lunedì 30 marzo 2015

Ridurre lo stress e coltivare la serenità con la Mindfulness


La Mindfulness, per dirla con Jon Kabat-Zinn, ideatore del programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction),  è la consapevolezza che emerge quando prestiamo attenzione intenzionalmente, momento per momento, alla nostra esperienza presente, senza giudizio e con un atteggiamento di apertura, curiosità, accettazione.
Praticare la consapevolezza, dice una bella metafora tibetana, è un riportare la mente a casa.
La mente infatti, se lasciata a se stessa e non coltivata, reagisce volubilmente a qualsiasi stimolo la colpisca, sballottata da un pensiero all'altro, da una emozione all'altra, da un conflitto all'altro, e trascinata da desideri continui. I nostri stessi comportamenti a volte tradiscono uno stato di non presenza, come quando facciamo le cose distrattamente (con la mente altrove), come se avessimo il pilota automatico inserito, oppure agiamo d'impulso come diretta reazione ad una provocazione esterna, ma senza che il comportamento in sé rispecchi veramente noi stessi e ciò che avremmo desiderato fare assecondando i nostri valori.
Fermarci ogni tanto, fare silenzio, meditare vuol dire uscire dalla modalità del fare (dal reagire automatico agli stimoli) ed entrare nella modalità dell'essere, dove dimoriamo saldamente nel momento presente, permettendo che la consapevolezza e l'attenzione si orientino verso l'esplorazione interiore della natura delle sensazioni fisiche, emotive e cognitive che si rivelano momento per momento.
La Mindfulness può insegnarci così un modo nuovo di rapportarci alle esperienze della vita, che riduce la nostra sofferenza, modifica il modo in cui rispondiamo alle difficoltà e prepara il terreno per una trasformazione personale positiva. Il che in definitiva ci rende anche più liberi di fare scelte di valore e in cui crediamo, perché meno portati a reagire automaticamente alle situazioni e anche a lasciarci trascinare dal vortice delle attività quotidiane che ci allontana dall'ascolto di ciò che sentiamo, e rischia di allontanarci da ciò che realmente vogliamo e che ha valore per noi.
La Mindfulness, per dare i suoi frutti, richiede una pratica ripetuta nel tempo. I suoi effetti sono infatti cumulativi e bisogna essere disponibili a dedicare ad essa un po' di tempo ogni giorno, divenendo in prima persona parti attive della cura di noi stessi e responsabili del nostro benessere.
Le pratiche in particolare si dividono in due tipi: pratiche di meditazione formale e pratiche informali.
Nelle prime si tratta di dedicare del tempo ai nostri esercizi di meditazione, come faremmo se si trattasse di esercizi di ginnastica; qui la ginnastica è di tipo mentale, ed ha le sue regole, che noi osserveremo quotidianamente con una gentile (ma ferma) disciplina. Per esempio, staremo seduti per un certo numero di minuti portando la nostra attenzione sul respiro e poi riportandola ancora ad esso ogni volta che ci rendiamo conto che la nostra mente vaga. Gli oggetti su cui portiamo l'attenzione possono essere anche sensazioni fisiche (un prurito, un dolore, un suono) o emotive, così come si manifestano nel corpo (come tensione nel petto associata alla rabbia, o nodo alla gola derivante da tristezza).
Nelle pratiche informali, invece, ricorderemo semplicemente a noi stessi, di tanto in tanto durante la nostra vita ordinaria, di prestare attenzione a ciò che sta accadendo al momento, senza modificare le nostre abitudini. Per esempio, quando suona il telefono, all'inizio proviamo solo ad ascoltare il suono che fa, prestando attenzione al tono e al ritmo del suono, come se fosse uno strumento musicale (anche se poi, certo, rispondiamo...); oppure mentre ci laviamo i denti, portiamo la nostra attenzione su tutte le sensazioni fisiche che l'esperienza comporta, dal sapore del dentifricio, alla temperatura dell'acqua o al contatto delle setole sulle gengive, prendendo anche atto degli eventuali pensieri, sensazioni ed emozioni che spostano la nostra attenzione dall'attività che stiamo facendo. In tal caso, come in tutte le pratiche, senza opporre ad essi resistenza, semplicemente li riconosciamo e li lasciamo andare, tornando a portare l'attenzione sul nostro compito.
Scopo fondamentale della Mindfulness è infatti la consapevolezza dell'esperienza interiore, che include le normali deviazioni dell'attenzione e la normale tendenza ad essere distratti da pensieri, immagini, idee, ricordi, giudizi, preoccupazioni, anticipazioni del futuro ed in genere da eventi che attirano l'attenzione distogliendola dall'oggetto principale.
Questo significa che non sbagliamo la meditazione quando distraiamo l'attenzione dall'oggetto prescelto (es.dal respiro), perché l'esercizio è proprio accorgersi che ciò avviene (un pensiero per esempio ci ha rapiti) e ricominciare da dove abbiamo lasciato, riportando l'attenzione ancora e poi ancora sull'oggetto prescelto.
La sequenza di focalizzazione, divagazione e rifocalizzazione è cioè lo specifico "allenamento" della Mindfulness che promuove la consapevolezza e la percezione dalla propria attività mentale in quanto tale.
Le pratiche di Mindfulness affondano le loro radici negli antichi insegnamenti della spiritualità orientale (Buddismo, Zen, Yoga), riprendendo in particolar modo aspetti propri della meditazione Vipassanā che, a differenza di altre forme di meditazione, non è finalizzata al raggiungimento di stati di assorbimento meditativo e non ha un carattere astrattivo, ma tende piuttosto a sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali.
In protocolli mindfulness-based proposti in ambito psicologico (a cominciare  dal primo e più famoso, l'MBSR - Mindfulness-Based Stress Reduction,  modello di riferimento anche per gli altri) , pur attingengo ad ampie mani da quegli insegnamenti, si limitano ad accoglierne solo gli aspetti strettamente connessi al benessere psico-fisico. Ciò significa che accostarsi alla Mindfulness e alle sue pratiche non implica per noialtri l'adesione agli insegnamenti spirituali, religiosi e in senso ampio culturali propri delle tradizioni orientali da cui dette pratiche derivano.
Per dirla in parole semplici, chi pratica la Mindfulness sotto la guida di uno psicologo non mira a raggiungere l'illuminazione, ma semplicemente un po' più di consapevolezza, e quindi ricorre a queste pratiche per prendersi cura di sé e del proprio  benessere psicologico.
Al tempo stesso, una differenza fondamentale tra la consapevolezza di tipo Mindfulness e quella che viene cercata attraverso altre strade offerte dalla psicologia, è che qui si fa pochissimo uso della parola (il silenzio molto spesso accompagna la pratica), e non si va a scavare nel nostro passato per acquisire una consapevolezza retroattiva circa le origini di ciò che troviamo oggi, nel nostro presente.
Lavoriamo insomma con ciò che c'è per come è e lo prendiamo così com'è, senza soffermarci sul perché è così, su dove trova le sue origini, su come le cose sarebbero potute o dovute essere, o su come sarebbe meglio che fossero oggi.
La nostra mente probabilmente sarà molto tentata di portarci su considerazioni del genere; e anzi,  quasi sicuramente lo farà. Ma  noi, come al solito, faremo semplicemente questo: riconosceremo che lei funziona così, lo accetteremo perché è proprio così, e con gentilezza (ma anche con fermezza), riporteremo la nostra attenzione sull'oggetto prescelto della nostra pratica meditativa.
La pratica  così ci aiuterà a rendere la nostra mente via via sempre più calma e lucida, a sciogliere le emozioni difficili, e ad entrare in contatto con la realtà così come essa effettivamente è e non come a volte ci appare attraverso il filtro delle emozioni difficili e dei pensieri intrusivi.


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sabato 21 marzo 2015

Vivere una vita di valore accettando il "mal di mare" che comporta

Quando mi chiedono cosa significhi "Ciò che si muove non congela", di solito rispondo che la cosa migliore è scoprirlo da sé; infatti è una formula che si presta a varie interpretazioni.
Ciò non toglie che questa frase abbia per me anche un senso, per così dire, elettivo.
È il mio motto nei piccoli e grandi terremoti della vita, per esempio, e serve a ricordarmi che il desiderio di mantenere fermo e immutabile il nostro mondo è un desiderio contro natura (più simile a un desiderio di morte che di vita).
Siamo nati e viviamo in un pianeta che gira, e non solo in senso metaforico: gira proprio materialmente, sotto i nostri piedi, portandoci in giro con sé.
Ma a prescindere da ciò, è proprio essere vivi che ha a che fare sempre con qualche forma di movimento.
Il sangue ci scorre nelle vene, il respiro entra ed esce dal nostro corpo, i pensieri vanno e vengono dalla nostra mente, le emozioni emergono e vagano tra mente e corpo.
Ogni alimento che ingeriamo genera nel nostro corpo una serie di movimenti interni per digerirlo.
La conservazione stessa della nostra specie è affidata a faccende movimentate: dall'atto sessuale alle contrazioni del parto.
E ciò senza contare tutti i movimenti che hanno a che fare con il naturale  crescere, maturare e invecchiare di ciascuno di noi, e i tanti cambiamenti che viviamo anche in famiglia, quando i vari membri vanno, vengono, crescono, maturano, invecchiano.
Per cui la questione diventa: è mai possibile che tutto questo movimento non ci provochi nemmeno un po' di... mal di mare?
Stando ai risultati di ricerca su Google, la frase Ciò che si muove non fa venire il mal di mare non l'ha mai detta nessuno. E forse un motivo ci sarà. 
Ma, a parte ciò, è la frase Ciò che si muove non congela, che sembra dirci una cosa precisa: e cioè che il movimento ed il cambiamento sono cose da vivi e non da morti. E che anche il mal di mare lo è.
Uscire dal movimento significa morire, congelare. E una volta morti il problema del mal di mare non ce l'avremo più.
Tutto questo solo per dire che qualche forma di mal di mare, prima o poi, tocca a tutti.
Fa parte della nostra normalità, del semplice fatto di essere umani e di essere vivi.
La questione quindi non è "come scansare il mal di mare", ma come vivere una vita di valore nonostante la dose di mal di mare che ogni viaggio comporta.

Quando lavoro con le persone, si pone spesso la questione di cosa esse desiderano davvero nella vita, cosa è veramente importante per loro, e come fare per costruire, mattone dopo mattone, una vita ricca, piena e significativa.
Per far questo è importante entrare in contatto con i più profondi desideri del nostro cuore, con i nostri valori personali, e fare di essi la bussola della nostra vita, lasciando che ci guidino verso i cambiamenti che intendiamo attuare e le mete che intendiamo raggiungere.
Questo non esclude però che potremmo trovare ostacoli, durante la nostra avventura, e non ci garantisce nemmeno che andrà sempre tutto liscio e che non avremo momenti di crisi.
Nessun essere umano è del tutto immune da eventi, sensazioni ed emozioni spiacevoli, e considerare la felicità come uno stato costante di sole sensazioni ed emozioni piacevoli è illusorio (ed è anche un condannare se stessi all'infelicità, perché quel tipo di felicità, come stato permanente e definitivo, è irraggiungibile).
È invece possibile accedere ad una visione più ampia e più saggia di felicità, che  riesce a comprendere in se stessa sia il piacere sia il dolore del vivere, ma senza consentire a quest'ultimo di ostacolarci, impedendoci di  procedere nella direzione che abbiamo scelto (quella indicata dai nostri valori personali).
Quando riusciamo ad accettare serenamente una ragionevole quota di dolore nella nostra vita, diventiamo molto più forti e molto più capaci di credere in noi stessi e nei nostri sogni. La posta in gioco, per noi, può essere infatti più alta del dolore che dobbiamo attraversare e riguardare il valore stesso della nostra vita. Riuscire a portare alla luce gli aspetti migliori della nostra natura, entrare in contatto profondo con ciò che per noi è davvero importante, vivere seguendo le indicazioni dettate dai nostri  personalissimi valori: è tutto questo che ci fa sentire bene e in pace con noi stessi e ci dà il senso che stiamo vivendo una vita di valore, indipendentemente da cosa pensano gli altri e da come andranno le cose.
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Ma il "mal di mare"?
Quello lo possiamo affrontare con la Mindfulness.
E passa?
Di questo parleremo diffusamente nel prossimo post (clicca qui).
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Intanto vi anticipo che, proprio per riuscire a lavorare meglio nel counseling e nel life coaching, tenendo a bada le interferenze di pensieri ed emozioni spiacevoli, sto insegnando abilità di Mindfulness a molte persone, durante i percorsi individuali. Poiché i risultati sono stati finora molto soddisfacenti, è probabile che presto  verrà costituito un gruppo dedicato proprio all'apprendimento di abilità di Mindfulness, a prescindere dal fatto che si segua anche un persorso di counseling o life coaching con me.










domenica 22 febbraio 2015

Da Antologia di Spoon River: George Gray.



Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.


Edgar Lee Master



giovedì 19 febbraio 2015

I sospiri delle donne. Un pensiero di Sarah Ban Breathnach


"Le donne sospirano per non urlare. Ci sono diverse occasioni, nell'arco della giornata, in cui urlare è la reazione più appropriata. Tuttavia, da queste parti urlare è considerato sconveniente.
Così sospiriamo.
Prima inspiriamo, velocemente, bruscamente, inalando la realtà, riconoscendo l'attuale situazione - la seccatura o la delusione del momento, il confronto o la sfida, la lunga attesa o la mancanza di cooperazione.
Tratteniamo un istante il respiro.
Poi espiriamo, lentamente, profondamente, emettendo e lasciando andare la nostra reazione iniziale - lo sgomento, l'impazienza, il fastidio, la delusione, il rimorso. Buttandola fuori. Lasciandola andare.
Il sospiro è un tacito voto di accettazione - "riprendersi" e andare avanti.
Le donne che vivono con una persona significativa e/o con figli sospirano più delle loro sorelle solitarie perché devono affrontare un maggior numero di preferenze, bisogni, desideri, volontà ed esigenze, se vogliono uno stato di distensione nella vita di tutti i giorni. Si piegano di più per non spezzarsi.
Così, se oggi provi il bisogno di sospirare, mi raccomando, respira lentamente e profondamente. Respira espressivamente. Pensa al sospiro come aria calda che ti fa essere all'altezza della situazione.
L'aria calda, se imprigionata, prima o poi esplode, e il vapore può bruciare. Ma il vapore che viene fatto deliberatamente fuoriuscire da una valvola di sicurezza può essere convertito in energia creativa.
Quindi sospira senza esitazione. Sospira senza sensi di colpa. Sospira senza imbarazzo. Sospira con piacere.
Sospirate ancora, signore, sospirate ancora."
(Sarah Ban Breathnach, L'incanto della vita semplice)  


domenica 15 febbraio 2015

Mettere la parola fine a una storia importante


Quando una storia d'amore è stata importante, il suo venir meno è un difficile passaggio, non solo per chi lo subisce e si considera abbandonato, ma anche per chi si assume la responsabilità della decisione di troncare.
La fine di una relazione, a qualunque causa sia dovuta, ci costringe a fare i conti con un vissuto di svuotamento e di perdita di senso.
Essa è assimilabile, per certi versi, ad un'esperienza di morte o di fallimento: ci sono dimensioni di perdita con cui ognuno deve fare i conti, c'è un dolore da attraversare, e ciò a prescindere dal fatto che si sia già avviato o meno un nuovo rapporto.
Ci troviamo inevitabilmente anche a fare bilanci, a mettere in discussione noi stessi, la nostra vita, il modo in cui abbiamo affrontato le circostanze.
Cominciamo a chiederci dove abbiamo sbagliato, di chi è la colpa di come sono andate le cose, quali fattori hanno segnato l'inizio della fine, se potevamo accorgercene per tempo e fare meglio o se meglio di così in realtà davvero non potevamo fare.
Nelle storie che durano, sperimentiamo un senso di sicurezza e di stabilità che ci pone al riparo dalla paura dell'impermanenza e della morte, e cioè in un certo senso dalla paura della vita stessa. Tutto cambia ed è incerto in questo mondo, tutto può finire da un momento all'altro, ma almeno sul nostro rapporto di coppia sappiamo di poter contare.
Così il mito dell'amore eterno apre la strada alla costruzione di altre certezze, a progetti di vita comune fondati sul desiderio di stati permanenti: il matrimonio, l'acquisto di una casa, la creazione di una famiglia. Tutte cose considerate solide, destinate a durare, la cui immagine interiorizzata dentro di noi ci offre appigli precisi che ci consentono di non vacillare sotto il peso di domande come: chi sono? che ne sarà di me? come proteggerò le mie aree vulnerabili dalle minacce dell'esistenza?
Nelle storie che durano barattiamo volentieri questo senso di sicurezza e di stabilità con la tolleranza delle piccole e grandi frustrazioni che l'amore riserva sui tempi lunghi. Impariamo a conoscere l'altro nel bene e nel male, ci abituiamo a convivere con i suoi lati buoni e meno buoni, gli offriamo di rimando il nostro pacchetto completo di vizi e virtù, e traiamo dal rapporto un nutrimento che ci sostiene, anche se non tutte le portate del menu sono di nostro gradimento (meglio questo, pensiamo, che stare digiuni).
La costruzione di questa specie di fortezza protettiva può costituire un freno potente rispetto al cambiamento anche quando diventiamo consapevoli  che nel nostro rapporto sono più le cose che non vanno rispetto a quelle che ci danno gioia, e che del vecchio sentimento che ci legava all'altra persona non sono rimasti che vuoti gesti dettati dall'abitudine.
Decidere di troncare ci metterebbe di fronte all'assunzione di una pesante responsabilità: potremmo commettere un terribile errore e gli scenari delle possibili conseguenze della nostra scelta possono farci molta paura.
Se poi a prendere la decisione è uno solo dei membri della coppia, c'è da fare i conti con il senso di colpa connesso all'assunzione di un ruolo da "distruttore" (del legame di coppia, dei progetti di vita comune, dell'unità del gruppo familiare), che suona un po' come quello del "cattivo" della situazione. Chi prende la decisione infatti sente di attuare bene o male un atto di violenza, un taglio che in varia misura può produrre dolore al partner, ai figli se ci sono, e in fondo anche a se stesso. Fuori del rapporto, infatti, anche chi ha preso la decisione, dovrà fare i conti con una ridefinizione della propria identità e sperimentarsi diverso da prima, in tutti gli ambiti e le situazioni - anche sociali - che fino a quel momento aveva vissuto come membro della coppia.
Ogni relazione importante imprime dentro di noi una traccia indelebile di ciò che abbiamo vissuto, che fa parte della nostra evoluzione psicologica. Anche per questo non è facile gestire il pacchetto emotivo che accompagna la fine di un rapporto significativo.
Quando si sta dentro ad una relazione ancora viva solo nella forma, ma già conclusa nella sostanza, il dubbio se sia meglio troncare o resistere non è di facile soluzione e ci mette di fronte ai limiti del nostro coraggio. Ce la facciamo a reggere l'incertezza che ci aspetta fuori del solco già tracciato? Ce la facciamo a reggere l'idea che potremmo non trovare un altro equilibrio simile a quello che lasciamo? Ce la facciamo a reggere la prospettiva della solitudine? Ce la facciamo a reggere tutti gli strascichi del senso di colpa della distruzione del passato, fino a che la costruzione del nuovo non avrà preso una forma abbastanza soddisfacente da giustificare tutto il terremoto?
Nessuno può decidere per noi. La vita di ciascuno rispecchia il suo modo di essere, il suo stile, i suoi valori, le sue personali attitudini, risorse, limiti. Ogni vita può essere una storia di valore, sia che i suoi eroi abbiano dato prova di capacità di resistenza nelle difficoltà, sia che abbiano dato prova di coraggio nel determinare cambiamenti grandi e difficili.
Un edificio cadente (come un rapporto di coppia che sembra non poter reggere più) tante volte riesce a sopravvivere per anni e anni, mantenendosi misteriosamente in piedi così com'è, senza crollare, e dando comunque un qualche rifugio dalle intemperie a chi lo abita; oppure può restare in vita giovandosi di interventi di consolidamento e restauro, che possono migliorare la situazione, valorizzando ciò che di buono ancora esisteva, anche se a un certo punto non si vedeva più;  o ancora può essere abbattuto del tutto per fare spazio alla costruzione di un edificio completamente nuovo, nella consapevolezza che in questo caso bisognerà investire forze e risorse nell'attuazione dell'intera impresa, e tollerare anche le difficoltà della fase intermedia - quella tra la demolizione dell'edificio  vecchio che non c'è più e la costruzione di quello nuovo che non c'è ancora -  che comporterà momenti di vuoto, di mancanza di riferimenti e appigli, e di resa dei conti rispetto alle nostre reali forze e alla nostra capacità di tollerare la solitudine. Si tratterà infatti  di gestire non solo una solitudine esteriore e oggettiva, ma anche un senso di solitudine interiore, connesso a quel senso di morte che, come si diceva all'inizio, può accompagnare dentro di noi la fine delle nostre relazioni importanti.
«Le risposte della nostra anima a questo complesso intreccio di sentimenti sono sempre individuali - ci ricorda Aldo Carotenuto, nel suo libro Il gioco delle passionie, proprio per questa ragione, non può esistere una formula universale per affrontare serenamente le separazioni.
In ogni caso, però, è fondamentale non pensare mai di "aver solo perso del tempo", e considerare ogni momento trascorso con l'altra persona come un passo importante della nostra evoluzione psicologica.» 



sabato 14 febbraio 2015

Lettera di John Steinbeck al figlio (quattordicenne) innamorato


New York, 10 novembre 1958
«Caro Thom, 
abbiamo ricevuto la tua lettera questa mattina. Ti risponderò dal mio punto di vista e di certo Elaine farà lo stesso.
Primo, se sei innamorato, è una buona cosa, praticamente la miglior cosa che ti possa capitare. Non permettere che nessuno la sottovaluti o sminuisca.
Secondo, ci sono molti tipi di amore. C’è uno egoista, meschino, rapace e cattivo che usa l’amore per darsi importanza. Questo è il tipo di amore più brutto e che rende deboli. L’altro invece è una fuoriuscita di tutte le cose buone che hai dentro di te - di gentilezza, considerazione e rispetto - non solo il rispetto delle buone maniere, ma il rispetto più grande, che è riconoscimento dell’altra persona nella sua unicità e valore. Il primo tipo di amore può farti star male, renderti piccolo e debole ma il secondo può far nascere in te una forza, un coraggio, una bontà e perfino una saggezza che non credevi di avere.
Hai detto che non si tratta di una cotta. Se provi sentimenti così profondi, certamente non è una cotta.
Ma non credo tu mi stessi chiedendo di dirti quello che provi. Lo sai meglio tu di chiunque altro. Quello che mi hai chiesto è di aiutarti a capire cosa fare. E questo, posso dirtelo.
Rallegratene e sii felice e grato.
L’oggetto dell’amore è il migliore e il più bello. Cerca di esserne all’altezza.
Se ami qualcuno, dirlo non può fare alcun male, ti devi soltanto ricordare che certe persone sono timide e quindi nel dirlo dovrai tenerne conto.
Le ragazze sanno come capire e sentire le cose che tu senti, ma di solito preferiscono anche sentirselo dire.
Può succedere che quanto senti non sia ricambiato, per una ragione o per l’altra, ma ciò non renderà i tuoi sentimenti meno veri e belli.
Per finire, so cosa provi perché lo provo anch’io, e sono felice per te.
Ci farà piacere conoscere Susan. Sarà la benvenuta. Ma a questo ci penserà Elaine, perché è il suo terreno e ne sarà felicissima. Anche lei conosce l’amore e forse saprà aiutarti più di me.
E non avere paura di perdere. Se deve succedere, succederà. La cosa più importante è non avere fretta. Le cose belle non scappano via.
Con amore.
Pa».


sabato 7 febbraio 2015

DON CHISCIOTTE, di Francesco Guccini


[ Don Chisciotte ]
Ho letto millanta storie di cavalieri erranti,
di imprese e di vittorie dei giusti sui prepotenti
per starmene ancora chiuso coi miei libri in questa stanza
come un vigliacco ozioso, sordo ad ogni sofferenza.
Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia,
ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia;
proprio per questo, Sancho, c’è bisogno soprattutto
d’uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto:
vammi a prendere la sella, che il mio impegno ardimentoso
l’ho promesso alla mia bella, Dulcinea del Toboso,
e a te Sancho io prometto che guadagnerai un castello,
ma un rifiuto non l’accetto, forza sellami il cavallo!
Tu sarai il mio scudiero, la mia ombra confortante
e con questo cuore puro, col mio scudo e Ronzinante,
colpirò con la mia lancia l’ingiustizia giorno e notte,
com’è vero nella Mancha che mi chiamo Don Chisciotte…

[ Sancho Panza ]
Questo folle non sta bene, ha bisogno di un dottore,
contraddirlo non conviene, non è mai di buon umore…
È la più triste figura che sia apparsa sulla Terra,
cavalier senza paura di una solitaria guerra
cominciata per amore di una donna conosciuta
dentro a una locanda a ore dove fa la prostituta,
ma credendo di aver visto una vera principessa,
lui ha voluto ad ogni costo farle quella sua promessa.
E così da giorni abbiamo solo calci nel sedere,
non sappiamo dove siamo, senza pane e senza bere
e questo pazzo scatenato che è il più ingenuo dei bambini
proprio ieri si è stroncato fra le pale dei mulini…
È un testardo, un idealista, troppi sogni ha nel cervello:
io che sono più realista mi accontento di un castello.
Mi farà Governatore e avrò terre in abbondanza,
quant’è vero che anch’io ho un cuore e che mi chiamo Sancho Panza…

[ Don Chisciotte ]
Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all’aurora:
per i primi è indifferenza e disprezzo dei valori
e per gli altri è riluttanza nei confronti dei doveri !
L’ingiustizia non è il solo male che divora il mondo,
anche l’anima dell’uomo ha toccato spesso il fondo,
ma dobbiamo fare presto perché più che il tempo passa
il nemico si fà d’ombra e s’ingarbuglia la matassa…

[ Sancho Panza ]
A proposito di questo farsi d’ombra delle cose,
l’altro giorno quando ha visto quelle pecore indifese
le ha attaccate come fossero un esercito di Mori,
ma che alla fine ci mordessero oltre i cani anche i pastori
era chiaro come il giorno, non è vero, mio Signore ?
Io sarò un codardo e dormo, ma non sono un traditore,
credo solo in quel che vedo e la realtà per me rimane
il solo metro che possiedo, com’è vero… che ora ho fame !

[ Don Chisciotte ]
Sancho ascoltami, ti prego, sono stato anch’io un realista,
ma ormai oggi me ne frego e, anche se ho una buona vista,
l’apparenza delle cose come vedi non m’inganna,
preferisco le sorprese di quest’anima tiranna
che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti,
ma ti apre nuovi occhi e ti accende i sentimenti.
Prima d’oggi mi annoiavo e volevo anche morire,
ma ora sono un uomo nuovo che non teme di soffrire…

[ Sancho Panza ]
Mio Signore, io purtoppo sono un povero ignorante
e del suo discorso astratto ci ho capito poco o niente,
ma anche ammesso che il coraggio mi cancelli la pigrizia,
riusciremo noi da soli a riportare la giustizia ?
In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre,
dove regna il “capitale”, oggi più spietatamente,
riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero
al “potere” dare scacco e salvare il mondo intero ?

[ Don Chisciotte ]
Mi vuoi dire, caro Sancho, che dovrei tirarmi indietro
perchè il “male” ed il “potere” hanno un aspetto così tetro ?
Dovrei anche rinunciare ad un po’ di dignità,
farmi umile e accettare che sia questa la realtà ?

[ Insieme ]
Il “potere” è l’immondizia della storia degli umani
e, anche se siamo soltanto due romantici rottami,
sputeremo il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte:
siamo i “Grandi della Mancha”,
Sancho Panza… e Don Chisciotte !




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lunedì 2 febbraio 2015

Mitologia e Psicologia. 10) La "sacra casalinghitudine": un incontro con Estia

"Riordinare la casa è la mia preghiera, e quando ho finito, la mia preghiera viene esaudita.
 E piegarmi, abbassarmi, strofinare mi purifica il corpo come la preghiera non può fare." 
(Jessamyn West)
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Estia (per i romani Vesta) era la figlia primogenita di Rea e Crono nonché sorella maggiore di Zeus. Prima tra i fratelli ad essere divorata dal padre alla nascita ed ultima ad esserne rigurgitata, fu l'unica a conoscere la solitudine nel buio delle viscere paterne.
Di lei la mitologia non dice molto, perché non fu mai coinvolta in guerre o in storie d'amore.
Fu desiderata da Poseidone, dio del mare, e da Apollo, dio del sole, ma li rifiutò entrambi giurando di restare vergine per sempre. Zeus allora, in luogo del dono di nozze, le concesse il privilegio di stare al centro della casa e nei templi degli altri dei, come custode del fuoco.
Il suo simbolo era il cerchio e rotondi erano infatti i primi focolari nelle case ed i bracieri al centro dei templi.
Non le si attribuiva un aspetto esteriore caratteristico; la sua presenza in un luogo si avvertiva nella fiamma posta al centro di una casa, di un tempio o di una città, come fonte di luce, tepore e calore per la cottura dei cibi.
La sua importanza veniva celebrata con vari rituali simbolizzati dal fuoco.
Per esempio, se una coppia si sposava, la madre della sposa accendeva una torcia sul focolare della propria casa e la portava nella nuova dimora, per accendere il nuovo focolare. Allo stesso modo, se si fondava una nuova comunità, vi si portava il fuoco proveniente dalla città d'origine.
In tal modo Estia seguiva come fuoco sacro le nuove coppie e le nuove comunità, simbolizzando continuità, interdipendenza, coscienza condivisa e identità comune, che restavano sempre in vita come il fuoco, nonostante i cambiamenti.
Spesso Estia compariva nelle case in compagnia di Ermes (Mercurio), messaggero degli dei, dio della parola, loquace e astuto, protettore di viaggiatori, mercanti e ladri.
Il focolare di Estia stava all'interno della casa, e la rendeva il luogo sacro dove la famiglia si riuniva, il luogo dove fare ritorno a casa.
Il simbolo di Ermes, invece, un pilastro fallico, stava sulla soglia di casa, a portare fertilità e tenere lontano il male, ma anche a proteggere sulla soglia chi partiva e andava nel mondo, dove la capacità di comunicare e orientarsi sono importanti. 
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Ci sono donne per le quali le occupazioni domestiche rappresentano qualcosa di più significativo del semplice sbrigare le faccende, quasi che riordinando la propria casa mettessero ordine anche  dentro di sé.
Quando una donna prova un senso di armonia interiore nello svolgere i lavori domestici, è in contatto con un aspetto di sé ben rappresentato dall'archetipo di Estia, dea del focolare domestico.
La cura della casa, allora, non è più per lei un'incombenza da assolvere sbrigativamente giusto perché le tocca, ma assume i toni di una pratica meditativa, da cui viene totalmente assorbita, in quieta solitudine e senza frenesia.
"Quando Estia è presente", dice Jean Shinoda Bolen nel suo libro Le dee dentro la donna, "la donna si dedica ai lavori della casa con la sensazione di avere davanti a sé tutto il tempo possibile. Non tiene d'occhio l'orologio, perché non si muove sulla base di un orario e non 'inganna il tempo'. Si trova quindi in quello che i greci chiamavano kairos, tempo propizio: 'sta partecipando al tempo', e ciò la nutre psicologicamente (come succede in quasi tutte le esperienze dove perdiamo il senso del tempo). Mentre smista e ripiega la biancheria, rigoverna i piatti e mette in ordine, non ha fretta, ed è pacificamente concentrata in ogni cosa che fa."
Anche se non siamo delle vere 'casalinghe estiane', può capitare a tutte noi di entrare occasionalmente in contatto con le dimensioni rappresentate da questa dea. Quando passiamo una giornata a riordinare un armadio, per esempio, l'attività può assorbirci completamente: dividiamo lentamente i vestiti, riflettiamo su quali conservare, quali mettere via, quali regalare, ricordiamo e prevediamo eventi,  facciamo una cernita non solo delle nostre cose ma anche di ciò che riguarda noi stesse. Alla fine abbiamo un armadio ordinato, che è un po' l'immagine di noi stesse in quel momento, e anche la sensazione di una giornata spesa bene, 'in compagnia della dea', vale a dire di quella nostra parte interiore, silenziosa e concentrata. 
"Cercando deliberatamente di incontrare Hestia nella vita di tutti i giorni, facendoci influenzare nel comportamento dalla sua presenza quieta, calma e ordinata, possiamo arrivare alla consapevolezza che c'è un sacro Mistero nella quotidianità", dice Sarah Ban Breathnach, nel suo libro L'incanto della vita semplice. Ed aggiunge: "Ma come possiamo incontrare Hestia? Qualche volta, girando per casa, invoco il suo aiuto. Oppure mi domando: 'E' così che Hestia affronterebbe questo compito?'. Inutile dire che, se me lo chiedo, significa che non lo affronterebbe così; ma la domanda riporta la mia consapevolezza alla natura contemplativa della cura domestica."
Se Estia non è una presenza stabile dentro di noi ma desideriamo portare un po' della sua grazia nel nostro rapporto con la nostra casa, il primo passo è costituito dall'intenzione di assumere un atteggiamento estiano. "Dopo aver deciso una faccenda," suggerisce la dottoressa Bolen, "occorre darle tutto il tempo necessario. Stirare la biancheria, ad esempio, è un compito ripetitivo e molte donne lo fanno in tutta fretta e di malavoglia. Ma quando adotta la modalità Estia, la donna può accogliere di buon grado l'occasione di riporre gli abiti, come un momento per riposare la mente.
Perché Estia sia presente, occorre che la donna si dedichi a un compito alla volta, a una parte della casa o a una stanza alla volta, a una qualsiasi faccenda che pensi di poter svolgere tranquillamente nel tempo che ha a disposizione. E nell'esecuzione di quell'incombenza deve lasciarsi assorbire, come se stesse eseguendo la cerimonia del tè giapponese, con un senso di serenità in ogni movimento. Solo allora una pace interiore onnipervasiva sostituirà il consueto chiacchiericcio della sua mente. I livelli da raggiungere devono essere quelli che le corrispondono, il modo deve essere in accordo con quanto ha senso per lei."
Curare una casa con questo atteggiamento ne fa quasi un'attività spirituale; del resto il sacro fuoco di Estia ardeva sia sul focolare domestico sia nei templi e riflettere su Estia è anche focalizzare l'attenzione sull'interiorità, sul centro spirituale di una donna.
La percezione di un punto di riferimento interno (di un 'punto fermo' dentro di sé), può consentire a una donna di rimanere salda anche in mezzo al disordine, al caos del mondo esterno, e all'agitazione della vita di tutti i giorni. 
Il focolare di Estia, di forma circolare e con il fuoco al centro, è come un mandala, immagine usata nella meditazione come simbolo di completezza e totalità.
Nel suo scritto Simbolismo dei mandala,  Carl Gustav Jung dice a riguardo che il loro motivo di base "è l'idea di un centro della personalità, di una sorta di punto centrale all'interno dell'anima al quale tutto sia correlato, dal quale tutto sia ordinato e il quale sia al tempo stesso fonte di energia. L'energia del punto centrale si manifesta in una coazione quasi irresistibile, in un impulso a divenire ciò che si è; così come ogni organismo è costretto, quali che siano le circostanze, ad assumere la forma caratteristica della propria natura. Questo centro non è sentito né pensato come Io, ma, se così si può dire, come Sé."
"Il Sé", commenta a sua volta Jean Shinoda Bolen, "è ciò che sperimentiamo internamente quando sentiamo un rapporto di unità che ci collega all'essenza di tutto ciò che è fuori di noi. [...] Quando ci sentiamo in contatto con una fonte interna di calore e di luce (metaforicamente scaldate e illuminate da un fuoco spirituale), questo 'fuoco' scalda coloro che amiamo e con cui condividiamo il focolare e ci tiene in contatto con chi è lontano.
Il sacro fuoco di Estia ardeva nel focolare domestico e nei templi. La dea e il fuoco erano una sola cosa e univano le famiglie l'una all'altra, le città-stato alle colonie. Estia era l'anello di congiunzione spirituale fra tutti loro. Quando questo archetipo  permette la concentrazione sulla spiritualità, l'unione con gli altri è un'espressione del Sé.
[...] La meditazione attiva e rinforza questo archetipo introverso e polarizzato sul mondo interno e, una volta iniziata, spesso diventa una pratica quotidiana, perché dà un senso di completezza e concentrazione, una sorgente interna di pace e di illuminazione, che apre la strada alla dimensione Estia.
Alcune donne, quando avvertono la presenza della dea, sentono emergere la vena poetica. May Sarton, scrittrice e poetessa, dice che le è possibile scrivere soltanto quando si trova in uno stato di grazia, 'quando i canali profondi sono aperti e quando sono profondamente stimolati e in equilibrio - e anch'io lo sono - allora la poesia viene come un dono al di là della mia volontà'. Sta parlando di un'esperienza dell'archetipo del Sé, i cui sentimenti sono  sempre al di là dell'Io e dello sforzo, un dono di grazia."




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venerdì 30 gennaio 2015

Il respiro così com’è - Un discorso di CHRISTINA FELDMAN

Recentemente mi è capitato di leggere una vignetta in cui un monaco giovane e uno anziano sedevano insieme. Il monaco più giovane, con un’espressione alquanto ansiosa sul viso, aveva evidentemente appena chiesto qualcosa al monaco anziano; ma il fumetto non ci palesa la domanda. Riporta solo la risposta. Il monaco più anziano dice all’altro: “Dopo non accade nulla. È tutto qui!“.
A volte quando iniziamo a meditare vorremmo che ci venissero insegnate tutta una serie di tecniche emozionanti, esoteriche, trascendentali. Invece quello che sentiamo ripetere più e più volte è il semplice incoraggiamento a stare con il nostro respiro. Inspirare con consapevolezza ed espirare con consapevolezza. Sentiamo dire che quando la nostra attenzione divaga, tutto ciò che dobbiamo fare è ritornare alla semplicità del respiro. Di solito, stranamente, siamo disponibili a farlo per un certo periodo.
Ma forse pensiamo che si tratti di una pratica per principianti, preliminare, in cui ci esercitiamo prima che comincino le iniziazioni e le meditazioni veramente interessanti.Una domanda inizia a insinuarsi nella mente verso il secondo giorno: che cosa in realtà ci sia di così speciale nel respiro. Qualche volta ci scopriamo abbastanza disinteressati, annoiati, o scopriamo di essere diventati, come si suol dire, goal oriented. Ci poniamo degli obiettivi (goals) come: essere con 5 respiri di seguito, 10 respiri di seguito.
Oppure diventiamo piuttosto meccanici e scopriamo che è ben possibile essere consapevoli del respiro e nello stesso tempo cullarsi in meravigliose fantasticherie. Oppure ancora, cercando un po’ di divertimento, diventiamo assai creativi con il respiro e proviamo a scoprire… lo sapete… cosa succede quando inspiro da una narice ed espiro dall’altra.
Inutile dire che in tutti questi piccoli esperimenti stiamo in un certo senso perdendo di vista il punto importante. L’inizio della nostra vita è segnato dal primo respiro.
La fine del nostro respirare è anche la fine della nostra vita. La consapevolezza del respiro momento per momento è in realtà un potente accesso sia alla vita che alla liberazione. Nella consapevolezza del respiro impariamo alcune delle più grandi lezioni della nostra vita. Impariamo anche qualcosa sulla profondità di saggezza e di silenzio che è disponibile per noi. Respiriamo per imparare a stare svegli e partecipare alla nostra vita. Respiriamo per imparare a essere in intimo contatto con tutte le cose. Respiriamo per scoprire un sentiero che porti alla fine della sofferenza. E nella consapevolezza del respiro impariamo a lasciar andare.

Nella nostra pratica essenzialmente impariamo a respirare come un Buddha. Il Buddha una volta disse che nella consapevolezza del respiro si sviluppa una potente quiete che conduce alla pace e all’illuminazione. Quando coltiviamo la consapevolezza del respiro portiamo a compimento la saggezza. Insegnando la consapevolezza del respiro il Buddha iniziò con le istruzioni: quando inspirate profondamente, sappiate che state inspirando profondamente. Quando inspirate superficialmente, sappiate che state inspirando superficialmente. Questa qualità della conoscenza menzionata è una qualità di chiara connessione e chiara comprensione.Vedere il respiro così com’è veramente in ogni momento è un allenamento a imparare a vedere tutte le cose della nostra vita così come sono. Il Buddha istruiva: inspirando sperimentate il corpo intero nel respiro. Espirando sperimentate il corpo intero nel respiro. Quando rivolgiamo l’attenzione al respiro, rivolgiamo l’attenzione al momento presente. E scopriamo che il respiro è qualcosa di vivo, fluido, mutevole, proprio come ogni momento nella vita è vivo, fluido e mutevole. Non c’è nulla che rimanga fermo, nulla che rimanga lo stesso.
Questo è in realtà l’inizio di una grandissima comprensione dell’impermanenza. È un cambiamento nel nostro modo di essere con le cose. La comprensione dell’impermanenza è infatti uno dei più potenti insight. Ha il potere di apportare un cambiamento radicale a tutta la nostra vita. Come vivremmo se capissimo veramente che tutto cambia, che non c’è nulla che possiamo costringere a rimanere lo stesso, che non c’è nulla fuori o dentro di noi a cui possiamo veramente aggrapparci? Se lo abbiamo capito veramente in profondità, allora il nostro modo di porci in relazione con la vita cambia radicalmente.
Ci spostiamo dal tentare di controllare le cose al capire che cosa significa partecipare veramente alla vita e impegnarci con ogni momento proprio come esso è. Il movimento dal controllo alla partecipazione è anche un movimento dalla lotta alla pace. Molto spesso nella nostra pratica scopriamo di perdere contatto con il respiro.
Ci separiamo dal momento in cui ci separiamo dal respiro. In quei momenti percepiamo come, in modi molto simili, ci separiamo dalle persone, dalla vita, anche da noi stessi. Iniziamo a vedere cos’è che ci fa veramente separare. A volte è solo l’abitudine a essere impegnati, o a fantasticare. A volte ciò che veramente ci fa “divorziare” dal respiro e dal momento presente sono tutte le filastrocche di “piacere e dispiacere”, di “volere e rifiutare”, che assai spesso si esprimono con il termine “dovrebbe”. Notiamo il potere di questa parola nella pratica del respiro. Possiamo dire per esempio che il nostro respiro dovrebbe essere più profondo o più interessante. Col respiro la lista dei “dovrebbe” è in realtà abbastanza breve.
Ma ogni volta che la parola “dovrebbe” nasce, arriva insieme a un altro messaggio: ossia che qualcosa è sbagliato, inaccettabile nella nostra esperienza, in ciò che accade. Nel resto della nostra vita la lista dei “dovrebbe” infatti tende a essere molto più lunga. Come dovrei essere, come tu dovresti essere, come la vita dovrebbe essere. L’effetto è sempre lo stesso: con la parola “dovrebbe” arriva la resistenza, a volte il giudizio, ma di solito la separazione, la perdita di contatto. Con la parola “dovrebbe” arriva l’idea di successo e fallimento, di giusto e sbagliato. E naturalmente noi non mettiamo sempre in discussione i nostri “dovrebbe”. Al contrario, seguiamo il sentiero del controllo, cercando di rendere il respiro conforme alle nostre immagini e aspettative. Allo stesso modo lottiamo per rendere noi stessi, o le altre persone, o la vita, conformi alle nostre aspettative. Il risultato è sempre lo stesso: una specie di agitazione, di disagio. Possiamo essere in un certo senso abitudinari, quasi dipendenti dal controllo. Possiamo credere che se riuscissimo, almeno una volta, a far coincidere le cose con le nostre immagini, allora saremmo finalmente felici. Le istruzioni di osservare il respiro così com’è, che sia profondo o superficiale, notando il modo in cui continuamente cambia, sono una fortissima lezione di vita: un invito a lasciar perdere le nostre aspettative, le nostre idee su come le cose dovrebbero essere e trovare pace con ciò che è. È un invito a spostarsi da uno stato di separazione a un maggiore senso di unità e armonia.
Questo insegnamento di unità e armonia è centrale nella consapevolezza del respiro. Nell’essere consapevoli del respiro impariamo infatti a coltivare l’unità. Rivolgendo l’attenzione al respiro impariamo a raccoglierci e a conservare memoria di noi stessi. La pratica di consapevolezza è anche chiamata pratica di raccoglimento. Mentre raccogliamo l’attenzione in questo momento, stiamo in realtà imparando a integrare corpo, mente e cuore nel momento presente. Impariamo a essere affettivamente aperti piuttosto che frammentati. Incominciamo a vedere quante volte nella vita non siamo effettivamente tanto presenti. Talvolta tendiamo verso il futuro, anticipando un momento migliore o più perfetto. O talvolta ci rivolgiamo indietro al passato, a come le cose erano, liete o tristi. A volte, mentre cerchiamo di essere presenti, scopriamo di non sapere bene dove siamo, di avere come degli spazi vuoti. La campana finale suona e improvvisamente apriamo gli occhi, pensando che se qualcuno ci chiedesse: “Dov’eri?” non sapremmo rispondere.

A volte il modo in cui ci allontaniamo dal presente è facendo le prove generali per il futuro: programmiamo i nostri domani, la conversazione che avremo, le cose che diremo, le cose che faremo. Scopriamo quanti momenti della vita abbiamo perduto, e quante cose ci sono venute a mancare in quei momenti perduti. Tutti presi dall’attività di programmare i nostri domani, dimentichiamo che cosa significa veramente vivere.

È curioso esaminare che cosa veramente facciamo in tutta la nostra attività di programmazione. Sembra che cerchiamo qualcosa. Non siamo neanche sicuri di che cosa stiamo cercando. Ma la sensazione è di star cercando qualcosa che proprio ora ci manca.

C’è un koan Zen che invita le persone a sedersi con la domanda: “Che cosa manca in questo momento?”. Quando siamo presi da tutta l’attività mentale, siamo anche in preda a un’agitazione piuttosto dolorosa. Molto raramente usciamo da un’ora di fantasticherie o ossessioni o programmi sentendoci più freschi o liberi o creativi. Quando ne usciamo fuori ci sentiamo così esausti e disperati che quasi dimentichiamo i successivi dieci minuti prima di imbarcarci nel prossimo “viaggio”.

Joseph Campbell disse una volta:

«Ciò che cerchiamo in un’esperienza è l’estasi di sentirci pienamente vivi.Tendiamo a credere che ci sia una gioia nell’essere vivi. Ma pensiamo sempre che questa gioia si trovi da un’altra parte, in qualche momento migliore che raggiungeremo dopo esserci liberati delle cose spiacevoli della vita o quando avremo il carattere perfetto o il corpo perfetto o la mente perfetta. Così viviamo con un sentimento di disappunto, perché la gioia di sentirci vivi sembra non arrivare mai. Eppure ciò non ci trattiene dal guardare avanti, nel prossimo momento o nella prossima progettazione. Coltivare l’unità nel respiro calma l’agitazione e sorprendentemente porta con sé un aroma di gioia. Impariamo a coltivare quel senso di felicità nella semplicità di essere presenti solo con questo respiro, questo corpo, questo momento. Sperimentiamo molto fortemente il fatto di essere tanto impegnati nei nostri piaceri e dispiaceri, nelle prove e fantasie e sogni a occhi aperti. Avvertiamo così potentemente questo senso di “me”.»

Avete notato come sia raro fantasticare con qualcun altro nel ruolo di primo attore? Di solito siamo noi gli eroi delle nostre fantasie. Non sogniamo il successo, la felicità e le grandi passioni di qualcun altro. Avete notato che quando ci perdiamo nei nostri progetti sul futuro si tratta sempre di quanto “io” sarò bravo. Quando ci perdiamo nelle storie del passato è sempre su cose che sono accadute “a me” o non sono accadute “a me”. Notiamo un senso dell'”io” molto potente che viene intrappolato nell’attrazione e nella repulsione. In modo contorto questo “io” cerca anche l’unità. Però cerca di trovarla attraverso l’afferrare e l’aggrapparsi, così da poter chiamare qualcosa “mio”: conosciamo il mio successo, le mie conquiste.
Evidentemente l’impermanenza è proprio una brutta notizia per l’attaccamento. Cerchiamo di attaccarci a qualcosa: ma non importa quanto saldamente ci afferriamo ad essa, questa scivola sempre via da noi.
Anche il meraviglioso momento di calma, la bellissima fantasia o il meraviglioso sogno a occhi aperti continuano a trasformarsi in qualcos’altro, proprio come il respiro. Provate a sedervi avendo solo inspirazioni: non funziona. Provate a sedervi avendo solo espirazioni: non funziona. Quando vogliamo tenere strette le cose, viviamo con la paura della perdita. Un genuino senso di unità non porta con sé l’ombra della perdita, perché l’unità che coltiviamo nel respirare è l’unità con il momento presente: che comprende il cambiamento, che non fa affidamento su nulla che rimanga lo stesso. Scopriamo una stupenda libertà in ciò.
Cominciamo a sentirla nella consapevolezza del respiro. All’inizio, quando stiamo attenti al respiro, ci sentiamo immedesimati nel ruolo di colui che respira, l’osservatore, che in qualche modo deve mettercela tutta. Piano piano, in modo sottile, questa sensazione inizia a cambiare, via via che diventiamo più intimi e connessi con il respiro. Improvvisamente il livello di sforzo necessario diventa molto minore; soprattutto perché iniziamo a connetterci con un senso più profondo di felicità e benessere. Siccome lo sforzo è molto minore, la sensazione di essere colui che respira inizia anch’essa ad affievolirsi. Avvertiamo semplicemente la sensazione del respiro che respira se stesso. Iniziamo ad avere una qualche comprensione del vuoto, della mancanza di colui che respira, che risulta in una certa comprensione della mancanza del pensatore, possessore e attore. La stessa armonia e calma nascente da una tale unità è un maestro assai potente. Ci insegna a lasciare andare, ci insegna a stare con ciò che è.
Le istruzioni del Buddha dicono anche: “Calmando l’intero corpo inspiriamo; calmando l’intero corpo espiriamo. Quindi calmando la mente inspiriamo ed espiriamo”. Come possiamo calmare la mente e il corpo? Perché impariamo qualcosa sul lasciarli essere proprio come sono.
Impariamo a lasciar perdere alcune delle nostre storie e aspettative e paure. Ogni volta che ritorniamo al respiro impariamo naturalmente come lasciare che le cose siano quello che sono. Scopriamo che la mente non deve fermarsi per trovare una profonda calma; che la mente non è un ostacolo alla pace; che il pensiero non è un ostacolo al risveglio. Il corpo con tutte le sue sensazioni non deve fermarsi; il corpo non è un ostacolo alla pace. A volte la mente e il corpo sembrano ostacoli, ma l’ostacolo è in realtà un altro. È l’avversione a non essere molto compatibile con la pace. Quando c’è avversione vogliamo solo che qualcosa vada via o finisca. L’avversione crea un sacco di storie. Quante storie avete scritto oggi in cui c’era l’avversione nella trama?
Il volere e il bramare sono ostacoli alla pace. Quanta agitazione si crea quando vogliamo che qualcosa rimanga o continui! La paura e l’ansia sono ostacoli molto forti alla pace: la paura del dolore, la paura dell’incertezza, la paura di essere fuori controllo. E tutte le storie che vengono con l’ansia. Il Buddha disse che la mente ossessionata diventa agitata. E la mente agitata è lontana dalla libertà. Disse anche che la mente non ossessionata non è agitata. E la mente che non è agitata è molto vicina alla libertà. Nella nostra pratica impariamo a respirare come un Buddha, non per uscire dalla vita ma per illuminarla. Respiriamo non per superare noi stessi ma per imparare ad abbracciare le nostre vite, con una consapevolezza gentile e chiara; per imparare a lasciare andare come atto di compassione e saggezza verso noi stessi.
Oggi ho parlato della fissazione: la tendenza della mente a soffermarsi, indugiare nelle cose. La fissazione è una specie di “prurito” mentale che grattiamo e grattiamo, cercando di trovare sollievo. Recentemente mi è capitato di leggere un detto che suggeriva: se vi trovate in una buca, sarebbe una buona idea smettere di scavare. Quando siamo ossessionati dalle fissazioni in un certo senso moriamo al mondo. Quando siamo ossessionati, il mondo di immagini e suoni e sensazioni tattili e tutte le cose che accadono intorno a noi non ci toccano veramente, perché non siamo consapevoli di esse.
Quando siamo ossessionati siamo travolti in un nostro mondo interiore molto contratto, molto stretto. A volte, con buone intenzioni, cerchiamo di investigare alcune di tali fissazioni (da dove vengono, perché sono qui, che cosa significano?). Ma spesso l’investigazione diventa una specie di modo di ossessionarci più consapevole. Sapete come potete distinguere tra investigazione e fissazione? Con l’investigazione, se vi ponete la domanda: “Posso lasciarlo andare?” la risposta sarà immediatamente “Sì!”. Con la fissazione, se vi ponete la domanda: “Posso lasciarlo andare?” la risposta è quasi sempre “No!”. Siamo prigionieri di ciò che ci ossessiona: questo è il motivo per cui impariamo a coltivare la calma del respiro.
È meglio impararlo da soli, perché è spesso difficile farsi convincere da altri. Una meditante a questo proposito mi ha detto: continuo a pensare a queste cose. Allora piuttosto che cercare di lasciarle andare, credo sia meglio continuare a pensarle. Ben presto avrò esaurito tutti i pensieri che è possibile avere. Dieci giorni più tardi le ho chiesto: “Come va? Hai finito?”.
E lei mi ha risposto: “No! Sai, sembra che vi sia un numero infinito di pensieri che è possibile avere”. La verità è che noi siamo un po’ innamorati delle nostre fissazioni, anche quando sono dolorose. Conoscete il mito greco di Sisifo? Sisifo è condannato a spingere un masso su per la montagna per l’eternità. Ogni volta che il masso arriva vicino alla cima della montagna, egli perde la presa e il masso rotola giù di nuovo fino al punto di partenza. Molta gente legge questa storia e pensa: “Povero Sisifo!”. Invece forse Sisifo era innamorato del suo pezzo di pietra. Avrebbe potuto semplicemente dire: “Perché non lasciarlo alla base della montagna?”. Anche noi a volte siamo innamorati delle nostre fissazioni: ci tengono impegnati, ci procurano qualcosa da fare. Ci forniscono un’identità, la sensazione di poter controllare le cose. E ci chiediamo: “Che cosa saremmo se lasciassimo andare alcune di queste preoccupazioni?”. Finché infine non esploriamo quello spazio: allora, quando ci svincoliamo dalle nostre fissazioni, scopriamo una grande vastità di calma che è davvero piena di gioia.
Il Buddha ci incoraggiava a inspirare lavorando per la cessazione, a espirare lavorando per la liberazione; a vedere lo svanire di ogni respiro, di ogni suono, di ogni visione, ma anche a vedere lo svanire della sofferenza; a vedere lo svanire del dispiacere e a vedere lo svanire della separazione. Ciò che veramente emerge in questo svanire, nel non afferrarsi più a niente, è un grande senso di calma e vastità. Perciò nella nostra pratica cerchiamo di imparare veramente a respirare come un Buddha.

Discorso tenuto da Christina Feldman durante un ritiro a Roma nel gennaio 2001. Traduzione a cura di Cristiana Gentili e Franca Zucalli

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