed in genere tutte le attività cosiddette aerobiche, come correre, andare in bicicletta, giocare a tennis o a calcetto, e così via (per quanto esistano anche studi che riconoscono analoga efficacia, in tal senso, anche a forme di esercizio anaerobiche, come il body-building).
L'importante, insomma, è mantenere attivo il corpo nel modo a noi più congeniale: quello che ci piace di più, quello che ci possiamo permettere in base all'età, alle condizioni fisiche e così via.
I motivi per cui l'attività fisica giova all'umore sono riconducibili a diverse componenti in gioco. L'esercizio fisico, infatti:

  •  tanto per cominciare, favorisce il rilascio nell'organismo di sostanze che inducono una sensazione di benessere (endorfine); 
  • al tempo stesso contribuisce a distogliere l’attenzione dai pensieri negativi tipici dell’umore depresso  (tipo: "sono una frana, sono sfortunato, non ci riuscirò mai; non ho abbastanza coraggio, energia, forza, volontà, ambizione; nessuno mi ama; non merito di essere amato;  ecc.") e dà l'opportunità di spostare il focus dell’attenzione a pensieri centrati su schemi motori e su momenti creativi e positivi;
  • può inoltre favorire l’incontro con altre persone (soprattutto se praticato in compagnia, ma anche - quando si pratica da soli - se fatto in luoghi dove un incontro è possibile), il che può ridurre l’isolamento sociale che aggrava lo stato depressivo;
  • dà la possibilità, se praticato all'aperto, di un benefico e positivo contatto con la natura (aria aperta, verde, luce);
  • può essere praticato sotto forma di attività ludiche e divertenti, e quindi creare occasioni di piacere e buonumore; 
  • ed infine può migliorare anche il modo di percepire sé stessi dal punto di vista estetico/fisico, con ricadute positive sull’autostima.

I consigli generalmente sono:
-  privilegiare attività fisiche piacevoli e divertenti;
- non strafare (inutile sfinirsi al primo tentativo e poi non riprovarci più!); l'importante non è fare molto esercizio fisico, ma farlo regolarmente; meglio cominciare con dolcezza e lasciare che sia il corpo a guidarci;
- praticare l'attività fisica da 2 a 5 volte a settimana, per almeno 20-30 minuti a sessione (secondo parecchi studi, l'attività minima per avere effetti sul cervello emotivo, è di 20 minuti tre volte la settimana);
- prima di iniziare un programma di esercizi fisici (specie se non si pratica attività fisica da tempo!), consultare il proprio medico per una visita di controllo preliminare e quindi seguire tutti gli accorgimenti del caso. 
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Ed ora, a seguire, alcune parole sull'argomento di David Servan-Schreiber,  tratte dal suo libro "Guarire - una nuova strada per curare lo stress, l'ansia e la depressione senza farmaci né psicoanalisi", in cui lo psichiatra e ricercatore francese presenta vari metodi terapeutici tutti basati su meccanismi naturali di autoguarigione presenti nel cervello umano.
Tra questi, appunto, c'è l'attività fisica, mentre gli altri - per coloro che fossero interessati - sono:  la ricerca della "coerenza cardiaca" (controllo della variabilità del battito cardiaco, una tecnica ispirata da alcune forme di meditazione e autoipnosi); la rimozione dei traumi psichici con i movimenti oculari (EMDR, una tecnica inventata da Francine Shapiro);  l'energia della luce;  l'agopuntura;  l'assunzione degli acidi grassi Omega-3;  la comunicazione emotiva non violenta (legata anche alla solidarietà sociale). 
Per chi non conoscesse David Servan-Schreiber, una breve nota su di lui, dopo la citazione.
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"Attraverso quali misteriose vie l'esercizio fisico ha tanta influenza sul cervello emotivo? Certo, prima di tutto c'è l'effetto che ha sulle endorfine, minuscole molecole secrete dal cervello molto simili all'oppio e ai suoi derivati. Il cervello contiene molti ricettori di endorfine, e proprio per questa ragione è tanto sensibile a queste sostanze stupefacenti, che danno un'immediata sensazione di diffuso benessere e soddisfazione. L'oppio è anche l'antidoto più potente contro il dolore della separazione e del lutto: subdolamente, agisce sul cervello deviando uno dei meccanismi intrinseci del rilassamento e del piacere.
Ma, quando se ne fa un uso eccessivo, i derivati dell'oppio provocano assuefazione, 'addomesticano' i ricettori cerebrali, e se si vuole ottenere sempre lo stesso effetto, ogni volta si deve aumentare la dose. Inoltre, diventando i ricettori sempre meno sensibili, i piaceri quotidiani perdono ogni significato: tutti, compresa la sessualità, che quasi sempre nei tossicodipendenti si annulla.
La secrezione di endorfine stimolata dall'esercizio fisico, invece, produce l'effetto opposto. Più il meccanismo naturale del piacere viene attivato così, in dolcezza, più diventa sensibile. E le persone che fanno esercizio fisico traggono più soddisfazione dalle piccole cose della vita: gli amici, gli animali di compagnia, i passi, le letture, il sorriso di un passante per strada. E' come se  per queste persone essere soddisfatte fosse più facile che per altre.
Ora, provare piacere è esattamente l'opposto della depressione, definibile come assenza di piacere molto più che come tristezza, ed è senza dubbio per questo che la liberazione delle endorfine ha un effetto antidepressivo e ansiolitico tanto spiccato. Quando si stimola in questo modo il cervello emotivo, cioè attraverso vie naturali, si favorisce anche l'attività del sistema immunitario, agevolando la proliferazione delle cellule NK, le 'natural killer', e rendendole più aggressive contro le infezioni e le cellule cancerose."  (David Servan-Schreiber)
David Servan-Schreiber, psichiatra e ricercatore francese, vissuto a lungo negli USA e deceduto nel 2011, è stato direttore del Centro di Medicina Complementare dell'Ospedale di Pittsburgh, nonché fondatore e condirettore del Laboratorio di Scienze Neurocognitive presso l'Università della stessa città.
Ha raggiunto la notorietà per aver proposto alcuni metodi per la prevenzione ed il supporto alla guarigione del cancro, nonché per la cura delle malattie psichiatriche, tutti basati su tecniche terapeutiche di medicina alternativa, anche in affiancamento alle cure tradizionali.
Scoprì di avere un cancro al cervello nel 1992, all'età di 32 anni e, benché gli avessero dato pochi mesi di vita, riuscì a vivere in buone condizioni fino a 50 anni tra cure tradizionali e alternative.
E' stato strenuo sostenitore della prevenzione dei tumori e delle malattie in genere tramite il potenziamento delle difese immunitarie (cosa che si può ottenere, secondo Servan-Schreiber, tramite l'attività fisica costante, l'alimentazione povera di "carboitrati bianchi", come gli zuccheri e la farina, e senza eccessivo apporto di proteine, basando invece la dieta su verdura e frutta, i carboidrati "naturali") e suggeriva la meditazione come metodo per diminuire lo stress.
Pur essendo uno studioso e un sostenitore delle medicine naturali per la prevenzione, ha sempre chiarito che, una volta che un tumore si sia palesato, vada combattuto con cure tradizionali, in quanto affidarsi soltanto a cure non convenzionali potrebbe essere deleterio e controproducente.
Nelle pagine del suo ultimo libro, "Ho vissuto più di un addio" (2011), David Servan-Schreiber si pone domande cruciali sul significato profondo della vita e della morte. Ormai pronto spiritualmente a partire per l'ultimo viaggio, accompagnato da un sentimento di pace e connessione, coglie l'occasione dell'ultimo libro per salutare degnamente tutti coloro che l'hanno amato.
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giovedì 27 giugno 2013

Chiamare le persone per nome

Chiamare una persona per nome è come farle un implicito complimento, è un po' come dirle: "Sei importante per me" e darle la nostra conferma positiva del suo senso di identità e della sua unicità. Certamente ci sarà gente che non ha bisogno delle nostre conferme per sentirsi rassicurata della propria importanza. Ma di massima un po' a tutti fa piacere sentirsi ricordati, riconosciuti nella propria individualità, avere la sensazione di aver lasciato un segno.
E' per questo che ricordarsi il nome delle persone con cui interagiamo è estremamente consigliabile per favorire rapporti cordiali con il resto dell'umanità. C'è chi ha un talento innato nell'associare visi e nomi, chi non ce l'ha e si avvale deliberatamente di qualche strategia di memorizzazione, c'è chi è una frana in quest'ambito e se ne fa un problema, e chi è una frana lo stesso e non se ne importa niente.
A seguire riflessioni in materia da parte di illustri personaggi del passato.
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"Ricordate che, per una persona, in qualsiasi lingua, il suo nome è il suono più dolce e più importante che esista. [...] 
Le informazioni che forniamo e le richieste che facciamo assumono un'importanza particolare, se accompagnate dal nome di un individuo. Dalla cameriera al più alto dirigente, il nome è una formula magica, quando dobbiamo trattare con gli altri."
(Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936)
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"Lo stimolo per occuparmi a fondo del fenomeno della dimenticanza temporanea di nomi propri è venuto dall'osservazione di alcune particolarità che si possono riconoscere abbastanza chiaramente non in tutti, ma in certi casi. In tali casi, infatti, non soltanto si ha dimenticanza, ma anche falso ricordo. Colui che si sforza di ricordare il nome dimenticato, vede affacciarsi alla propria coscienza altri nomi, nomi sostitutivi, che subito riconosce come erronei, ma che continuano a imporsi alla mente con grande insistenza. Il processo che dovrebbe portare a riprodurre il nome ricercato si è, per così dire, spostato, comportando una sostituzione erronea.
Ora, il mio presupposto  è che tale spostamento non dipenda da un arbitrio psichico, bensì segua percorsi governati da leggi e prevedibili. In altri termini suppongo che il nome sostitutivo, o i nomi sostitutivi, siano in una connessione ben precisa con il nome ricercato e spero, se riuscirò a dimostrare tale connessione, di poter poi far luce sul fenomeno stesso della dimenticanza di nomi propri. [...] 

Di certo non avrò l'audacia di sostenere  che tutti i casi di dimenticanza di nomi siano da annoverare nel medesimo gruppo. Esistono, senza dubbio, casi di dimenticanza di nomi che avvengono assai più semplicemente. Saremo certo abbastanza prudenti se definiremo questo stato di cose affermando: accanto alla semplice dimenticanza di nomi propri esiste anche una dimenticanza motivata dalla rimozione."
(Sigmund Freud, Psicopatologia della vita quotidiana)
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"Poche persone riescono a evitare una punta di dispetto se si accorgono che qualcuno ha dimenticato il loro nome, in particolare se si tratta di qualcuno che speravano o si aspettavano se lo ricordasse. Si rendono conto istintivamente che il loro nome non sarebbe stato dimenticato, se avessero lasciato un'impressione più forte; il nome è, infatti, una componente essenziale della personalità. 
D'altro canto, poche sono le cose che risultano maggiormente lusinghiere ai più del fatto di essere interpellati con il proprio nome da una personalità importante dalla quale non se lo sarebbero aspettati. Napoleone, maestro in quest'arte, durante la sfortunata campagna del 1814 fornì una stupenda prova della sua memoria in questo senso.Trovandosi in una città vicino a Craonne, ricordò di aver fatto la conoscenza del sindaco, De Bussy, più di vent'anni prima ed in quale reggimento egli fosse; De Bussy, entusiasta, si dedicò al suo servizio con indefessa devozione. Viceversa, non c'è mezzo più sicuro per offendere qualcuno che far finta di averne dimenticato il nome; si insinua in tal modo che l'individuo appaia così poco importante, che non valga neanche la pena ricordarne il nome. Tale artificio ricorre spesso nella letteratura." (Ernest Jones, The Psychopathology of Everyday Life, in "American Journal of Psychology", 1911)  


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"Qui giace l'Aretin, poeta tosco:
Di tutti disse mal fuorché di Cristo,
Scusandosi col dir: non lo conosco." 


(finto epitaffio indirizzato a Pietro Aretino da Paolo Giovio,
citato da Francesco Domenico Guerrazzi in Scritti, 1848)






sabato 22 giugno 2013

Che domande porreste a chi ha scelto di cambiare... pelle? Aiutatemi a costruire un questionario: votate una o più domande, tra quelle proposte, oppure formulate nuove domande. (...E, se per caso avete cambiato vita e volete essere intervistati, contattatemi!)


Cos'hanno in comune:
- 1) una neo-mamma casalinga
- 2) un farmacista
- 3) un deputato
- 4) il titolare di una ditta di traslochi
- 5) una creatrice di gioielli prossima alla seconda laurea
- 6) una pluri-mamma adottiva, mediatrice familiare e volontaria attiva nel Movimento per la Vita
- 7) un'insegnante di yoga che organizza vacanze dello spirito in alta montagna
- 8) un avvocato
- 9) una psicoanalista infantile
- 10) una psicologa dedita al counseling e al life coaching?
In apparenza poche cose, perché per aspetto, nazionalità, età, sesso, fede, orientamento politico, professione, formazione e anche altro, sono persone tra loro diversissime. Eppure tutte loro, ad un certo punto della propria vita (quando tutto sembrava ormai definito, definitivo, stabile e tranquillo), hanno deciso di darle una svolta, di cambiare, di ricominciare, di rimettersi in gioco per seguire nuove strade più coerenti con la loro natura e con i propri valori. E se sono ciò che  oggi sono, è perché sono rimaste fedeli fino in fondo alla loro decisione.
Lo stesso gruppetto di personaggi, infatti, dieci o quindici anni fa, sarebbe stato descritto così:

- 1) una suora
- 2) un agronomo che produceva mozzarelle
- 3) un alto dirigente nel settore bancario
- 4) un ferroviere
- 5) una microbiologa
- 6) un avvocato
- 7) una professoressa d'inglese di ruolo
- 8) una professoressa di matematica di ruolo
- 9) un magistrato
- 10) un notaio
Ognuna di queste persone è passata dalla condizione iniziale a quella finale, attraverso un suo cammino, più o meno lungo e complesso, con i suoi momenti di pathos, le sue difficoltà e anche le sue gioie e soddisfazioni.
Non tutti gli aspetti delle storie altrui ci risultano, di solito, ugualmente interessanti. Di solito, ciò che più ci interessa sapere delle esperienze altrui sono aspetti in cui possiamo in qualche modo rispecchiarci, ciò che può rivelarsi utile, insomma, anche per noi (foss'anche la segnalazione di una trappola in cui non cascare!).
E' già da un po' di tempo che ho intenzione di intervistare tutti questi personaggi, e altri simili, in cui mi imbatto sempre più spesso - forse perché, alla fine, c'è del vero in ciò che dicono i francesi, e cioè che "qui se ressemble s'assemble", coloro che hanno inclinazioni comuni, si cercano reciprocamente.
L'inclinazione comune, in questo caso, è il tema del "punto di svolta", nel senso di forte cambiamento,  che a volte dipende da condizioni fuori del controllo soggettivo, ma altre volte - come nei casi qui presi in considerazione - è in qualche misura deliberatamente cercato e attuato dalla persona, come esito di una certa maturazione o di una crisi.  
Lo spirito con cui intendo condurre queste interviste è trovare risposte alle diverse varianti di un'unica domanda di base, che è: "in che modo la vostra esperienza può essere utile ad altri che si accingono a fare scelte simili?".
Queste interviste, infatti, non servono tanto a dare luce a questi personaggi (i quali, per lo più, non sono in cerca di pubblicità per questo aspetto della loro vita ma, semmai, per altri).
Lo scopo di queste interviste è piuttosto dare forza, coraggio, spunti, ammonimenti e ispirazioni a chi è ai primi incerti passi (ma anche a metà strada) di un analogo percorso di cambiamento, con tutte le sue incognite, i suoi rischi e  i suoi interrogativi.
Ebbene, quali sono, in concreto, questi interrogativi? Cosa vorrebbe sapere, chi se li pone, da chi l'ha preceduto su una strada simile?
Quindi forza con le vostre domande, se ne avete!
E' dalla forza e dalla puntualità delle domande che vi interessano che dipenderà la qualità e il senso di questa indagine, e l'interesse che essa può avere per i lettori.
Grazie sin d'ora a chi vorrà collaborare.
Potete DARE IL VOSTRO VOTO ALLE DOMANDE CHE VI SEMBRANO PIU' INTERESSANTI:
Chi volesse votare o proporre domande e suggerimenti in forma riservata (come anche segnalare che ha cambiato vita ed è disposto ad essere intervistato), può scrivermi all'indirizzo maltiero@alice.it
I nominativi di chi mi contatterà per email non verranno resi pubblici, senza specifica autorizzazione in tal senso. Chi lascerà commenti qui sotto o nelle bacheche delle pagine facebook sarà visibile in quanto autore di commento pubblico.


giovedì 20 giugno 2013

Colorare mandala: primo assaggio di uno dei prossimi eventi in agenda


Colorare figure e modelli predisegnati è un'attività proposta frequentemente ai bambini, i quali, praticandola, si esprimono liberamente attraverso il colore e al tempo stesso si esercitano a comprendere le strutture che preesistono a loro, imparano che ci sono delle regole da rispettare, dei limiti con cui confrontarsi, dei confini che delimitano e contengono le cose del mondo.
Un'attività di questo tipo, consigliabile in qualunque periodo della vita e non solo durante l'infanzia, è la colorazione dei mandala.
Personalmente la pratico da molti anni e, sin dal primo momento, chiunque mi abbia sorpresa a colorare un mandala ha finito con l'incuriosirsi, farmi domande e restare spesso coinvolto nell'attività a sua volta. 
Tra gli eventi che ho messo in programma a partire dal prossimo autunno, ci sarà anche una giornata dedicata ai mandala, ai loro significati simbolici, alle tradizioni spirituali che li accompagnano, all'utilizzo che ne viene fatto in alcuni contesti terapeutici e pedagogici, e a come, nel quotidiano, possiamo utilizzarli tutti, come semplice pratica di autoaccudimento e cura di sé.

Di seguito, un primo assaggio dell'argomento attraverso le parole di Ruediger Dahlke, medico e psicoterapeuta, autore di vari testi sull'interpretazione simbolica delle malattie, e pioniere nell'utilizzo dei mandala nelle terapie con i suoi pazienti.

Ruediger Dahlke
"Di fatto l'uomo è inserito in un ambiente predeterminato più di quanto egli stesso, almeno nel mondo occidentale, voglia ammettere. Il mandala, con le sue caratteristiche fisse, è una buona rappresentazione della nostra reale situazione. Colorando strutture preesistenti ci esercitiamo a inserirci in un modello che è anteriore a noi, e che non possiamo mutare radicalmente. Possiamo e dobbiamo tuttavia dargli un tratto intimamente personale. Anche se migliaia di persone colorassero lo stesso mandala, non ne risulterebbero due uguali, pur avendo tutti naturalmente la stessa struttura. [...]
E' senz'altro importante esercitare la creatività nel disegno libero e sperimentare il superamento dei confini tracciati dall'uomo [...]. Ancora più importante mi sembra tuttavia imparare a sottometterci nuovamente alle leggi cosmiche o divine, che, anche se non lo vogliamo, determinano la nostra vita.
Nella colorazione dei mandala questo avviene comunque in modo piacevole[...]
Quando parlo di leggi cosmiche, non  mi riferisco ai grandi nessi, quali la legge di polarità o di risonanza, bensì a cose più profane, come, per esempio, un'alimentazione appropriata, o la necessità di stabilire un rapporto naturale tra riposo e movimento. [...] 
L'uomo che non si attiene alle regole deve pagarne il prezzo. Il fatto che la stragrande maggioranza delle persone non se ne curi, non modifica la realtà.Il riconoscere ed accettare le leggi basilari della creazione rappresenta il passo più efficace per prendere possesso della propria vita. [...]

Soltanto chi è diventato maestro di comprensione, chi ha accettato che 'sia fatta la Tua volontà', potrà sfruttare appieno e in modo creativo il proprio potenziale. La colorazione guidata, ossia la comprensione di modelli predeterminati, è ugualmente importante per bambini e adulti. Quando bambini piccoli e più grandi si esercitano (anche utilizzando album da disegno) nella comprensione di strutture predeterminate, allo stesso tempo apprendono simbolicamente l'umiltà nei confronti della creazione. Questo li renderà capaci di dare successivamente espressione alla loro libera creatività in modo ancora più consapevole. Non è difficile osservare come proprio coloro che vanno incontro al mondo con umiltà, accettando il quadro generale della propria vita, siano gli stessi che più si distinguono dal punto di vista creativo." (Ruediger Dahlke)

Nei mandala esistono varie componenti che ne hanno ispirato l'impiego in pratiche spirituali, terapeutiche, pedagogiche.
Grazie al suo modello di rotazione completamente simmetrica, il mandala irradia armonia e quest'armonia viene percepita, e in un certo senso assorbita, da chi lo colora e medita su di esso.
Da un punto di vista simbolico, il mandala rappresenta il modello archetipico del cammino della vita, e può essere un'utile immagine di riferimento per chi si trovi in un momento di crisi, in cui ha l'impressione di aver smarrito la propria strada, la concentrazione sul proprio centro, la percezione degli aspetti essenziali della vita. In tali casi "è consigliato colorare i mandala cominciando dall'esterno",  suggerisce Ruediger Dahlke, perché "attraverso l'osservazione contemplativa o la meditazione, lo sguardo si sposterà spontaneamente verso il centro, proprio quello che dobbiamo ritrovare." 
Il mandala è anche un modo per riconciliarsi con la finitezza della vita fisica. "La morte, che da noi viene rimossa più di qualunque altro tema, appare come il centro del mandala della vita, e l'aspetto di (as)soluzione prevale sulle solite immagini spaventose. [...] Il centro del mandala è così determinante nel suo simbolismo che a nessun pittore verrebbe in mente di ometterlo, in segno di rifiuto verso questo passaggio della vita. I mandala ci confrontano con la finitezza della nostra vita in un modo che risulta sopportabile" 



Sintesi delle possibilità che si originano dai mandala
  • imparare a gestire i confini, ad accettare quelli fondamentali, ma anche a strutturare liberamente lo spazio che li separa;
  • trovare sé stessi, tranquillizzarsi, rinnovare le proprie forze;
  • centrarsi e concentrarsi, rimanendo rilassati;
  • orientarsi ad un modello di vita;
  • integrare meglio le esperienze;
  • imparare a vivere in risonanza con un modello;
  • vivere esperienze di unità;
  • sviluppare una personalità armoniosa;
  • attingere forza dal proprio centro

sabato 15 giugno 2013

Più sposati che felici - Un racconto di Sarah Ban Breatnach

"Chiesi una volta a un conoscente, un uomo sposato da più di venticinque anni,  se fosse felicemente sposato. Jack mi guardò stupito.
«Suppongo », rispose, come se fosse confuso dalla domanda, «di essere felice come può esserlo qualcuno ancora sposato. Mia moglie è una brava persona e abbiamo una vita - intendo amici, estati al lago, vacanze in famiglia. Siamo completamente d'accordo sui ragazzi», la voce si affievolì. Mentre alzava bovinamente le spalle con un sorriso timido, avrei voluto sentirgli il polso.
«Da quando ti senti così? », chiesi con la curiosità morbosa che solo una donna che ha appena concluso un lungo matrimonio può avere.
«Non so, è talmente tanto che non riesco a ricordare. Forse da sempre.» Cominciò a ridere a disagio. «Ma non fraintendermi...»
Non lo fraintesi. Sapevo esattamente quello che stava dicendo grazie a quello che non aveva detto, non aveva potuto o saputo dire. E mentre ero spiaciuta per lui, lo ero ancor più per la moglie. Per molti anni sono stata un colono e poi una sopravvissuta in una virtuale terra di nessuno - il contratto domestico a lungo termine -, un posto deserto dove sospettavo ora abitasse sua moglie. [...]
A un anno dall'inizio della nostra amicizia, Jack mi chiamò e mi chiese se potevamo trovarci per bere qualcosa. «Mi sono innamorato e non so cosa fare», confessò, quasi stesse ammettendo la scoperta di una malattia in fase terminale. «Non posso andarmene e non posso restare. Ogni volta che sono pronto  per dirlo a mia moglie, giro per casa e vedo le foto di famiglia, i miei libri. La sento in cucina come l'ho sentita per metà della vita e penso: 'Cosa ha fatto questa donna per meritare che io me ne vada dopo tutti questi anni?' Ma non c'è notte in cui siamo sdraiati accanto nel buio ed io non desideri di dormire tra le braccia di Anne. Però non ce la faccio a fare il passo. Non ancora. Così inveisco contro mia moglie senza un motivo, per allontanarla, per farmi odiare. Se mi odiasse, sarebbe più facile.
Poi, per giorni, non chiamo Anne. Non le telefono perché non ce la faccio a dirle che non posso andarmene o che tra noi è finita, perché so che non è così. Tra noi non finirà fino all'ultimo respiro. Ma devo fare qualcosa per riprendere il controllo, quindi l'allontano. Poi, quando la vedo sorridere di nuovo, penso: 'Come posso andarmene dall'amore della mia vita?  Ho cinquantadue anni. Come posso girare le spalle all'ultima esplosione di felicità?' Non ce la faccio, così chiedo ad Anne di darmi ancora un po' di tempo, come ha già fatto. Ma adesso dice che non c'è più tempo. Vuol essere in armonia con la sua vita, con o senza di me. (...) A volte desidero che mi lascino entrambe. Sto diventando matto» (...)
Gli credevo. Sapevo anche, dalla sua aria affannata e dagli occhi cerchiati di rosso, che probabilmente non si era mai sentito tanto vivo prima di allora e neanche tanto spaventato. (...)
«Be', se non riesci ad andartene per te stesso, fallo per tua moglie», gli dissi.
«Cosa vuoi dire? Sarà distrutta.»
«Sì. E anche furiosa. Ma c'è anche una forte possibilità che si senta segretamente sollevata. Grata perché la lunga prigionia è finita. Un marito non può essere tanto a lungo infelice da non riuscire neanche a ricordare quando è cominciata l'indifferenza verso la moglie senza che anche lei sia profondamente triste. Non c'è niente di più solitario dell'essere il partner inferiore in un rapporto senza amore. Non sarei sorpresa se, quando tra i singhiozzi riprende fiato, dicesse: 'Grazie, Signore. Che bastardo'».
«Da che parte stai? »
«Dalla tua. So che sei innamorato di Anne. Sembra che siate anime gemelle. So anche che sei un uomo onesto, Jack. Ma i tuoi figli sono cresciuti ed hanno la loro vita. Le scelte rivelano il nostro karma. Non è possibile che la vera scelta morale, quella coraggiosa, la scelta buona, sia andarsene? Se vogliamo essere felici, non credo che la vita ci chieda di scegliere tra fare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Credo che l'alternativa sia sempre di scegliere tra amare e imparare. Ti importa di tua moglie? »
Jack si risentì. «Certo che mi importa».
«Allora sii generoso. Trova il coraggio di andartene, non solo per te, ma per lei. Merita un uomo che la ami, che la voglia tra le braccia nel cuore della notte. Merita di essere felice come tu vuoi esserlo. Per qualche ragione te ne sei andato anni fa. Tutto quello che fai ora è chiudere la porta alle tue spalle».
E chiudere la porta all'infelicità è il passo fondamentale che dobbiamo compiere prima di aprire la porta successiva alla gioia." (Sarah Ban Breathnach, da "Qualcosa di più")
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martedì 11 giugno 2013

Aforismi sull'amore

Nel mondo c'è più fame d'amore che di pane.
(Madre Teresa di Calcutta)
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Non assomigli più a nessuna da quando ti amo.
(Pablo Neruda)
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L'amore è un concetto estensibile che va dal cielo all'inferno, riunisce in sé il bene e il male, il sublime e l'infinito.
(Carl Gustav Jung)
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Segno certo d'amore è desiderare di conoscere, rivivere l'infanzia dell'altro.
(Cesare Pavese)
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Amare vuol dire cercare consciamente quel che ci è mancato e ritrovare spesso inconsciamente quel che abbiamo già conosciuto.
(Olivier)
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Ride delle cicatrici d'amore, chi non ha mai provato una ferita.
(William Shakespeare)
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Si ama solo cio' che non si possiede del tutto.
(Marcel Proust)
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Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo.
(Robin Norwood)
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L'amore non è un problema, come non lo è un veicolo: problematici sono soltanto il conducente, i viaggiatori e la strada.
(Franz Kafka)
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E' vero che non conosciamo ciò che abbiamo, prima di perderlo ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
(Paulo Coelho)
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L'amore che tranquillizza il cuore in pace piena, regalami.
(Rabindranath Tagore)
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lunedì 10 giugno 2013

Perché disperarsi per il bozzolo quando la farfalla prende il volo? Un pensiero di Deng Ming-Dao sull'ultima soglia


"La morte è una delle poche certezze della vita, eppure la temiamo.
Con grande immaturità neghiamo la sua presenza e ci rifiutiamo di prenderla in considerazione. Nella vita, dove solo pochissime cose sono abbastanza stabili da costituire dei veri punti di riferimento, la morte è una garanzia.
Non si tratta di una fine, ma di una trasformazione. Ciò che muore è soltanto il nostro senso di identità, da sempre falso. La morte è la soglia di questa vita: al di là di essa vi è qualcos'altro, un mistero. L'unica cosa di cui possiamo essere sicuri, è che non si tratta di nulla di simile a questa vita.
Non lasciamoci abbattere dall'ammissione che nessuno conosce veramente la morte. Il massimo che possiamo fare è avvicinarci ad essa attraverso una delle cosiddette esperienze di morte apparente, che, per definizione, non corrispondono alla morte reale. Oppure esaminare il cadavere di chi è già morto, ma in questo caso vedremo soltanto che, chiunque o qualunque cosa animasse il corpo fino a poco prima, ora non c'è più. Quel cadavere è davvero il nostro amico morto? No. Chiunque egli fosse da vivo, ora non c'è più. A che pro disperarsi dunque per un guscio vuoto chiuso in una bara?
La morte definisce i limiti della vita. Entro tali limiti esiste la base su cui fondare le nostre decisioni. (...)"
(Deng Ming Dao, Il Tao per un anno)

venerdì 7 giugno 2013

Per la settima regola della serenità (Essere in sintonia con la natura e le creature viventi) - e un po' anche per la prima (Coltivare la gratitudine) - una poesia di Erri de Luca

Essere in sintonia con la natura e le creature viventi implica il riconoscimento di un valore in ogni forma di vita o di fenomeno naturale, in tutto ciò che di animato o inanimato ci circonda nell'universo. A volte  il riconoscimento di questo valore conduce all'idea di una grande forza creatrice, che per alcuni si chiama Dio e per altri invece no.
Per gli uni e per gli altri, tutti partecipi del medesimo stupefacente universo, l'augurio di riuscire comunque a riconoscerne sempre (e anche a goderne) il grande Valore e una poesia di Erri de Luca su ciò che lui stesso considera Valore.
Valore
di Erri de Luca
***
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello 
che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov'è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.