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giovedì 5 settembre 2013

Fa' tutto il possibile e poi... lascia che sia

Nelle cose della vita, c'è un confine - non sempre chiarissimo, per la verità -  tra ciò che è sotto il nostro controllo e ciò che non lo è.
Ci sono momenti  in cui ha senso chiamare a raccolta tutte le nostre forze - e anche insistere fino allo stremo - per cercare di influire sulle situazioni, sull'andamento di certe cose e sulla loro evoluzione, e momenti in cui dobbiamo lasciare che le cose vadano come devono andare, senza intrometterci.
Questo per il semplice fatto che moltissime circostanze ed eventi della vita non dipendono da noi e, per quanto noi possiamo tentare di controllarli, ogni nostro sforzo potrebbe rivelarsi non solo inutile, ma a volte addirittura... controproducente!
Quante volte ci capita, per esempio, di soffrire nel vedere che una persona che ci è cara non è felice.
In cuor nostro, vorremmo fare il possibile e l'impossibile per farla star bene e ci sentiamo quasi in colpa, se non ci riusciamo. Ebbene, ci sono casi in cui possiamo davvero fare qualcosa - e allora ben venga tutto il nostro impegno, la nostra solidarietà, la nostra fattiva collaborazione -  ma ci sono anche casi nei quali non possiamo fare proprio un bel niente per lei, perché il problema non è sotto il nostro controllo, ed anzi rischiamo di diventare noi stessi parte del problema, se ci ingeriamo in maniera inopportuna e invasiva (senza contare che certe volte una persona può aver bisogno proprio di passare attraverso un periodo di infelicità per  prendere decisioni importanti, evolvere, maturare, eccetera, per cui - se le vogliamo bene - dobbiamo tollerare che viva la sua vita pure lei, con le sue brave dosi di umano dolore, che magari abbiamo conosciuto anche noi, e che a nessuno possono essere risparmiate) (...chiusa parentesi). 
Oggi ripromettiamoci di accettare - almeno a livello razionale, se non ci riusciamo a livello emotivo - che non siamo onnipotenti e che in certi specifici casi della vita non possiamo fare proprio un bel niente perché le cose vadano come vorremmo noi. 
Il nostro compito allora è riconoscere quando è il  momento di smettere di affannarci e di lasciare che le cose vadano semplicemente come devono andare.
Cioè, quando è arrivato il momento di lasciare che sia...
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"Non ricordo molto dei miei primi anni,
 ma ricordo la pioggia.
 Mia nonna [...] mi diceva sempre che 
Dio è nella pioggia".
(dal film 'V per Vendetta' 
diretto da James McTeique)

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Una classica espressione napoletana per esprimere sollievo, quando qualche complicata vicenda giunge finalmente a buon fine, è "Assafà!".
"Assafà"  è la forma contratta  di "'Assa fa' a Dio!" o "'Assa fa' a Maronna"" (cioè "Lascia fare a Dio", o "Lascia fare alla Madonna") ed è una specie di riconoscimento ex post del benevolo intervento divino nella soluzione di difficili questioni umane. 
La strana peculiarità di questa espressione è che, nell'uso abituale, si adopera appunto solo a posteriori, a miracolo compiuto, quasi come un ringraziamento.
E prima? Quando i lavori sono ancora in corso e si arriva al punto in cui non possiamo più dire "'Assa fa' a me!", cosa si dice a Napoli, come equivalente di "Lascia che sia Dio a vedersela", o di un più generico  "Lascia che sia" (che dà spazio a qualunque Forza comunque capace di determinare un destino)?
Non so esattamente a Napoli come si dica, e in verità nemmeno negli altri posti d'Italia e del mondo.
In compenso - ma non vorrei sbagliarmi - mi sembra che a Torre del Greco,  da dove vi scrivo, si dica così:  

...LET IT BE! 
:-)


Citazioni sul lasciare che sia...

"Lasciare significa:
lasciare che per un po’ le cose
seguano il loro corso,
che si muovano liberamente
senza il nostro intervento,
finché la direzione del loro movimento
non si mostri spontaneamente.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle,
muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare.
Molliamo la presa. Se le lasciamo andare
per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos'altro."
(Bert Hellinger)
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"Tutto ciò che cerchiamo di controllare controlla noi e la nostra vita." (Melanie Beattie)
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"La vera padronanza può essere acquisita
lasciando che le cose vadano per la loro strada.
Non la si può acquistare intromettendosi."
(Lao-Tzu)
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"Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. E' bene che una volta ogni tanto si brucino le dita." (Mahatma Gandhi)
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"Dio c'è ma non sei tu. Rilassati." (Anonimo)

sabato 9 febbraio 2013

Per Autobiografando - Laboratorio di scrittura autobiografica: "Lisa e Corrado" (un mio racconto autobiografico breve)


Una volta, quando le mie figlie erano piccole, capitammo per caso alla fiera degli uccelli.
Passeggiando tra pappagalli, canarini e colombe, l'iniziale entusiasmo delle bambine si sgonfiò ben presto sotto il peso della domanda: che se ne fanno gli uccelli di ali e piume se devono passare la loro vita in gabbia?
Da qui alla preghiera: "Dài, mamma, liberiamone uno!", il passo fu breve, e il passo successivo fu l'acquisto di un bellissimo colombo bianco.
L'uccellaio era del mestiere: gli bastò darci un'occhiata per capire le nostre intenzioni.
Mi consegnò il colombo in una scatola forata, ritirò dalle mie mani il prezzo del riscatto e, guardandomi negli occhi, disse : "Mi raccomando: non lo abbandonate!"
Restai muta ma fu come confessare, e l'uomo si sentì autorizzato a continuare.
"Questo colombo non sa cavarsela da solo, se lo abbandonate. Se volete dargli la libertà, senza fargli del male, dovete essere intelligenti e fare le cose come vanno fatte!"
"E come vanno fatte?", domandai d'impulso, senza considerare che stavo chiedendo consigli sulla libertà ad un carceriere d'uccelli professionista.
"Dovete comprarne due," disse, "un maschio e una femmina".
Il suo atteggiamento era talmente didattico, che il fatto che in questo modo raddoppiasse il suo incasso a mie spese passò  in secondo piano.
"Se li farete vivere nella stessa gabbia per un certo periodo," spiegò," loro si affezioneranno l'uno all'altra e vorranno stare sempre insieme. A quel punto potrete anche liberarne uno. Lui comincerà ad esplorare il mondo un po' alla volta, farà gradualmente le sue esperienze ma comunque tornerà regolarmente alla base, cioè dal suo compagno. Poi, col tempo, potrete liberare anche l'altro colombo. A quel punto i due andranno e verranno insieme da casa vostra: un po' nel mondo e un po' a casa, un po' lanciati verso l'avventura e un po' tranquillizzati dalla vostra base sicura, fino a che non troveranno il loro posto nel mondo, impareranno a cavarsela in autonomia e forse... non torneranno più."
La sua teoria, vera o falsa che fosse, mi affascinò. Comprai il secondo colombo bianco e, subito a seguire, anche una bella gabbia matrimoniale, dove la coppia trascorse indisturbata una lunga luna di miele.
Il maschio, che si distingueva per una piccola macchia scura sull'ala destra, venne chiamato Corrado, e la femmina, completamente bianca, Lisa.
Seguimmo tutte le istruzioni dell'uccellaio e le cose andarono esattamente come lui aveva previsto.
Corrado fu il primo ad uscire dalla gabbia.
Questa era dotata di un divisorio mobile interno, che per l'occasione fu calato, in modo che Corrado si trovasse in una stanza con la porta aperta verso l'esterno e Lisa restasse in un'altra stanza con le porte chiuse.
Corrado non era bravo a volare, anzi era proprio goffo e impacciato. Gli ci volle un po' di tempo prima di spratichirsi e prendere il coraggio di volare lontano. Ma poi ci riuscì, e i suoi voli divennero sempre più lunghi. Tuttavia ogni giorno tornava sempre a casa, dove c'erano ad attenderlo Lisa, l'acqua pulita e il cibo fresco.
A metà primavera giunse il momento di liberare anche Lisa, che un po' alla volta cominciò a volare con Corrado, tornando sempre con lui alla nostra base per mangiare, bere, riposare.
Il rapporto tra noi di famiglia e loro due, al di là dei rifornimenti alimentari a cui provvedevamo, diventò una specie di birdwatching domestico. Era un grande piacere, da dietro i vetri, vederli arrivare da lontano, fermarsi sulla ringhiera del nostro balcone, saltellare qua e là, mangiare, bere, non far niente e poi volare via.
Un brutto giorno però Corrado tornò solo.
Ci preoccupammo e cominciammo a cercare Lisa nei dintorni.
Alla fine la vedemmo accucciata sul davanzale di un finestrino del palazzo, posto in alto, non apribile dall'interno e difficilmente accessibile anche dall'esterno. Sulle piume bianche c'erano tracce rosse di sangue: era ferita e si era rifugiata là.
Ma ci stette poco: il tempo per noi di scoprirla e di elaborare una strategia per raggiungerla, e lei scomparve di nuovo.
Da allora non vedemmo più Lisa.
Corrado invece sì. Lui continuò a tornare. A intervalli più lunghi di prima, magari. A volte cominciammo anche a vederlo su altre ringhiere, di altri palazzi, dove forse qualcun altro gli dava da mangiare come noi.
Finché, un bel giorno, una delle mie figlie mi chiamò in cucina perché corressi a vedere qualcosa da dietro i vetri: c'era una grande novità sul nostro balcone!
La novità era una grigia colomba cicciona, che Corrado quella sera aveva portato a cena da noi.
Si era riaccompagnato!
Certo, la nuova compagna non aveva né la bellezza né la grazia di Lisa (e le mie figlie ci tennero subito a precisarlo!), ma in compenso era robusta ed avvezza alla libertà, di cui conosceva bene vantaggi e pericoli. Una buona compagnia, insomma, per un colombo bianco nato in cattività e, per definizione, un po' imbranato.
Col passar del tempo, le visite dei due a casa nostra divennero sempre più rare: segno che c'erano altri posti dove ripararsi, nutrirsi e rifocillarsi. Posti anche migliori, magari, o più interessanti.
Del resto l'uccellaio l'aveva detto: "... i due andranno e verranno insieme da casa vostra: un po' nel mondo e un po' a casa, un po' lanciati verso l'avventura e un po' tranquillizzati dalla vostra base sicura, fino a che non troveranno il loro posto nel mondo, impareranno a cavarsela in autonomia e forse... non torneranno più".
Forse era giunto il tempo del non ritorno, o forse no.
Fatto sta che fummo noi di famiglia a dover andare via di casa, a un certo punto: dovevamo traslocare.
Che ne sarebbe stato di Corrado, se fosse tornato a cercarci?
Quest'idea ci dette un po' da pensare mentre imballavamo i nostri bravi cartoni, anche se, in effetti, era da un bel po' di tempo che Corrado non si faceva vedere sul nostro balcone.
Forse avevamo semplicemente voglia di salutarlo e di saperlo felice, prima di andare via anche noi dalla base.
C'è chi dice che coltivare un desiderio con intensità ne favorisce la realizzazione, e in quel caso fu davvero così.
Uno degli ultimi giorni della nostra permanenza in quella città,  io e le mie figlie, passeggiando per strada, vedemmo uno stormo di colombi grigi atterrare tutti assieme in un piazzale davanti a noi. Ed in mezzo a tutta quella massa grigia spiccava il bianco di un unico colombo: precisamente un colombo bianco con una macchietta scura sull'ala destra.
Corrado, ormai, non solo aveva legato con la sua nuova  compagna grigia, ma anche con un'intera comunità di colombi come lei.
E forse la macchietta scura che portava sull'ala sin dalla nascita era presagio proprio di questo possibile incontro (oltre che segno di un precedente amore tra un suo sconosciuto ascendente bianco e un suo  sconosciuto ascendente grigio).
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domenica 3 febbraio 2013

Prossimo evento in agenda: 13 febbraio 2013 presentazione di Autobiografando

Il 13 febbraio 2013, a Portici, dalle ore 18.00 alle ore 19.00 sarà presentato
AUTOBIOGRAFANDO
laboratorio di scrittura autobiografica
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La partecipazione all'incontro è gratuita ma i posti sono limitati. E' necessario prenotarsi.
Per informazioni e prenotazioni è possibile:
- sia inviare un'email all'indirizzo maltiero@alice.it
- sia telefonare al numero 388.8257088
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(più o meno) di che si tratta
Verrà presentato un ciclo di incontri di gruppo, di taglio creativo, dove i partecipanti saranno stimolati e guidati a scrivere storie "vere" in prima persona.
Il progetto trae ispirazione dal concetto di autobiografia come cura di sé, a cui fa riferimento il mio post del 1 febbraio 2013 (clicca qui).
Questo non significa che si arriverà di colpo a scrivere un'intera autobiografia, cioè l'intero romanzo della propria vita. Il laboratorio si proporrà inizialmente come occasione per cominciare ad approcciarsi alle proprie esperienze di vita con uno sguardo da scrittore (magari uno scrittore di racconti).
Rispetto ad altri laboratori di scrittura creativa, qui i partecipanti non sono invitati tanto a inventare trame, quanto a ricercarle nel loro reale vissuto e a presentarle in modo da evidenziarne il senso, il significato umano, il motivo per cui è valsa la pena averle vissute e vale la pena ricordarle. 
Lo scopo del percorso è dunque rendere onore, grazie alla narrazione scritta, alle storie che ognuno di noi si porta dentro e che, finché restano chiuse dentro di noi, sono come pietre preziose allo stato grezzo dentro a una miniera. Estrarle dalla miniera, lavorarle, dare loro una forma, celebrarne le sfaccettature,  significa portarle alla luce e farle splendere come meritano, per la gioia nostra e di chiunque altro sappia apprezzarne il valore.
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venerdì 1 febbraio 2013

Autobiografando (l'autobiografia come cura di sé)

Su una pagina Facebook dedicata a ciò che sarebbe bello avere nella mia città, una volta ho proposto una biblioteca delle autobiografie dei cittadini. 
Mi sembrava interessante l'idea che una città custodisse e tramandasse le storie delle persone che ci avevano vissuto, narrate tutte in prima persona e dal punto di vista del protagonista (una specie di Antologia di Spoon River in formato.. realtà). E poi consegnare la propria storia a una biblioteca, prima di morire, mi sembrava un buon modo, per i cittadini, di congedarsi dalla città e dalla discendenza, a prescindere dalle proprie doti letterarie e dal giudizio del mondo sulla propria vita.
Un'iniziativa simile è forse l'Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano, in Toscana, fondato nel 1984  dal giornalista e scrittore Saverio Tutino, dove si conservano diari, epistolari e memorie (i diari sono oltre  6000 ed il più celebre è scritto da una contadina su un lenzuolo a due piazze).
Non so come siano esattamente questi diari, però direi che - di massima - un'autobiografia non è esattamente la stessa cosa di un diario: non è scritta in diretta, tanto per cominciare, e quindi non è ugualmente analitica, ma dà piuttosto una visione panoramica e d'insieme dell'intera storia. L'autore ha il tempo di ragionare sui fatti, di collegarli a quanto è accaduto dopo, di trarre conclusioni e così via.
Probabilmente è una buona pratica dedicarsi alla propria autobiografia, a prescindere dall'esistenza di una biblioteca disposta ad accoglierla.
Mettere insieme la nostra storia è anche cercarne il filo conduttore, la trama, il senso. E' un lavoro impegnativo certamente, ma può aiutarci a comprendere meglio chi siamo, alla luce di ciò che abbiamo vissuto, le nostre passioni, le nostre consuetudini, le nostre grandezze, miserie, piaceri, sogni, dando spazio non solo alla loro descrizione, ma anche e soprattutto alla nostra riflessione e alle nostre   interpretazioni. Fare autobiografia è raccontarsi in primo luogo a se stessi, è creare un contatto con il senso della propria vita, è dirsi: "ecco chi sono". 
"Modernamente, - scrive Duccio Demetrio, nel suo libro 'Raccontarsi - l'autobiografia come cura di sé' - l'identità corrisponde all'accettazione di tutto quanto ci è accaduto: di tutto quello che abbiamo incluso o escluso, di ciò che siamo diventati o non siamo diventati affatto...
L'autobiografia non è ... una rivalsa, un passaporto per l'aldiqua o l'aldilà, una foglia di fico fuori tempo e nemmeno un banale curriculum vitae. E' la testimonianza che abbiamo vissuto e siamo apparsi su questo pianeta per un certo periodo; unici, tra miliardi di individui che ci hanno preceduto, ci sono contemporanei, ci seguiranno."
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Citazioni sull'autobiografia
"A differenza dei grandi generi letterari, epica, romanzo, dramma, saggio, lirica, l'autobiografia permette l'accesso ad ogni persona in grado di scrivere.
Tutti abbiamo una biografia, e anche una matita."
(Manfred Schneider)
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"Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un “racconto”, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità.
Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?”, poichè ciascuno di noi è una biografia, una storia. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi – attraverso le nostre percezioni, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre azioni; e, non ultimo, il nostro discorso, i nostri racconti orali.
Da un punto di vista biologico, fisiologico, noi non differiamo molto l’uno dall’altro; storicamente, come racconti, ognuno di noi è unico.
Per essere noi stessi, dobbiamo avere noi stessi – possedere, se necessario ri-possedere, la storia del nostro vissuto. Dobbiamo “ripetere” noi stessi, nel senso etimologico del termine, rievocare il dramma interiore, il racconto di noi stessi. L’uomo ha bisogno di questo racconto, di un racconto interiore continuo, per conservare la sua identità, il suo sé."
(Oliver Sacks)

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"Mi studio di ripercorrere la mia esistenza per ravvisarvi un piano, per individuarvi una vena di piombo o d'oro, il fluire d'un corso d'acqua sotterraneo, ma questo schema fittizio non è che un  miraggio della memoria. Di tanto in tanto credo di riconoscere la fatalità di un incontro, in un presagio, in un determinato susseguirsi di avvenimenti, ma vi sono troppe vie che non conducono in alcun luogo, troppe cifre che a sommarle non danno alcun totale."
(Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano)
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"Mi accingo ad un'impresa che non conosce esempi e che non conoscerà imitatori. Voglio mostrare ai miei simili un uomo in tutta la verità della propria natura, e quell'uomo sono io. Io solo. So leggere nel mio cuore e conosco gli uomini. Non sono fatto come nessuno di quanti ho visto [...] Se la natura abbia fatto bene o male a infrangere lo stampo in cui mi ha foggiato, lo si potrà giudicare solo dopo avermi letto." (Jean Jacques Rousseau)

martedì 18 dicembre 2012

Memento hominem: la scatola della nostra vita


Qualcuno sostiene che sia utile, a una certa età, raccontarsi, e di questa cosa - intesa come attività specificamente autobiografica - parlerò diffusamente un altro giorno, in un altro post (infatti sono convinta anch'io che sia molto utile raccontarsi, e non voglio liquidare la cosa così, in due parole).
Stasera invece voglio accennare ad un oggetto che può, non dico sostituire, ma almeno precedere, ispirare o evocare, un'autobiografia vera e propria: il cosiddetto Memento hominem.
Se ne parla, in particolare, in un libro di Allen Kurzweill, dal titolo "La scatola dell'inventore", di cui a seguire potrete leggere un estratto.  Si tratta di un contenitore di oggetti significativi, che evocano i momenti salienti della vita di una persona, e che beninteso sono diversi per ciascuno di noi.  Si va dal braccialetto che avevamo in culla, alla matrice del nostro primo assegno; dal dentino di latte che ci è caduto per primo, alla fattura del nostro vestito da sposa/sposo; e cose così.
Qualcuno potrebbe obiettare che un album di fotografie può avere la stessa funzione ed essere più "esplicito". Nulla vieta di mettere anche delle fotografie nel contenitore; le fotografie fissano gli aspetti visivi delle nostre esperienze in maniera molto nitida: perché negarcele? E' che ci sono altre qualità negli oggetti della nostra vita, che è bello rivivere raccontandoci (sia a noi stessi, mentalmente, sia  agli altri, a voce). Qualità tattili, olfattive, uditive; e direi anche gustative, se le date di scadenza dei prodotti alimentari non remassero contro la nostra impresa!
Personalmente sono una raccoglitrice di sassi. Quando vado in un posto che mi piace, raccogliere un sasso e portarmelo a casa, è un po' come portarmi a casa un pezzo di quel posto. Beninteso sarebbe esagerato riempire un memento hominem di tutti i sassi della nostra vita, così come sarebbe esagerato riempire un'autobiografia di tutti i nostri passi, di tutti i nostri pensieri, di tutte le nostre parole. Qualcosa è bene che venga perso, trascurato, lasciato fuori dal nostro contenitore e dalla nostra memoria. Questo ci può servire a capire meglio cosa ha davvero contato nella nostra vita e cosa non tanto, o anche cosa ci vogliamo tenere della nostra vita e cosa vogliamo abbandonare.
E poi  un'altra cosa, prima di concludere: ricordarsi di lasciare sempre un po' di spazio vuoto!

Se no il futuro dove lo mettiamo?
Non si può mai chiudere definitivamente la scatola dei ricordi della nostra vita.
Almeno finché siamo ancora vivi...
***

Ecco ora un estratto dal libro che vi dicevo e che mi ha fatto scoprire questa cosa.
(In questo stralcio il narratore, in una casa d’aste parigina, ha acquistato una misteriosa scatola , tarmata e impolverata, priva di contrassegni che ne indichino epoca e proprietario, e un uomo vuole convincerlo a vendergliela)
***
"Poi mi domandò, anzi, mi implorò di vendergli la Scatola. Naturalmente rifiutai. Nei minuti che seguirono, mi offrì una somma molto più alta di quanto l’avessi pagata. Gli risposi che non l’avevo comprata per guadagnarci nel rivenderla, ma che mi sarebbe piaciuto sapere perché era così interessato. Se fosse stato un habitué delle aste, si sarebbe rifiutato di rispondermi o avrebbe tentato di combinare qualche affare. Per fortuna, invece, era un professore di storia dell’arte e si mostrò accomodante. “Sa che cos’è un memento hominem?” chiese, col suo accento tipicamente italiano. “Memento hominem?” domandai. Ne avevo una vaga idea. “Teschi e orologi senza lancette.”
Mi corresse. “Lei lo confonde con il più comune memento mori, cioè con quei simboli della morte che si trovano nei dipinti e nell’architettura funeraria europea.” Mi spiegò che un memento hominem non serve a rammentare la morte, ma piuttosto è il documento di una vita. Ogni oggetto nella scatola rappresenta un momento o un rapporto importante nella vita di colui che l’ha preparata. Gli oggetti scelti sono spesso comuni e banali; ma non lo sono mai le ragioni della selezione. Disse che era una cosa comune in Svizzera e in Francia tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. Esuberante come possono esserlo solo gli italiani, mi rivelò che la Scatola dell’inventore narrava una storia, una storia veramente singolare "(Allen Kurzweil, La scatola dell’inventore, Bompiani, Milano 1992, pp. 9-10.)