mercoledì 21 maggio 2014

Il campo luminoso - poesia di R.S. Thomas



Ho visto il sole irrompere dalle nubi
e illuminare un piccolo campo
per un momento, e ho continuato la mia strada
e ho dimenticato la cosa. Ma quella era la perla
di gran pregio, l'unico campo che conteneva
il tesoro. Mi rendo conto ora
che devo dare tutto quello che ho
per possederlo. La vita non è un affrettarsi
verso un futuro che s'allontana, né un agognare
un passato immaginato. È il voltarsi
come Mosè al miracolo
del roveto ardente, a uno splendore
che sembrava transitorio come la tua giovinezza
d'un tempo, e invece è l'eternità che ti aspetta.


(Traduzione di Domenico Pezzini)

domenica 11 maggio 2014

Mitologia e psicologia - 5) Sono una donna, non sono una dea. Confronto tra la donna Atalanta e la dea Artemide sulla questione: matrimonio e figli o carriera e successo?

Dr.Maria Michela Altiero
psicologa
***  +39 3888257088  ***

Atalanta era una donna che eccelleva nella gara e nella corsa.
Una profezia diceva che quando si fosse sposata si sarebbe trasformata in un animale.
Un po' per questo e un po' per la sua devozione ad Artemide, dea vergine e cacciatrice,  Atalanta non aveva mai messo il matrimonio tra i suoi progetti per il futuro.
Abbandonata alla nascita in cima a una montagna (perché nata femmina, contrariamente al desiderio paterno di un figlio maschio), era stata trovata e nutrita da un'orsa ed  era  poi diventata un'abile cacciatrice.
Ebbe per amante e compagno Meleagro, un cacciatore come lei, ed entrambi erano diventati famosi  per le loro imprese (non ultimo il ruolo di rilievo che ebbero nella cattura del cinghiale calidonio).
Quando Meleagro morì, Atalanta fece ritorno alla casa paterna ed il padre - resosi conto finalmente del valore della figlia - l'accolse volentieri presso di sé. Nell'assumere le funzioni paterne, però, cercò in tutti i modi di convincere la figlia a sposarsi.
Atalanta per un po' tergiversò ma poi, messa alle strette, cedette alle pressioni paterne, dettando però le sue condizioni. Avrebbe sposato, disse, soltanto l'uomo capace di batterla nella corsa, ma al tempo stesso avrebbe anche ucciso qualunque uomo l'avesse sfidata senza riuscire poi a batterla.
Poiché era velocissima, tutti i suoi pretendenti che la sfidavano nella corsa, pur ottenendo sempre  un leggero vantaggio iniziale, venivano puntualmente da lei raggiunti e uccisi.
Quando il giovane Ippomene - innamoratissimo di lei - decise che avrebbe tentato anche lui la prova,  Afrodite, dea dell'amore, venne in suo aiuto. La dea diede ad Ippomene tre mele d’oro, si dice provenienti dal Giardino delle Esperidi, e gli suggerì una strategia: ogni volta che Atalanta fosse stata sul punto di raggiungerlo, lui avrebbe dovuto lasciar cadere una mela d’oro.
Fu così che per  ben tre volte Atalanta, durante la gara con Ippomene, interruppe la sua corsa per chinarsi a raccogliere una mela d'oro, e così facendo perse:
- prima di tutto il suo ritmo,
- poi la sua gara per il successo,
- e alla fine anche lo stato nubile.
Atalanta e Ippomene si sposarono e conobbero insieme le gioie dell'amore coniugale.
Vissero per sempre felici e contenti?
Difficile dirlo. E' una questione di interpretazioni e punti di vista.
Le cose infatti andarono così.
Un giorno Atalanta e Ippomene, durante una battuta di caccia, entrarono in un certo santuario e non seppero resistere alla tentazione di amarsi proprio in quel luogo.
La divinità a cui era dedicato il santuario se ne sentì offesa e  allora  punì entrambi, trasformandoli in leoni.
***
Il mito di Atalanta  è dunque la storia di una donna che nella prima parte della sua vita è molto fedele al modello della dea Artemide. Poi accade qualcosa e la sua storia cambia piega. 
Artemide, per i romani Diana, era la dea della caccia e della luna e, in quanto tale, personificazione dello spirito femminile indipendente. 
Essa rappresenta un archetipo di  dea vergine (una dea cioè completa in sé stessa,  la cui identità e il cui valore non dipendono dall'essere moglie, madre o figlia di qualcuno, ma da ciò che essa stessa è e fa).
Artemide in particolare, in quanto dea della caccia, era un'abile arciera,  che poteva scegliere e inseguire tutte le prede che voleva, e mirare con sicurezza a qualunque bersaglio avesse voluto, sicura di colpirlo.
Le donne in cui  è attivo il modello di questa dea (le donne come Atalanta), hanno a loro volta la capacità di scegliere e perseguire con determinazione le proprie mete, di concentrarsi intensamente su ciò che a loro interessa, di puntare ad obiettivi e riuscire a raggiungerli (il che equivale a centrare bersagli, come faceva Artemide con le sue frecce).
Si tratta di donne che non temono la competizione, nemmeno con gli uomini, e se mai la considerano anche uno stimolo eccitante come per la caccia.
Le richieste e i bisogni delle altre persone non le distolgono da ciò che per loro è importante, non le rallentano e non interferiscono con le  loro attività.
Insomma non sono donne che ci si immagina a raccogliere mele durante una corsa, perché questo genere di cose porta a perdere le gare, e loro lo sanno! 
Anche da Atalanta non ci si sarebbe mai aspettati un comportamento del genere, perché anche lei era una donna forgiata sul modello di Artemide e sapeva molto bene quali interferenze evitare per realizzare i suoi progetti. C'era addirittura una profezia che l'ammoniva contro i rischi del matrimonio, e che rendeva più prudente per lei legarsi, se mai, a un Meleagro (amante/socio/compagno in avventure), piuttosto che sposarsi e diventare una  moglie tradizionale. 
Cosa ci fu allora di tanto irresistibile per Atalanta nelle tre mele d'oro lanciate da Ippomene, da indurla a mandare all'aria tutti i suoi piani e farle accettare l'idea del matrimonio con tutti gli intralci che avrebbe portato alla sua carriera?
Tra tutte le possibili interpretazioni, quella di Jean Shinoda Bolen mi sembra particolarmente interessante, ed è la seguente.


Raccogliendo la prima mela, Atalanta si rende conto del tempo che passa.
La superficie aurea del frutto, infatti, le rimanda distorta l'immagine riflessa del suo volto, e lei 
allora pensa: "Sarò così da vecchia". 
Questo è ciò che può accadere a quelle donne dal temperamento attivo che, tutte prese da ciò che fanno, perdono la nozione del tempo che passa e, giunte a una certa età, si rendono conto improvvisamente di non essere le depositarie dell'eterna giovinezza e cominciano a riflettere sul corso della propria vita e su dove le stia portando.


Raccogliendo la seconda mela, Atalanta diventa consapevole dell'importanza dell'amore.
Le viene infatti alla mente il ricordo del suo antico amante Meleagro, che suscita in lei un  desiderio di intimità fisica ed emotiva. Questo desiderio, combinato con la consapevolezza del tempo che passa, distrae la donna dalla concentrazione sulle sue mete, rendendola più ricettiva all'amore e all'intimità, e quindi meno simile ad Artemide e più vicina ad Afrodite.

Raccogliendo la terza mela, Atalanta cede all'istinto di procreazione e alla creatività.
E questa è la donna sempre impegnata a realizzare i suoi scopi, che verso la trentina viene colta da un desiderio prepotente di avere un figlio (quasi che anche Demetra, dea archetipica della maternità, si fosse coalizzata con Afrodite mettendo a tacere nella donna i suoi aspetti Artemide).   La terza mela d'oro, peraltro, può simboleggiare anche una creatività di tipo non biologico, risvegliata in un'epoca della vita in cui la tensione verso i vecchi obiettivi lascia il posto a qualche forma di espressione personale.

Le mele d'oro insomma simboleggiano le spinte che conducono molte donne come Atalanta a rivedere a un certo punto del loro cammino le loro priorità, a riflettere su cosa sia davvero importante per loro nella vita, e a dare spazio alla propria interiorità e al loro bisogno d'intimità, anche a scapito dei risultati esteriori e delle  conquiste dell'indipendenza.
Che da tutto ciò una donna possa uscire profondamente trasformata non deve allora stupire. 
Anche Atalanta alla fine si ritrovò  trasformata.
Certo fu trasformata in un animale e non in una specie di dea, e questa può sembrare agli occhi di molti una brutta fine (tant'è che si trattò di una punizione e non di un premio).
Forse la stessa idea di poter diventare una bestia dopo sposata, come diceva la profezia, corrisponde al timore di una donna di potersi abbrutire dopo il matrimonio (magari diventando  grassa, stupida e incompetente come tante che conosce). 
Ma se il timore rappresentato  è davvero questo, non mi sembra  proprio che trovi una conferma nella metamorfosi di Atalanta in   leone.
Avrei capito una gallina (che significherebbe: ora faccio la chioccia e sono diventata come una stupida gallina); 
 
e avrei capito pure una mucca
(il mio destino è ormai solo nutrire gli altri, che sia dare il latte al bambino o la bistecca al marito).

Ma un leone!
Il leone è un animale forte e regale. Ed è anche un cacciatore di alto livello, un predatore. 
Allora ipotizzerei un'altra interpretazione.
Secondo me nel leone (e anche nella leonessa) si possono considerare intatte tutte le qualità di base della natura di Atalanta: forza, coraggio, valore, nobiltà, velocità, e anche l'anima cacciatrice dei grandi predatori.
La metamorfosi in animale sottolinea più che altro la diversità della  donna dalla dea, e sembra fatta apposta per far svanire un'illusione di onnipotenza e  ricordare prepotentemente ad Atalanta che lei non è una dea, come Artemide, ma è un mammifero, come i leoni. 
Donne e leonesse, infatti, per quanto forti e magnifiche, non sono né invincibili, né invulnerabili, né immortali.
Sono state programmate dalla natura anche per innamorarsi, procreare e allattare, e questi istinti sono forti perché servono alla conservazione della specie anche se a volte scombussolano i piani  individuali.
La buona notizia è magari che, come una gallina resta  sempre una gallina sia che faccia la chioccia sia che si metta in pista, così una leonessa resta sempre una  leonessa, anche se gioca con i cuccioli anziché andare a caccia.
Il valore è salvo, sono solo le circostanze ad essere diverse.
E allora la questione potrà essere decidere cosa farne, di questo grande valore; se, come e quando rimetterlo in pista, o se, come e per quanto tempo tenerlo più o meno  lontano da corse e battute di caccia, custodendolo e coltivandolo  nella riservatezza della propria tana, come tesoro personale e anche di famiglia.
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giovedì 1 maggio 2014

Insegnamenti di Georges I.Gurdjieff alla figlia Reyna D'Assia e da lei dati ad Alejandro Jodorowsky

"Ora ti detterò i comandamenti che mi ha insegnato il mio santo padre:

Fissa la tua attenzione su te stesso, sii cosciente in ogni momento di quello che pensi, senti desideri e fai.
Finisci sempre quello che hai cominciato.
Fa’ quello che stai facendo il meglio possibile.
Non incatenarti a nulla che alla lunga ti possa distruggere.
Sviluppa la tua generosità senza testimoni.
Tratta ogni persona come se fosse un parente prossimo.
Riordina ciò che hai disordinato.
Impara a ricevere, ringrazia per ogni regalo.
Smettila di autodefinirti.
Non mentire e non rubare, se lo fai menti e rubi a te stesso.
Aiuta il prossimo senza renderlo dipendente da te.
Non desiderare di essere imitato.
Stila dei progetti di lavoro e realizzali.
Non occupare troppo spazio.
Non fare rumore né gesti che non siano necessari.
Se non hai fede, fa’ come se ce l’avessi.
Non lasciarti impressionare dalle personalità forti.
Non impadronirti di niente e di nessuno.
Distribuisci in modo equanime.
Non sedurre.
Mangia e dormi il minimo indispensabile.
Non parlare dei tuoi problemi personali.
Non emettere giudizi né critiche quando conosci solo una minima parte dei fatti.
Non stringere amicizie inutili.
Non seguire le mode.
Non venderti.
Rispetta i contratti che hai sottoscritto.
Sii puntuale.
Non invidiare i beni o i successi del prossimo.
Parla il minimo indispensabile.
Non pensare ai benefici che ti procurerà la tua opera.
Non minacciare mai.
Mantieni le promesse.
In una discussione, mettiti nei panni dell’altro.
Accetta di venire superato da qualcuno.
Non eliminare, trasforma.
Vinci le tue paure, dietro ciascuna di loro si nasconde un desiderio.
Aiuta l’altro ad aiutarsi da solo.
Vinci le tue antipatie e avvicinati alle persone che vorresti allontanare.
Non agire come reazione a quello che dicono di te, nel bene e nel male.
Trasforma il tuo orgoglio in dignità.
Trasforma la tua collera in creatività.
Trasforma la tua avarizia in rispetto per la bellezza.
Trasforma la tua invidia in ammirazione per le qualità dell’altro.
Trasforma il tuo odio in carità.
Non ti lodare e non ti insultare.
Tratta quello che non ti appartiene come se ti appartenesse.
Non ti lamentare.
Sviluppa la tua fantasia.
Non dare ordini per il solo piacere di essere obbedito.
Paga per i servizi che ti vengono dati.
Non fare propaganda delle tue opere o idee.
Non cercare di suscitare negli altri emozioni nei tuoi confronti come la pietà, l’ammirazione, la simpatia, la complicità.
Non cercare di distinguerti per l’aspetto esteriore.
Non contraddire mai, taci.
Non contrarre debiti, compra e paga subito.
Se offendi qualcuno, chiedigli scusa.
Se hai offeso pubblicamente, scusati in pubblico.
Se ti accorgi di aver detto qualcosa di sbagliato, non insistere per orgoglio nel tuo errore e desisti subito dai tuoi propositi.
Non difendere le tue idee più antiche per il semplice fatto di essere stato tu a enunciarle.
Non conservare oggetti inutili.
Non farti bello delle idee altrui.
Non farti fotografare vicino a personaggi famosi.
Non rendere conto a nessuno, sii tu il giudice di te stesso.
Non definirti in base a quello che possiedi.
Non parlare mai di te senza concederti la possibilità di cambiare.
Accetta l’idea che nulla è tuo.
Quando ti chiedono la tua opinione riguardo qualcosa o qualcuno, di’ soltanto le sue qualità.
Quando ti ammali, invece di odiare il male, consideralo il tuo maestro.
Non guardare di nascosto, guarda diritto negli occhi.
Non dimenticare i tuoi morti, ma assegna loro un posto limitato, in modo che non invadano tutta la tua vita.
Nel luogo in cui vivi, dedica sempre uno spazio al sacro.
Quando rendi un servizio, non esagerare i tuoi sforzi.
Se decidi di lavorare per gli altri, fallo con piacere.
Se sei in dubbio tra il fare e il non fare, corri il rischio e fa’.
Non cercare di essere tutto per il tuo partner; accetta che cerchi in qualcun altro quello che tu non puoi offrirgli.
Quando qualcuno ha il suo pubblico, non precipitarti a contraddirlo rubandogli l’attenzione dei presenti.
Vivi del denaro che tu stesso ti sei guadagnato.
Non ti vantare delle tue avventure amorose.
Non ti pavoneggiare delle tue debolezze.
Non andare mai a trovare qualcuno soltanto per passare il tempo.
Ottieni per ridistribuire.
Se stai meditando e arriva un diavolo, fallo meditare con te."

Da "Il maestro e le maghe" Alejandro Jodorowsky


mercoledì 23 aprile 2014

La solitudine delle giovani mamme - Pensieri di Alba Marcoli e John Bowlby


"...credo che oggi ci sia una grandissima solitudine nella coppia mamma-bambino: questo sicuramente non fa bene né alla mamma né al bambino. 
[...] quando una giovane donna ha un bambino vive una regressione naturale che la porta quasi ad essere bambina e questo le permette di entrare meglio in sintonia con i bisogni di un bambino piccolo. Questo è l'aspetto positivo. Il rovescio della medaglia è che la mamma diventa fragile come una bambina ed è per questo che ha bisogno di un grosso sostegno. Un sostegno che deve essere dato alla coppia mamma-bambino.

La solitudine delle giovani mamme è dunque tra i determinanti di uno stato di malessere nel rapporto madre-figlio: dalla depressione post-partum ai disagi infantili …
Questo del sostegno alla solitudine è un terreno d'oro di intervento oggi perché la nostra società sta un po' perdendo questa caratteristica. Oggi si parla tanto di preparazione al parto, di corsi, di visite ginecologiche di controllo, con una medicalizzazione a volte spinta all'eccesso e a mio parere non si spendono abbastanza parole, invece, su questo semplice aspetto del vivere quotidiano, che è così importante. [...] Vorrei perciò spezzare una lancia a favore delle giovani madri e della loro solitudine in questo contesto storico.

(Alba Marcoli, intervista su Va' pensiero, 31.05.2006)

***
"Voglio anche sottolineare che, nonostante pareri contrari, occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona singola. Se il lavoro deve essere fatto bene e se si vuole che la persona che primariamente si occupa del bambino non sia troppo esausta, chi fornisce le cure deve ricevere a sua volta molta assistenza. Varie persone potranno fornire questo aiuto: in genere è l’altro genitore; in molte società, compresa la nostra, l’aiuto proviene da una nonna. Altri che possono essere coinvolti nell’assistenza sono le ragazze adolescenti e le giovani donne. Nella maggior parte delle società di tutto il mondo questi fatti sono dati per scontati e la società si è organizzata di conseguenza. Paradossalmente ci sono volute le società più ricche del mondo per ignorare questi fatti fondamentali.

Le forze dell’uomo e della donna impegnate nella produzione dei beni materiali contano come attivo in tutti i nostri indici economici. Le forze dell’uomo e della donna dedicate alla produzione, nella propria casa, di bambini, sani, felici e fiduciosi in se stessi non contano affatto. Abbiamo creato un mondo a rovescio. Ma non voglio addentrarmi in complesse argomentazioni politiche ed economiche, ma voglio sottolineare il pericolo di adottare delle norme sbagliate. Perché proprio come una società in cui esiste una cronica insufficienza di cibo può assumere come sua norma un livello di nutrizione deplorevolmente inadeguato, così è possibile che una società nella quale i genitori dei bambini piccoli vengano abbandonati a se stessi, in una cronica insufficienza d’aiuto, consideri questo stato di cose come normale."

(John Bowlby, Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989)
***

martedì 22 aprile 2014

Sulla morte, senza esagerare - poesia di Wisława Szymborska


Non s'intende di scherzi,

stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo.

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

venerdì 18 aprile 2014

Addio a Gabriel García Márquez - citazioni da "Cent'anni di solitudine"


Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
***
Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio. Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine.
***
Nella scuola semidistrutta dove aveva provato per la prima volta la sicurezza del potere, a pochi metri dalla stanza dove aveva conosciuto l'incertezza dell'amore, Arcadio trovò il ridicolo formalismo della morte.
***
Fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero da dove entrare.
***
In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti cosí tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall'amore e dalla solitudine dell'amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra.
***
Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d'amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell'uomo.
***
Aveva dovuto promuovere trentadue guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant'anni di ritardo i privilegi della semplicità.
***
Non può piovere per tutta la vita
***
Vai al post Un racconto come una goccia di cristallo per leggere anche un racconto di Gabriel García Márquez






mercoledì 16 aprile 2014

Il successo autentico - Un pensiero di Sarah Ban Breathnach

"Il successo autentico è avere il tempo di coltivare le attività personali che troviamo piacevoli, il tempo di compiere per la tua famiglia i gesti d'amore che desideri tanto compiere, il tempo di curare la tua casa, il tuo giardino, nutrire la tua anima. Il successo autentico è non dover mai dire a te stessa e ai tuoi cari: 'magari l'anno prossimo'. Il successo autentico è sapere che se quest'oggi dovesse essere il tuo ultimo giorno sulla terra, potresti andartene senza rimorsi.
Il successo autentico è sentirti serena e concentrata quando lavori, non dispersiva.
E' sapere di aver fatto il meglio che potevi, quali che fossero le circostanze da affrontare; è sapere in fondo al cuore che il meglio che puoi fare è tutto  quello che puoi fare, e che il meglio che puoi fare è sempre abbastanza.
Il successo autentico è accettare i propri limiti, rappacificarsi col passato e divertirsi con le proprie passioni, così che il proprio futuro possa dispiegarsi secondo un Progetto Divino.
E' scoprire e portare alla luce le proprie doti e offrirle al mondo, per contribuire a risanare il suo cuore lacerato. 
E' cambiare qualcosa nella vita degli altri ed essere convinte che chi può farlo anche per una sola persona al giorno, con un sorriso, due risate insieme, una carezza, una parola buona, o un po' d'aiuto, quella è benedetta tra le donne.
Il successo autentico non è solo denaro in banca, ma un cuore contento e pace della mente.
E' guadagnare il denaro che credi di meritare per il lavoro che fai e sapere che lo vali.
Il successo autentico è pagare le bollette senza difficoltà, soddisfare i propri bisogni e quelli di chi si ama, concedersi qualche lusso e avere abbastanza da risparmiare e donare.
Il successo autentico non è accumulare, bensì lasciare andare, perché quello che si ha è ciò di cui si ha veramente bisogno.
Il successo autentico è stare bene con se stesse, apprezzare quanto si è fatto, festeggiare i propri successi e onorare la strada che si è fatta.
Il successo autentico è capire che essere è importante quanto fare.
E' inseguire incessantemente un sogno.
E' capire che il tempo, per quanto lungo, che un sogno impiega a realizzarsi nel mondo concreto non è mai sprecato.
E' stimare il lavoro, quello interiore e quello esteriore, tanto il tuo quanto quello degli altri.
E' elevare il lavoro a mestiere ed il mestiere ad arte, dedicando Amore ad ogni tuo compito.
[...]
Il successo autentico è essere tanto grata per le molte benedizioni che ricevi tu e i tuoi cari da poter dividere con altri la tua parte.
Il successo autentico è vivere tutti i giorni con cuore traboccante."
(Sarah Ban Breathnach, L'incanto della vita semplice)


sabato 12 aprile 2014

Buonsenso - una piccola storia di Deng Ming Dao





"C'erano una volta quattro uomini colti e raffinati. Un giorno dissero: 'A cosa serve tutta la nostra cultura se non cerchiamo impiego presso un grande re?'. Così si misero in cammino verso la capitale.
Ora, fra questi quattro uomini, tre erano particolarmente brillanti.
Il quarto, pur inferiore d'intelletto, era quello più dotato di buonsenso.
Lungo la strada si imbatterono nello scheletro di un leone.
'Facciamolo resuscitare', propose il primo.
'Sì, sicuramente questo ci darà una grande celebrità', commentarono il secondo e il terzo.
Il quarto disse: 'Se lo fate resuscitare, quel leone vi attaccherà e vi sbranerà'.
'Non t'impicciare!', urlò il primo, che aveva già iniziato a esercitare la sua grande abilità ricoprendo le ossa di carne. Il secondo riportò rapidamente in circolo il sangue, ed il terzo stava già per infondere il soffio della vita nel leone.
'Ma dovremmo pensare alla nostra incolumità', riprese il quarto.
'Zitto!', fece il terzo completamente immerso nella sua opera.
'Bene, allora io mi vado a sedere su quell'albero', concluse il quarto. 'Non si sa mai.'
Non appena il leone tornò in vita, uccise i tre saggi.
L'unico a sopravvivere fu l'uomo di buonsenso."
(Deng Ming Dao,  dal libro "Il Tao per un anno)
***

"Non lasciamoci distruggere
dal sapere e dal potere.
Per sopravvivere
usiamo il buonsenso." 
(Deng Ming Dao)
***






venerdì 14 marzo 2014

Mitologia e psicologia. 4) Demetra e l'archetipo della madre

Demetra (per i Romani Cerere) era la dea delle messi, colei che presiedeva all'abbondanza dei raccolti.
Figlia di Crono e Rea e sorella di Zeus, nella prima parte della sua vita ebbe un destino simile a quello di Era:  fu cioè divorata dal padre e successivamente si unì a Zeus, di cui fu la quarta consorte regale (precedendo Era che fu la settima ed ultima).
Dalla sua unione con Zeus nacque un’unica figlia, Persefone (per i Romani Proserpina), che un giorno fu rapita dal dio degli Inferi, Ade, che la portò con sé nel Regno dei Morti per farne la sua sposa.
Persefone urlò disperata durante il rapimento, ma nessuno intervenne in suo aiuto, nemmeno suo padre Zeus.
Solo Demetra, udendo le invocazioni della propria amatissima figlia, si allarmò e corse a cercarla.
Le sue ricerche si protrassero per nove giorni e nove notti finché al decimo giorno la dea apprese la terribile notizia dal dio del Sole, Elio (che condivideva tale titolo con Apollo), che dal cielo vedeva tutto ciò che accadeva in  terra. Elio consigliò alla dea di rassegnarsi e di accettare l'accaduto, sia perché ratificato da Zeus, sia perché Ade era comunque un genero di tutto rispetto.
Distrutta dal dolore per la perdita della figlia e profondamente amareggiata per l'oltraggio ed il tradimento di Zeus, Demetra lasciò allora l'Olimpo per ritirarsi ad Eleusi e si vendicò sulla terra rendendola sterile ed infeconda.
A nulla valsero i tentativi degli altri dei di convincerla a tornare all'Olimpo e riprendere le sue funzioni di dea delle messi. Demetra era insensibile a suppliche, doni e onorificenze, e rese noto a tutti che non sarebbe tornata finché non le fosse stata restituita la figlia.
Zeus allora fu costretto a cedere alle sue richieste ed impose ad Ade di lasciar tornare Persefone, mandando Hermes a riprenderla.
Ade però, prima che Persefone se ne andasse, le dette dei semi di melograno, che lei mangiò. Ma, poiché si trattava di cibo proveniente dagli Inferi, Persefone fu costretta per questo a tornare nel mondo sotterraneo per sei mesi all'anno.
Da allora, quando Demetra e Persefone sono di nuovo insieme, la terra rifiorisce e le piante crescono  rigogliose ma, durante i sei mesi in cui Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda. Questi sei mesi sono chiaramente quelli invernali, durante i quali in Grecia la maggior parte della vegetazione diventa secca e muore.
***
La leggenda narra inoltre che, durante il suo soggiorno ad Eleusi, Demetra aveva assunto inizialmente le false sembianze di una vecchia nutrice  e si era presa cura di un bambino, Demofonte, figlio del reggente della città, Celeo, e di una donna di nome Metanira.
Demetra allevò Demofonte come se fosse un dio, nutrendolo d'ambrosia ed esponendolo di nascosto a un fuoco che lo avrebbe reso immortale. Ma Demofonte non poté ottenere l’immortalità perché il rituale fu  bruscamente interrotto dall'arrivo di  Metanira che, vedendo il proprio bambino nel fuoco, si mise a urlare di paura.
La dea allora si rivelò e, lamentandosi di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali degli dei, pretese che le venisse edificato un tempio, dove si insediò durante il resto della sua permanenza ad Eleusi.
Prima di lasciare la città, Demetra insegnò all'altro figlio di Celeo, Trittolemo, l'arte dell'agricoltura (che egli diffuse anche nel resto della Grecia) ed istituitì i Misteri Eleusini, che per più di duemila anni furono i più sacri e i più importanti rituali religiosi dell'antica Grecia e grazie a cui i mortali ebbero una ragione per vivere nella gioia e per morire senza temere la morte.
***
Gea - nonna di Demetra e Madre Terra primigenia
Sull'Olimpo Demetra incarna l'archetipo della madre.
E’infatti la dea preposta alla fertilità, com'erano state prima di lei anche:
·        sua nonna Gea  (Madre Terra primigenia da cui viene ogni forma di vita) e
·        sua madre  Rea (dea della terra e madre della prima generazione di dei dell'Olimpo).
Per tre generazioni peraltro queste dee madri condivisero anche un triste destino comune: la sofferenza per la mancanza d'istinto paterno nei padri biologici. Infatti:
·        il marito di Gea, Urano,  seppelliva i figli appena nati nel corpo della moglie;
·        il consorte di Rea, Crono, li inghiottiva;
·        e quello di Demetra, Zeus, lasciò che la figlia venisse rapita dal dio degli Inferi.
Per ben tre generazioni, insomma, queste dee madri si scontrarono con i rispettivi consorti per salvare i figli, anteponendo tutte l'amore materno a quello coniugale.
Questa circostanza (oltre ad essere una  buona metafora di certi specifici rischi che le famiglie possono correre durante il loro ciclo di vita, come:
  •  la possibile crisi della coppia innescata dall’arrivo dei figli,
  •  le dolorose alleanze che a volte si instaurano tra uno dei genitori e i figli, contro l’altro genitore,
  • la possibile trasmissione di generazione in generazione di uno stesso destino, fondato su modelli di pensiero, di sentimento, comportamentali e relazionali tipici di una certa famiglia)
evidenzia ciò che caratterizza Demetra rispetto ad altre dee dell’Olimpo (come Era e Afrodite) che pure ebbero figli e quindi furono anch’esse madri. Per Demetra, a differenza delle altre dee dell’Olimpo,  il  rapporto con la figlia era il legame più significativo della sua esistenza e l’istinto alla cura degli altri era molto più forte che nelle altre dee.
Del resto parte del nome di Demetra, meter, sembra significare proprio madre ed i ruoli principali della dea  nella mitologia furono proprio quelli di:
-  madre biologica (di Persefone),
-  madre nutrice (dea delle messi dispensatrice di cibo e anche nutrice di Demofonte)
-  madre che dà sostegno psicologico-spirituale (dea dei Misteri Eleusini).
Demetra dunque, come dea madre, rappresenta l'istinto materno che si realizza nel dare alla luce un figlio e  nel dare ad altri nutrimento fisico, psicologico o spirituale.
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COME SI PRESENTA DEMETRA NELLE DONNE D'OGGI
In una donna d'oggi l'archetipo di Demetra si manifesta come istinto materno, come desiderio di rimanere incinta, di avere un bambino, di nutrirlo e di  allevarlo
Quando questo archetipo è dominante, la maternità è il ruolo e la funzione più importante della vita di una donna.
La presenza di Demetra in una donna in certi casi è molto evidente; e lo è in particolare:

  • quando, da bambina, culla e accudisce un bambolotto o tiene volentieri in braccio un bambino vero, e poi verso i nove-dieci anni  fa volentieri da babysitter a bambini più piccoli;
  • quando, crescendo, viene spinta in direzione della gravidanza da una forza prepotente, che può manifestarsi sia a livello cosciente, come forza che conduce alla consapevole decisione di fare un figlio, sia come forza inconscia che la predispone a trovarsi incinta 'per caso';
  • quando, di fronte a una gravidanza imprevista che potrebbe sconvolgere l'intero corso della sua esistenza, non se la sente di abortire, perché ciò contrasta con un imperativo profondo di fare un figlio e, se costretta ad abortire, ne soffre poi moltissimo, sentendosi in preda a conflitti interiori, angoscia e dolore;
  • quando prova il desiderio di adottare un bambino o di fare la babysitter (come del resto  fece anche Demetra con Demofonte);
  • quando prova soddisfazione ed appagamento nel nutrire gli altri (figli, famiglia, ospiti) e  si mette a preparare per loro pranzi e pranzetti;
  • quando in ufficio serve volentieri il caffè a tutti, senza sentirsi assolutamente sminuita per questo rispetto ai colleghi;
  • quando lotta strenuamente per il benessere dei suoi figli come fece Demetra per liberare Persefone, e come fanno tante madri coraggiose e perseveranti di figli disabili, malati, rapiti, scomparsi,  ingiustamente imprigionati, vittimizzati che combattono battaglie interminabili per garantire loro cure, assistenza, libertà, giustizia, senza mai darsi per vinte, nonostante gli ostacoli e le intimidazioni del potere;  
  • quando è generosa ed elargisce volentieri al suo prossimo cure materiali, sostegno psicologico e nutrimento spirituale (una Madre Teresa);
  • quando si trasferisce in campagna e si mette a coltivare personalmente gli ortaggi da servire in tavola, a fare il pane e le conserve di frutta, e a dividere il suo raccolto con gli altri, come una Demetra, dea delle messi;  
  • quando si sente attratta da professioni assistenziali in cui può esprimere il suo istinto alla cura degli altri (insegnante, pediatra, assistente sociale, psicologa, terapista della riabilitazione, eccetera);
  • quando fonda o dirige un'organizzazione e vi riversa tutta la sua energia materna, per farla crescere e prosperare (e, se qualcuno prende il suo posto nell'organizzazione, si sente ferita come una Demetra a cui hanno portato via la figlia) ;
  • quando assume un ruolo di guida e protezione verso chi dipende da lei, al punto da avere difficoltà a licenziare un impiegato incompetente, perché il dispiacere che gli arreca la fa sentire in colpa;
  • quando non entra in competizione con altre donne per via degli uomini o della carriera, ma per i figli (se non ne ha avuti, invidia quelle che ce li hanno; se i suoi si sono allontanati, soffre vedendo quelle che ce li hanno vicini);
  •  quando nel rapporto con un uomo è calda ed affettuosa, ma è più coccolona che sexy;
  •  quando fa sesso o per procreare o perché lo considera incluso nel pacchetto di cure che una  brava madre di famiglia offre al marito (sesso da nutrice).

DIFFICOLTA'  PSICOLOGICHE
Tipici problemi della donna in cui è molto attivo l'archetipo  Demetra sono:
  • Difficoltà a dire di no - Poiché la donna Demetra tende a dire di  sì a chiunque abbia bisogno del suo aiuto, essa corre il rischio di sobbarcarsi troppi impegni, sacrificando così i propri bisogni e riducendosi esausta e svuotata (clicca qui per andare al post "Imparare a dire (anche) di no")
  • Difficoltà ad esprimere la rabbia - La donna Demetra può avere difficoltà ad esprimere la rabbia in maniera appropriata ed essere più incline a comportamenti di tipo aggressivo-passivo (si dimentica di un impegno, arriva tardi a un appuntamento, eccetera). Imparare ad affermare in maniera chiara e assertiva i suoi sacrosanti bisogni può sia evitarle di somatizzare la sua rabbia inespressa, sia migliorare la sua comunicazione con gli altri: è importante che impari ad esprimersi con messaggi forti e chiari, piuttosto che con messaggi deboli e confusi (ricordando che anche Demetra dovette scioperare per ottenere da Zeus ciò che voleva) (clicca qui per andare al post "E della rabbia, che me ne faccio?")
  • Tendenza ad alimentare la dipendenza negli altri - Un sovrabbondante istinto materno può portare una donna Demetra ad infantilizzare gli altri (figli, allievi, dipendenti) anziché aiutarli a crescere; dire "Lascia stare che lo faccio io", essere esageratamente vigile e iperprotettiva, sovraintendere e controllare eccessivamente l'operato altrui non sostiene il processo di crescita e di progressiva autonomia dei figli e di chiunque altro la circondi, ma piuttosto ne alimenta la dipendenza. Alcune donne si sentono un po' minacciate dalla crescente autonomia dei figli, quasi a temere che una forza malefica (Ade l'infernale) glieli porti via per sempre. Anche Demetra dovette fare i conti con questa dimensione e alla fine dovette accettare che sua figlia stesse un po' con lei e un po' con Ade, perché non poteva restare per sempre attaccata alle sue sottane; al tempo stesso proprio la disponibilità a lasciar andare e lasciar crescere gli altri (figli, allievi, dipendenti, clienti) non li  costringe  a rompere di netto il rapporto se hanno bisogno di respirare, ma consente loro di andare e tornare  senza drammi
  • Sindrome del nido vuoto - Quando una donna investe troppe energie nel ruolo materno fino a farne quasi la sua unica ragione di vita, corre il rischio di sentirsi triste e inutile quando i figli si allontanano da lei (fisicamente o affettivamente) e di avere così l'impressione che sua vita non abbia  più senso. Una tappa naturale del ciclo di vita familiare, com'è a un certo punto l'uscita di casa dei figli, può essere vissuta come un vero e proprio lutto. La donna può provare allora malinconia, senso di solitudine, ansia, senso di vuoto, crisi d'identità, fino ad arrivare alla depressione.
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Infine il mito di Demetra sembra contenere tre importanti insegnamenti sotto forma di metafora, e in particolare:
1) L'ansia e l'intrusività di una madre possono nuocere al figlio
Quando Metanira credette di salvare suo figlio dal fuoco a cui lo esponeva Demetra, in realtà interruppe il rituale che lo avrebbe reso immortale; una buona madre deve imparare a riconoscere e arginare la propria ansia e i propri comportamenti intrusivi, quando possono ostacolare la crescita dei figli.
Riconoscere queste zone d'ombra è la cosa più difficile di tutte per una mamma, perché di solito è in buona fede e non se ne rende conto ("Io mi preoccupo per il suo bene!", direbbe). Se per amore materno sarà  disposta a prendere in considerazione ed esplorare anche questi aspetti di sé, non solo aiuterà i figli a crescere meglio, ma alla fine si troverà cresciuta essa stessa.
2) E' utile riuscire a convogliare l'energia materna esuberante
Dopo il ratto di Persefone, Demetra dolente si rifugiò ad Eleusi e in quel luogo trovò conforto prendendosi cura del bambino Demofonte, insegnando a Trittolemo  l'arte dell'agricoltura, disponendo la costruzione di un tempio.
Tutto questo sembra suggerire alle donne con un grosso istinto materno di incanalarlo anche in altri rapporti ed attività quando la relazione con i figli non lo consente più; la loro propensione alla cura degli altri può esprimersi infatti in molti utili modi che giovano contemporaneamente a se stesse e al mondo, senza che i figli debbano sentirsi in difetto per essere cresciuti e aver preso la loro strada.
3) E' importante saper accettare tutte le stagioni della vita
Il mito di Demetra e Persefone parla dell'alternarsi delle stagioni durante l'anno e anche della capacità di crescere attraverso la sofferenza. Il mito sembra invitarci ad accettare tutte le stagioni della vita, con il loro alternarsi di gelo e calore, di luce e di buio.
Ognuno di noi può fare tesoro anche dei momenti di dolore e così degli inverni della propria vita,  traformandoli  in un'occasione di crescita, acquistando una maggiore consapevolezza e saggezza.
Persefone che ritorna dopo l'inverno portando la primavera suggerisce proprio questo: la possibilità di una stagione di ricchezza e rinascita dopo il pianto e il dolore.
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Leggi anche:
1) Le divinità dell'antica Grecia e la psicologia (introduzione) - 13.01.2014 (clicca qui)
2) Le dee dell'antica Grecia e la psicologia femminile" - 18.01.2014 - (clicca qui)
3) Era e l'archetipo della moglie fedele - 01.02.2014 - (clicca qui)
5) Sono una donna non sono una dea. Confronto tra la donna Atalanta e la dea Artemide sulla questione: matrimonio e figli o successo e carriera? - 11.05.2014 -(clicca qui)
6) Perdere se stessi nelle relazioni. Persefone: figlia diletta della sua mamma e sposa del dio degl'Inferi - 02.08.2014 (clicca qui)
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domenica 2 marzo 2014

7 marzo: il tema della maternità apre il nuovo ciclo di incontri del Gruppo di discussione "Ricomincio da me"



Il tema della maternità, aprirà il nuovo ciclo di 4 incontri per l'autoconsapevolezza femminile del gruppo "Ricomincio da me", in partenza dal 7 marzo prossimo a Torre del Greco (Napoli) (clicca qui per vedere l'evento su facebook)Conduttrice del gruppo la psicologa Dott.ssa Maria Michela Altiero. 
Parleremo: 
- del rapporto tra noi e le nostre madri, 
- del rapporto di noi madri con i nostri figli,
- del mito di Demetra come archetipo della donna che si autorealizza nel ruolo materno (e che può conoscere la sindrome da nido vuoto);
- delle donne che fanno da madri agli amici, agli allievi, ai dipendenti e ai clienti o che scelgono una professione d'aiuto per esprimere la loro attitudine ad accudire e nutrire gli altri;
- delle donne che partoriscono progetti, idee, associazioni, e li nutrono, li curano e se li crescono proprio come figli;
- e di molto altro ancora, perché - come ha detto qualcuno - non è vero che di mamma ce n'è una sola: di mamma ce n'è una gamma! 
Il primo incontro di presentazione (7 marzo) è gratuito, ma occorre prenotarsi telefonicamente, perché il numero di posti è limitato. Tel.388.8257088
Partecipa all'evento e invita amiche, cliccando sul link:https://www.facebook.com/events/1395632440686991/