domenica 26 maggio 2013

Per la terza regola della serenità (Avere cura del proprio corpo): Il Piacere, secondo Gibran Kahlil Gibran

Allora un eremita, che visitava la città una volta l'anno, si fece avanti e disse: Parlaci del Piacere. 
E lui rispose dicendo: 
Il piacere è un canto di libertà, 
Ma non è libertà. 
E' la fioritura dei vostri desideri, 
Ma non il loro frutto. 
E' un abisso che esorta alla scesa, 
Ma non è profondo né alto. 
E' un uccello in gabbia che si alza in volo, 
Ma non è lo spazio conquistato. 
Sì, francamente, il piacere è un canto di libertà. 
E io vorrei che lo intonaste in tutta pienezza, ma temo che a cantarlo perdereste il cuore.

Alcuni giovani tra voi ricercano il piacere come se fosse tutto, e vengono giudicati e biasimati. 
Non vorrei né giudicarli né biasimarli. Vorrei che cercassero. 
E troveranno non solo il piacere, 
Poiché il piacere ha sette fratelli, e il minore è più bello dello stesso piacere. 
Non avete udito di quell'uomo che, scavando la terra in cerca di radici, scoprì un tesoro?

E alcuni anziani tra voi ricordano con rimpianto i piaceri, come errori compiuti nell'ebbrezza. 
Ma il rimpianto è l'oscurità della mente, e non il suo castigo. 
Essi dovrebbero ricordare i loro piaceri riconoscenti come per il raccolto di un'estate. 
Ma se il rimpianto li conforta, si confortino pure. 
E tra voi vi sono quelli non così giovani per cercare, né così vecchi per ricordare. 
E nella paura di cercare e ricordare, essi fuggono ogni piacer temendo di umiliare e offendere l'anima. 
Ma proprio in questo è il loro piacere. 
E in tal modo scoprono tesori, sebbene scavino radici con mano tremante. 
Ma ditemi, chi può offendere lo spirito? 
L'usignolo offende il silenzio della notte, o la lucciola le stelle? 
E la vostra fiamma o il vostro fumo mortificano il vento? 
Pensate forse di poter turbare lo spirito come con un bastone uno stagno tranquillo?

Spesso, negandovi al piacere, non fate altro che respingere il desiderio nei recessi del vostro essere. 
Chissà che non vi attenda domani ciò che oggi avete negato. 
Anche il vostro corpo conosce la sua ricchezza e il suo legittimo bisogno, e non permette inganno. 
Il corpo è l'arpa della vostra anima, 
E sta a voi trarne musica armoniosa o confusi suoni. 

E ora domandatevi in cuore: "Come potremo distinguere il buono dal cattivo nel piacere?". 
Andate nei vostri campi e giardini, e imparerete che il piacere dell'ape è raccogliere il nettare del fiore, 
E che il piacere del fiore è conceder all'ape il suo nettare. 
Poiché il fiore per l'ape è una fonte di vita, 
E l'ape per il fiore è una messaggera d'amore. 
E per l'ape e per il fiore donarsi e ricevere piacere è a un tempo necessità ed estasi.

Popolo di Orfalese, nel piacere siate come le api e come i fiori.


Gibran Kahlil Gibran, da Il Profeta

giovedì 23 maggio 2013

Evergreen: Il cuore che ride

"La tua vita è la tua vita.
Non lasciare che le batoste la sbattano nella cantina dell’arrendevolezza.
Sta' in guardia.
Ci sono delle uscite.
Da qualche parte c’è luce.
Forse non sarà una gran luce, ma la vince sulle tenebre.
Sta' in guardia.
Gli dei ti offriranno delle occasioni.
Riconoscile, afferrale.
Non puoi sconfiggere la morte ma puoi sconfiggere la morte in vita, qualche volta.
E più impari a farlo di frequente, più luce ci sarà.
La tua vita è la tua vita.
Sappilo finché ce l’hai.
Tu sei meraviglioso, gli dei aspettano di compiacersi in te."
Charles Bukowski

Evergreen: Solo per oggi


"Solo per oggi crederò fermamente, nonostante le apparenze contrarie, che la Provvidenza di Dio si occupi di me come se nessun altro esistesse al mondo.

Solo per oggi avrò cura del mio aspetto: non alzerò la voce, sarò cortese nei modi, non criticherò nessuno, non pretenderò di migliorare nessuno tranne me stesso.

Solo per oggi sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.

Solo per oggi mi adatterò alle circostanze senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.

Solo per oggi dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche buona lettura, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura alla vita dell'anima

Solo per oggi compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.

Solo per oggi mi farò un programma; forse non lo seguirò a puntino ma lo farò e mi guarderò da due malanni: la fretta e l'indecisione.

Solo per oggi non avrò timori. Non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà.

Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterei se pensassi di doverlo fare per tutta la vita".

Papa Giovanni XXIII

lunedì 20 maggio 2013

Decima regola della serenità: Tenere stretto in mano il filo del proprio aquilone

Essere autentici, portare alla luce la propria unicità e valorizzarla, presuppone un passaggio fondamentale, che è pacificarsi con sé stessi. Questo probabilmente significherà anche accettare il proprio lato oscuro, venire a patti con il proprio demone, dargli un nome, una collocazione e, nel migliore dei casi, persino una funzione positiva.
Del resto nessuno è perfetto, per cui è inevitabile che, quanto più conosciamo noi stessi, quanto più maturiamo e procediamo sul sentiero dell'autoconsapevolezza, tanto più ci esponiamo all'inconveniente di imbatterci nei nostri limiti, oltre che nelle nostre risorse. 
Accettarci nella nostra complessità, arrenderci all'evidenza che siamo un po' belli e un po' brutti, un po' buoni e un po' cattivi, un po' forti e un po' deboli, un po' competenti e un po' ignoranti, un po' saggi e un po' folli è fondamentale per instaurare un buon rapporto con noi stessi e con il mondo, e anche per trovare strategie di compensazione delle carenze con le virtù.
Questo non significa legittimare scappatoie del  tipo "io sono fatto così" per sottrarci alle nostre responsabilità, compiacerci dei nostri difetti e imporre con prepotenza agli altri i nostri capricci. Significa semplicemente autodefinirci (io sono questo),  legittimarci ad essere ciò che siamo (ho il diritto di esistere e di essere autentico), cercare di fare il miglior uso possibile del nostro bagaglio di capacità e limiti (ho il diritto-dovere di portare a compimento la mia funzione su questa Terra) ed assumerci il 100% della responsabilità dei nostri atti e delle nostre scelte (sono io al posto di guida della mia vita, arriverò dove sarò capace di arrivare, e come tutti ho qualche probabilità di farcela e qualche probabilità di spiaccicarmi lungo la via).
Questo discorso è collegato alla nostra decima regola della serenità, che suggerisce di "tenere stretto in mano il filo proprio aquilone" (anziché consegnarlo in mani altrui), vale a dire  affrontare le cose della vita dando ascolto al  proprio sentire, restando fedeli ai propri valori, credendo nelle proprie aspirazioni e rispettando la propria naturale andatura. 
Tutto questo tenendo, sì, anche nel giusto conto i buoni consigli delle persone di cui ci fidiamo, ma senza permettere a nessuno di sostituirsi a noi, e senza che sia il desiderio di approvazione altrui  la vera molla delle nostre scelte.  
"Fintantoché permettete a qualcun altro di prendere decisioni che riguardano la vostra carriera, i vostri sogni o le vostre aspirazioni, vi limitate in modo drastico. Raggiungerete solo il livello che gli altri vi permetteranno di raggiungere", dice Sherry Argov al suo pubblico di yes-woman pentite. "Pensate sempre con la vostra testa e ignorate chiunque tenti di definirvi in termini limitativi", suggerisce, precisando peraltro che questo non significa smettere di cercare informazioni o input dall'esterno, ma solo non rinunciare a guidare da sé la propria  auto, il proprio aquilone, la propria vita (anche perché è solo guidando che si può imparare a guidare bene e, il più delle volte, l'alternativa al sedile di guida rischia di essere il posto dello... zerbino).   
***
"Un po' di mancanza di rispetto è indispensabile
 per avere autostima.
 Non mancanza di rispetto per la gente,
 ma piuttosto per quello che la gente pensa di noi.
... Che si tratti del vostro gusto nel vestire,
 dei bisogni relazionali o di quello che fate per vivere, 
non permettete a nessun altro di assumere il controllo."
 (Sherry Argov) 

venerdì 17 maggio 2013

Dosi di inevitabile dolore

Per quanto intenso sia il nostro desiderio di serenità, e per quanto attivi possiamo essere nel cercare di  raggiungerla, c'è comunque una quota di dolore nel nostro vivere a cui non possiamo sottrarci, e che ci spetta quasi  per legge di natura.
Come certi dolori fisici, da bambini, ci venivano presentati  bonariamente come "dolori di crescita", senza che la cosa ci consolasse minimamente, così anche da grandi possiamo non trarre conforto alcuno dall'idea che vi possa essere una qualunque utilità in un dolore che ci tocca da vicino.
E' magari solo dopo che la tempesta è passata che, guardandoci indietro, possiamo scoprire di aver fatto un salto di qualità, nella nostra sensibilità, nella  nostra consapevolezza, nella nostra comprensione delle cose umane.
A volte, poi, può essere proprio un dolore il motore di un viaggio che non avremmo mai intrapreso, se la vita fosse stata più tenera con noi.
Lo scalpello che colpisce e ferisce la pietra può trarre da un blocco di marmo grezzo una fine scultura, come le cesoie che potano e mutilano una pianta possono consentire a tempo debito una splendida fioritura.
Si può fare, sì,  tutto il possibile per cercare di essere felici ogni giorno e va benissimo accogliere  ogni momento  della  nostra vita come possibile occasione di gioia.
Ma quando arriva il momento del dolore a cui non si può sfuggire, diventa inutile cercare di evitarlo o di resistergli. Non ci resta  che accoglierlo e accettarlo fino in fondo, così com'è, in tutta la sua durezza, e  anche, a volte, in tutta la sua ingiustizia e insensatezza: perché proprio questo? perché proprio a me? 
Ci sono misteri che sfuggono alla nostra comprensione. Ci sono misteri che non risolveremo mai. Le cose, certe volte, sono e basta. E alcune non le capiremo mai. 
Tuttavia se sapremo resistere abbastanza a lungo da vedere la notte che cede il passo al giorno,   potrebbe giungerci alla fine un dono inatteso; qualcosa che mai avremmo prefigurato nel passato; un bene magari molto diverso dalla stessa idea di bene che potevamo avere prima.  Come se proprio il dolore ci avesse affinati, rendendoci capaci di cogliere ciò che prima ci risultava impercettibile,  dandoci anche parametri nuovi di giudizio, e una maggiore profondità nel sentire. 
***
"Porto addosso le ferite di tutte le battaglie che ho evitato."
(Fernando Pessoa) 
***
"Vedo la città da questo strano vetro. Non sono mai stato dentro un’ambulanza. Un volontario della Croce Rossa mi tiene la mano sulla spalla e dice che devo stare calmo perché il Policlinico è vicino.
... Ripenso a quanto è bello il cielo, il traffico, la quotidianità o l’essere semplicemente vivi.
Quanti sorrisi non ho regalato, quante emozioni non ho ancora vissuto, quante volte ho offuscato i miei sogni dietro i fantasmi della paura…
Se dovessi uscire di qui, canterò con la Musica la gioia di vivere, ogni momento bello o brutto, qualunque sarà la mia condizione."
(Giovanni Allevi)
***
"Ciò che non mi distrugge mi rende più forte."
 (Friedrich Nietzsche)
***

lunedì 22 aprile 2013

C'è un tempo per essere Yin e un tempo per essere Yang

"V'è una marea nelle questioni umane,
 valendosi della quale si giunge alla fortuna;
 invece trascurandola, tutto il viaggio della vita
trascorre tra scogli e sventure."
(William Shakespeare, Giulio Cesare)
***
C'è un famoso passo dell'Ecclesiaste che recita: "Per tutto c'è il suo tempo, c'è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo" e procede elencando varie cose che vanno fatte al momento giusto, a cominciare dal nascere e dal morire.
Oggi vi propongo un elenco analogo, ma molto più analitico e organizzato, riportato da David Richo, nell'ambito di un più ampio discorso sulla tempestività. Noterete che si tratta di coppie di atteggiamenti o comportamenti opposti, ciascuno dei quali non può dirsi giusto o sbagliato in sé e per sé, ma acquista qualità e senso diversi secondo che venga posto in essere al momento giusto o al momento sbagliato. Del resto, anche aprire e chiudere una porta sono due azioni opposte, ma non si può certo dire in assoluto quale delle due sia giusta e quale sbagliata: dipende dal momento.
Noterete che, nell'elenco che segue, la colonna di sinistra contiene comportamenti o atteggiamenti di tipo attivo, mentre la colonna di destra contiene comportamenti o atteggiamenti di tipo passivo/ricettivo. Qualcuno potrebbe essere tentato di considerare una colonna preferibile in assoluto rispetto all'altra, ma  in realtà non bisogna dimenticare che Yin e Yang (il principio femminile, ricettivo, e quello maschile, attivo) sono entrambi aspetti imprescindibili della natura e dell'esperienza umana. 
Un viaggio esistenziale completo richiede la visita di entrambe le sponde del fiume della vita: l'unica cosa importante è la scelta del momento giusto per andare di qua o di là.
***  
(sponda attiva) (Yang)
(sponda ricettiva) (Yin)
ESISTE UN TEMPO 
PER:
E UN TEMPO
 PER:
conquistare o resistere
cedere
combattere
ritirarsi
accettare un carico maggiore
disfarsi di un carico prezioso
tenere stretta una mano
lasciare la presa
colpire
incitare
agire
essere
cogliere l’occasione
fermarsi
agire in base alla logica
agire in base alla fede
mirare alla conquista
comprendere più a fondo
attendere il successo
uscire elegantemente di scena
essere coinvolti
essere soli
controllare
lasciare che sia
estirpare con forza le erbacce
cogliere delicatamente i fichi
dire la propria
stare in silenzio
pianificare
essere spontanei
impastare il pane
lasciare che lieviti
colpire la palla
smorzare il colpo
sapere
non sapere
creare
imitare
infrangere le regole
rispettare le regole
trascendere i limiti
rispettare i limiti
dimostrare mascolinità/energia Yang
dimostrare femminilità/energia Yin
sfruttare il tempo
oziare
ricostruire, resuscitare
lasciar crollare, disintegrare
sentirsi completi
sentirsi frammentati
essere malinconici (Saturno)
essere raggianti (Mercurio)
operare una scelta
lasciare al caso
ottenere tramite lo sforzo
ricevere la grazia
***
Un'idea per utilizzare questo elenco può essere passare in rassegna gli eventi, le scelte e le azioni che hanno caratterizzato la nostra vita negli ultimi tempi (ultimi sei mesi, ultimo anno) e osservare quale delle due colonne contiene atteggiamenti e comportamenti a cui abbiamo fatto ricorso più spesso.
Se ci sembra che la nostra situazione attuale sia per noi insoddisfacente, possiamo valutare se per caso  ci siamo soffermati troppo su una sponda rispetto all'altra e considerare se non sia il momento di riequilibrare le cose. Forse stiamo resistendo, mentre ormai è il momento di cedere, ce ne stiamo fermi mentre è arrivato il momento di cogliere le occasioni, stiamo continuando a combattere una vecchia lotta, mentre è ora di ritirarsi e così via.
Riconoscere il momento giusto per ogni cosa forse è una questione di capacità, forse è una questione di fortuna, o forse è un misto delle due cose:  quel portentoso connubio che qualcuno chiama  "rivelazione". E a questo punto, proprio a proposito di quest'ultima, concludo per buon augurio e incoraggiamento, con un  pensiero di Bernadette Roberts, secondo cui "la rivelazione conosce il suo tempo e si manifesterà quando non può essere scambiata per nessun'altra cosa".
***




sabato 20 aprile 2013

Sguardo ultracinquantenne

Una delle cose che possono venirci in mente verso i cinquant'anni (e più) è che stiamo "scendendo una china", che cioè siamo nella fase calante del nostro ciclo di vita: il culmine della bellezza e dell'efficienza appartiene al passato, ed il massimo che possiamo fare d'ora in avanti è... conservarci bene.
Ok, conserviamoci bene, se ci va e se ci riusciamo. Dopo tutto anche questa è una declinazione delle  nostre regole della serenità (curare il proprio corpo, il proprio spirito, il proprio ambiente di vita, le proprie relazioni, i propri interessi, eccetera). 
Ma non è questo il punto.
Il punto è superare l'idea che il massimo che possiamo fare è "conservarci".
Un po' perché ogni sforzo in tal senso dovrà sempre fare i conti con qualche insuccesso (siamo  deperibili  per natura, per quanto buone siano le modalità di conservazione che mettiamo in atto) e un po' perché l'impegno conservativo rischia di distogliere la nostra attenzione dai doni che possono venirci dalla maturità.
Esempio: il nostro sguardo sulla vita e sul mondo.
Può mai essere lo stesso di quando avevamo vent'anni?
E sarebbe di qualche utilità se fosse così?
Chi oggi ha uno sguardo sulle cose deluso e sfiduciato forse potrebbe effettivamente rimpiangere le illusioni e le speranze della giovinezza. Ma il rimpianto è un sentire sterile se non diventa molla per passare ad altro: cioè a uno sguardo maturo ma anche positivo.
Forse non è un caso che la natura con l'avanzare degli anni ci renda presbiti.
Forse è la lungimiranza che reclama il suo posto nella nostra vita.
Sembra quasi che l'età matura ci porti la presbiopia, per invitarci a guardare le cose distanziandocene a sufficienza. Perché?
Forse perché così possiamo comprenderle meglio.
Dopo tutto abbiamo vissuto abbastanza a lungo da aver sperimentato, tra alti e bassi, molte condizioni dell'esistenza, da aver conosciuto sulla nostra pelle il vero significato di parole come "decennio" e "ventennio",  da aver fatto i conti con la complessità delle situazioni, con ciò che evolve su tempi lunghi, e quindi forse è ora di trasformare tutto questo bagaglio in saggezza e rendere in tal modo prezioso, proprio perché dotato di autonomo senso, anche il capitolo 2 della nostra vita.
Tutto questo non significa che potremo finalmente sentirci arrivati.
Infatti continueremo comunque e sempre ad imbatterci nel nuovo e nell'imprevedibile (il futuro è anche questo!), ma la consapevolezza adulta  può portarci, come direbbe Murakami Haruki, ad accettare più serenamente la realtà così com'è e nel frattempo...continuare a vivere.
***
Ed ora qualche riga dal libro "L'arte di correre" di Murakami Haruki 

"Adesso sono nella seconda metà della cinquantina. Siamo entrati nel XXI secolo, e io ho superato i cinquant'anni, cosa che quando ero giovane, senza scherzi, non riuscivo nemmeno a concepire. E' ovvio che razionalmente davo per scontato che il XXI secolo sarebbe giunto (a meno di qualche evento straordinario) e che a quell'epoca avrei avuto cinquanta e passa anni, ma per il giovane che ero a quel tempo immaginare l'aspetto che avrei avuto a cinquant'anni era impossibile, era come figurarmi concretamente il mondo dopo la morte. [...]
Ed ecco che ora mi trovo a vivere in un mondo che non potevo neppure immaginare. Quando ci penso mi sembra davvero strano. Se sia felice o meno di essere in questa situazione non lo so, ma ho l'impressione che farmene un problema non sarebbe una buona cosa. Per me - e probabilmente non soltanto per me - invecchiare è un'esperienza nuova, e anche il sentimento che provo è una novità. Se l'avessi già sperimentato, almeno una volta, adesso ci vedrei un po' più chiaro, ma poiché non è così, non è facile, credetemi. Di conseguenza non posso far altro che rimandare a più tardi le analisi circostanziate, accettare così com'è la realtà e nel frattempo continuare a vivere. Esattamente lo stesso atteggiamento che ho nei confronti del cielo, delle nuvole, dei fiumi. Inoltre ho l'impressione che esista in tutto ciò, senza possibilità di dubbio, una certa comicità, e che da un certo punto di vista questa comicità abbia il suo valore."

*
foto del lago di Garda tratta dal sito: https://www.traum-ferienwohnungen.de/50309/



domenica 14 aprile 2013

Pensieri del mattino di Omar Falworth



Ogni mattina, appena ti alzi dal letto
ricordati di rivolgere un pensiero alla vita
e alla grande fortuna che hai di esistere
affinché esso ti accompagni durante la giornata
ampliandoti le gioie e riducendo i dispiaceri.

Ogni mattina, mentre ti vesti
ricordati di rivolgere un pensiero al mondo
e all'immensa bellezza di cui ti fa dono
affinché tu possa riempirti gli occhi del bello
che c'è in ogni cosa che vedi.

Ogni mattina, mentre ti bagni il viso
ricordati di rivolgere un pensiero all'amore
affinché colori d'arcobaleno la tua mente
e ti spinga a donare il meglio di te agli altri.

Ogni mattina, mentre bevi il tuo caffè
ricordati di rivolgere un pensiero alla morte
affinché ti faccia apprezzare ogni istante del giorno
e ti sproni ad agire per favorire la vita.

Se sai vivere bene un solo giorno
riuscirai a vivere bene tutta la vita.

Ricordati che oggi incontrerai
uno stolto che metterà a dura prova
la tua bontà e la tua pazienza,
un maldicente che sparlerà di te,
un furbo che cercherà di usarti,
un presuntuoso che pretenderà
di aver ragione ad ogni costo,
un prepotente che cercherà di sopraffarti,
un iracondo che ti trasmetterà rabbia.

Ma tu non ti lascerai turbare più di tanto
perché sarai in compagnia di
un moderato che frenerà le tue reazioni,
un buono che tramuterà in bene
tutto il male che riceverai,
un saggio che ti guiderà sulla retta via
e ti farà prendere delle buone decisioni,
ovvero sarai in compagnia
di te stesso.

Omar Falworth

venerdì 12 aprile 2013

L'attraversamento del fango - una citazione da "Lo Zen e l'arte di innamorarsi"

Contadino indonesiano al "Buffalo Race"
foto di Chan Kwok Hung, 

***
"Molti credono che la loro vita sia stata rovinata da rapporti sbagliati e da situazioni che non sono riusciti a cambiare o a controllare.
Quando ci veniamo a trovare in una situazione che non ci piace o in un rapporto che ci ferisce o non va come vorremmo, cerchiamo tutte le spiegazioni probabili (...)  ma soprattutto perdiamo di vista il fatto che il fango è semplicemente fango.
Dogen Zenji, un grande maestro zen, sapeva affrontare qualunque situazione senza lasciarsi toccare, perché non vi aggiungeva niente. Era esattamente lì dove stava, e sperimentava direttamente ogni cosa. Il fango non era cattivo né inquinante. Era semplicemente fango. Ci camminava dentro continuando per la sua strada, e prima o poi si ritrovava di nuovo a camminare  sull'erba. Ma quando raggiungeva di nuovo l'erba, non era il paradiso: era semplicemente erba. Quando arrivava l'inverno e l'erba seccava, non stava subendo una punizione, non era maltrattata dalla cattiveria dell'inverno. Semplicemente era venuto il  momento per l'erba di seccarsi. Dopo l'inverno sarebbe arrivato qualcos'altro. 
La maggior parte di noi non sa attraversare in questo modo i fatti e gli eventi della vita. Cerchiamo di trasformare il fango in acqua pura. Quando troviamo un prato erboso vogliamo che rimanga verde, anche nel gelo invernale. Abbiamo paura di quello che la vita ha in serbo per noi, invece di procedere semplicemente nella sua direzione.
Ci comportiamo così anche nei rapporti. Restiamo attaccati a una situazione passata, ruminando sui torti che abbiamo subito e rifiutandoci di lasciarli andare. Siamo arrabbiati per non essere riusciti a tenere la situazione sotto controllo, e come risultato ci sentiamo impotenti.
Ma cos'è che possiamo controllare davvero? Non poter controllare questo insondabile mondo significa davvero che siamo impotenti o che siamo matti? Non ci sarà un altro modo per vivere tanto la bellezza che il dolore? 
Impegnandoci sinceramente nella pratica zen  diventiamo sempre più capaci di capire che il fango è semplicemente fango. Non è stato messo lì apposta per avvilirci, svalutarci o impedirci di procedere. Accettiamo di incontrarlo nel nostro viaggio, lo attraversiamo e semplicemente andiamo avanti. " (Brenda Shoshanna, Lo Zen e l'arte di innamorarsi)
***

lunedì 8 aprile 2013

The Good Life, secondo Scott ed Helen Nearing

"The good life is never stable, never secure, never easy and never ended. It is a series of steps or stages, one leading into the other and all, in their outcome, adding, not subtracting; augmenting, not diminishing; building, not destroying; creating, not annihilating."(Scott Nearing, 1965)
Helen & Scott Nearing 1950 / Image by Rebecca Lefkoff
***
I coniugi Scott ed Helen Nearing (pacifisti, vegetariani e autori di vari libri, tra cui “Living the Good Life”, divenuto best seller negli anni '70), nel 1932, durante la Grande Depressione, lasciarono New York e si trasferirono sulle Green Mountains, nel Vermont, alla ricerca di un’esistenza il più possibile libera, semplice e autentica.Tagliati i ponti con i ritmi, le abitudini e le false necessità della società civile, adottarono uno stile di vita autarchico e non conservarono altre dipendenze, se non dalla loro intelligenza, dal loro lavoro, dalla loro tenacia.
Successivamente, la civiltà da cui erano fuggiti li raggiunse anche nel Vermont, sotto forma di piste da sci.
Fu così che rifecero i bagagli e si trasferirono questa volta nel Maine, dove restarono fedeli alle loro scelte e, superando imprevisti e difficoltà, vissero a lungo e in buona salute, capaci fino a tarda età di costruire una casa in pietra con le proprie mani.
Nella sua autobiografia “Loving and Living the Good Life”, Helen Nearing condensa in una specie di decalogo i principi ispiratori del loro stile di vita, principi che ciascuno di  noi, volendo, può fare propri e mettere in pratica, per apportare tocchi di semplicità, autenticità e libertà nella propria vita di tutti i giorni, pur senza giungere a scelte drastiche. 
Ve li trascrivo qui di seguito, in versione italiana, augurandovi di farne... buon uso!
.
***
"- Fa' del tuo meglio, qualsiasi cosa succeda;
- sii in pace con te stesso;
- trovati un lavoro che ti piaccia;
- vivi semplicemente per quanto riguarda i lavori di casa, la cucina, il vestiario; sbarazzati dei cumuli di cose inutili;
- stabilisci ogni giorno un contatto con la natura; senti la terra sotto i piedi;
- fa' del moto lavorando, curando il giardino o passeggiando;
- non preoccuparti, vivi una giornata alla volta;
- condividi tutti i giorni qualcosa con qualcuno; se vivi da sola, scrivi a qualcuno, regala qualcosa, aiuta qualcuno in qualche modo;
- trova il tempo per meravigliarti della vita e del mondo; quando puoi, cerca di cogliere gli aspetti umoristici della vita;
- percepisci l’unica vita che è in tutte le cose; sii gentile con le creature."
(Helen Nearing)

lunedì 1 aprile 2013

Un mio nuovo video e due citazioni sull'attesa

Oggi mi avventurerò su un terreno minato: parlerò dell'attesa ai lettori di un blog dedicato a persone che corrono e che, come tali, si presume che abbiano fretta quasi per definizione. Come mai ho deciso di farlo? Questa è la prima cosa che vi spiegherò, quasi ridendo, all'inizio del video, per cui è inutile anticiparlo qui. 
A seguire due citazioni ed una foto, per ringraziare i cacciatori di aforismi che, con la loro insistenza, hanno contribuito... ad ispirare il mio video. 
***
"E stanno tutti aspettando che succeda qualcosa 
Che tolga il velo di polvere dalla realtà 
E stanno tutti aspettando che arrivi la sposa 
Coi fiori in mano e una promessa di felicità." 
(Jovanotti, Temporale)
***
 " Se tu vieni ... tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice...Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. "
(Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe)


Nella foto: L'attesa, di Emanuela Bartolotti, Premio Celeste 2009




martedì 26 marzo 2013

Posizionare a vista (sotto gli occhi, sotto mano o addirittura sotto... i piedi) i segni tangibili del proprio successo


"Mi misi a cercare indizi, e trovai la prova  che le montagne erano state effettivamente scalate... 
Dopodiché cominciai a congratularmi a voce alta con me stessa per le cose che mi erano riuscite bene. 
Ora catturo i momenti di successo rendendoli concreti. Avere la prova concreta della riuscita mi ha aiutata molto..." (Sarah Ban Breathnach)
***

Una volta un avvocato mi raccontò che, ogni volta che la sua fede in se stesso vacillava, tirava fuori la propria tesi di laurea, la sfogliava ben bene e in questo modo si sentiva subito ritemprato.
Quando gli chiesi quale fosse l'argomento della sua tesi di laurea, venne fuori che era uno degli istituti più terribili e controversi del diritto italiano, una cosa che tutti tendono a dimenticare appena possono, quasi a voler  allontanare al più presto dalla coscienza il sospetto di essere un po' deficienti.
Dovette uscirmi dagli occhi uno sguardo pieno di ammirazione, che l'avvocato dovette a sua volta accogliere come una specie  di applauso, almeno a giudicare dalla sua evidente espressione gongolante.
Tutto questo mi fece riflettere:  quell'uomo continuava a gongolare per un successo risalente a più di dieci-venti anni prima! Quante cause aveva fatto da allora? Quante ne aveva vinte? Quante ne aveva perse? Quante volte gli era venuto il sospetto di essere un po' deficiente, e quante volte  la sua tesi di laurea gli aveva "risposto" che non lo era?

Oggi, ripensandoci, vorrei fare davvero un applauso a quell'avvocato, ma non tanto per l'argomento difficilissimo della sua tesi di laurea, e nemmeno per tutti gli ulteriori successi che gli auguro di aver frattanto accumulato, quanto per la sua ottima, e direi esemplare, strategia di auto-accudimento!
Uso la parola strategia a bella posta, perché a volte si ha l'impressione che ci sia una vera e propria  guerra in corso, non solo tra noi e il mondo - in un'aula di tribunale o su altri campi di battaglia -, ma dentro noi stessi. Non un pensiero, ma un esercito di pensieri, a volte parte all'attacco della nostra autostima, e ci butta appresso cannonate di prove della nostra inadeguatezza: le immagini di tutti i nostri errori, le nostre mancanze, i nostri limiti. Quelle non sono fantasie, sono prove schiaccianti contro di noi: tutta roba vera! Che si fa? Vogliamo rischiare una condanna inappellabile o ci vogliamo munire di un avvocato difensore?
Che tipo di strategia adopera, l'avvocato di cui parlavamo, nel tribunale della sua autostima?
Non la negazione. Inutile negare i propri limiti ed i propri insuccessi, se sappiamo benissimo che sono reali. Anzi, ammetterli e riconoscerli, per quanto doloroso possa essere, è il primo passo per superarli (ce l'hanno sempre detto che "sbagliando s'impara"!).
Ma lui faceva un'altra cosa: portava l'attenzione sul suo valore, sulle prove concrete del suo valore, contrastando con un atto attentivo le cannonate contro la propria autostima, costituite dalle prove  schiaccianti dei suoi limiti.
Il succo della sua arringa, insomma (sempre al Tribunale dell'Autostima, sia chiaro...), sembrerebbe questo: "Signor giudice, è vero che oggi ho fatto una cosa da deficiente, ma riuscirò a non farla più, perché non sono un vero deficiente: guardi che tesi di laurea! Forza, mi dia l'assoluzione! E se proprio non mi vuole assolvere con formula piena, mi conceda almeno la condizionale!".
Tutto questo discorso solo per sottolineare l'importanza di avere sotto i nostri occhi (o almeno sufficientemente sotto mano) le prove concrete del nostro valore, per quanto vecchie e impolverate ci sembrino. Questo non tanto per esibirle agli altri, quanto per offrirle affettuosamente a noi stessi al momento buono.
Se non siamo tipi da appendere alle pareti i nostri diplomi, i nostri certificati di laurea, la nostra pagella di prima elementare con tutti 10, oppure tenere a vista targhe, trofei e ritagli di giornale che parlano di noi (foss'anche il giornalino dei boy scout che celebrava negli anni Ottanta il nostro coraggio o la nostra capacità di fare nodi), nulla ci vieta di tenere tutto ciò in un'apposita scatola dei successi: una specie di porta-gioielli, un piccolo forziere delle nostre vittorie e dei nostri meriti.
Può andare bene anche un cassetto, o anche uno scaffale qualunque: basta che tutte queste cose non finiscano in cantina o in soffitta, perché è proprio nel dimenticatoio che non devono finire!
Teniamocele care sotto gli occhi, sotto mano o anche, come dico nel titolo, sotto i piedi!

Per esempio, io tengo continuamente sotto i piedi (e, se guardo a terra, anche sotto gli occhi) il pavimento del mio corridoio di casa, che non solo trovo esteticamente molto piacevole, ma soprattutto mi è caro, perché  in origine era stato posato male e rischiava di compromettere tutta l'armonia della pavimentazione di casa. Sbollita l'iniziale arrabbiatura, la mia mente partorì una soluzione creativa, che trasformò l'errore in pregio, rendendo il pavimento più bello e particolare di quanto fosse stato inizialmente concepito (peraltro a costo zero, perché i responsabili dell'errore furono ben lieti di risolverlo così, anziché rifare tutta la pavimentazione della casa a loro spese!).
Insomma, ancora oggi su quel pavimento ci passeggio sempre volentieri, perché mi trasmette un certo tipo di fiducia e di speranza. Se in quella circostanza una mia risorsa (nella fattispecie, la creatività)  ha funzionato, vuol dire che di base mi appartiene e che potrebbe funzionare ancora bene! Basta magari non trascurarla,  non dimenticarsene, continuare a tenerla sveglia, attiva e allenata: proprio come un muscolo!
Se vi interessano dettagli circa il pavimento del mio corridoio, continuate a leggere questo post, perché ve li racconto volentieri (non sono certo un mistero!).
In caso contrario, vi saluto qui, sperando che questo post possa stimolare qualcuno di voi a dissotterrare le prove nascoste dei suoi successi e a rimettere in moto le sue risorse latenti e sonnecchianti. Il mio augurio per lui è di riprendere a vibrare come il giorno in cui ottenne una certa medaglia, un certo diploma, o un certo successo personale non codificato, e valutare, magari, se non sia proprio da quel successo che ha bisogno di ripartire, per raggiungere nuove sponde.
In questa foto potete vedere il parquet del mio corridoio.
La posa a spina di pesce, in questo ambiente centrale, divide tutta la pavimentazione della casa in due parti: nella zona destra i listoncini sono disposti tutti obliquamente in un certo verso e in quella sinistra tutti nel verso opposto, formando, in certe stanze sì e in altre no, ulteriori spine di pesce a catena.
A fine lavori, risultò che il punto centrale della spina di pesce del corridoio, non era... centrale! La successione di punte formate dall'incontro dei listoncini di legno, creava uno sgradevole effetto ottico non voluto, che squilibrava tutto il disegno verso sinistra. Per risolvere questo problema, secondo lo staff tecnico, bisognava togliere tutto il parquet dal corridoio e, quanto al resto della casa, chissà...
A questo punto cercai di capire per quale motivo il posatore avesse compiuto un errore così grossolano, e cercai di immaginare un nuovo centro della spina di pesce, così come forse l'aveva immaginato lui. Alla fine sono giunta a individuarlo in un'altra serie  di punti di intersezione tra i listoncini, che potevano essere resi visibili tramite la collocazione di una serie di mattonelline nere proprio lì. E il risultato è quello della foto: il centro visivamente corrisponde alla sequenza di mattonelline nere, con un effetto decorativo niente male e una correzione dell'effetto ottico precedente (che riappare nella foto, se omettete di guardare le mattonelline).

Clicca qui se vuoi seguire anche la mia pagina su Google + (...e in caso di difficoltà, clicca qui per istruzioni)