domenica 27 gennaio 2013

Aforismi sull'uscita

"Ogni uscita è un’entrata in un altrove."
(Tom Stoppard)
"Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita." 
(Alda Merini)
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“Uno non deve mettere i fiorellini alla finestra della cella della quale è prigioniero, perché sennò anche se un giorno la porta sarà aperta lui non vorrà uscire.” (Silvano Agosti)
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"Le decisioni erano soltanto l’inizio di qualcosa. Quando si prendeva una decisione, in realtà si cominciava a scivolare in una forte corrente che ti portava verso un luogo mai neppure sognato al momento di decidere."
(Paulo Coelho)
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sabato 26 gennaio 2013

Dalla filosofia, alla crema panna e nutella, passando per la maionese



Una signora oggi stava facendo una certa torta, che ormai fa da dieci anni, una volta l'anno. Questa torta viene farcita con una crema di nutella e panna, ed il problema è che quando si va a inglobare la nutella nella panna, a volte viene fuori una crema buonissima, spumosa e perfetta, e altre volte la crema "impazzisce" (si sgonfia e si disfa in mille grumetti) e allora  addio, non si recupera più.
Poiché la signora ormai conosce questo rischio, procede per gradi, nel senso che non amalgama più tutta la panna con tutta la nutella in una volta sola, ma lo fa in due o tre volte, con due o tre diverse zuppiere, così magari in una zuppiera ha la crema riuscita e in un'altra quella "impazzita".
Oggi una delle tre zuppiere conteneva la crema impazzita e alla signora dispiaceva molto buttarla via, anche perché il sapore era buono. Allora si è ricordata che, al liceo, il suo professore di filosofia usò una volta una metafora, per spiegare non so che concetto filosofico. La metafora era "... il tale concetto filosofico  equivale un po' a ciò che si fa in cucina quando fate la maionese e vi impazzisce. Come la recuperate? Fate una nuova maionese, e a mano a mano,  a piccole dosi, inglobate nella maionese buona anche quella impazzita". Allora la signora ha seguito le istruzioni per la maionese ed effettivamente ha salvato anche la crema della torta. Così ha capito che c'è un unico principio che vale sia per la maionese, sia per la crema panna e nutella. E, visto che la questione a monte era stata posta in termini filosofici, probabilmente la signora passerà il resto della sua giornata pensando a tutti  gli altri casi in cui le cose che non funzionano possono riprendere a funzionare, se (magari a piccole dosi e un po' alla volta) vengono integrate in un contesto che funziona.

venerdì 25 gennaio 2013

Camminare come forma di meditazione

"E' necessaria, per farsi camminatori, un'espressa dispensa dal Cielo." (Henry David Thoureau)
Ho cominciato a fare lunghe camminate meditative, alcuni anni fa: un giorno che ero reduce da una solenne arrabbiatura e avevo deciso di non tornare a casa fino a che non mi fossi calmata del tutto.
Allora cominciai a mettere semplicemente un piede davanti all'altro, e l'altro ancora avanti e così via, senza una meta precisa, e feci questo, diciamo, per un paio d'ore. Quando tornai a casa ero sudata e spettinata, ma in pace col mondo... e una doccia calda fece il resto.
Da allora ho cominciato a prendere in seria considerazione questa pratica, come forma di cura di sé,  sia dal punto fisico sia dal punto di vista mentale/spirituale.
Quando mi avvio in queste camminate, dico a chi me lo chiede che "vado a fare due passi", ma in realtà  si tratta di qualcosa di più. Si tratta di una specie di meditazione in movimento.   
Qualcuno parla a riguardo di "camminata consapevole". Infatti, come ogni altra attività, anche una camminata può essere fatta in modo consapevole o in modo non consapevole.
Camminare in modo consapevole è "camminare camminando", essere cioè completamente assorti in ciò che si sta facendo: la camminata.
Questo significa non avere la mente altrove, assorta in chissà quali grovigli di pensieri, ma averla presente nel momento, centrata su ogni singolo passo, sul lavoro dei nostri muscoli, sulle sensazioni che si sviluppano sotto le piante dei piedi e nel resto del corpo in movimento, mentre l'aria fresca ci entra nei polmoni e ci carezza la pelle, accompagnata dal  profumo delle foglie, dal fruscio dei rami  degli alberi o dal battito d'ali di un uccellino che si solleva in volo davanti a noi.
Questo non vuol dire che non ci verranno in mente pensieri che ci distraggono dalla nostra camminata. Loro verranno, noi li riconosceremo e con molta gentilezza li lasceremo andare, ce li lasceremo alle  spalle, mentre continuiamo a procedere passo dopo passo..
Immaginiamo, trattando con questi pensieri, di avere a che fare con una brava persona che vuole interromperci durante un lavoro importante e delicato; le diciamo con garbo: "Mi dispiace, ora sono occupato, ne parliamo dopo", e    riportiamo la nostra attenzione sul nostro lavoro. 
Durante queste passeggiate, possiamo andare alla scoperta di luoghi sconosciuti o avere in mente una bella meta da raggiungere: va bene sia l'una sia l'altra opzione. In queste camminate, infatti, è soprattutto lo spirito del viaggio che conta: la nostra capacità di trovare appagamento ad ogni passo del cammino e apprezzare la vita come ci si rivela a ogni istante.
Questo atteggiamento peraltro può essere esportato a qualunque momento della nostra vita, che spesso nel suo insieme è simboleggiata come viaggio, cosa che non è poi tanto distante dall'idea di una lunga camminata.
Ma anche senza arrivare a tanto (perché noi, gente che corre, quando corriamo corriamo e non possiamo sempre badare alle finezze), possiamo comunque sentirci meglio, sia fisicamente sia psicologicamente, se riusciamo a ritagliarci momenti da dedicare ad un'attività del genere.
All'inizio, se siamo fuori allenamento, possiamo cominciare con camminate brevi, di dieci minuti, e poi via via magari aumentarne la durata.
A volte anche una piccola passeggiata può dare i suoi vantaggi: dipende da come sappiamo valorizzarla.
Per dirla con il poeta inglese Rupert Brooke, che celebrava le gioie della quiete, fortunati coloro che sono capaci di "fare scorta di tranquillità e soddisfazione... e attingervi in seguito, quando la fonte manca ma il bisogno è grande".  
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"...Poi impariamo
che non c’è un cammino di pace;
camminare è la pace;
non c’è un cammino di gioia;
camminare è la gioia.
Noi camminiamo per noi stessi.

...Cammina e tocca la pace di ogni istante.
Ogni passo è una fresca brezza.
Ogni passo fa sbocciare un fiore sotto i nostri piedi.
Imprimi sulla terra il tuo amore e la tua gioia.
La terra sarà al sicuro
se c’è sicurezza in noi."

Thich Nhat Hanh (monaco Zen vietnamita)
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vedi anche il post: portare a passeggio l'artista bambino
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mercoledì 16 gennaio 2013

Citazioni sul tema vedere/non vedere, guardare/non guardare

"Le cose visibili possono essere invisibili. Se qualcuno va a cavallo nel bosco, prima lo si vede, poi no, ma si sa che c'è ... il nostro pensiero comprende tutti e due, il visibile e l'invisibile. Ed io utilizzo la pittura per rendere il pensiero visibile." (René Magritte)

"Ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo." (Fernando Pessoa)
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"Per vedere cosa c'è sotto il proprio naso occorre un grande sforzo." (George Orwell)

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"Quanto tempo risparmia chi non sta a guardare quello che dice o fa o pensa il suo vicino." (Marco Aurelio)
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"Un arcobaleno che dura un quarto d'ora non lo si guarda più." (Johann Wolfgang von Goethe)
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"Di regola, ciò che non si vede disturba la mente degli uomini assai più profondamente di ciò che essi vedono." (Giulio Cesare)

lunedì 14 gennaio 2013

Coltivare relazioni umane significative: feste di famiglia e relazioni one to one


"Uno degli aspetti più importanti delle tradizioni familiari - i rituali che le famiglie perpetuano anno dopo anno - è che le tradizioni contengono dei simboli e le famiglie hanno bisogno di simboli." 
(Steven J.Wolin)


Il periodo natalizio, appena concluso, probabilmente ha messo una parte di noi in situazioni di abbuffate non solo alimentari ma anche... relazionali. 
La tradizione di riunirsi in occasione delle feste è una cosa abbastanza frequente, nelle nostre famiglie; una tradizione che resta in piedi nonostante il succedersi delle generazioni, l'emigrazione di alcuni membri, le morti, le separazioni, le tensioni e i cambiamenti in genere. 
Tutte le tradizioni, per definizione, sono ripetitive e sempre uguali a se stesse;  ci possono piacere di più o di meno, secondo i casi e secondo i momenti, ma evidentemente ci danno comunque qualcosa di buono, se non ci sottraiamo.
La tradizione di riunirsi nelle feste può fornirci, per esempio, il piacere e il conforto che viene dal senso  di continuità della famiglia: se anche quest'anno siamo qui, a fare le solite cose, è segno che la nostra famiglia è ancora un luogo sicuro, che dura e promette di durare, sopravvive agli eventi e rimane integra nonostante i cambiamenti. Il che è più che sufficiente per rendere preziose le tradizioni familiari e per farcele conservare anche quando eventualmente ci pesano un po'.
Ciò che magari ora, a feste finite, andrebbe considerato è se in momenti del genere abbiamo celebrato  solo la famiglia nel suo insieme, come organismo, luogo sicuro, matrice di appartenenza, o siamo riusciti a valorizzare anche i legami autentici con i suoi singoli membri.
In effetti, per coltivare una sincera intesa con i vari membri della propria famiglia, possono andare anche bene, certo,  le grandi riunioni rituali e le occasioni corali di divertimento collettivo; ma non bisogna dimenticare che ogni rapporto vero, autentico, tra le persone, non può prescindere da momenti di incontro "uno ad uno", senza interferenze altrui e senza spettatori. Momenti in cui confermarsi l'un l'altro nell'intesa reciproca, nella comprensione, nell'intimità; io sono questo per te e tu sei questo per me, tu sei importante per me ed io sono importante per te, io mi interesso a te e tu ti interessi a me, io posso contare su di te e tu puoi contare su di me, io ti trovo simpatico e tu mi trovi simpatico, io voglio il tuo bene e tu vuoi il mio, e tutto ciò perché tra noi due c'è un legame ed un'intesa reciproca, al di là della mera appartenenza allo stesso gruppo.   
Se riusciremo a coltivare nell'ambito della nostra famiglia tanti rapporti "a due", quanti  sono i nostri familiari, e a riservare una considerazione individuale a ciascuno come persona, al di là della comune appartenenza alla "massa indifferenziata" familiare, anche le grandi riunioni avranno un altro senso per noi e saranno momenti di festa autentica, in cui non celebreremo solo la continuità della nostra famiglia ma anche la profondità dei nostri legami con i suoi vari membri. 

domenica 13 gennaio 2013

Oggi sono in video e... vi racconto una fiaba!

Oggi vi racconto a voce la fiaba che ho presentato all'incontro sul life coaching, tenuto a Portici il 6 gennaio scorso. Ho piacere di raccontarla a voi tutti, perché è una buona metafora dell'attivazione delle risorse di una persona in un momento di cambiamento esistenziale.
Buona domenica!


(la fiaba in sé inizia dal minuto 1.30: 
il primo minuto e mezzo contiene un minimo di introduzione al life coaching, per chi non sapesse cos'è)

giovedì 10 gennaio 2013

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum. Citazioni sugli errori

Nella foto Lucy van Pelt dai Peanuts
("Non ho mai fatto un errore in vita mia.
 Una volta ho creduto di averne fatto uno.
Ma mi sbagliavo")

"È facile definire 'errore' qualcosa perché il risultato è inaspettato o perché ci ha causato dolore. Ma chi decide se sia davvero stato un errore? Siamo noi a decidere se un errore è proprio un errore. Fate orecchie da mercante alla sciocca voce della paura e assaporate il piacere di sbagliare ogniqualvolta accade. Gli errori sono nostri amici: se non cadiamo, non potremo rialzarci. Vuol dire che abbiamo affrontato la paura e scelto di rischiare."
(Brenda Shoshanna, I 7 principi della serenità)
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"Io ero insistente con i miei insegnanti: per favore, restate in tema, e non datemi consigli che non riguardano la vostra materia. Così potrò esplorare la vita a modo mio.
Certo, commetterò molti sbagli, molti errori. Sono disposto a commettere degli errori perché questo è l’unico modo per imparare. Non esiste altro modo per imparare."
(Osho, Trova la tua voce interiore)

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"L’essere umano è imperfetto e commette ogni giorno degli errori. Ma per quanto gravi, questi errori non devono invadere la sua coscienza, perché non servirebbe a nulla.
Il fatto che per un momento egli provi rimorso o vergogna è una buona cosa, poiché non ci si può correggere se non si comincia col rendersi conto di aver avuto torto ad agire in un certo modo, e ci si pente.
Il rimorso, però, deve servire unicamente a prendere la decisione di non ripetere più gli stessi errori. Se persiste, è inutile e persino nocivo."
 (Omraam Mikhaël Aïvanhov)
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"Sbagliate in fretta e a basso costo, sbagliate spesso, sbagliate senza procurarvi danni irreparabili.
Sbagliare è l’unico modo per capire che cosa funziona e che cosa non funziona."
(Seth Godin, Il Ruggito della mucca viola)

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"Nelle sacche dell'errore (che è un erramento) può ancora trovarsi un cammino."
(Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere)

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"Tutti commettono errori. È per questo che c'è una gomma per ogni matita."
(Proverbio giapponese)

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"Guarda gli errori degli altri e correggi i tuoi."
(Proverbio giapponese)

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"Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa."
(Gianni Rodari, Il libro degli errori)

martedì 8 gennaio 2013

Evergreen: Preghiera di una monaca inglese del 1700

C'è una preghiera, tradizionalmente attribuita ad  una monaca inglese del Settecento, che mi è sempre piaciuta sia perché venata da una leggera punta di ironia, sia perché suona come un buon ammonimento  contro il reale rischio di "invecchiare".
Ciò che ci rende davvero "vecchi" - sembra dire questa preghiera - non è tanto la nostra età, quanto una  generale "pesantezza" che comincia a caratterizzare il nostro sguardo sul mondo ed il nostro modo di rapportarci agli altri e a noi stessi. 
Attenzione, allora: è vero che con gli anni diventiamo carichi di sapere e di esperienza, ma questo non basta a renderci persone migliori; c'è ancora una lezione da imparare: fare un buon uso di questo carico, saperlo reggere, saperlo valorizzare e contenere, altrimenti rischiamo di farne un fardello che fa colare a picco la qualità delle nostre relazioni sociali e affettive. 

nella foto: chiostro dell' Abbazia di Lacock  (Wiltshire - Inghilterra)

***
Preghiera di una monaca inglese del 1700

Signore, tu sai meglio di me che sto invecchiando

e che tra non molto sarò vecchia del tutto.
Guardami dalla fatale abitudine di credere
ch'io debba dire il mio parere su tutti gli argomenti, in qualsiasi circostanza.
Liberami dalla voglia di dare una sistemazione alle cose di tutti.
Fammi riflessiva, ma non musona,
pronta ad aiutare, senza impormi.
Sembra un vero peccato non usare la mia vasta saggezza,
 ma tu sai, Signore, che alla fin fine qualche amico voglio pure conservarmelo.
Tieni libera la mia mente dal disperdersi in infiniti particolari;
fammi arrivare subito al concreto.
Chiudi le mie labbra sui miei guai e pene:
stanno aumentando e la voglia di parlarne
diventa prepotente con il passare degli anni.
Non oso chiederti grazia così grande
come quella di non godere del racconto dei guai altrui,
ma aiutami a sopportare gli sforzi con pazienza.
E non oso chiederti di accrescermi la memoria,
ma ti chiedo maggiore umiltà e minore sicurezza quando la mia memoria sembra urtarsi con le memorie altrui.
Insegnami la sacrosanta lezione che qualche volta posso sbagliarmi anch'io.
Conservami ragionevolmente dolce:
non voglio essere una santa (è così difficile vivere insieme con alcune di loro!).
Però una persona vecchia e amara costituisce il coronamento dell'opera del diavolo.
Rendimi capace di scoprire il bene in luoghi inattesi e qualità in chi non te l'aspetti.
E concedimi, Signore, la grazia di riconoscerlo apertamente.
Amen
***
Bene, questa è la versione integrale della preghiera.
Il contenuto mi sembra sempre valido, anche dopo più di tre secoli, sia che si voglia usarla per pregare sia che si voglia tenerla a mente come promemoria di buoni propositi.
Se risultasse un po' lunghetta, come preghiera per gente che corre, una formula abbreviata potrebbe essere: 
"Dio mio, mandami pure le rughe e i capelli bianchi, se è proprio necessario, ma - per carità -  preserva  la mia simpatia e la mia saggezza e  aiutami a farle crescere sempre più,  a mano a mano che procedo nella vita, per la gioia mia e di chiunque graviti nella mia orbita! Amen."
In una formula del genere il succo del discorso è intatto (anche se, certo, addio poesia!).
Come preghiera anche la formula breve è chiara per Dio, che sa benissimo di cosa stiamo parlando.
Rispettare la formula lunga è solo un modo di ricordare a noi stessi  cosa s' intende per simpatia, saggezza e attenzione verso chi si relaziona con noi (caso mai con l'età  cominciassimo a dimenticarlo e a diventare... insopportabili!).

lunedì 7 gennaio 2013

Tre aforismi sull'attesa

"Se non ci metterà troppo, 
l’aspetterò tutta la vita."
(Oscar Wilde, L’importanza di chiamarsi Ernesto)



"Tutto ciò che vale 
merita di essere atteso."
 (Anonimo)
***
"Non sono orfana di qualcosa che è andato via,
ma di qualcosa che deve ancora arrivare." 
(Roberto Vecchioni) 
***
E per chi non fosse sazio,
 ecco a seguire un mio video interamente dedicato all'attesa, al suo peso e al suo valore.




venerdì 4 gennaio 2013

Chiarimenti sul life coaching

Rispondo al volo ad alcune domande di chi mi ha contattata per l'incontro del 6 gennaio, dove presenterò in breve le caratteristiche di un percorso di life coaching.
- L'incontro di gruppo di domenica è un incontro di tipo informativo/divulgativo, completamente gratuito e d'impostazione molto soft. Chiacchiereremo, insomma, e al massimo faremo qualche semplice attività di avvicinamento al metodo. Niente a che fare con una "lezione". E, soprattutto, niente a che fare con una "psicoterapia di gruppo".
- Infatti il life coaching NON E' psicoterapia. Obiettivo del life coaching non è curare problemi e disturbi psichici, non è "cambiare" le persone o farle "guarire" da qualcosa. Chi si rivolge al life coach porta un'insoddifazione in alcuni ambiti della propria vita, che intende affrontare di petto (come tutti di tanto in tanto ci troviamo a fare) ma non intende affrontare da solo.
- Perché rivolgersi ad un life coach per affrontare (comunque da sé) la propria vita? Perché a volte nelle situazioni ci stiamo talmente dentro che non riusciamo a guardarle dalla prospettiva migliore: e cioè un po' "da fuori" e con uno sguardo lucido e attento. Momenti di pausa dedicati proprio a questo sguardo più lucido consentono di prendere atto della complessità delle situazioni in cui ci troviamo, valutando meglio le risorse e gli ostacoli, le aree di possibile sviluppo, e così via, fino a fare chiarezza su cosa vogliamo, dove vogliamo dirigerci, e come lavorare per arrivarci.
Un bravo coach che mi è stato maestro ama contestare la metafora del viaggio verso una meta, quando si parla di coaching. E' una metafora, dice, che da sola non tiene conto del fatto che a volte le strade da percorrere dobbiamo costruircele con le nostre mani.
La sua metafora preferita è quella della costruzione di una cattedrale: non è tanto questione di camminare, ma di costruire una realtà con impegno, un mattone sopra l'altro (e possibilmente su fondamenta solide), partendo da un progetto, un sogno, che vogliamo realizzare.
Altre volte la metafora del "costruire" viene declinata nella versione della costruzione di un ponte, che unisce i due aspetti dell'impegno costruttivo e del cammino. Se vuoi partire dalla tua situazione attuale e procedere verso la tua situazione desiderata, devi costruire un ponte di collegamento tra le due, mattone dopo mattone (e possibilmente su pilastri solidi!).
Buona giornata a tutti! (ci sono ancora tre posti liberi per l'incontro di domenica, per chi volesse aderire; per notizie, clicca qui)

giovedì 3 gennaio 2013

Incamminarsi verso la propria meta e avvalersi di un coach

Passato Capodanno, ho tolto la copertina natalizia del blog e per un momento ho rimesso quella di sempre: l'immagine della mia scrivania con la tenda rossa sulla destra.
Quell'immagine riflette ciò che realmente ho davanti agli occhi quando vi scrivo, per cui, quando apro il blog e la guardo, la mia mente va direttamente all'idea di scrivere un post. E' propiziatoria, diciamo così.
Ieri però era il 2 gennaio e mi sentivo in... partenza. L'immagine della scrivania non rifletteva la mia tensione ad incamminarmi nel nuovo anno. Qualcosa nell'aria diceva "Pronti, partenza... via!". Come facevo a restare immobile alla scrivania? 
Infatti ci sono stata molto poco. Giusto il tempo di fare una cosa la mattina (cambiare l'immagine di copertina) e una cosa la sera (l'invito per il nostro incontro del 6 gennaio sul tema del life coaching ).
In realtà le due cose sono connesse.
L'immagine è quella di due zainetti e due bastoni che a settembre io e mia figlia abbiamo appoggiato tra le pietre del Vesuvio, durante una sosta del nostro cammino verso il cratere. Stavamo salendo insieme verso la cima della nostra montagna (che per l'appunto è il Vesuvio); gli zainetti erano il nostro bagaglio ed i bastoni gli  strumenti per facilitare la salita.
Anche questa immagine è propiziatoria,  mi sono detta. Non tanto per lo scrivere (che alla fine è venuto comunque) quanto per il mettersi in cammino. 
Ma in cammino verso che? Noi nella realtà salivamo verso il cratere del Vesuvio, ma la scalata di una  montagna (e di un vulcano, poi!) ha ampi risvolti anche simbolici. Ognuno, dopo tutto, ha una salita davanti a sé (una montagna da scalare) quando ha in mente una sua meta, quando ha degli obiettivi nella vita che richiedono impegno, fede, tenacia, lavoro.
Con che mezzi l'affronta, oltre che con le sue gambe? La foto sembra dire: con ciò che si è portato nello zaino come bagaglio personale, con un bastone e magari - visto che zaini e bastoni sono due - anche con un compagno di viaggio, che qui è presente come compagno del momento di sosta. 
Questo è lo spirito di chi si avvale del life coaching, mi sono detta.
Avviarsi con le proprie forze (gambe),  le proprie risorse (bagaglio) ed i propri strumenti (bastone) verso la propria meta, ma non fare il viaggio da soli. O almeno non del tutto. Si può essere soli sulla strada ed in buona compagnia durante le soste.
Una sosta fatta in due può essere utile per confrontarsi, riflettere insieme, valutare insieme, programmare,  rivedere l'itinerario, prendere il coraggio per andare avanti, ma a volte anche per tornare indietro, cambiare sentiero, e così via.
Anche così può essere letto il life coaching.
*** 
Il di più a voce nel nostro incontro fissato per 
Domenica 6 gennaio 2013, dalle ore 18 alle ore 20, a Portici.
Il clima sarà amichevole e quasi giocoso, e sarà l'occasione per dare ai presenti  un piccolo assaggio gratuito del metodo e propiziare un buon inizio del "vero" anno lavorativo.
Chi volesse aderire, può mettersi in contatto con me, telefonicamente (al 388.8257088) o via email (maltiero@alice.it),  e riceverà ulteriori indicazioni su come arrivare (e cosa...portare!).

A presto!



mercoledì 2 gennaio 2013

Disegna il quadro della tua vita - Un primo assaggio gratuito di life coaching

Come già annunciato, ecco il primo evento dell'anno per quanti di voi sono interessati ad approfondire l'argomento "life coaching".
Domenica 6 gennaio 2013, dalle ore 18 alle ore 20, a Portici, ci sarà un primo incontro gratuito con un  piccolo gruppo di persone, cui sarà offerto un assaggio del metodo.
Il clima sarà amichevole e quasi giocoso; un incontro nell'ultimo giorno delle feste, teso a propiziare un buon inizio del "vero" anno lavorativo.
Chi volesse aderire, può mettersi in contatto con me, telefonicamente (388.8257088) o via email maltiero@alice.it,  e riceverà ulteriori indicazioni su come arrivare (e cosa...portare!).
A presto! Buona ripresa a tutti.

martedì 1 gennaio 2013

"Qual è l'età dell'anima umana? Come essa ha la virtù del camaleonte di mutar colore a ogni nuovo incontro, d'esser gaia con chi è allegro e triste con chi è depresso, così anche la sua età è mutevole come il suo umore." (James Joyce)
Nella foto opera di Cecilia Parades (body painting)

lunedì 31 dicembre 2012

E ora accogliamo l'Anno Nuovo, colmo di cose mai state (Rainer Maria Rilke)


Ed eccoci a celebrare un momento a cavallo tra anno vecchio e anno nuovo.
In effetti ogni momento della nostra vita è teoricamente così, uno spartiacque tra ciò che è stato e ciò che sarà, tra un passato che non c'è più (se non per i suoi effetti tangibili ed i ricordi che portiamo dentro di noi) ed un futuro che non c'è ancora (se non per le sue attese, le sue promesse, le sue minacce, le sue incognite).
E' difficile che celebriamo, nell'ordinaria amministrazione, un singolo momento presente, in sé e per sé, per ciò che effettivamente è. Al massimo ci ricordiamo di farlo quando la nostra cultura di appartenenza ci impone rituali preconfezionati: celebrare una nascita con il battesimo, un'unione col rito del matrimonio, la fine degli studi con una cerimonia di laurea, una morte col funerale, e infine anche l'arrivo dell'anno nuovo con una notte di brindisi e fuochi d'artificio.
Di solito vivere un momento di ordinaria amministrazione, per noi "gente che corre", significa passarci dentro, già protesi verso il momento successivo, e quello dopo ancora. Celebrare un momento ordinario non ci viene tanto naturale, perché per noi vivere è sinonimo di procedere.
Bene. Procederemo. Abbiamo tutto l'anno nuovo, davanti a noi, per procedere.
Ma stanotte, almeno per un momento, stiamo fermi dentro al momento presente, e celebriamo consapevolmente il preciso momento a cavallo tra vecchio e nuovo anno. Viviamolo per quello che è: nella sua pienezza e nella sua vacuità, con tutte le domande in sospeso, tutti i lavori in corso, tutto il suo peso e tutta la sua leggerezza, tutto ciò di cui ci grava e tutto ciò di cui ci arricchisce, tutta la confusione e tutta la calma, tutta la gioia, tutto il dolore, tutto il senso di appagamento, tutto il senso di spaesamento, tutta la sua apparente inutilità e pochezza, tutta la sua potenzialità e forza, espressa o inespressa che sia.
E' un momento: solo un momento.  Ma è la nostra "verità" di oggi. E, se siamo vivi, è segno che sappiamo reggerla.
Facciamoci  una bella foto e fermiamo il momento. Il suo valore, magari, ci si chiarirà meglio in futuro, quando andremo a rileggerlo, anziché ora che siamo a "lavori in corso".
Persino i momenti vuoti, di noia, di stallo possono rivelarsi di grande valore, se riletti a distanza di tempo. Tante volte sono proprio quelli i momenti cruciali che precedono le grandi avventure, che ci inducono a cogliere nuove sfide.
Il percorso di una vita raramente è un percorso lineare: il terreno di solito è accidentato, ci sono salite, discese, curve, buche, e anche lunghi tragitti pianeggianti dove la calma può presentarsi come pace  ma anche come noia.
"Ci sono anni che fanno domande e anni che rispondono", dice Zora Neale Hurston.
Con questo spirito accogliamo l'anno nuovo.
Che ci porti risposte, se in questo momento siamo carichi di domande.
Che faccia emergere in noi nuove domande, se siamo in stallo con le vecchie risposte.
***
A voi tutti  i miei migliori auguri di un prospero, produttivo, significativo, importante, gratificante, appagante

2013!

***
In particolare, per chi oggi si trovasse  in una situazione di  stallo, formulo i miei auguri più sinceri perché quest'anno gli porti soluzioni .
A tal proposito, lo rimando ad un mio post di ottobre (clicca qui), dove l'augurio è:

"...Che riceva in dono dall'universo un sogno; 
che cominci a coltivare questo sogno
e a valutare la sua realizzabilità;
che cominci a fare progetti,
a creare i presupposti per viaggiare verso il suo sogno;
che si metta a studiare,
a cercare informazioni, alleati e mezzi;
che insomma alimenti in sé
la fiamma della passione
che lo spinge verso ciò che lo fa sentire vivo,
affinché prima o poi,
quando si sentirà pronto,
possa mettersi in viaggio,
affrontarne le incognite e gli ostacoli 
con forza e coraggio, 
ed uscire dalla situazione di stallo,
non spinto dalla voglia di fuggire, 
bensì attratto dalla voglia di viaggiare..."

***
Per chi invece, nell'anno vecchio,  abbia gettato i semi dei suoi sogni, o sia in procinto di gettarli con l'inizio del nuovo anno,  allora i miei auguri più sentiti sono al seguente  link: clicca qui!
***
Arrivederci  a tutti ad anno nuovo!




domenica 30 dicembre 2012

Evergreen: Questa strada ha un cuore? (Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di don Juan)

DON JUAN: «Per me c'è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l'unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando, senza fiato.»



***
DON JUAN: «Tutto è solo una strada tra tantissime possibili. Devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione. Per raggiungere una chiarezza del genere devi condurre una vita disciplinata. Solo allora saprai che qualsiasi strada è solo una strada e che non c'è nessun affronto, a se stessi o agli altri, nel lasciarla andare se questo è ciò che il tuo cuore ti dice di fare. Ma il tuo desiderio di insistere sulla strada o di abbandonarla deve essere libero dalla paura o dall'ambizione.»

«Ti avverto. Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. ..."Questa strada ha un cuore?"
... Se lo ha la strada è buona. Se non lo ha non serve a niente. Entrambe le strade non portano da alcuna parte, ma una ha un cuore e l'altra no. Una porta un viaggio lieto; finché la segui sei una sola cosa con essa. L'altra ti farà maledire la tua vita. Una ti rende forte; l'altra ti indebolisce.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come si fa a sapere quando un sentiero non ha un cuore, don Juan?»

DON JUAN: «Prima di inoltrarti in esso poniti la seguente domanda: "Questa strada ha un cuore?" Se la risposta è no, lo saprai, e allora dovrai scegliere un altro sentiero.»

CARLOS CASTANEDA: «Ma come faccio a capirlo?»

DON JUAN: «E' una cosa che si sente. Il problema è che nessuno si pone questa domanda, e quando un uomo si accorge di aver intrapreso una strada senza cuore, essa è pronta per ucciderlo. Arrivati a quel punto, sono pochi quelli che si fermano a riflettere e abbandonano la strada.»

CARLOS CASTANEDA: «Cosa devo fare per formulare la domanda nel modo giusto, don Juan?»

DON JUAN: «Fallo e basta.»

CARLOS CASTANEDA: «Quello che vorrei sapere è se esiste un metodo per non mentire a se stessi credendo che la risposta sia positiva quando in realtà non lo è.»

DON JUAN: «Perché dovresti mentire?»

CARLOS CASTANEDA: «Forse perché in quel momento la strada sembra piacevole e divertente.»

DON JUAN: «Sciocchezze. Una strada senza cuore non è mai piacevole. Devi lavorare duramente anche per intraprenderla. D'altra parte è facile seguire una strada che ha un cuore, perché amarla non ti costa fatica.»

 (Carlos Castaneda, Gli Insegnamenti di don Juan)









               

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mercoledì 26 dicembre 2012

Evergreen: Itaca, di Konstantinos Petrou Kavafis (1911)

Oggi un canto dedicato a chi si accinge a partire per un lungo viaggio, ricco di avventure e di sfide, sospinto e sorretto dal pensiero della sua ambita meta.
***
Itaca
di Konstantinos Petrou Kavafis (1911)

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
né nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle, coralli, ebano e ambre,
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta,

più profumi inebrianti che puoi;
va' in molte città egizie,
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa' che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada,
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

***

lunedì 24 dicembre 2012

Per Natale regalatevi... scenari da sogno (e l'idea di un appuntamento con il vostro life coach!)

Domani è Natale ed escludo che tra i lettori di questo blog ci sia qualcuno che abbia scritto una lettera a Babbo Natale (più facile, magari, trovare qualcuno che l'abbia ricevuta!).
Uno dei motivi per cui a una certa età non scriviamo più lettere a Babbo Natale è sicuramente il fatto che non crediamo più alla sua esistenza.
Niente da ridire sul fatto in sé (sarebbe più preoccupante il contrario), ma riflettere su cosa abbiamo perso, dismettendo una tale pratica, può essere già di per sé un buon regalo di Natale che facciamo a noi stessi.
Per esempio si può cominciare col dire che era una gran comodità affidare i propri desideri, una volta l'anno, ad un essere magico, potente e (soprattutto) puntuale, deputato a realizzarli, come Babbo Natale.
Con lui, però -  non dimentichiamocelo - alcuni di noi hanno avuto anche qualche problema. A qualcuno di noi, da piccolo, è stato magari passato il messaggio che doveva fare il bravo tutto l'anno, per ottenere che Babbo Natale realizzasse i suoi desideri. Come a dire che i regali dovevamo meritarceli, che la realizzazione dei nostri desideri era un fatto di merito personale, che persino un essere magico come Babbo Natale non poteva realizzare un nostro desiderio, se noi non lo meritavamo.
Cosa può esserci rimasto appiccicato addosso, anche ora che siamo grandi, di questa immagine dell'infanzia?
Ci è mai capitato di considerare "impossibile" un desiderio, che in sé oggettivamente non era impossibile da realizzare (tutt'al più difficile), perché sotto sotto ci sembrava di non esserne all'altezza, di non meritare tanto?
E cosa ne abbiamo fatto di quel desiderio? Abbiamo lavorato su noi stessi per "meritare" che si realizzasse, per creare le condizioni che ne favorissero la realizzazione, o ci abbiamo rinunciato e amen?
Ora, secondo me, rinunciare tout-court ai nostri desideri, a volte può essere un modo per darsi pace (la tale cosa per me è impossibile e me faccio una ragione: campo per qualcos'altro), ma a volte può essere un'azione dall'impatto devastante sul nostro piacere di vivere, sulla nostra autostima, sulla nostra serenità, e sulla nostra tensione verso il futuro.
Auto-legittimarci a desiderare ciò che realmente desideriamo (per esempio un'affermazione in campo lavorativo, sentimentale, economico, sociale, abitativo, eccetera eccetera), è il primo passo che dobbiamo compiere da noi, dentro di noi, per prendere in mano le redini della nostra vita e cercare di condurla dove vogliamo. Altrimenti altre forze, esterne e indipendenti dalla nostra volontà, decideranno per noi, e noi ci sentiremo sempre più impotenti e in balia degli eventi.
Per cui troviamo il modo di rispolverare l'abitudine infantile di scrivere una volta l'anno un elenco dei nostri desideri, senza inibizioni, per chiarirli a noi stessi, per guardarli in faccia senza vergogna.
Mettiamo a tacere, se ci appartiene, la segreta vocina che dentro di noi continua a boicottarci con affermazioni del tipo: "Ma chi credi di essere?", "Non ti accorgi che sei ridicolo a fare progetti del genere?", "Sei il solito sognatore!", "Dove ti avvii, alla tua età?". 
Finché daremo ascolto a vocine del genere, non ci sarà nessun Babbo Natale, né Befana, né altro Deus ex machina capace di aiutarci, né a Natale né mai.
Persino quella sfigatissima Cenerentola, vestita di stracci e coperta di cenere, dovette trovare il coraggio di desiderare un ballo a palazzo (ed autolegittimarsi a desiderarlo!), perché apparisse una fata a darle una  mano (pur con i suoi limiti anch'essa, certo, perché la storia di un incantesimo che scade a mezzanotte pure è un limite, non si può negare, ma è tuttavia pur sempre un bel passo avanti, qualcosa di "concreto" su cui lavorare).
***
Bene, ora un po' di... autopubblicità natalizia.
Da che dico ad amici e conoscenti che, come psicologa, mi occupo specificamente di life coaching a livello professionale, molte persone mi dicono di avere difficoltà a capire cosa sia esattamente un life coach   .
Il life coach è un allenatore per persone che vogliono prendere in mano un aspetto della propria vita di cui sono insoddisfatte (aspetto magari difficile da cambiare, ma non oggettivamente impossibile da cambiare) e vogliono impegnarsi per cambiarlo.
Insieme al life coach, allora, possono fare il punto sulla situazione di partenza, formulare una visione della situazione desiderata, valutare le risorse personali e ambientali in campo, considerare gli ostacoli che si frappongono al conseguimento della situazione desiderata, formulare strategie di avvicinamento allo stato desiderato, definire obiettivi graduali, e così via.
Tornando alle metafore di Babbo Natale e della fata di Cenerentola, potremmo dire che il life coach non è sicuramente Babbo Natale, perché non ti regala magicamente la realizzazione dei tuoi sogni (sia che te la meriti, sia che non te la meriti); in compenso ti legittima e ti sostiene, mentre guardi in faccia i tuoi desideri, e poi ti aiuta a valutare cosa puoi fare tu stesso per realizzarli.
Il life coach ha qualcosa in comune allora con la fata di Cenerentola? 
Un po' sì e un po' no.
No, perché è un normale essere umano e quindi non ha il potere di trasformare le zucche in carrozze, né i topini in cavalli e valletti.
Sì, perché può aiutarti a sviluppare una maggiore consapevolezza delle tue risorse e dei tuoi limiti, e dirti: "Guarda bene, c'è qualche carrozza nel tuo orto? Vuoi vedere che stai trattando come una zucca quella che in realtà è una carrozza?", oppure: "Sei sicuro di non poterti procurare cavalli e valletti? Guarda più attentamente i tuoi... topini!". E infine ti dice pure qualcosa tipo: "Hai considerato il fattore tempo? C'è qualcosa che scade a mezzanotte? Sarà il caso di lasciare una scarpina di cristallo distrattamente da qualche parte...?".
Tant'è. E beninteso non è tutto.
Ma più di tanto non può durare una pubblicità natalizia!
A gennaio 2013, a Portici, organizzerò un piccolo evento gratuito per presentare in un clima amichevole e informale le caratteristiche salienti del mio lavoro di life coach. 
Con l'occasione faremo insieme qualche piccolo assaggio del metodo.
Siete tutti invitati, ma dovete prenotare.  
Potete farlo con un commento sotto questo post, oppure potete telefonare al numero 
 o anche potete spedire una email all'indirizzo: psicologa.altiero@gmail.
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Auguro di cuore a voi tutti un Natale pieno di serenità e di gioia.
Spero vi concediate  tempo e riposo a sufficienza, per lasciare emergere in superficie  i vostri  desideri  più autentici e profondi che fossero ancora in attesa del  permesso di... esistere.
***

domenica 23 dicembre 2012

Coltivare la serenità attraverso i sensi: il tatto


Abbiamo già parlato in  precedenti occasioni di come sia possibile coltivare la serenità attraverso un uso più attento dei nostri sensi, e finora ci siamo soffermati in particolare sulla vista (clicca qui) e sull'olfatto (clicca qui)
Oggi invece parleremo del tatto. 
Siamo fatti ognuno a modo suo, per quanto riguarda amore/avversione per il liscio, il ruvido, il caldo, il freddo, l'umido, il bagnato, il secco, le carezze, i pizzichi, i massaggi, i baci, le docce, i bagni e via dicendo.
C'è una pelle, tra noi e il mondo: a volte c'è una scorza dura, a volte una morbida pellicina di seta. 
Comunque sia, noi ce ne stiamo tutto il giorno  lì, per i fatti nostri, dentro alla nostra pelle,  e intanto non smettiamo nemmeno per un minuto di toccare il mondo e di esserne toccati.
A  ciò non si sfugge, che ci piaccia o no. 
Non è come la vista, che ogni tanto puoi chiudere gli occhi. E nemmeno come l'olfatto, che puoi turarti il naso. 
Per cui, stiamo attenti a ciò che sente la nostra pelle!
C'è una bella differenza tra graffi e carezze. Noi le sentiamo tutte, le carezze?
Ce lo prendiamo tutto, il bene che deriva dal contatto fisico col mondo?
O ci accorgiamo solo dei suoi graffi (perché quelli fanno male e allora, sì, che si sentono)?
O non ci accorgiamo magari nemmeno di quelli?
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Divenite pienamente consapevoli del vostro corpo in questo preciso momento, del suo contatto con la poltrona su cui siete seduti, con i pantaloni o le calze che vi fasciano le gambe, con la camicia o la maglia che vi toccano le spalle, con il tepore che proviene da un termosifone nelle vicinanze o dal vostro stesso computer. 
Riuscite a trovare qualcosa di piacevole o spiacevole in tutto ciò, o niente di niente?
Se non riuscite a trovarci niente, poco male. Ma ricordate sempre che l'uso consapevole  dei nostri cinque sensi è anche questione di allenamento, di esercizio.
Vittorio Cei (psichiatra e psicoterapeuta), nel suo libro "Libera la tua creatività", suggerisce tra l'altro di cominciare la mattina, sin dal risveglio, ad esercitare l'uso creativo e consapevole dei  sensi tutti.
Visto che oggi noi vogliamo dare un po' di spazio al tatto, vediamo insieme come potrebbe essere un inizio di giornata dove il tatto viene valorizzato, aggiungendo qualcosa al nostro piacere di vivere.
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Ancor prima di aprire gli occhi, diveniamo consapevoli (e anzi compiaciamoci proprio) del piacevole tepore del nostro letto, di come sono lisce le nostre lenzuola, di come è piacevole tenere il viso affondato nel cuscino. Carezziamo e baciamo il  nostro partner, se ci dorme accanto (e se non sembra intenzionato a dormire in pace ancora un po'...) e quindi alziamoci,  mossi non  dall'idea degli impegni della giornata, ma dalla prospettiva immediata di una gran bella doccia. Facciamo in modo che l'aria della stanza da bagno sia abbastanza calda, come piace  a noi,  e che l'acqua pure, mentre ci scorre tra le dita (e le accarezza!),  raggiunga la temperatura giusta, quella che ci piace proprio tanto.
Andiamo quindi con tutto il corpo sotto l'acqua e sentiamo il piacere del contatto della nostra pelle con quella temperatura amata. Massaggiamoci allora con la spugna che più ci piace, morbida se ci piace morbida, ruvida se ci piace ruvida. Sentiamo il sapone diventare una crema soffice e schiumosa sulla nostra pelle.  Concentriamoci  intensamente su ciascuna di queste azioni, senza pensarle, ma solo vivendo in pienezza le sensazioni che ci danno. E facciamo in modo di godere il piacere presente senza mai  portare il pensiero oltre il qui e ora (a cosa ci aspetta dopo, cosa dobbiamo fare, dove dobbiamo andare). 
Può essere un timer, se necessario, a ricordarci che è ora di asciugarci (magari con un morbido asciugamano di spugna fresco di bucato e caldo di scalda-salviette),  ma finché il timer non suona, mi raccomando,  noi siamo solo... doccia!
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Ed ora qualche citazione in materia, per ulteriori ispirazioni.
illustrazione  di Simona De Leo
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"Radersi la barba, soprattutto per chi lo fa ogni giorno, è una noiosa azione ripetitiva. Quasi sempre un'occasione per tormentarsi, pensando alla pesante giornata che ci aspetta o ad uno dei tanti problemi che ci angosciano. Anche questa è una perdita quotidiana, un peccato mortale. Pensateci: è l'unico momento della giornata in cui potete tranquillamente massaggiarvi le guance, carezzarle con una crema profumata, provare il piacere di toccarle e sentirle toccate con un morbidissimo pennello o una soffice schiuma.Sentite tutto questo, concentratevi su queste meravigliose sensazioni. Non ve le perdete! Non concedete a nulla e a nessuno di distrarvi!" (Vittorio Cei)
"Il tatto è il primo senso fisico di cui abbiamo esperienza quando delle mani estranee ci tirano fuori dal regno oscuro dell'anima e ci portano nella luce fredda e dura della terra. ... Per molti il tatto è anche l'ultimo senso di cui hanno esperienza , prima di abbandonare questo mondo: la stretta di una mano cara. La vista, l'odorato, l'udito e il gusto se ne vanno prima di noi. ... Noi definiamo 'sentimenti' le nostre oscillazioni d'umore e, quando qualcosa fa vibrare in noi una corda sentimentale profonda, diciamo che siamo stati 'toccati'. Quando ci sentiamo alienati, frammentati e alla deriva, spesso per descrivere questo estraniamento, diciamo che 'abbiamo perso il contatto con la realtà'. Gli adesivi sulle automobili ci domandano: 'Oggi hai abbracciato tuo figlio?' E tu l'hai fatto? Perché tutti abbiamo bisogno di essere abbracciati e toccati, non per prosperare, ma per sopravvivere." (Sarah Ban Breathnach)
"Non sempre il silenzio significa tatto: 
è il tatto ch'è d'oro, non il silenzio." 

(Samuel Butler)

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(...e in caso di difficoltà, clicca qui per istruzioni)