domenica 27 marzo 2016

Un cielo azzurro oltre le nuvole. Un pensiero di Thich Nhat Hanh


Nella nostra società c'è tanta paura, sofferenza, violenza, disperazione e confusione ma, al tempo stesso, c'è anche un magnifico cielo azzurro. A volte il suo colore celeste ci si rivela interamente, altre volte solo per metà, altre ancora c'è solo un piccolo squarcio di azzurro, che spunta fra le nuvole, e capita anche che non ce ne sia nemmeno un po'. Le tempeste, le nuvole e la nebbia nascondono l'azzurro del cielo. Il regno celeste può essere celato da una nuvola d'ignoranza o da una tempesta di rabbia, violenza e paura. Tuttavia, se pratichiamo la consapevolezza, è possibile rendersi conto che, anche se la nebbia è fitta e il cielo è coperto o infuria la tempesta, oltre le nuvole c è sempre il cielo azzurro. Tenerlo a mente ci aiuta a non sprofondare nella disperazione. Quando predicava nel deserto della Giudea, Giovanni Battista esortava le genti a pentirsi perché «il Regno di Dio è vicino». Per me pentirsi significa fermarsi. Il Battista voleva che smettessimo di compiere atti dettati dalla violenza, dalla bramosia e dall'odio. Pentirsi significa svegliarsi ed essere consapevoli che la propria paura, la rabbia e la bramosia stanno oscurando il cielo azzurro. Pentirsi significa ricominciare da capo: ammettere le proprie colpe e immergerci nelle acque chiare dell’insegnamento spirituale, che ci esorta ad amare il prossimo come noi stessi. Ci impegniamo a lasciare andare il nostro risentimento, l’odio e l’orgoglio. Ricominciamo con una mente e un cuore limpidi, determinati a far meglio. Dopo essere stato battezzato da Giovanni, Gesù ha predicato la stessa cosa e questo insegnamento si combina perfettamente con quello del buddhismo. Se sapremo come trasformare la disperazione, la violenza e la paura, il vasto cielo azzurro si svelerà a noi e alle persone che abbiamo intorno. Tutto ciò che stiamo cercando si può trovare nel momento presente, compresa la Terra Pura, il regno di Dio e la nostra natura di Buddha. Potremo entrare in contatto con il regno di Dio adesso, usando gli occhi, i piedi, le braccia e la mente. Quando siamo concentrati, quando mente e corpo diventano una cosa sola, non dobbiamo fare che un passo e saremo nel regno celeste. Quando siamo consapevoli, quando siamo liberi, tutto ciò che tocchiamo, che sia una foglia di quercia o la neve, è nel regno celeste. Ogni cosa che udiamo il cinguettio degli uccelli o il soffiare del vento, tutto appartiene al regno celeste. La condizione fondamentale per entrare in contatto con il regno di Dio è essere liberi dalla paura, dalla disperazione, dalla rabbia e dal desiderio. La pratica della consapevolezza ci permette di riconoscere la presenza della nuvola, della nebbia e delle tempeste, ma ci aiuta anche a riconoscere il cielo azzurro che esse celano. Abbiamo abbastanza intelligenza, coraggio e stabilità per aiutare il cielo azzurro a rivelarsi ancora. Mi capita di sentirmi chiedere: «Cosa posso fare per aiutare il regno celeste a rivelarsi?». È una domanda molto pratica, ed è lo stesso che chiedersi: «Cosa posso fare per ridurre la violenza e la paura, che stanno sopraffacendo la mia comunità e la nostra società?». È un interrogativo che molti di noi hanno posto. 
Ogni volta che compiamo un passo con stabilità, solidità e libertà, aiutiamo a sgomberare il cielo dalla disperazione. Quando centinaia di persone camminano insieme in modo consapevole producendo l’energia della solidità, della stabilità, della libertà e della gioia, aiutano la società. Quando sappiamo come guardare un’altra persona con occhi compassionevoli, quando sappiamo come sorriderle con lo spirito della comprensione, aiutiamo il regno celeste a rivelarsi. Ogni volta che pratichiamo la respirazione consapevole aiutiamo la Terra Pura a rivelarsi. Nella nostra vita quotidiana, in ogni singolo momento, possiamo fare qualcosa per aiutare il regno di Dio a rivelarsi. Non lasciatevi sopraffare dalla disperazione: potete fare buon uso di ogni minuto e di ogni ora della vostra vita.
Da: Thich Nhat Hanh, Paura. Supera la tempesta con la saggezza, Bis edizioni, 2013
***
Buona Pasqua!
***



venerdì 18 marzo 2016

Riconoscere le relazioni invischianti per riaffermare i nostri sani confini


Nei nostri rapporti interpersonali,  possiamo sperimentare i nostri confini come una specie di steccato invisibile che definisce e separa ciascuno di noi dalle altre persone, consentendoci di entrare in relazione con loro senza perdere o tradire la nostra individualità.
Immaginiamo che tra il nostro giardino e quello del vicino ci sia una staccionata che separa le due proprietà. 
Cosa avverrebbe se il vicino un bel giorno abbattesse di forza la staccionata e cominciasse a scorrazzare nel nostro terreno, decidendo cosa va fatto e cosa non va fatto nella nostra proprietà?
Probabilmente, se abbiamo un sistema d'allarme funzionante, una sirena suonerebbe a tutta forza per avvertirci dell'invasione. E non avremmo dubbi sul perché suoni: è stato violato un confine e l'allarme ci segnala il problema.
Qualcosa del genere può accadere anche nelle nostre relazioni, dove il malessere che proviamo quando i nostri confini vengono violati assomiglia a un sistema d'allarme che ci avvisa del problema, perché possiamo  porvi rimedio.
Purtroppo nel mondo relazionale le cose non sono sempre così chiare e lineari, perché ci sono molti modi di violare un confine non sempre eclatanti e appariscenti. 
Quando in una relazione sperimentiamo situazioni di invischiamento, viviamo come un'inappropriata fusione di identità, dove non è chiaro dove inizio e finisco io e dove inizia e finisce l'altro.
Il processo in atto può essere sottile e disorientante, oltre che difficile da riconoscere, anche perché spesso si accompagna a una certa dose di manipolazione.
Tua madre ti corregge riguardo al modo in cui ti relazioni con i tuoi figli, e lo fa davanti a loro; il tuo coniuge ti suggerisce cosa pensare; il tuo miglior amico ti dice con chi dovresti uscire; una tua collega ti prega di darle una mano con il lavoro, ma in realtà ti sta chiedendo di farlo tu al posto suo; il tuo capo ti telefona a casa, chiedendoti di occuparti di una cosa di cui si è dimenticato. 
In tutti questi esempi, se non siamo capaci di difendere i nostri confini, potremmo accettare la situazione e dare il nostro consenso riguardo a qualcosa, pur sentendoci mentalmente ed emotivamente in conflitto con questo consenso, ed assumerci delle responsabilità per cose che in realtà non eravamo d'accordo a fare o, a pensarci meglio, non avremmo proprio voluto fare.
Non sempre è facile riuscire a districarsi in situazioni del genere ed i motivi possono essere vari.
Tanto per cominciare, potremmo non riuscire a vedere con chiarezza la situazione e quindi avvertire un  disagio (c'è un allarme che suona) ma non comprenderne la causa. 
In secondo luogo potremmo avere difficoltà ad accettare proprio il nostro disagio ed i sentimenti difficili che questo comporta, come risentimento, rabbia e ostilità verso le persone che amiamo o che comunque sono importanti per noi. Inoltre potremmo vivere il fatto stesso di provare questo disagio come un fallimento personale rispetto alla nostra aspirazione ad essere persone amabili, generose, altruiste, spirituali, insomma "buone".
Se ci troviamo in situazioni del genere, ricordiamoci che non è salutare aspirare ad essere "buoni" e compiacenti con gli altri dimenticandoci di essere  "buoni" innanzitutto con noi stessi.
Per preservare la nostra integrità ed il nostro equilibrio psicofisico, dobbiamo smettere di lottare contro ciò che sentiamo e darci la possibilità di stare con il nostro sentire, accettandolo incondizionatamente così com'è, senza negarlo, rifiutarlo o cercare di sbarazzarcene al più presto con comportamenti reattivi.
Se riusciamo ad ascoltare senza giudizi né censure tutto ciò che il nostro disagio vuole dirci, potremmo trarre da esso utilissime informazioni sulla cui base operare scelte consapevoli che possono migliorare la nostra vita e le nostre relazioni.
Se il nostro problema è un problema di invischiamento, il nostro disagio -  il nostro allarme che suona - deve essere ascoltato e non messo a tacere, perché è proprio da qui che cominceremo a muoverci in un percorso teso a riaffermare i nostri sani confini con sicuri vantaggi sia per noi stessi sia per i nostri rapporti... di buon vicinato.
***
Ed ora un esercizio che può aiutarci a determinare quale può essere un confine sano, che vogliamo ristabilire per noi stessi, partendo dalla consapevolezza delle sensazioni del corpo.
***
Prendiamoci una pausa, un po' di tempo per noi stessi,  in un luogo riservato e tranquillo dove nessuno ci disturbi, ed entriamo in contatto come meglio ci riesce con le nostre percezioni corporee, restando in ascolto delle sensazioni che emergono, mentre ci poniamo le seguenti domande:
1) Quando penso di fare la tale cosa..... (ognuno di noi completa la frase secondo il suo caso) questo mi procura un senso di disagio nel corpo o delle sensazioni sgradevoli?
2) Quando penso di non fare o non permettere la tale cosa ..... (ognuno di noi completa la frase secondo il suo caso), quali sensazioni si generano nel mio corpo?
3) Ho per caso difficoltà a definire i miei confini perché la mia preoccupazione principale è di proteggere, non ferire o non offendere altre persone?
4) Quando onoro il modo in cui mi sento e ipotizzo un cambiamento, che sia rispettoso dei miei confini, come mi sento nel corpo? 
***
Ponete le domande ed apritevi all'ascolto delle sensazioni del corpo, ma non abbiate fretta di trovare subito le risposte. La fretta infatti potrebbe portarvi a liquidare la questione con veloci "risposte di testa", impedendovi di andare più in profondità. Se ciò dovesse avvenire, riconoscete semplicemente che c'è la fretta, osservate come si manifesta nel corpo e cosa vi spingerebbe a fare (es.liquidare la cosa in modo spiccio, per non ascoltare il disagio), siate compassionevoli e gentili con voi stessi per ciò che state provando, e continuare a stare con tutte le sensazioni che emergono dal corpo mentre ponete le domande.
A volte le risposte arrivano forti e chiare... ma non quando decidiamo noi.
***

Vai al Sommario

Potrebbe interessarti anche sul canale YouTube: Pratica con le emozioni difficili








lunedì 14 marzo 2016

Nulla è in regalo - poesia di Wisława Szymborska


Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me 
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.
E' cosi che stanno le cose,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.
E' troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.
Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l'obbligo
di pagare le ali.
altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.
Nella colonna dare 
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.
L'inventario è preciso
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.
Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso di aprirmi 
quel conto.
Chiamiamo anima 
la protesta contro di esso.
E questa è l'unica cosa
che non c'è nell'inventario.

mercoledì 2 marzo 2016

Non solo mindfulness. Come ridimensionare i pensieri negativi prima di lasciarli andare

A volte i nostri pensieri negativi gravano come una nuvola sulla nostra testa e ci fanno vivere il maltempo anche quando di fatto c'è il sereno.
Immaginiamo di avere finalmente pubblicato il nostro primo sudatissimo libro e che, mentre tutti si complimentano con noi, il nostro pensiero corra continuamente ad un certo minuscolo errore che abbiamo scoperto dopo la stampa. La mente ci sussurra che quell'errore ha rovinato tutta l'opera e ci ripete che è davvero imperdonabile. La nuvola nera riesce così a guastarci la festa; poteva essere il nostro momento di gioia e invece proviamo senso di colpa, rimpianto e paura di essere scoperti.
In realtà, che ce ne accorgiamo o meno, noi siamo continuamente in compagnia di qualche pensiero. Pensieri leggeri, pensieri pesanti, pensieri estenuanti.
Può addirittura capitare, alla fine di una giornata, di sentirci esausti non tanto per le cose che abbiamo realmente fatto o che ci sono capitate, ma per il peso dei pensieri difficili che ci hanno accompagnato tutto il giorno, e che hanno influenzato la nostra lettura della realtà, aggiungendo alla nostra vita una quota di sofferenza tutta mentale,  che magari potevamo risparmiarci.
Quando facciamo le pratiche di mindfulness, noi ci alleniamo continuamente a riconoscere la presenza dei nostri pensieri e a trattarli come tali. Sono eventi mentali, non sono la verità. Di solito, nella vita ordinaria tendono a sembrarci la verità, perché ci sentiamo un tutt'uno con essi (ci identifichiamo con i nostri pensieri), ma un po' alla volta la distinzione tra la realtà ed il nostro pensiero circa la realtà ci diventa sempre più chiara. Nelle pratiche formali di mindfulness, fa proprio parte dell'esercizio riconoscere i pensieri come pensieri e imparare a lasciarli andare. E così anche nelle pratiche informali (cioè negli esercizi di mindfulness che facciamo durante alcuni momenti di vita ordinaria). Accade così che, un po' alla volta, questa consapevolezza trabocchi naturalmente dai momenti di pratica intenzionale ad altri momenti della nostra giornata, rendendoci via via sempre meno vulnerabili rispetto ai pensieri negativi. Questo non significa che i pensieri bui non arriveranno mai più, significa solo che noi li riconosceremo più facilmente e li governeremo sempre meglio, imparando ad impedire loro di annebbiarci la vista, toglierci il gusto della vita e  pilotare le nostre scelte.
***
Al di là dell'aiuto che possiamo trarre dalle pratiche di consapevolezza, a volte possiamo sentire il bisogno di prendere proprio di petto un pensiero negativo, affrontarlo per quello che è (solo un pensiero) e ridimensionarlo quanto basta per renderlo meno pesante e meno difficile da lasciar andare.
Vi propongo per questo una tecnica in cinque passi, che personalmente considero molto efficace.
Si chiama "quattro domande e un capovolgimento".
E' un lavoro da fare per iscritto.  Prendete quindi carta e penna, e per prima cosa individuate il vostro pensiero difficile.
Fatto ciò, rispondete per iscritto a queste domande nell'ordine in cui sono poste:
1) questo pensiero corrisponde alla verità?
2) sono proprio sicuro che corrisponda alla verità? (ne ho le prove?)
3) come mi fa sentire questo pensiero?
4) come mi sentirei se non avessi questo pensiero?
Dopo aver risposto alle domande, prendete il vostro pensiero e capovolgetelo. Formulate cioè una frase di contenuto opposto al vostro pensiero e quindi dimostrate (sempre per iscritto) che la nuova frase è vera per cinque ragioni (o anche di più, se ne trovate).
Il nostro scrittore, per esempio, può prendere il pensiero: "L'errore a pagina 158 ha rovinato tutta l'opera" e cominciare a chiedersi se questa affermazione corrisponda a verità. Probabilmente la prima risposta sarà "sì, corrisponde a verità".
Alla seconda domanda (sono proprio sicuro che corrisponda alla verità? ne ho le prove?), potrebbe rispondere che in effetti quel pensiero è più che altro una sua idea, ma non può dirsi proprio sicuro che corrisponda a verità. (Volendo, potrebbe anche impuntarsi e continuare a insistere  che il suo pensiero corrisponde a verità: libero di farlo.)
Alla terza domanda (come mi fa sentire questo pensiero?), risponderà probabilmente che gli fa provare senso di colpa per aver sbagliato, rimpianto per essersene accorto tardi e paura per la possibilità di essere scoperto e svergognato.
Alla quarta domanda (come mi sentirei se non avessi questo pensiero?), il nostro scrittore tirerà finalmente un sospiro di sollievo, e forse risponderà: "Mi sentirei leggero e pieno di gioia e soddisfazione per aver pubblicato il mio libro".
A questo punto dovrà capovolgere il pensiero nel suo opposto, scrivendo per esempio la frase: "L'errore a pagina 158 non ha rovinato tutta l'opera" (o, in positivo, che è preferibile: "L'errore a pagina 158 lascia integra l'opera nel suo valore")  e dimostrare quindi che questa frase corrisponde a verità per cinque buone ragioni.
Per esempio:
1) la trama del romanzo è bella, e resta tale;
2) i dialoghi sono originali, e restano tali;
3) la prosa è scorrevole, e resta tale;
4) i personaggi sono ben costruiti, e restano tali;
5) il finale è buono, e resta tale.
E questo è tutto.
***
Mentre mi accingo a concludere questo post, mi viene improvvisamente in mente un pensiero inaspettato: è una strana scenetta.
Sono nella libreria da cui mi servo abitualmente e chiedo al commesso: "Per cortesia, vuole consigliarmi un bel libro?"
Lui ne prende uno da sopra al banco e mi dice imbarazzato: "Beh, ci sarebbe questo che ha una bella trama, dialoghi originali, prosa scorrevole, personaggi ben costruiti e anche un buon finale. Solo che..."
"Solo che?..."
"Solo che c'è un errore a pagina 158... Lo prende lo stesso?"
***



martedì 16 febbraio 2016

Dire le verità difficili ai bambini

Nell'immagine dipinto di Zayasaikhan Sambuu tratto dal blog "Il mondo di Mary Antony"
Un'illusione abbastanza diffusa tra noi adulti è quella di poter proteggere i nostri bambini dalle difficoltà della vita  nascondendo loro le realtà spiacevoli. Alcuni argomenti particolarmente difficili da trattare, come un lutto in famiglia o altri fatti dolorosi dell'esistenza, possono venire taciuti per timore dell'impatto che potrebbero avere sui piccoli, e si cede così alla tentazione di fingere con loro che "non sia successo niente".
Il problema è che se anche riusciamo a nascondere ai bambini la realtà dei fatti,  non è così facile nascondere  loro le nostre emozioni.  Queste ultime infatti i bambini le percepiscono comunque ma, non conoscendo i fatti a cui si accompagnano, non riescono a dare loro un senso. La conseguenza è che possono sentirsi disorientati e confusi.
Probabilmente ognuno di noi sa per esperienza come sia spiacevole cogliere un'incongruenza tra ciò che ci viene detto a parole ed il clima emotivo che accompagna le parole. Quando percepiamo a pelle che qualcosa non va e chiediamo:"Che succede?",  può essere fastidioso sentirsi rispondere "Niente",  e a volte anche allarmante, se respiriamo nell'aria una certa gravità che viene invece negata verbalmente.
In un bambino una situazione del genere, se ripetuta e protratta nel tempo, rischia di minare la sua fiducia in se stesso e nel mondo.
Se il bambino sente che qualcosa non va, ma il suo sentire spontaneo viene disconfermato dagli adulti di riferimento (che sostengono che non è vero che qualcosa non va), questo non lo aiuta a imparare a fidarsi di se stesso e di quello che sente, ma piuttosto lo invita a interpretare la sua risonanza interna come un campanello d'allarme che grida senza motivo.
Al tempo stesso come può fidarsi un bambino del mondo, se questo mondo gli fa paura per via di qualcosa che non sa cos'è? Paradossalmente insomma, la nostra intenzione di proteggere un bambino presentandogli un  mondo migliore di quanto non sia il mondo reale, può produrre un effetto opposto a quello sperato.
"Un bambino è in grado di accettare una verità anche dolorosa -  dice Alba Marcoli nel suo libro Il bambino lasciato solo - se gli viene rivelata in modo rispettoso delle sue emozioni e tenendo conto della sua età, purché non venga lasciato solo di fronte a cose più grandi di lui che non capisce e che lo disorientano. È essere lasciato da solo, abbandonato emotivamente, quello che gli fa più male e lo fa sentire impotente, confuso, disorientato, senza più punti di riferimento."
Noi adulti, anche con le migliori intenzioni, possiamo comportarci in modo inadeguato proprio con i bambini che amiamo di più. Molte volte infatti non si tratta di mancanza d'amore, ma di comportamenti che mettiamo in atto  in base a un funzionamento mentale, che forse in passato o in altre circostanze può esserci andato anche bene, ma  che oggi richiede di essere riconosciuto e modificato, per aiutare i nostri bambini a sentirsi capiti e sostenuti dai grandi, ed offrire a noi adulti anche il piacere di sentirci in sintonia con i nostri bambini.
Ed è proprio questa "sintonia adulto-bambino (che diverrà in seguito la sintonia con se stessi) - dice ancora Alba Marcoli - l'area danneggiata dai segreti che pesano come macigni nelle storie familiari e che vengono nascosti ai bambini pensando di proteggerli. Ne conseguono due solitudini infinite: quella dei bambini ma anche quella degli adulti.
I bambini non possono provare l'utilissima esperienza evolutiva di essere accompagnati in modo rispettoso in qualche difficoltà, imparando così implicitamente che anche queste possono essere superate e rinforzando di conseguenza la loro fiducia in se stessi. Noi, a nostra volta, non possiamo provare l'esperienza altrettanto evolutiva di sentirci degli adulti che riescono ad accompagnare un bambino anche nei momenti più difficili, evitando così il rischio che si senta solo e abbandonato davanti a qualcosa di più grande di lui e sia spinto a interiorizzare un'esperienza che col tempo potrà minare alla base la fiducia nelle sue stesse capacità."
***


lunedì 8 febbraio 2016

Il monaco addetto alle lanterne. Piccola storia zen

In un monastero c'era un monaco addetto alle lanterne che svolgeva con scrupolosa attenzione il suo lavoro, seguiva con dedizione gli insegnamenti e si dedicava con impegno e disciplina alle pratiche monastiche.
Un giorno il suo maestro gli chiese: «Come mai non mi hai ancora chiesto un consiglio su come raggiungere l'illuminazione?»
Il monaco rispose: «In verità io provengo da un altro monastero e lì, quando chiesi al mio precedente  maestro in che modo potessi raggiungere l'illuminazione, lui mi rispose: "Il monaco che accende le lanterne viene da me a chiedere il fuoco".»
«E allora?», chiese il maestro.
«Allora si tratta di una metafora»,  rispose il monaco. «Significa che possiedo già tutto ciò che occorre per raggiungere l'illuminazione e non devo cercare fuori di me».
«Lo so che si tratta di una metafora», disse il maestro, «ma quanta presunzione da parte tua!»
Il monaco sul momento restò malissimo per questa risposta. Ma poi rifletté, disse a se stesso che il maestro ne sapeva certo più di lui e si pentì per la propria presunzione.
Così andò dal maestro, si scusò con lui per l'accaduto e gli chiese: «Ti prego, dimmi cosa devo fare per raggiungere l'illuminazione.»
E il maestro rispose: «Il monaco che accende le lanterne viene da me a chiedere il fuoco.»
In quel momento il monaco addetto alle lanterne raggiunse l'illuminazione.

***

giovedì 4 febbraio 2016

Mindfulness: la pratica del body scan. Una traccia audio per praticarlo con l'aiuto di una voce guida


Dare per scontato il miracolo dell'incarnazione in un corpo è una perdita terribile;
recuperare il contatto con questo miracolo può rappresentare
per la nostra vita una profonda guarigione. 
Non occorre altro che praticare il recupero dei sensi, tutti i sensi.
E... un certo spirito d'avventura.
(Jon Kabat-Zinn)

Oggi vi presento una pratica di mindfulness detta body scan o scansione del corpo, che consiste nel portare intenzionalmente e sistematicamente l'attenzione nelle varie zone del nostro corpo, con l’obiettivo di sentirle autenticamente mentre ci soffermiamo su di esse con consapevolezza. 
Questa pratica può indurre uno stato di grande rilassamento al punto che a volte potremmo addormentarci o sentirci sul punto di addormentarci. Se ciò dovesse avvenire prendiamone semplicemente atto, ricordando comunque a noi stessi che la nostra intenzione non è quella di addormentarci ma piuttosto quella di risvegliarci (risvegliarci al corpo e nel corpo, con tutte le sue sensazioni). Possiamo quindi anche aprire gli occhi ogni tanto se questo ci aiuta a restare svegli e poi proseguire a occhi chiusi quando ci sentiamo pronti.
Più avanti troverete una traccia audio che consente, a chi lo desideri, di praticare la scansione del corpo con l'aiuto di una voce guida.
Ho registrato questa traccia seguendo lo schema che utilizziamo abitualmente nel protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction), che è un po' diverso dallo schema che adottiamo negli incontri di Mindfulness Psicosomatica del martedì (protocollo PMP) a cui alcuni di voi si sono recentemente avvicinati partecipando al Progetto Benessere Globale - Gaia.
Nella versione che vi propongo oggi la pratica si fa stando sdraiati.
Vi consiglio quindi, prima di procedere, di trovare un posto tranquillo, una superficie comoda su cui possiate stendervi (un tappetino, un divano, un letto) e di munirvi eventualmente di un cuscino. Vi consiglio di procurarvi anche una copertina con cui coprirvi, perché dovrete restare immobili per mezz'ora e siamo pur sempre a febbraio...
Buona pratica, allora, a chiunque vorrà cimentarsi. 
Vi lascio alla traccia audio seguita da un'altra citazione di Jon Kabat-Zinn sull'argomento.

"Praticando la scansione del corpo noi recuperiamo la sua pienezza di vita, così com'è, tirandolo fuori dalla nube di inconsapevolezza in cui l'abbiamo relegato dandolo per scontato, per quanto ci è familiare. Nel body scan noi lo investiamo della nostra attenzione e quindi del nostro apprezzamento e del nostro amore, senza cercare di cambiare niente. Siamo esploratori di questo universo corporeo in costante mutamento, che è noi stessi a un livello profondissimo e insieme non lo è a un livello altrettanto profondo.
Quando si vuole raggiungere una sorta di guarigione, se è possibile (per quanto remota possa sembrare), è essenziale che ci sia la volontà di riportare indietro il corpo da una sorta di oblio o di senso di ovvietà o dall'ossessione narcisistica per se stessi. Applicandoci tutti i giorni a questo compito noi ristabiliamo la connessione con la fonte stessa della nostra umanità, con il nostro nucleo centrale.
La consapevolezza che abbraccia i sensi li riporta in vita: l'abbiamo provato tutti una volta o l'altra, in momenti di vitalità sopra il comune. Nel caso della propriocezione, quando ci dedichiamo ad ascoltare il corpo in un modo disciplinato e amorevole per giorni, settimane, mesi e anni, con perseveranza, anche se all'inizio sentiamo ben poco, non possiamo prevedere quel che succederà. Una cosa però è sicura: il corpo a sua volta si mette in ascolto e risponde nei modi che gli sono propri, al meglio delle sue possibilità."

giovedì 28 gennaio 2016

Soluzioni. Un pensiero di Deng Ming-Dao


Non abbiate paura di esplorare;
senza esplorazioni non vi sono scoperte. 
Non abbiate paura delle soluzioni parziali; 
senza tentativi non vi sono successi.


Indecisione e procrastinazione sono atteggiamenti deleteri: chi aspetta ad imbarcarsi se il progetto non è perfettamente a punto, o disdegna il compromesso di una soluzione parziale, è persona assai infelice. Raramente un’impresa parte nelle circostanze ideali. Anzi, ogni situazione porta con sé molte incertezze. I saggi solo coloro che riescono a trarre forza da circostanze per gli altri confuse.
Esigere che tutto sia perfetto prima di entrare in azione è come voler giungere a destinazione senza affrontare il viaggio. Per i seguaci del Tao, il percorso conta tanto quanto il punto di arrivo. Nel Tao, procedere a piccoli passi è un concetto fondamentale.
I giorni trascorrono sia con, sia senza di noi. Se non stiamo attenti, gli anni passeranno e noi ci ritroveremo pieni di rimpianti. Non possiamo risolvere un problema in un attimo? Pazienza: l’importante è cominciare ad affrontarlo. Scomponiamo le difficoltà in parti più piccole, e potremo progredire verso la riuscita. Se aspettiamo che tutto si accordi alla perfezione con i nostri piani, tanto vale che aspettiamo per sempre. Se invece usciamo e ci immergiamo nella corrente della vita, scopriremo che la grandiosità dell’edificio si regge su un insieme di singoli mattoni.
Deng Ming-Dao, da “Il Tao per un anno”, 295
***

***

domenica 17 gennaio 2016

Viaggi solitari


Un viaggio può donarci scoperte, esperienze,  imprevisti,  incontri, decisioni, fatalità.
Da un viaggio possiamo tornare con un bagaglio molto diverso da quando siamo partiti, alleggeriti di ciò che abbiamo perso per strada, arricchiti di ciò che abbiamo raccolto lungo la via. 
Un viaggio può mettere alla prova la nostra capacità di adattamento alle stranezze del mondo, riempirci di stupore e meraviglia per ogni scoperta, o rivelarci qualcosa di molto preciso sulla tenuta dei nostri nervi in situazioni difficili o paradossali. 
Questo e molto altro può essere un viaggio, come del resto la vita stessa, per ognuno di noi.
E che dire di un viaggio da soli? 
Alcuni di noi lo considerano un'esperienza di pienezza e libertà (talvolta addirittura l'unico modo di viaggiare davvero). Per altri è un'idea inconcepibile.
Un viaggio da soli  può rappresentare un momento di vero incontro con noi stessi, tanto più importante e salutare quanto più cerchiamo di evitarlo.
Fare un viaggio da soli ci può infatti chiarire molte cose sul rapporto che intratteniamo con noi stessi.
Come ogni viaggio, può anche non essere tutto rose e fiori.
Può darsi che dovremo fare i conti con i  limiti delle nostre forze e anche con il rapporto che intratteniamo con questi limiti (li conosciamo, li accettiamo, li rispettiamo, ce li rimproveriamo, li neghiamo?).
Può darsi che ogni tanto ci avviliremo. O magari ci scopriremo più forti di quanto credessimo. 
L'amicizia con noi stessi può essere alimentata e consolidata durante un bel viaggio in solitaria.
Potremmo regalarci momenti magnifici, assecondando di volta in volta i nostri bisogni di stimoli, riposo, deviazioni, ritmi lenti o veloci, ripensamenti e via dicendo.
Potremmo anche conoscere altre persone, condividere momenti con loro, camminare un po' insieme, ma anche sentirci liberi di andarcene al momento buono, lasciando a loro volta liberi anche gli altri di andare.
Insomma può valerne la pena, almeno una volta ogni tanto.
E non c'è nemmeno bisogno di andare tanto lontano, se non ci va.
Ciò che realmente conta è metterci comodi nella nostra pelle, scoprire e accettare le mille qualità della nostra personalissima andatura, e aprirci affettuosamente a tutte le  rivelazioni che possono giungerci lungo la via, una volta che ci siamo messi in cammino.
***

Ed ora, a seguire, due ispirazioni sul tema. 
La prima è un link a un sito, cioè questo: 
http://www.viaggiatorisidiventa.it/viaggiare-da-soli-ci-rende-piu-forti/.
Qui troverete qualcosa di  interessante nel caso voleste regalarvi un viaggetto solitario e vi servisse un po' di incoraggiamento.
La seconda ispirazione è invece una poesia di Mary Oliver, che mi è tornata in mente mentre scrivevo questo post. Ho deciso di trascriverla qui sotto senza commentarla. 
Ha a che fare con un viaggio solitario, indubbiamente. Ma proprio per questo lascio che ognuno sia libero di  percorrerla da sé e trovarci un senso, se per lui ce l'ha. 
Buona lettura, allora, e caso mai... buon viaggio!
***


Mary Oliver
IL VIAGGIO

Un giorno, finalmente, hai capito
quel che dovevi fare, e hai cominciato,
anche se le voci intorno a te
continuavano a gridare
i loro cattivi consigli -
anche se la casa intera
si era messa a tremare
e sentissi le vecchie catene
tirarti le caviglie.
“Sistema la mia vita!”,
gridava ogni voce.
Ma non ti fermasti.
Sapevi quel che andava fatto,
anche se il vento frugava
con le sue dita rigide
giù fino alle fondamenta, anche se la loro malinconia
era terribile.
Era già piuttosto tardi,
una notte tempestosa,
la strada era piena di sassi e rami spezzati.
Ma poco a poco,
mentre ti lasciavi alle spalle le loro voci,
le stelle si sono messe a brillare
attraverso gli strati di nubi
e poi c'era una nuova voce
che pian piano
hai riconosciuto come la tua,
che ti teneva compagnia
mentre procedevi a grandi passi,
sempre più nel mondo,
determinata a fare
l'unica cosa che potevi fare -
determinata a salvare
l'unica vita che potevi salvare.


***

***


giovedì 14 gennaio 2016

DICE HOKUSAI - poesia di Roger Keyes


Hokusai dice osserva con precisione.
Dice presta attenzione, nota.
Dice continua ad osservare, rimani curioso.
Egli dice non c'è fine al vedere.
Egli dice aspira con impazienza ad invecchiare.
Egli dice continua a cambiare,
così da diventare maggiormente chi sei veramente.
Egli dice bloccati, accettalo, continua a ripeterti finché è interessante.
Egli dice continua a fare ciò che ami.
Egli dice continua a pregare.
Egli dice ognuno di noi è un bambino,
ognuno di noi è un vecchio,
ognuno di noi ha un corpo.
Egli dice ognuno di noi è spaventato.
Egli dice ognuno di noi deve trovare
un modo di vivere con la paura.
Egli dice tutto è vivo -
conchiglie, edifici, persone, pesci,
montagne, alberi, il legno è vivo.
L'acqua è viva.
Ogni cosa ha una propria vita.
Tutto vive dentro di noi.
Egli dice vivi con l’intero mondo dentro di te.
Egli dice: non importa se disegni o scrivi libri. Non importa se seghi alberi o catturi pesci.
Non importa se stai seduto a casa, nella tua veranda, a fissare le formiche o le ombre degli alberi e dell’erba in giardino.
Ciò che importa è che ti importi.
Importa che tu percepisca.
Importa che tu noti.
Importa che la vita vive attraverso di te.
L’appagamento è la vita che vive attraverso di te.
La gioia è la vita che vive attraverso di te.
Soddisfazione e forza sono la vita che vive attraverso di te.
La pace è la vita che vive attraverso di te.
Egli dice: non avere paura.
Non avere paura.
Guarda, percepisci, lascia che la vita ti prenda per mano.
Lascia che la vita viva attraverso di te.

***

***

venerdì 1 gennaio 2016

La meditazione della montagna e il Vesuvio. Il mio augurio per il nuovo anno

Per il nuovo anno potrei augurarvi semplicemente un buon anno: cioè un anno prospero,  pacifico, pieno di salute, amore, ricchezza, fortuna e successo. E certo ve lo auguro di tutto cuore (e lo auguro anche a me), ma è giusto per cominciare. 
In realtà il mio vero augurio per il nuovo anno è che possiate sentirvi saldi, sereni e positivi, comunque vadano le vostre cose. Il che non è una banalità, anche quando va tutto bene.
Il mio augurio è che riusciate a sentirvi come una montagna - come direbbe Jon Kabat-Zinn - o magari,  se vivete dalle mie parti, a sentirvi proprio come il Vesuvio.
Chi come me è cresciuto all'ombra del Vesuvio spesso intrattiene con lui un rapporto amichevole e non lo teme come ci si aspetterebbe. Torna da un viaggio, lo vede e pensa "casa". Sta già a casa, lo vede e pensa altre cose  (tipo: "fa freddo oggi: c'è neve sul Vesuvio"; "oggi è nuvoloso, il Vesuvio non si vede"; "oggi l'aria è limpida, si vede ogni dettaglio"). 
Una volta da bambina dissi  a qualcuno che guardare il Vesuvio mi dava un senso di sicurezza. La risposta fu una bella risata: altro che sicurezza, è una minaccia costante!
Quando mia nonna ormai anziana rimase vedova, la sera si sedeva sul balcone con la corona del Rosario tra le dita e lo sguardo fisso sul Vesuvio. Sapevo che cercava la forza da qualche parte e sapevo anche che così la trovava, e rientrava in casa rasserenata.
Quando da adulta sono tornata a vivere qui, nei luoghi dell'infanzia, questa sensazione che la vicinanza del Vesuvio mi trasmettesse forza è diventata abbastanza netta anche per me. Era una presenza salda e stabile, un punto di riferimento fisso nel paesaggio: incrollabile sotto le bufere e bellissimo nella varietà dei colori che assumeva sotto il sole e nelle diverse stagioni.
E' un bel simbolo da portarsi nel cuore, quando abbiamo bisogno di sentirci forti, radicati, stabili, comunque vadano le nostre cose: che ci sia gelo o tepore nella nostra vita, che ci siano cieli limpidi e lucidità nella nostra mente oppure confusione e pensieri bui che ci annebbiano come cupi nuvoloni.
La nostra montagna ci insegna a stare con qualunque circostanza e in un certo senso a diventare più grandi delle circostanze stesse. E qui non si parla solo di circostanze esterne, come possono essere gli eventi esterni della nostra vita, ma anche degli eventi interni, come per noi i pensieri pesanti,  le sensazioni fisiche di disagio e le emozioni difficili,  che a volte sembrano lì lì per esplodere e magari ci spaventano. Quando ciò avviene, possiamo evocare nella nostra mente  il ricordo del Vesuvio - se non ce lo abbiamo direttamente di fronte - ed acquietarci proprio come fa lui,  nonostante le minacce incandescenti che ribollono nelle viscere della terra.
***
Prendendo spunto dalla meditazione della montagna di Jon Kabat-Zinn, ho registrato un'analoga meditazione ispirata specificamente al Vesuvio. Ve ne  faccio dono oggi perché ascoltandola possiate sentirvi come il  Vesuvio, ogni volta che vi serve.
Tanti auguri ancora a voi tutti! Buon anno nuovo!