lunedì 14 maggio 2018

Da oggi mi tratterò con gentilezza


Oggi vi presento Luisa. Ha 46 anni, fa l'artigiana nel settore degli accessori moda e non pende economicamente né verso la ricchezza né verso la povertà. Separata e con un figlio adolescente, quando qualcuno le chiede: "Come stai?", tende a rispondere: “Bene”, se sta bene, e "Non mi posso lamentare", negli altri casi. 
Oggi è venerdì e Luisa, stanca più che mai alla fine di una settimana impegnativa, sta facendo i bagagli per andarsene al mare durante un attesissimo weekend di primavera. Sono le 15.30 e la sua intenzione originaria era di partire non oltre le 16, per arrivare a destinazione con la luce.
Per concedersi la partenza di venerdì pomeriggio e il ritorno di lunedì mattina, Luisa ha lavorato giovedì sera fino a tardi e venerdì mattina si è svegliata presto per fare un concentrato di piccoli adempimenti dell'ultim'ora, tipo:
  • sbrigare la corrispondenza in arrivo sulle caselle di posta elettronica professionale e personale;
  • aggiornare il sito con le ultime novità;
  • disporre l'addebito in conto di due pagamenti in scadenza;
  • rispondere alle ultime telefonate dei clienti;
  • ricontattare l'avvocato per quella questione in corso - visto che c'era una sua mail urgente nella corrispondenza appena aperta;
  • passare a salutare la madre - che le dice al volo che le fa male qui e chissà se è grave, che si è inceppato il computer e chissà se è un virus, che le è arrivata una carta urgente da non si sa che ufficio e bisogna capire di che si tratta;
  • innaffiare le piante;
  • disfarsi dell'umido;
  • fare benzina;
  • dire all'ex marito che parleranno della questione catastale martedì e non ora - visto che c'era pure una sua mail nella corrispondenza;
  • ricaricare la Postepay del figlio che sta in gita scolastica a Venezia e le ha appena comunicato con WhatsApp che è rimasto senza soldi  (e non si capisce come mai, ma intanto);
  • e altre cinque o sei cose,  nessuna di per sé particolarmente impegnativa ma nemmeno rilassante.
Inutile dire che il tempo per fare un po' di spesa e cucinarsi un piatto caldo Luisa non l'ha trovato, ma intanto è giunta l'ora di fare i bagagli se vuole davvero partire. Decide così di mangiare in piedi la prima cosa che trova tra frigorifero e credenza e con la cosa ancora in una mano (e anche un po' in bocca), prende con l’altra mano la valigia dal ripostiglio,  poi tira fuori la borsa del mare,  due vestiti leggeri,  due vestiti pesanti, cappello, ombrello, creme e cremine, indumenti per la notte, costumi da bagno, ciabattine, documenti, collirio, caricabatterie e tutto il resto che via via le viene in mente e che sembra non finire mai, e mette tutto in valigia.
Alle 17.30  i bagagli sembrano a posto, ma i capelli, e le unghie, e i peli sulle gambe...  Oddio!
Luisa si laverà i capelli prima di partire?
Andrà al mare con i peli sulle gambe o deciderà di depilarsi?
Resisterà alla tentazione di dedicare un'ora a manicure e pedicure, con relativi tempi di asciugatura di smalto e intoppi vari?
E principalmente riuscirà mai a partire prima di notte?
Accantoniamo per un momento il comprensibile desiderio di conoscere la risposta a tutte le domande della Storia e focalizziamoci piuttosto su un'unica questione, e cioè:
·     secondo noi, oggi, con che tipo di commenti la mente di Luisa le avrà tenuto compagnia durante le sue esperienze della giornata? Cosa le avrà detto passo dopo passo mentre lei era alle prese con le sue tante ordinarie e straordinarie difficoltà (non importa quanto piccole o grandi ai nostri occhi)? 

La nostra fantasia potrebbe  partorire a riguardo centinaia di risposte diverse.
Ma noi decidiamo di limitare il campo a una sola questione, che è quella che ci interessa oggi, e cioè:
·      Luisa  avrà trovato in se stessa il conforto e il sostegno che avrebbe ricevuto da una buona amica capace di comprendere e accettare le sue difficoltà e i suoi limiti? O piuttosto, mentre annaspava tra le sue varie peripezie, avrà dovuto sopportare anche le critiche e i commenti di un severo giudice interiore, a caccia di errori e difetti e impietoso riguardo ai suoi umani limiti?

Per farci un'idea della differenza tra i due casi, proviamo a fare un esempio, concedendoci anche di sorridere un po’ di Luisa,  che è abbastanza inventata da non prendersela.
Immaginiamo un dialogo interiore  A) per il primo caso e un dialogo interiore  B) per il secondo caso.
Quale dei due ci sembra calzare meglio alla Luisa che abbiamo in mente?




Dialogo 
interiore della mattina





Dialogo interiore A)

La mattina, il dialogo interiore di Luisa  dice: 
" E’ evidente che ho bisogno di staccare. E’ difficile convivere con questi livelli di stanchezza e di  ansia. Troppe cose a cui badare tutte assieme: sono un essere umano (e neanche tanto giovane), mica un supereroe! E’ comprensibile che mi senta sopraffatta. Va bene, sarà anche vero che la prendo così perché sono un po' ansiosa di mio. Su questo magari ci posso lavorare. Ma intanto mica posso farmene una colpa! E poi non sono certo l'unica al mondo ad avere l’ansia. Anzi, sono proprio in buona compagnia. Però è evidente che non ho la forza per occuparmi da sola  di tante cose: non sono gravi, ma sono tante. Forse è il momento di prendere in considerazione un aiutino. Qualcuno che mi alleggerisca un po’ da tutto questo. Per esempio, quella Mariella, così gentile e disponibile… Al ritorno la chiamo. 
Dialogo interiore B)

La mattina, il dialogo interiore di Luisa dice:
"Ma si può essere così disorganizzate da ridursi a fare cento cose prima di partire? 
Di questo passo col cavolo che riesco a partire oggi! 
Chiunque sarebbe capace di organizzarsi meglio. Solo io no.  Mi faccio una rabbia.  Ma perché sono così? Sembra quasi che me li vada a cercare col lanternino i problemi!
- E se la questione con l'avvocato  precipita?
- E se il dolorino di mamma non fosse una delle solite cose?
- E se l'ex marito interpreta male un ritardo nella risposta?
- E se capita qualcosa al figlio rimasto a Venezia senza soldi?
Ma lo vedi quanti pensieri mi faccio venire? Non s'è mai vista una persona ansiosa come me. Ma che scema! E se ci avessi un problema vero, allora? Come farei? 



Dialogo 
 interiore del pomeriggio





Il pomeriggio,  il dialogo interiore di Luisa dice: 
" Evvài, ora sono in vacanza. Ora finalmente posso pensare solo a me stessa. Faccio i bagagli con calma. Davvero non c'è motivo di correre. Il grande vantaggio di partire sola: nessuno che mi metta fretta. 
Ma che bello tirare fuori finalmente  la borsa del mare! Guarda qua: ci stanno dentro quei famosi orecchini che non trovavo più. Che fortuna! Vediamo se il vestito verde dell’estate scorsa mi sta ancora bene, quest’anno. Tira un po' sul petto. E vabbè... Abbiamo messo qualche chiletto, tesoro. Che ci vogliamo fare?  Tutti ingrassano d'inverno.  Come si spiegherebbe  altrimenti che le riviste sono piene di diete dimagranti di questi tempi?
Ma guarda questi poveri piedi in che condizioni sono! E se chiedessi all'estetista di farmi un pedicure al volo? Almeno quello! Da me magari mi lavo i capelli e mi depilo (per le mani, poi vediamo). Quasi quasi prenoto anche il ristorante per cena. Così mangio sicuro stasera, anche se arrivo tardi. Quale ristorante? Quello buono, dài. Dopo una settimana di duro lavoro, una signora  se la meriterà pure qualche coccola! O no?

Il pomeriggio,  il dialogo interiore  di Luisa dice: 
"Guarda qua: sono già le tre e mezza e ancora devo fare i bagagli. Siamo alle solite. Come si fa ad essere inette come me? Mi riduco sempre così. Sono proprio un’incapace. E ora che ci metto in questa valigia? Proviamo il vestito verde dell'anno scorso, va'. Oh, no! Guarda come mi sta male: tira tremendamente sul seno! Mi sono fatta una cicciona! Che disastro. Sono orribile!
Prendiamo la borsa del mare, forza. Guarda qua: ci stanno dentro gli orecchini  che ho cercato per tutto l'inverno. Ecco dov'erano finiti! Troppo disordinata, non mi sopporto! E pure smemorata! Com’è che non mi sono ricordata che gli orecchini stavano in questa borsa? Dev'essere la vecchiaia. Mi scordo le cose e peggioro di giorno in giorno.
Ma guarda: intanto si sono fatte già le cinque e mezza! Mi devo muovere se no arrivo tardi.  Non posso perdere tempo pure a lavarmi i capelli, a depilarmi, e a sistemarmi i piedi e le mani! Ci dovevo pensare prima. Ora me li tengo così. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ecco: almeno i proverbi me li ricordo! Proprio come i vecchi…

E ora proviamo a chiederci:
1.   Secondo noi, a parità di circostanze, Luisa si sentirà allo stesso modo, convivendo con un dialogo interno di tipo A piuttosto che con un dialogo interno di tipo B?
2.   Personalmente, se potessimo scegliere, preferiremmo convivere con la compagnia di una persona che ci fa discorsi di tipo A o discorsi di tipo B ?
3.   Di solito, nella vita, quando siamo in difficoltà e facciamo i conti con i nostri limiti, le nostre inadeguatezze, i nostri errori e fallimenti, tendiamo a trattare noi stessi con comprensione e gentilezza (dialogo A) o piuttosto tendiamo a giudicarci e criticarci (dialogo B)? 

Probabilmente alcuni di noi non si identificano con Luisa, perché per età, per sesso, per storia e condizioni di vita, sentono di avere problemi molto diversi dai suoi. Ma riflettere su come funziona lei (anche, e forse proprio, in condizioni diverse dalle nostre) ci può stimolare a portare l’attenzione su cosa abbiamo in comune con lei, sotto l’aspetto del rapporto con noi stessi, del nostro riuscire o non riuscire ad essere gentili verso noi stessi,  in generale e più che mai nei momenti difficili.
Avere dentro di sé un giudice impietoso sempre all’opera può essere infatti un’esperienza molto dura per tutti, sia nell’ordinaria amministrazione sia (e più che mai) nelle grandi sfide della vita. Alcune persone, per esempio, in occasione della morte di una persona cara, si trovano a rimproverarsi per tutto ciò che non hanno fatto con lei negli ultimi tempi e che non potranno fare mai più. Altre, vivendo l’esperienza - già di per sé molto dura - di scoprire che il bambino che hanno messo al mondo ha qualche forma di disabilità o malattia, devono fare anche i conti con il giudice interiore che le accusa di essere responsabili delle difficoltà del bambino, per via dei propri geni difettosi o di qualche altra propria inadeguatezza, aggiungendo il peso schiacciante del senso di colpa al dolore che già provano e alle preoccupazioni per il bambino. Senza contare il caso estremo del senso di colpa che possono vivere gli unici sopravvissuti ad un qualche disastro collettivo,   i quali oltre alla ferita del trauma e del lutto, possono trovarsi a convivere con una forma di rimprovero interiore riguardo alla questione "Perché io mi sono salvato invece di condividere la sorte degli altri?".
Qualunque siano le questioni “reali” con cui facciamo i conti nella vita, poter contare su un alleato comprensivo, gentile e supportivo dentro di noi è una grande risorsa per trovare la forza di attraversare le difficoltà e farci i conti, piuttosto che restarne schiacciati.
Questo non significa diventare indulgenti verso le nostre manchevolezze, nel caso che i guai in cui ci troviamo siano conseguenza dei nostri atti. Significa semplicemente rendere utile anche l’esperienza dell’errore, per quanto grave, e quindi provare a farcene qualcosa. Questo implica che, certo, ce ne assumeremo la responsabilità e cercheremo anche di rimediare se è possibile, ma soprattutto ne faremo un’occasione di crescita. 
Si dice che diventare consapevoli dei propri limiti è il primo passo per superarli. Con ciò si intende che è utile e opportuno guardare bene in faccia i nostri difetti e le nostre zone d’ombra. Il che però non significa martirizzarci con critiche e giudizi negativi. Può essere infatti molto più utile adottare nei nostri confronti l’atteggiamento supportivo che avrebbe un supervisore interno, piuttosto che l’atteggiamento demolitivo di un giudice impietoso. Un supervisore supportivo è la parte di noi stessi che ci fa guardare coraggiosamente in faccia la realtà, anche quella dei nostri limiti, con uno sguardo compassionevole e sufficientemente accettante (il limite è la realtà, inutile negarlo) che ci aiuti a prendere decisioni utili, salutari e sagge per l’avvenire, che tengano pazientemente  conto di questi limiti, mentre lavoriamo con tutte le risorse a disposizione per cercare di fare il meglio che possiamo sul cammino della nostra vita. 
Detto questo, l’invito di oggi è anche di provare a chiederci in che misura, al di là delle dimensioni squisitamente interiori, poi di fatto facciamo cose gentili per noi stessi. Ci trattiamo materialmente con gentilezza? Rispettiamo i nostri bisogni fisici (in ciò che mangiamo, in ciò che concediamo al corpo in termini di cure amorevoli, piccole attenzioni e coccole), i nostri bisogni di riposo, svago, semplice e innocente piacere di giocare o soddisfare i sensi (gusto, vista, olfatto, tatto, udito)? Ci portiamo a fare qualche bella passeggiata, anche solitaria? Ci facciamo qualche regaletto speciale?
Ognuno di noi conosce i fatti suoi e può fare qualcosa per sé.
Magari, se interessa, potremmo chiedere a Luisa come si regola lei (sempre che riusciamo a ritrovare il filo della sua storia, dopo queste digressioni).
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Una donna sudata,  scarmigliata e pelosa, con le unghie delle mani malandate ed i piedi trascurati,  si aggira alle 19.30 precise in una graziosa località di mare, avvolta in abiti larghi e informi. Se è grassa o se è magra non si sa. Se è contenta o se non lo è, difficile dirlo. Passa davanti a un ristorante rinomato. Indugia per un momento. E poi se ne va. Sembra quasi che abbia pensato: "Ma che ci vado a fare qua? Sono da sola: è uno spreco". Entra nella pizzeria/rosticceria dall'altro lato della strada. Le dicono che c'è anche del pesce surgelato, se vuole, e un po' di verdura.  Il locale è illuminato a giorno da luci al neon;  un televisore acceso di fronte a lei trasmette un programma  che non le interessa. In attesa di essere servita, giocherella col cellulare e manda messaggini agli amici per sapere domani chi c’è e chi non c’è giù in spiaggia. Alla fine mangia pesce surgelato e spinaci lessi e forse per oggi non ingrasserà.

Alle 21.30 abbondanti, una chioma pulita, lucente e profumata, con sotto una donna fasciata in un abito verde smeraldo (che per la verità tira un pochino sul seno),  mette piede con sicurezza nel ristorante rinomato della stessa graziosa località di mare. Luci soffuse, musica jazz a basso volume, sedie comode, menu ricco e vario. La signora si siede al suo tavolo e sceglie le portate che più le piacciono. Nell'attesa, ammira il bellissimo panorama fuori dalla finestra e ogni gradevolezza dell'ambiente. L'occhio le cade per un momento sulle sue mani curate e sulle unghie smaltate di recente. Le sue gambe, in uno sfioramento casuale dell'una con l'altra, le fanno sentire quanto sono lisce e morbide. La signora si sorprende a pensare: Che bella cosa avere le mani e le gambe! 
Il cameriere le porta un calice di bollicine assieme all'antipasto. La signora prende il calice, sorride e fa un bel brindisi a sé stessa. 
Domani cenerà a pizza e birra con gli amici del mare, ma stasera le ci voleva proprio un momento così. Sola con la sua migliore amica. 
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Imparare a trattare noi stessi con gentilezza è uno degli argomenti a cui sarà ispirato il nostro incontro del 24 maggio su "Mindfulness e self-compassion". Si tratterà, come sempre, di un incontro di pratica più che di teoria, dove i momenti di confronto con gli altri membri del gruppo ci aiuteranno a mettere in parole le nostre esperienze e a chiarirle meglio a noi stessi, proprio grazie alla condivisione con gli altri. Chi fosse interessato, può prenotarsi al numero 388.8257088
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Photo by  rawpixel  on  Unsplash  (Luisa è un personaggio immaginario. La donna nell'immagine è una modella che non ha niente a che fare con lei)

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giovedì 12 aprile 2018

Pronto soccorso emotivo: 15 minuti di self-compassion. Traccia audio e appuntamento per il 24 maggio

Quando ci troviamo in un momento difficile, al di là delle strategie che possiamo elaborare per affrontarlo sul piano pratico, è utile concederci prima di tutto qualche momento per sostenere noi stessi dal punto di vista emotivo e darci il conforto di cui abbiamo bisogno, offrendo a noi stessi presenza mentale e gentilezza, per poter accogliere consapevolmente la nostra sofferenza e prendercene cura amorevolmente. Questa pratica di 15 minuti può essere usata proprio con questa intenzione e potremmo definirla come una specie di piccolo pronto soccorso emotivo. L'invito è di orientare la nostra attenzione gentile verso la nostra stessa sofferenza, con un atteggiamento compassionevole verso noi stessi, che esprimiamo attraverso il tocco delicato della mano sul corpo e attraverso le parole che potremo dire a noi stessi per confortarci, riconoscendo anche, e lasciando andare, eventuali tendenze della mente a formulare nei nostri confronti critiche e giudizi negativi, che non sono di nessun aiuto ed anzi aggiungono sofferenza a sofferenza. L'intenzione è di non abbandonarci e lasciarci soli nella difficoltà, ma al contrario di sostenerci, stare dalla nostra parte, proprio come farebbe una persona che ci vuole bene e che comprende e rispetta la nostra sofferenza. Al tempo stesso - come suggerisce la psicologa americana Kristin Neff, una delle maggiori esperte mondiali di self-compassion - può essere utile anche aprirci al senso della "comunanza" o "umanità condivisa", cioè alla consapevolezza che il dolore non è un'esperienza solo nostra, ma qualcosa che condividiamo con tutti gli esseri umani, è parte della condizione umana. Questo non significa banalizzare il dolore, ma dargli un senso diverso.
A volte quando commettiamo un errore, quando ci scontriamo con una difficoltà del vivere, possiamo sentirci i soli a sbagliare o a essere in difficoltà, percependo tutti gli altri come più bravi o più fortunati di noi. Ricordarci che non esiste essere umano infallibile o che non conosca qualche forma di dolore o sofferenza emotiva, può rendere la nostra esperienza difficile qualcosa che ci unisce agli altri, che ci apre alla comprensione della sofferenza altrui, arricchendo la nostra vita della grazia, del nutrimento e del conforto che la compassione porta in dono.
Colgo l'occasione per ricordare, a chi sia interessato, che il prossimo incontro di pratica di mindfulness di gruppo è fissato per il 24 maggio alle 18:30, e sarà dedicato proprio al tema mindfulness e self-compassion. Maggiori informazioni alla pagina degli eventi

Buona pratica! 
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martedì 27 febbraio 2018

Evento gratuito: incontro di mindfulness psicosomatica per docenti. Necessaria prenotazione


Il 5 marzo, presso l'Istituto Comprensivo Giacomo Leopardi di Torre del Greco, si terrà un incontro gratuito di mindfulness psicosomatica del Progetto Gaia - Benessere Globale, aperto a tutti i docenti interessati all'argomento, sia iscritti sia non iscritti al relativo corso di formazione, recentemente proposto dall'Istituto sulla piattaforma S.O.F.I.A.
L'incontro inizierà alle 14.30 e terminerà alle 16.30.
Per partecipare, occorre prenotarsi in segreteria, comunicando il proprio nominativo alla signora Maria Teresa Commone tel.081.8824878. Le prenotazioni verranno accettate fino a esaurimento posti, con precedenza agli iscritti al relativo corso già proposto sulla piattaforma S.O.F.I.A. 
Per altre informazioni sull'incontro gratuito e sui corsi di formazione per docenti sull'argomento, è possibile contattare la conduttrice Maria Michela Altiero, all'indirizzo e-mail: psicologa.altiero@gmail.com.




Leggi anche:
- Scuola: corso di mindfulness per docenti. L'esperienza di un Istituto Comprensivo di Torre del Greco


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sabato 3 febbraio 2018

Corso di mindfulness psicosomatica per docenti. Iscrizioni entro il 23 febbraio su piattaforma S.O.F.I.A.

Anche quest'anno l'Istituto Comprensivo Giacomo Leopardi di Torre del Greco apre le porte della scuola alla consapevolezza.
Il prossimo 26 febbraio parte il nuovo corso di mindfulness psicosomatica destinato a docenti di ogni ordine e grado.
Il corso è presente sulla Piattaforma S.O.F.I.A. con il Titolo: "Progetto Gaia: Psicologia e Mindfulness a scuola" (identificativo n.11383) ed è acquistabile anche con la carta del docente. Inizia il 26 febbraio e termina il 28 maggio (il termine ultimo per le iscrizioni è venerdì 24 febbraio).

Il corso, dal taglio fortemente esperienziale, si svolge il lunedì pomeriggio dalle 14:30 alle 16:30, per totali 25 ore in presenza distribuite in 12 incontri (di cui il primo e l'ultimo di due ore e trenta).

Il programma prevede:
- momenti di teoria con proiezione di filmati;
- esercizi fisici di energetica dolce e forte;
- esercizi di respirazione;
- pratiche di meditazione mindfulness;
- esercizi con la voce;
- body scan psicosomatico;
- disegno psicosomatico;
- esercizi relazionali in coppia e in gruppo;
- condivisioni di gruppo;
- file audio ed indicazioni per la prosecuzione delle pratiche a casa.

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- Direttore del Corso: Dirigente Scolastico Prof.ssa Olimpia Tedeschi
- Conduttrice: Maria Michela Altiero - Psicologa e istruttrice di pratiche di mindfulness e protocolli mindfulness-based
- Tutor del corso: Docente Luisa Sorrentino De Simone

- Progetto grafico locandina: Prof.Vito Palmeri


Per informazioni: 
  • segreteria scolastica: signora Maria Teresa Commone tel. 081.8824878 ore 9:00-14:00
  • Dr.Maria Michela Altiero: psicologa.altiero@gmail.com
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Il corso segue le linee guida del Protocollo di Mindfulness Psicosomatica - PMP del Progetto Gaia (versione per adulti: Benessere Globale-Gaia), di cui abbiamo già parlato più volte su questo blog
Si tratta di un programma di educazione alla consapevolezza globale di sé e del pianeta ideato dall'Istituto di Psicosomatica PNEI dell'Aps Villaggio Globale di Bagni di Lucca, e sostenuto dall'UNESCO e dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.
Chi scoprisse oggi il Progetto Gaia e volesse saperne di più, troverà a seguire, dopo la locandina del corso,  un breve riepilogo delle notizie salienti che lo riguardano.

Il Progetto Gaia nasceva sin dall'origine come programma educativo destinato alle scuole.
Nell'intento di  farlo  sperimentare prima ancora che agli alunni ai docenti, riconoscendone l'importanza in primo luogo per la loro formazione, ne è stata adottata la versione per adulti, conosciuta come Progetto Benessere Globale - Gaia.
Il protocollo prevede dodici  incontri settimanali, durante i quali si alternano:

  •  momenti di teoria (brevi video sul funzionamento di mente e corpo, sul senso e l'efficacia delle pratiche apprese, sull'impatto che una maggiore consapevolezza può avere sul benessere psicofisico, sulla qualità delle relazioni umane e sulle sorti dell'umanità e del pianeta),
  •  momenti di pratica (esercizi di energetica, di respirazione e di mindfulness), 
  • momenti di espressione grafica e condivisione di gruppo.


A seguire un breve video di presentazione del Progetto Gaia.

                         

Altre notizie e informazioni estrapolate dalla documentazione che correda il progetto.

"I dati nazionali ed internazionali sullo stato di salute della popolazione - si legge nell'introduzione al Protocollo del Progetto Benessere Globale Gaia - evidenziano un crescente malessere dovuto al peggioramento delle situazioni economiche e sociali (Rapporto Bes, Cnel - Istat 2014), un aumento dello stress, dell'ansia e della depressione negli adulti (dati Istat e Passi) e negli adolescenti (dati Health for the World's Adolescents international survey), un incremento del malessere psicofisico dei bambini (dati Emergenza Italia - Telefono Azzurro, 2012), un aumento della violenza famigliare e di genere sulle donne e sulle giovani (dati Eures, 2014). Questo malessere si riflette sui giovani e sugli adulti generando stress, disagio psicosomatico, aggressività, isolamento e depressione; disturbi che l'OMS, l'Organizzaione Mondiale della Sanità, ha definito come le "malattie del nostro tempo".

La finalità del Progetto Benessere Globale Gaia è di promuovere un programma educativo che ponga al centro lo sviluppo di una consapevolezza globale di sé stessi e del pianeta e che dia le basi etiche, scientifiche e umane per essere cittadini creativi della società globalizzata in cui viviamo. 
Gli obiettivi pratici del Progetto Benessere Globale Gaia in sintesi sono: 
1. Sviluppare una maggiore consapevolezza psicosomatica di Sé (corpo ed emozioni);
2. Migliorare il benessere psicofisico riducendo lo stress, l’ansia e la depressione;
3. Migliorare il rendimento scolastico aumentando l’attenzione e la presenza, e riducendo l’irrequietezza e la tensione;
4. Gestione delle emozioni e contenimento della reattività e degli impulsi (autoregolazione)
5. Migliorare il clima e la cooperazione del gruppo classe;
6. Offrire una base di informazioni etiche, scientifiche e culturali per una cittadinanza globale;
7. Educazione all’interculturalità e ai diritti umani per una cittadinanza globale (UNESCO).
A tal fine i destinatari del Progetto Benessere Globale - Gaia apprenderanno, in un percorso di 12 incontri (eventualmente estensibile fino a 24 incontri) pratiche di consapevolezza di sé, di benessere psicofisico e di intelligenza emotiva tese ad attivare le risorse personali e a migliorare la fiducia in se stessi, in modo da relazionarsi positivamente con gli altri e con la società in trasformazione. Il percorso integra aspetti esperienziali ed aspetti informativi 
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Gli effetti delle pratiche di consapevolezza utilizzate nel Progetto Gaia sono stati validati scientificamente da numerose ricerche psicologiche e cliniche internazionali che provano l’efficacia di queste pratiche per la riduzione dello stress, dell’ansia e della depressione, per il miglioramento del benessere psicofisico, della stima di sé e anche per il miglioramento dell’attenzione, della concentrazione e del rendimento scolastico .

Le basi scientifiche del protocollo
Il Progetto Benessere Globale - Gaia, al fine di sviluppare una reale consapevolezza globale, prevede un protocollo articolato in quattro principali aree educative che corrispondono alle principali dimensioni neuropsicologiche umane:
- in giallo la consapevolezza di sé, che corrisponde alla funzione centrale del cervello,
- in rosso la consapevolezza corporea-emotiva del cervello sottocorticale
- in blu la consapevolezza scientifica dell’emisfero razionale
- e in verde la consapevolezza etica dell’emisfero intuitivo.

La comprensione integrata di queste quattro dimensioni porta ad una consapevolezza globale, che integra la dimensione personale con le dimensioni sociali e culturali.

domenica 24 dicembre 2017

Body scan e gentilezza amorevole. Buon Natale con una nuova traccia audio


Il  mio augurio per Natale è che possiate sentirvi bene, liberi da tensioni e dolori, in pace, al sicuro, felici.
In questo spirito vi presento oggi una nuova traccia audio che si chiama "Body scan e gentilezza amorevole", che contiene proprio auguri di questo tipo che ognuno di noi può rivolgere a se stesso (a cominciare dalle singole parti del proprio corpo) e volendo anche ad altre persone.
Questa pratica aggiunge al solito body scan parole che prendono spunto da un'antica bellissima pratica spirituale detta, in lingua pali, Metta (traducibile come gentilezza amorevole), che consiste nel portare continuamente l’attenzione del praticante su frasi tipo “Che io possa/che tutti gli esseri possano essere... felici, al sicuro, in pace, ecc.”.
Il motivo per cui anche nei protocolli mindfulness-based viene insegnata la Metta è perché è un modo diretto ed efficace per ricondurci alla qualità emotiva fondamentale associata alla mindfulness, che è appunto la gentilezza amorevole, mantenendola così chiara nella nostra mente (come intenzione, beninteso, non come illusione da sovrapporre alla realtà) da far sì che essa pervada tutte le nostre pratiche e trabocchi un po' alla volta anche nella nostra vita, consentendoci di accogliere con cuore aperto anziché con rigidità ogni esperienza (comprese le distrazioni della nostra mente, quando pratichiamo,  e qualunque altra cosa possiamo incontrare - pensieri, emozioni, sensazioni -  sia durante la pratica sia nella vita ordinaria).
Richiamare la gentilezza amorevole durante il body scan, come facciamo nella pratica di oggi, può esserci utile in particolare per ricordarci di assumere un atteggiamento gentile e amorevole verso il nostro corpo, anche quando (e soprattutto quando) è sede di dolori, tensioni, malattia o altre dimensioni di sofferenza connesse al suo non essere come vorremmo che fosse (non abbastanza tonico, giovane, forte, magro e via dicendo, con le infinite varianti della non accettazione).
Questa pratica può aiutarci a ricordare il bisogno del nostro corpo, il nostro bisogno in generale e il bisogno di tutti gli esseri viventi di essere trattati bene, con gentilezza e amorevolezza, e di essere  coccolati più che criticati.
Quale momento migliore per ricordarsi di tutto questo se non a Natale?
Buona pratica, allora. Buon Natale! 

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venerdì 22 settembre 2017

Mindfulness: la chiave per la riduzione dello stress


La mindfulness è uno stato mentale. È la consapevolezza che emerge dal prestare attenzione intenzionalmente, momento per momento, allo svolgersi dell'esperienza presente così com'è, senza giudicarla (Jon Kabat-Zinn).
Attraverso pratiche costanti di autoregolazione dell'attenzione, sia informali sia formali (tali ultime dette anche meditazioni, perché derivate da antiche tradizioni meditative buddhiste), questo stato mentale può essere coltivato deliberatamente, giorno dopo giorno, favorendo quella presenza mentale che tanto spesso ci manca, a causa della naturale tendenza della nostra mente a vagare e a perdersi in mille pensieri (come i ricordi del passato, le preoccupazioni o i progetti per il futuro, e così via).
Ma la mindfulness non si riduce a semplice presenza mentale.
Una presenza mentale fredda e distaccata, per esempio, non sarebbe mindfulness.
Infatti non c'è mindfulness dove non c'è heartfulness.
Mente e cuore devono procedere insieme.
La mindfulness è una presenza mentale calda, amorevole, gentile, paziente, accettante, compassionevole. Ed è proprio l'insieme di queste qualità che ne fa uno stato mentale molto speciale e salutare, che può diventare la chiave della felicità, o anche semplicemente - per dirla con minor enfasi - la chiave della riduzione dello stress.
Il programma MBSR - Mindfulness Based Stress Reduction - è un programma per la riduzione dello stress basato sulla mindfulness.  È stato sviluppato a partire dal 1979 dal Prof.Jon Kabat-Zinn presso la University of Massachusetts Medical School e da allora ha avuto grande diffusione a livello internazionale, per l'ampio ventaglio di benefici riscontrati nel trattamento di varie forme di sofferenza, come risulta da molti studi scientifici, confortati anche dai dati delle Neuroscienze.
Il programma MBSR è pertanto consigliato (anche in accompagnamento agli eventuali altri percorsi terapeutici o riabilitativi del caso):
- in tutte le condizioni di vita difficili, di breve o lunga durata che siano fonte di stress (come lutti, problemi di coppia, separazioni, malattie proprie o dei propri cari, problemi lavorativi, ecc.)
- quando il corpo presenta problemi o malattie connessi allo stress o essi stessi causa di stress (quali dolori cronici, malattie cardiovascolari, cancro, disturbi digestivi, ipertensione, cefalea, disturbi del sonno, ecc.), 
- per problematiche psicologiche come ansia, depressione, attacchi di panico.
È inoltre indicato come percorso di benessere personale, per imparare a prendersi cura di sé stessi e giungere a condizioni di maggiore benessere ed equilibrio psico-fisico.
Il Programma MBSR dura otto settimane e prevede otto incontri di gruppo a cadenza settimanale, della durata di circa due ore e trenta ciascuno, oltre una giornata di pratica intensiva di circa cinque oi sei ore. Ad ogni partrecipante è richiesto inoltre un impegno quotidiano a casa.
Il programma fornisce:
- istruzioni guidate per le pratiche di meditazione mindfulness;
- semplici esercizi di stretching e mindful yoga;
- dialogo di gruppo ed esercizi di comunicazione mindful;
- istruzioni personalizzate;
- schede e materiale audio di supporto per la pratica giornaliera.
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Conduttrice: Maria Michela Altiero psicologa e mindfulness trainer
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domenica 3 settembre 2017

La castellana. Una fiaba per presentare il programma per la riduzione dello stress e le pratiche di mindfulness

Nell'immagine "Donna con candela" di Murad Sayen 


Una volta, alla presentazione di un Protocollo Mindfulness-Based, mi è tornata in mente un'antica fiaba tramandata oralmente nella mia famiglia di madre in figlia.

Ero certa che ad ogni passaggio generazionale alcuni dettagli erano stati aggiunti, tolti o modificati secondo lo stile e i gusti della narratrice di turno e questo mi fece sentire autorizzata a raccontarla a mia volta a modo mio.

Qual era il modo mio?  Inutile negarlo. La castellana con la sua candela mi ricordava tanto l'esperienza delle pratiche formali di mindfulness ed in particolare del body-scan: un giro circolare della luce della coscienza in tutti gli anfratti del corpo, mentre vari spiritelli soffiano sulla fiamma per sabotare l'impresa (come i pensieri, per esempio, o il torpore o stimoli vari  sia interni sia esterni che tendono a catturare la nostra attenzione).

Ci sarebbe tanto altro da dire, in verità. Ma per oggi basta così. Andiamo alla fiaba.

Possano la fiducia e la costanza nella pratica risanare i nostri castelli e le nostre vite.




C'era una volta, in un paese lontano, una castellana alle prese con tutti i problemi del suo castello.

L'amministratore negli ultimi tempi continuava a ripeterle:
"Il castello sta andando in rovina, il castello sta andando in rovina", così la castellana si decise una buona volta a guardare i conti.
Ma non ci capì niente. Per lei erano soltanto un arido elenco di parole e di numeri.

"Tutto questo significa che il castello sta andando in rovina?", chiese.
"Sì...", disse l'amministratore.
"E cos'è esattamente questa rovina?"
L'amministratore sembrò spazientirsi: 
"Allora non si fida di me? Deve ritrovarsi sotto le macerie per capire a che punto siamo?"
Si asciugò la fronte con un fazzoletto, salutò sbrigativamente la castellana e andò via borbottando.

Disorientata e preoccupata, la castellana decise di rivolgersi a una maga e le chiese:
"Cosa devo fare per impedire che il castello vada in rovina?"
La maga consegnò alla castellana un grosso pacco pieno di candele e le disse:
"Ogni giorno accendi una di queste candele e fa' il giro dell'intero castello con la candela accesa. Non ti fermare fino a che la candela non sarà completamente consumata."
"Oh, no!", disse la castellana. "Lo sai che il castello ha zone buie, anfratti inaccessibili e porte sprangate da anni..."

"Lo so. Lo so. Se è per questo ci sono pure gli spiriti..." 
"Allora lo vedi che questo giro è pericoloso..."
"Non è pericoloso, solo non è così semplice. Gli spiriti più che altro si divertono a fare scherzi e tu devi metterli semplicemente in conto. Per esempio soffiano sulla fiamma della candela e la spengono. Questo è proprio tipico. Quando ti accorgerai che la candela si è spenta, tu semplicemente la riaccenderai e riprenderai il tuo giro del castello. E così anche cento, duecento, trecento volte. Senza avvilirti, ma con pazienza e fiducia in ciò che stai facendo." 

"Ma dove lo prendo il fuoco per riaccendere ogni volta la candela?", disse la castellana un po' smarrita.
"Lo prenderai da qui", rispose la maga mettendole in mano un medaglione magico. E le spiegò: "Questo medaglione custodisce una fiamma inestinguibile ed è invisibile a tutti, persino agli spiriti. Puoi vederlo solo tu. Portalo sempre con te e attingi il fuoco da lì ogni volta che devi riaccendere la candela."

La castellana seguì il suggerimento della maga e giorno dopo giorno esplorò ogni più segreto anfratto del suo castello e ne conobbe le caratteristiche, le qualità, le difficoltà.

In ogni angolo portò la luce della sua candela, riaccendendola pazientemente con la fiamma del medaglione ogni volta che gli spiriti la spegnevano.
Ovunque aprì le finestre e fece arieggiare gli ambienti. 
Non si arrese di fronte alle porte chiuse a chiave, ma neanche le forzò per aprirle con la violenza. Ogni volta che ci passava vicino con la sua candela, si limitava ad osservarle, con interesse e curiosità.

Un po' alla volta scoprì in esse l’esistenza di spioncini e poté guardare cosa si nascondeva dietro le porte chiuse. E un po' alla volta ne scoprì anche i segreti congegni di apertura e poté varcarne le soglie.
Dietro alcune porte trovò custodite gemme preziose, oro, danaro, tappeti e arazzi: i tesori segreti del castello, un'enorme ricchezza tutta sua e a lei stessa finora sconosciuta.
Dietro altre, trovò incatenati draghi e belve feroci, o rinchiusi veleni, vecchi scheletri e antiche maledizioni su pergamena.
Grazie alla consegna ricevuta dalla maga, la castellana un po’ alla volta si fece coraggio e portò la luce della candela anche lì, tra le belve, i draghi, i veleni e quant’altro, accorgendosi che tutte queste cose facevano più spavento a immaginarsele che a guardarle davvero in faccia così com’erano.

La castellana passò ogni giorno anche per le cucine, e al suo passaggio le cuoche cominciarono a mettere più attenzione nella preparazione dei cibi, ad evitare gli sprechi e a tenere più pulite pentole e stoviglie, e più ordinata la dispensa.
Al tempo stesso non mancarono di mostrare alla padrona tutti i problemi di quella zona del castello: il buco nel muro da cui entravano i topi, la fessura da cui entrava la pioggia, la cappa del camino che non tirava a dovere...

Lo stesso accadde nelle stalle, nelle scuderie, nei granai, nelle cantine e nelle botteghe: ovunque ci fosse gente addetta a una funzione, il semplice passaggio quotidiano della castellana determinò un riallineamento e un ritorno nei ranghi. 
Al tempo stesso ognuno fu messo in condizione di riferire alla padrona, di giorno in giorno, cosa avveniva esattamente nella zona del castello a cui era addetto e che tipo di manutenzione o cambiamento occorresse, perché le cose potessero funzionare meglio.

La castellana, grazie ai suoi tesori portati alla luce, poté ben presto dare l’avvio agli opportuni interventi di restauro del castello e anche saldare un po' alla volta tutti i debiti.
Fu così che, quando a fine anno l’amministratore le portò nuovamente i conti, la situazione risultò molto diversa rispetto alla volta precedente. Il castello non rischiava più la rovina e anzi prosperava. 
L’amministratore si mostrò molto soddisfatto, si rallegrò con la castellana e le disse di continuare così. 

Solo un momento prima di andarsene, mentre stava per salire sulla carrozza, ebbe come un ripensamento. Gli era venuta in mente una certa voce di spesa che la signora aveva messo in preventivo per l'anno successivo e che gli era sembrata davvero esagerata: tre quintali di candele in più del solito!

Fu tentato di tornare indietro per raccomandare alla castellana una maggiore oculatezza sul fronte dei consumi per l'illuminazione. Ma poi si rese conto che non l'aveva mai vista tanto radiosa come quel giorno e non ebbe il cuore di rovinarle la festa.

Così salì in carrozza e se ne andò, pregando il Cielo di mandare alla signora quel po' di senno che ancora le mancava.


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Nella foto, la scala di Palazzo Gallotti a Battaglia, un piccolo delizioso castello che non c'entra niente con questa storia, se non per il fatto che si presta alla fantasia nella ricerca di uno scenario fiabesco


  







               
   

giovedì 10 agosto 2017

Una cura per chi cura. Pratica per chi si prende cura degli altri

Oggi vi presento una pratica che può esserci utile quando ci prendiamo cura di una persona  sofferente, malata o con disabilità.
Sia che assistiamo questa persona professionalmente (perché medici, infermieri, terapisti della riabilitazione, psicologi, educatori o altro tipo di operatori professionali), sia che l'assistiamo per vincolo familiare, amicizia o ragioni umanitarie, possiamo portare nella relazione diverse versioni di noi stessi. La versione efficiente, la versione frettolosa, la versione gentile, la versione sgarbata,   la versione calda, la versione fredda e via dicendo, compresi tutti i possibili mix tra le nostre varie versioni e anche i possibili sbalzi da una versione all'altra secondo i momenti.
Abbiamo mai provato a farci qualche domanda a riguardo?
Per esempio domande tipo:
  • la versione di me che sto portando in questo momento alla persona che assisto è intenzionale o mi è sfuggita di mano?
  • questa versione di me mi piace, mi è simpatica, è coerente con i miei valori, mi fa sentire fiero di me e di ciò faccio, dà un senso positivo al mio essere al mondo?
  • come mi sentirei in questo momento se ad assistermi, mentre sto male, ci fosse una persona con atteggiamenti simili?
  • potendo scegliere, quale versione di me considero preferibile per il bene mio, della persona che assisto e di chiunque altro sia coinvolto nella nostra relazione?
  • potendo scegliere, quale versione di me eviterei di portare nella relazione perché nociva per me, per la persona che assisto, per altre persone coinvolte?
Se possiamo, mettiamo per iscritto le varie qualità che caratterizzano la versione di noi stessi che avremmo scelto e le varie qualità che caratterizzano la versione che avremmo evitato, magari compilando uno specchietto di tipo questo:

Qualità e atteggiamenti della versione di me che sceglierei
Qualità e atteggiamenti della versione di me che non sceglierei















A questo punto possiamo passare alla domanda cruciale, e cioè:
- cosa mi impedisce certe volte di portare nella relazione la versione di me stesso/di me stessa che avrei scelto intenzionalmente?
Forse conosciamo esattamente la risposta a questa domanda, e allora benissimo.
Forse non la conosciamo, o la conosciamo solo parzialmente, e benissimo lo stesso. Può essere un buon motivo per cominciare a fare po' di luce dentro noi stessi e cercare di comprendere un po' alla volta di che carburante si nutre il nostro pilota automatico (di quali pensieri, sensazioni, emozioni) e che tipo di atteggiamenti e comportamenti sceglie di volta in volta per noi sotto la spinta di quel carburante (colonna di sinistra o colonna di destra?). 
La mindfulness, se coltivata con pratiche regolari e supportata dalle indicazioni che si ricevono durante un programma ben strutturato (per esempio il classico e fondamentale MBSR),  può insegnarci proprio questo: ad accorgerci sempre di più e in modo sempre più tempestivo, anche nella vita ordinaria e di relazione, di ciò che avviene dentro di noi e che ci spinge ad agire in un dato modo, per imparare poi a regolarci di conseguenza (per esempio disattivando il pilota automatico un attimo prima che metta in atto un  programma che non ci piace).
La mindfulness per noi professionisti delle professioni d'aiuto, o per noi che ci prendiamo cura dei nostri familiari, amici, o altri esseri umani, può orientarci sempre meglio verso scelte comportamentali intenzionali, coerenti con  i valori in cui crediamo, i valori che rendono nobile e pregevole per noi il prendersi cura degli altri, che sottostanno alla versione di noi stessi che ci piace e di cui andiamo fieri, e che vengono invece  traditi quando viene fuori il nostro personale Mr. Hyde della colonna di destra.
Perché ciò sia possibile è importante:
  • prendere atto delle forze che agiscono dentro e fuori di noi, quando ci relazioniamo con la persona di cui ci prendiamo cura; 
  • accogliere compassionevolmente ogni difficoltà o sofferenza che incontriamo dentro di noi (pensieri, emozioni, sensazioni difficili), prendendocene cura gentilmente e amorevolmente;
  • prendere atto di ogni forma di sofferenza o disagio che possiamo riconoscere nella persona che assistiamo;
  • accogliere compassionevolmente ogni sua difficoltà o sofferenza, prendendocene cura gentilmente e amorevolmente.
E' quello che viene suggerito nella pratica di oggi, che ho chiamato Una cura per chi cura, perché è pensata specificamente per sostenere chi si prende cura degli altri.
Essa è liberamente ispirata - solo ispirata -  ad un'antichissima pratica di compassione della tradizione meditativa tibetana, detta TongLen (che sta letteralmente per "dare e ricevere"), che suggerisce di aprire il cuore alla sofferenza umana, accogliendola dentro di sé con l'inspirazione, e di restituire in cambio, con l'espirazione, qualità che rechino sollievo a chi soffre.
Questa pratica non fa parte del progamma MBSR, dove viene proposta un'altra meditazione per rafforzare il sentimento di compassione, e cioè una pratica ispirata alla meditazione di Metta, di cui parleremo un'altra volta. 




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martedì 20 giugno 2017

Essere in sintonia con la natura e le creature viventi. Prima chiacchierata in giardino con Maria Damiani: l'albero del cotone

Essere in sintonia con la natura e le creature viventi, come qualcuno ricorderà, è una delle nostre  cosiddette  regole d'oro della serenità, cioè uno dei motivi ispiratori di questo blog sin dal giorno della sua nascita.
Per onorare questo principio, oggi andremo in un giardino molto speciale a Meta di Sorrento dove Maria Damiani, agronoma e architetto di giardini, ha accettato di parlare dell'anima delle sue bellissime piante.  
In questo giardino un po' magico è possibile anche fermarsi a dormire, negli alloggi del delizioso B&B La gallina felice.
Il video di oggi contiene la prima di una serie di chiacchierate con Maria che verranno pubblicate su questo blog un po' alla volta, offrendo a chi ci segue la possibilità di sbirciare di tanto in tanto dietro il muro di cinta di questo piccolo paradiso (o piccola giungla, come l'ha definita qualcuno) e sentirsi un po' là a respirare aria buona, ad ascoltare le storie di Maria e a ritemprare mente e cuore.
L'argomento di oggi è "L'albero del cotone"...

Probabilmente, per via delle sue spine, l'albero del cotone si presta meno di altri alle pratiche "tattili", tipo l'abbraccio d'albero o anche un semplice sfioramento, ma può offrire sicuramente nuove metafore e nuovi spunti a chi sta bene con gli alberi anche solo  per contemplarli, ispirarsi, meditare. 
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