venerdì 22 luglio 2016

Mindfulness. Consapevolezza del respiro. Una traccia audio da14 minuti per incominciare


La meditazione seduta di consapevolezza del respiro è una pratica base della mindfulness.
Essa consiste nel mettersi per un certo tempo seduti (non necessariamente a terra a gambe incrociate, ma anche semplicemente seduti su una sedia) e portare intenzionalmente l'attenzione al proprio  respiro spontaneo, senza  giudicarlo, senza cercare di forzarlo o di correggerlo, ma incontrandolo così com'è e accettandolo, standoci insieme intimamente, con curiosità, interesse, sollecitudine, gentilezza, apertura. 
Prima o poi può capitare di distrarsi (certamente capiterà, e nemmeno una sola volta...), ma non è un problema. Basta accorgersene.  
Quando ci accorgiamo che la nostra attenzione si è allontanata dal respiro,ci limitiamo a notare quali pensieri occupano la nostra mente e, senza lottare contro di essi o cercare di cacciarli, semplicemente li lasciamo andare,  riportando dolcemente  l'attenzione al respiro. 
All'inizio una pratica formale di osservazione del respiro può non risultare tanto semplice.
Per questo motivo, prima di avventurarsi in una meditazione sul respiro di venti, trenta o più minuti, può essere utile accostarsi alla pratica  gradualmente cominciando a sedersi con il respiro per periodi più brevi. 
Per agevolare i principianti, ho registrato una traccia audio che guida la pratica per circa dieci minuti. 
Potete ascoltarla qui di seguito,
                                             oppure trovarla su YouTube cliccando qui.


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Dal nostro primo vagito e fino a che moriamo, non c'è momento della nostra vita in cui non siamo in compagnia del nostro respiro.
Respirare o non respirare fa la differenza tra essere vivi o morti.
Non è una cosa da poco, eppure di solito non facciamo caso al fatto che stiamo respirando, come non facciamo caso al fatto che siamo vivi.
E questo la dice lunga sul nostro abituale livello di consapevolezza.
Nel libro della Genesi si dice che "il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente".
Mi piace pensare che ogni volta che inspiriamo ed ogni volta che espiriamo noi continuiamo a far fluire  quel soffio vitale e a passarcelo l'uno con l'altro. La stessa aria che ora è dentro di me, un momento fa era dentro di te, e ce la passiamo tutti gli uni con gli altri,  continuamente, di bocca in bocca, di naso in naso, di polmone in polmone.
Questo crea un'intimità incredibile tra tutti noi.
Di solito neanche a questo facciamo caso. O ce lo ricordiamo all'improvviso quando qualcuno assieme all'aria ci passa l'influenza... 
Quanti altri aspetti della realtà con cui conviviamo giorno dopo giorno, momento dopo momento, sono completamente fuori dalla nostra consapevolezza, non li vediamo, non li sentiamo?
Ancorarci alla realtà del nostro respiro è un modo per ricordarci di essere consapevoli, di essere svegli, di esserci davvero, qui, ora, con tutto quello che c'è.
Finché siamo vivi abbiamo sempre a disposizione un nuovo respiro a cui ancorarci per ritornare ad essere presenti.
Ogni respiro è una nuova possibilità per ricominciare.
Finché siamo vivi abbiamo sempre una nuova possibilità.  





lunedì 27 giugno 2016

MBSR - Programma per la riduzione dello stress basato sulla consapevolezza (mindfulness)



COS'È IL PROTOCOLLO MBSR?
Il protocollo MBSR - Mindfulness-Based Stress Reduction è un programma per la riduzione dello stress basato sulla consapevolezza (mindfulness), la cui efficacia è stata comprovata  nel tempo da numerose ricerche  scientifiche.
Il programma è stato sviluppato, a partire dalla fine degli anni '70,  dal Prof. Jon Kabat-Zinn, presso il Medical Center dell’Università del Massachusetts e successivamente ha avuto  ampia diffusione a livello internazionale. 
Per le sue potenzialità cliniche, preventive e riabilitative ha trovato nel tempo sempre più spazio in vari programmi di  intervento in ospedali, centri medici, carceri, scuole e organizzazioni di vario tipo, al fine di affrontare molte problematiche sia  fisiche che psicologiche legate allo stress.

A CHI È INDICATO?
Il programma MBSR può essere utile
in tutte le situazioni  di vita difficili, di breve o lunga durata, che sono fonti di stress, come: lutti, problemi di coppia, separazioni,  problemi familiari, lavorativi, economici, ecc.
• per una varietà di patologie correlate allo stress o fonte di stress, quali: dolori cronici, malattie cardiovascolari, cancro, malattie polmonari, ipertensione, cefalea, disturbi del sonno, disturbi digestivi, malattie della pelle, ecc.
• per problematiche psicologiche  come ansia, depressione, attacchi di panico.
L'MBSR è inoltre indicato come percorso di benessere personale centrato sull'imparare “come” prendersi cura di sé stessi per giungere a condizioni di maggior benessere ed equilibrio psicofisico.

COSA ASPETTARSI?
Il programma prevede otto incontri di gruppo a cadenza settimanale, di circa due ore e trenta ciascuno, oltre una giornata di pratica intensiva di circa sei ore. Ad ogni partecipante è richiesto inoltre un impegno quotidiano di pratica individuale a casa.
Il programma fornisce:
- istruzioni guidate per le pratiche di meditazione mindfulness;
- semplici esercizi di stretching e yoga mindful;
- dialogo di gruppo ed esercizi di comunicazione mindful;
- istruzioni personalizzate;
- schede e materiale audio di supporto per la pratica giornaliera.

COS'È LA MINDFULNESS E COM'È IMPIEGATA NEL PROGRAMMA MBSR?
La mindfulness è la consapevolezza che emerge prestando attenzione all'esperienza presente intenzionalmente, momento per momento e in modo non giudicante (Jon Kabat-Zinn).
Le pratiche di mindfulness derivano da antiche pratiche meditative orientali che sono state accolte anche in occidente  nell'ambito dei programmi di benessere psicologico perché rivelatesi estremamente efficaci e salutari, a prescindere dalle implicazione di tipo culturale e spirituale proprie dei contesti d'origine.
Il programma MBSR, attraverso l'addestramento intensivo alla meditazione mindfulness (e cioè  all'autoregolazione intenzionale dell'attenzione, arricchita da un atteggiamento non giudicante,  bensì gentile, paziente, accettante, compassionevole), insegna:
• a  coltivare una modalità di relazione decentrata rispetto all’esperienza cognitiva, emotiva e sensoriale dolorosa;
• a disattivare intenzionalmente le reazioni automatiche;
• a lasciar andare la tendenza alla proliferazione mentale e al doloroso rimuginio sulle esperienze dolorose.

Per conoscere le prossime attività in calendario vai alla 
pagina delle attività di gruppo sul sito www.mariamichelaaltiero.it


RISERVATEZZA DEGLI INCONTRI: i contenuti del programma on-line vengono condivisi solo tra i partecipanti, con impegno personale di ciascuno a rispettare il clima di intimità in cui si svolgono gli incontri stessi. Pertanto gli incontri non possono essere registrati se non dall'organizzatore ed il video degli incontri, con i dovuti tagli di alcune condivisioni più delicate, è reso disponibile per la visione solo ai partecipanti al programma.

PRESENTAZIONI PUBBLICHE: Occasionalmente vengono organizzate delle presentazioni pubbliche del Programma MBSR per far conoscere esperienzialmente alle persone alcune pratiche di consapevolezza o per illustrare loro l'impostazione del percorso. In tal caso i partecipanti prestano il loro espresso consenso all'utilizzo e alla diffusione della propria immagine, affinché la videoregistrazione della presentazione possa essere divulgata pubblicamente.

INCONTRI DI FOLLOW-UP: Dopo aver partecipato al programma MBSR, i partecipanti sono messi in condizione di poter proseguire da soli nella pratica quotidiana, conservandone i benefici. Ciò richiede un impegno personale costante, che ogni tanto può essere utile sostenere facendo riferimento a nuovi incontri di gruppo. A tal fine, è data la possibilità ai partecipanti al programma di aderire ad incontri di follow-up dedicati specificamente a loro, di partecipare a condizioni di favore ad edizioni successive dell'intero programma, di unirsi ad iniziative organizzate per i partecipanti ad un programma successivo ma aperte anche ai partecipanti  ad edizioni precedenti del programma stesso, come ad esempio le giornate di pratica intensiva.

ALTRE INFORMAZIONI UTILI:
Il canale YouTube di Maria Michela Altiero fornisce varie tracce audio per supportare i partecipanti al programma MBSR - Mindfulness-Based Stress Reduction durante il lavoro a casa, sia durante il programma, sia successivamente.
È importante precisare che le sole tracce audio non possono considerarsi sostitutive del programma MBSR - Mindfulness-Based Stress Reduction, la cui efficacia ai fini della riduzione dello stress è dovuta a vari fattori.
I partecipanti infatti durante il programma MBSR - Mindfulness-Based Stress Reduction:
- ricevono indicazioni fondamentali per la corretta impostazione delle pratiche di mindfulness;
- vengono guidati, passo dopo passo e con indicazioni personalizzate, a cogliere aspetti salienti della consapevolezza di tipo mindfulness;
- vengono aiutati a indagare e a chiarire a sé stessi i vari aspetti della propria esperienza;
- vengono sostenuti nel cogliere il nesso e l'utilità delle pratiche di mindfulness apprese rispetto alle dimensioni stressanti della loro vita reale;
- vengono aiutati a non travisare il senso della mindfulness e a non scambiarla per ciò che non è;
- vengono messi in condizione di poter dedicare un tempo all'apprendimento delle pratiche di mindfulness, in un contesto protetto che facilita l'esperienza, lontano dalle pressioni e dalle richieste della vita ordinaria, a cui poi si torna con un atteggiamento nuovo, che consente di relazionarsi in maniera più funzionale (e anche più quieta, più saggia, meno allarmata) alle sfide di ogni giorno.





Hai mai fatto l'esperienza di fermarti del tutto,
di essere così totalmente nel tuo corpo,
di essere così totalmente nella tua vita
che quel che già sapevi e quello che non sai,
e quel ch'è stato e quel che ancora dev'essere,
e le cose come stanno proprio ora
non ti danno neanche un filo d'ansia o disaccordo?
Sarebbe un momento di presenza totale,
al di là della lotta, al di là della mera accettazione,
al di là della voglia di scappare o sistemar le cose o tuffarcisi dentro a testa bassa:
un momento di puro essere, fuori dal tempo,
un momento di pura vista, pura percezione,
un momento nel quale la vita si limita a essere,
e quell'"essere" ti prende, ti afferra con tutti i sensi,
tutti i ricordi, fin dentro i geni,
in ciò che più ami,
e ti dice: benvenuto a casa.
(Jon Kabat-Zinn)


 per informazioni e prenotazioni
psicologa.altiero@gmail.com



Photo by  Rowan Heuvel  and  Faye Cornish on Unsplash 

domenica 12 giugno 2016

Gabbie reali e gabbie mentali. Il potere liberatorio della consapevolezza

Nell'immagine un dipinto di Merab Gagiladze
C'è un racconto di Jorge Luis Borges, nel libro L'Aleph, che parla di un uomo che era prigioniero in una gabbia  e che condivideva la sua sorte con un grosso felino maculato, chiuso nella gabbia accanto alla sua.
Ho letto questo racconto più di vent'anni fa e da allora non l'ho mai più preso in mano. Proverò a riassumervelo, così come mi esce oggi dalla tastiera, senza alcuna pretesa di fedeltà all'originale (che peraltro ho deciso di non riguardare per non perdere l'ispirazione).
Facciamo che l'uomo era una specie di sacerdote di una fede imprecisata e il felino un giaguaro o qualcosa di simile. Per buona parte della storia l'uomo si dispera non tanto per il fatto in sé di essere prigioniero e condannato a passare il resto dei suoi giorni in una gabbia, quanto perché questa condanna lo fa sentire tradito e abbandonato dal suo dio. Questo suo dio  gli aveva infatti promesso una rivelazione prima della morte, ma ora sembrava essersi rimangiato la parola. Lo aveva condannato a marcire in una cella di isolamento: che rivelazione poteva mai arrivargli in quelle condizioni?
Mentre il giaguaro passava le sue ore camminando avanti e indietro nella gabbia,  l'uomo trascorreva il suo tempo tra mille pensieri tormentosi.
Facciamo conto che il suo dialogo interno fosse più o meno così: "Cosa ho fatto di male, per meritarmi questo? Come può essere che il mio Dio mi abbia tradito? Se la mia fine è questa, tutta la mia vita è senza senso. Ho dedicato tutte le mie forze, le mie risorse, i migliori anni della mia vita a servire fedelmente il mio Dio pur di ottenere questa rivelazione. E questo è il risultato? Che sorte ingiusta! Com'è possibile? Cosa avrei dovuto fare di diverso? Forse avrei dovuto... Forse avrei potuto... Forse dovevo essere meno... O forse dovevo essere più... Forse è colpa del tale...  Forse è colpa di quella volta che... Sì, mi ricordo bene di quella volta che... e di quell'altra che... e di quell'altra ancora... Oh, che dolore, che rabbia, che disperazione... No, è tutta colpa mia... Avrei dovuto capire che.... Avrei dovuto pensarci per tempo... Avrei dovuto fare come il tale... (lui sì che...) Sono il solito questo... Sono il solito quello... Perché sono nato così? Mi odio... Sono un fallimento...  Che ne sarà di me? Che campo a fare?  Con questo stupido giaguaro, poi... Odio tutto questo... Non posso sopportare una simile sfortuna... Non è giusto che le cose siano andate così proprio a me... "
Insomma l'uomo era tormentatissimo, non vedeva soluzioni al suo problema e si sentiva intrappolato in una condizione disperata e senza vie d'uscita.
La cosa che più colpisce di questa storia è l'evidenza che l'uomo era prigioniero di due gabbie: una gabbia reale e una gabbia mentale.
Stare in gabbia è una condizione spiacevole per definizione. Tuttavia il racconto non parla mai di maltrattamenti da parte dei carcerieri, di digiuni, torture o altri tormenti imposti al prigioniero dall'esterno. E anzi precisa che, per la scala di valori di quell'uomo, la prigionia sarebbe stata sopportabile se solo non avesse interferito con il suo desiderio di ottenere la rivelazione.
La sofferenza descritta è tutta interiore: la lotta disperata di una mente che oscilla tra la brama di qualcosa  da cui  crede dipenda la sua felicità (un oggetto, una condizione, uno stato - in questo caso l'ottenimento della rivelazione) e il rifiuto, l'insofferenza, l'odio  verso tutte le condizioni considerate impeditive della propria felicità.
Qualcuno potrebbe addirittura osservare che per la maggior parte della storia  l'uomo non stava tanto nella gabbia reale, quanto piuttosto nei luoghi mentali in cui lo trasportavano i suoi pensieri. Un po' nel passato, un po' nel futuro, un po' nel condizionale.
E ancora si potrebbe notare la totale assenza sulla scena di altri personaggi, come per esempio aguzzini e giudici. Se c'è una sofferenza inflitta all'uomo da aguzzini e giudici, questi appartengono alla  gabbia mentale più che alla gabbia reale. Pensieri  che torturano senza tregua. Giudizi impietosi della mente che valuta, critica, rimprovera, condanna senza appello.
Come va a finire la storia di quest'uomo?
Lo vedremo tra un momento. Prima facciamo un intervallo.

***
Vi invito - ora proprio ora - a prendervi una brevissima pausa di intimità con voi stessi e a fare un piccolo esercizio di consapevolezza, della durata di pochi minuti.
Assumete una posizione eretta e vigile (ma non rigida), seduti o in piedi. Provate a sentire il contatto del vostro corpo con le superfici di appoggio, dei vostri piedi con il pavimento, del bacino con il sedile, e la forza di gravità che vi tiene ancorati  e saldi sulla vostra base. Se siete in piedi tenete le ginocchia morbide e in ogni caso provate a sentire la vostra colonna allineata che vi sostiene.
Portate ora gentilmente l'attenzione all'interno di voi stessi, e restate ancorati al momento presente osservando il vostro respiro. Sentite l'aria che entra ed esce dal corpo, l'addome che si gonfia ad ogni inspirazione e si sgonfia ad ogni espirazione. E provate a chiedere a voi stessi: 
- Che pensieri ci sono nella mia mente in questo momento?
- Che tipo di sentimenti ci sono in questo momento nel mio cuore?
- Che sensazioni fisiche provo nel mio corpo in questo momento?
Accogliete qualunque risposta dovesse emergere a queste domande con curiosità, apertura e accettazione, e prendetene nota. Non forzate niente. Non pretendete che arrivino risposte "giuste". L'unica risposta giusta per questo esercizio è farlo; è riproporvi di prendere atto intenzionalmente di tutto ciò che state  realmente  vivendo a livello cognitivo, emotivo, sensoriale; e riuscire ad osservare ciò che emerge così com'è, senza giudicarlo, senza fretta di cambiarlo, o eliminarlo. Standoci insieme in modo consapevole.
***
Fine dell'esecizio.
Non ha importanza quale sia stato il contenuto effettivo della vostra esperienza soggettiva.
Qualunque cosa abbiate appena osservato nel vostro panorama interiore, in tanto siete riusciti a vederla in quanto avete assunto una certa posizione rispetto alla vostra esperienza. Una posizione, per così dire, un po' più distante, più decentrata.
Qualunque cosa, dopo tutto, per essere vista, per diventare oggetto della nostra osservazione, deve essere messa a una certa distanza. Altrimenti non riusciamo a vederla: ci appanna semplicemente la vista.
Questo vale in particolar modo per le nostre gabbie mentali, per i pensieri che ci tengono prigionieri ed alimentano i nostri stati di malessere emotivo, di tensione fisica, e che ci sottraggono energia vitale, ci impediscono di vedere le opportunità che la vita ci offre e ci mette sotto il naso, e a cui non facciamo caso, a cui non ci accostiamo, a cui non ci apriamo, chiusi come siamo negli spazi angusti della nostra sofferenza.
***
Ed ecco come va a finire il nostro racconto.
L'uomo in gabbia a un certo punto toccò il fondo della sua infelicità, e si rese conto che - a prescindere da ciò che lui avrebbe voluto o non avrebbe voluto - le cose stavano esattamente come stavano e non c'era  niente da fare.
Questa era la sua gabbia. Quella era la gabbia del giaguaro.
Qua stava lui. Là stava il felino.
La cosa era senza senso, ma da qui non si usciva.
Questa presa di coscienza, quest'accettazione della realtà (che non è un farsela piacere, e nemmeno un arrendersi passivamente alla sfortuna, ma è piuttosto un essere d'accordo sul fatto che la realtà è quella e non un'altra), liberò l'uomo dalla più terribile delle sue due gabbie, e cioè la gabbia mentale.
Egli lasciò andare finalmente i pensieri che gli inondavano la mente, rapendolo, accecandolo, portandolo lontano dal qui e ora,  e tornò in uno stato di totale presenza nel momento presente, nella sua gabbia reale, così com'era.
Ed ecco che a quel punto avvenne una svolta.
Finalmente l'uomo si mise ad osservare attentamente il manto del giaguaro, che per tanto tempo aveva tenuto sotto gli occhi e a cui non aveva mai prestato una particolare attenzione.
E un po' alla volta cominciò ad accorgersi che i disegni della pelliccia maculata non erano casuali. Non  erano semplici macchie o ghirigori.
Erano i caratteri grafici con cui era scritto un messaggio segreto!
La rivelazione che tanto aspettava era lì, proprio sotto i suoi occhi.
E solo ora si rendeva conto che era sempre stata lì, davanti a lui e solo per lui.
Nessun altro, infatti, avrebbe potuto conoscerla.
Il suo Dio non l'aveva tradito.
La promessa divina era stata mantenuta.
L'uomo sentì allora il cuore inondarsi di gioia.
Questa era la sua gabbia. E quella era la gabbia del giaguaro.
Qua stava lui. E là stava il felino.
Da qui non si usciva.
Certo, da qui non si usciva.
Ma era cessato il tormento.
E la sua vita era colma di senso.
***

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MBSR Mindfulness Based Stress Reduction . Programma di gruppo per la riduzione dello stress basato sulla consapevolezza. Durata otto settimane. Conduce gli incontri la
Dr. Maria Michela Altiero psicologa e istruttrice di protocolli mindfulness based
Per informazioni chiamare il n.388.8257088





mercoledì 8 giugno 2016

Una storia di Hakawati il cantastorie

Nell'immagine un dipinto di Merab Gagiladze
C'era una volta e ora non c'è più, un uomo devoto, timorato di Dio che aveva vissuto tutta la vita secondo principi stoici. Morì il giorno del suo quarantesimo compleanno e quando riaprì gli occhi fluttuava nel nulla. Bene, sia chiaro, fluttuare nel nulla era piacevole, mancavano luce e aria, come nel ventre materno. L'uomo fu grato di trovarsi lì.
In seguito, decise che gli sarebbe piaciuto avvertire il terreno compatto sotto i piedi in modo da sentirsi anch'egli più solido. E, d'un tratto, si ritrovò sulla terra. Sapeva che era terra, perché ne conosceva la sensazione.
E tuttavia voleva vedere. Vorrei la luce, pensò, e luce fu. Voglio la luce del sole, non una luce qualsiasi, e di sera voglio che sia la luna a illuminarmi. I suoi desideri furono esauditi. 
Fa' che ci sia erba. Amo la sensazione dell’erba sotto i piedi. E così fu. Non voglio più essere nudo. Voglio solo vesti di seta purissima a contatto con la pelle. E un rifugio sicuro, ho bisogno di un palazzo sfarzoso, un ingresso con una doppia scalinata, pavimenti di marmo e tappeti persiani. E cibo, il cibo migliore. Ebbe prima colazione all’inglese e seconda colazione alla francese. Pranzo cinese. II tè del pomeriggio indiano. La cena italiana e lo spuntino di tarda sera libanese. Libagioni? Ebbe i migliori vini, naturalmente, e champagne. E compagnia, la migliore compagnia. Pretese poeti e scrittori, pensatori e filosofi, hakawati e musicisti, buffoni e clown.
E poi gli venne voglia di sesso.
Chiese donne di carnagione chiara e scura, bionde e brune, cinesi, asiatiche del sud, africane, scandinave. Le chiese singolarmente e due alla volta, e la sera faceva delle orge. Chiese fanciulle più giovani e donne più mature, solo per provare. Poi provò gli uomini, uomini muscolosi e uomini esili. Poi i ragazzi. Poi ragazzi e ragazze insieme.
Poi si annoiò. Provò a unire cibo e sesso. I ragazzi con il cibo cinese, le ragazze con il cibo indiano. Capelli rossi e gelato. Poi passò al sesso con i suoi compagni. Con il poeta. Con i suoi compagni e il poeta.
Ma continuava ad annoiarsi. Le giornate non finivano mai. Farsi venire nuove idee diventò fastidioso e spossante. Qualsiasi desiderio gli venisse in mente era soddisfatto.
Aveva sopportato abbastanza. Un giorno uscì di casa, sollevò lo sguardo al cielo, e disse: "Buon Dio. Ti ringrazio per la Tua prodigalità, ma qui non resisto. Vorrei essere ovunque, ma non qui. Piuttosto vorrei essere all’inferno".
E una voce dall'alto gli rispose: "E dove credi di essere?"
(Rabih Alameddine - Hakawati. Il cantore di storie)

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venerdì 27 maggio 2016

Amare il creatore nella creatura. Un pensiero di Eckhart Tolle

(nella foto dog walk by koksuel - dettaglio) 
Milioni di persone, che altrimenti si perderebbero completamente nelle loro menti e in faccende passate e future senza fine, sono riportati dai loro cani o gatti nel momento presente, tante volte, a recuperare la gioia dell’Essere. Ci siamo dimenticati di quello che le rocce, le piante e gli animali ancora sanno. Ci siamo dimenticati come essere – essere calmi, essere se stessi, essere dov’è la vita: Qui e Adesso.
Il cane è nell’Adesso e quindi te lo può insegnare o ricordare.
Stai attento quando vedi un animale che gioca o si riposa. Lascia che l’animale ti insegni a sentirti a tuo agio nell’Adesso, a festeggiare la vita essendo completamente presente. Il cane è ancora nello stato naturale. E puoi vederlo facilmente perché tu hai dei problemi e il tuo cane no. E mentre i tuoi momenti felici possono essere rari, il tuo cane festeggia la vita continuamente. Guarda solo la coda… alcuni cani basta solo guardarli – un’occhiata è sufficiente – e la loro coda va… “La vita è bella! La vita é bella!” E non si stanno raccontando una storia del perché la vita è bella. E’ una percezione immediata.
Gli umani dicono “Io mi voglio bene” oppure “Io mi odio”. I cani dicono “Woof, woof”, che tradotto significa “Io sono io”. Io la chiamo integrità – essere una cosa sola con te stesso. Il cane non ha idee su se stesso, buone o cattive, così non ha alcun bisogno di impersonare dei ruoli, né di volersi bene o odiarsi. Non ha un io! Come vivere liberi del fardello dell’io – che grande insegnamento spirituale.
”La chiave per la trasformazione è accogliere questo momento positivamente. Quale forma prenda non importa. Accettalo. Lascia che sia. Assecondalo.”
Oh, quello era l’insegnamento del cane. Io sto solo traducendo in parole.Lascia che il tuo cane ti porti a fare una passeggiata tutti i giorni. Fa bene al corpo e fa bene all’anima. I cani sprigionano una bontà alla quale le persone sono sensibili. Una delle gioie di portare fuori il cane è che spesso le persone ti si avvicinano e immediatamente il loro cuori si aprono. Non sono interessate a te, naturalmente. Vogliono accarezzare il tuo cane. I cani offrono la preziosa opportunità anche a persone che sono intrappolate nei loro ego, di amare e di essere amati incondizionatamente. Essi vivono con gli esseri umani da migliaia di anni e ora c’è un legame fra cani e umani molto più stretto di quanto non sia mai stato. Così parte del loro scopo divino è di aiutarci. Ma questo va in tutti e due i sensi. Perché vivendo con gli umani, anche i cani crescono in consapevolezza… E’ reciproco.
Siccome cani e gatti vivono ancora in connessione con l’Essere come in origine, ci possono aiutare a ritrovare il medesimo stato. Quando noi facciamo così, comunque, quello stato originale diviene più profondo e diventa consapevolezza. Noi non siamo sopraffatti dal pensiero. Noi andiamo oltre. La natura ti insegnerà a essere calmo, se tu non la prevarichi con un flusso di pensieri.
Un incontro molto profondo avviene quando tu senti la natura in quel modo, senza dare un nome alle cose. Quando tu non applichi a tutte le cose un nome e un’etichetta, ritorna nella tua vita un senso del miracoloso che l’umanità ha perduto da quando, molto tempo fa, invece di usare il pensiero, era divenuta succube del pensiero. La tua vita riacquista profondità. Le cose sembrano nuove, fresche. Che cos’è che tanti trovano incantevole negli animali? La loro essenza – il loro Essere – non è soffocata dalla mente, come succede in molti umani. E ogni volta che tu senti quell’essenza in qualcuno, anche tu la senti dentro di te. Ogni essere è una scintilla del divino o di Dio. Guarda negli occhi del cane e percepiscine l’intimo profondo. Quando sei presente, puoi sentire lo spirito, l’unica consapevolezza, in ogni creatura e amarla come te stesso.
L’amore è un’empatia profonda con l’Essenza dell’altro. Tu riconosci te stesso, la tua Essenza, nell’altro. E così non infliggerai più sofferenza all’altro. Tu non sei separato dalla globalità. Sei una cosa sola con il sole, la terra, l’aria. Tu non hai una vita. Tu sei la vita. L’unica vita, l’unica consapevolezza assume la forma di un uomo o di una donna, un filo d’erba, un cane, un pianeta,il sole, una galassia… Questo è il gioco delle forme, la danza della vita. Fondamentalmente non siamo separati, non dall’altro né da qualsiasi forma vivente – un fiore, un albero, un gatto, un cane. Puoi sentire te stesso in essi. L’essenza di quello che tu sei. Potresti chiamarlo Dio.
C’è un’espressione cristiana che è bella … amare il creatore nella creatura.

(da Guardiani dell’Essere  di Eckhart Tolle)

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mercoledì 11 maggio 2016

La cerimonia delle mele. Ultimo incontro di un gruppo di Mindfulness Psicosomatica

Ieri sera c'è stato l'ultimo incontro di uno dei gruppi di consapevolezza psicosomatica (Protocollo di Mindfulness Psicosomatica del Progetto Benessere Globale - Gaia) che ho condotto in provincia di Napoli.
Questa volta ho deciso di concludere l'incontro con una piccola cerimonia, consegnando una mela a ciascuna delle partecipanti.
Ho preso spunto per questa idea da un'osservazione di Neva Papachristou - raccontata da Roberta Necci durante il training per istruttori del Protocollo MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) al CISM di Roma - che diceva più o meno che, come una mela marcia può essere sufficiente a guastare un bel cesto di frutta, così una mela buona può avere un potere opposto. 
Questo per ricordarci che ogni singola persona ha un suo potere e una sua responsabilità nei processi di cambiamento globale,  soprattutto in una società come la nostra in cui siamo sempre più interconnessi gli uni con gli altri.
L'atteggiamento, le scelte, le opere, i cambiamenti di ciascun individuo hanno inevitabilmente delle ripercussioni su chi gli sta intorno, a molti livelli, nel bene e nel male. 
Le mele a volte vengono messe deliberatamente vicino alla frutta più acerba per farla maturare.  Producono infatti etilene, un ormone vegetale gassoso che stimola la maturazione della frutta. E questo fatto che l'agente di maturazione aleggi nell'aria è una bella metafora dei benefici che possono trarre anche altre persone, e in genere altri esseri viventi,  dalla semplice vicinanza, dal semplice respirare la stessa aria, di una persona più consapevole, che sta meglio con se stessa, che ha il cuore più aperto e un atteggiamento più disponibile, più solidale (e anche semplicemente più simpatico) verso il suo prossimo.
A conclusione quindi del nostro percorso di Mindfulness Psicosomatica - in cui in un'ottica PNEI (Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia) abbiamo coltivato pratiche che favoriscono un buon equilibrio tra i vari aspetti del nostro essere (le varie dimensioni fisiche, mentali, affettive, razionali, intuitive, energetiche, relazionali del nostro complesso sistema psicosomatico) -  l'augurio è che tutto questo non si fermi alla sfera individuale. 
A ciascun membro del gruppo è stata ieri consegnata una mela, per ricordarci che una mela, due mele, tre mele, alla fine tante mele sane, possono creare un cambiamento che si diffonde a macchia d'olio tra la gente, propagando una nuova consapevolezza globale, cioè una mentalità e un atteggiamento verso la vita, le persone, l'intera rete dei sistemi viventi  più responsabile, salutare, etico, ecologico, pacifico e sostenibile, per il Benessere Globale di  Gaia, il nostro pianeta  vivente, messo a così dura prova dai disastri ecologici, sociali e umani di questi tempi.
A seguire un video del Progetto Benessere Globale - Gaia che esprime con più chiarezza questi concetti con cui il Protocollo PMP conclude il percorso di gruppo e fa il punto sul senso più ampio che l'esperienza può avere per i partecipanti.
Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato a questi incontri,  da ottobre ad oggi, perché ciascuno ha portato qualcosa di sé, nutrendo anche gli altri. Alcune dimensioni non possono essere vissute se non in gruppo; ogni condivisione è stata un momento di crescita per tutti. Grazie per aver reso possibile questo bel percorso insieme.

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lunedì 18 aprile 2016

Come vogliamo (e come non vogliamo!) essere trattati quando soffriamo. I risultati del nostro sondaggio

"Mi aiuta la presenza di persone sensibili 
che comprendano e condividano il mio dolore...
standomi vicino senza commentare o consigliare...!"
Con queste parole si è espressa su Facebook una lettrice a proposito del nostro sondaggio online su ciò che desideriamo e ciò che non desideriamo da chi ci circonda,  nei momenti di dolore, difficoltà, stress. 
Il suo commento è una perfetta sintesi dei risultati del nostro sondaggio.
La maggioranza dei partecipanti infatti dichiara di sentirsi confortata da un abbraccio affettuoso,  da un ascolto attento, dalla vicinanza fisica ed emotiva di chi le sta accanto. I risultati lasciano intendere che il conforto viene dal sentire che non siamo soli, che c'è qualcuno che riconosce, comprende e accetta la nostra sofferenza. Qualcuno che ci accoglie senza giudicarci, che ci fa sentire a nostro agio e ci permette di condividere le nostre emozioni autentiche senza doverle mascherare. Qualcuno insomma su cui possiamo contare, che ci dedica tempo, ci vuole bene, si mette a disposizione e ci tratta con dolcezza.
E non c'è bisogno di grandi poesie o tante parole (anzi...), ma piuttosto di presenza, umanità, empatia.
Ciò che invece davvero non vogliamo, dicono i nostri risultati, sono le reazioni apertamente offensive (perché denotano svalutazione, biasimo, insofferenza, atteggiamenti di superiorità ecc.), oppure quelle fatte di indifferenza, distanza o vuota forma. Ma non solo. Non vogliamo nemmeno la commiserazione, l'invadenza, o il fatto che le persone mettano il loro sentire in primo piano rispetto al nostro (la loro preoccupazione, la loro impazienza, le loro esperienze). E poi non vogliamo neanche consigli non richiesti, soluzioni preconfezionate o l'invito a guardare le cose da una prospettiva migliore.
Riguardo a questi ultimi atteggiamenti, peraltro, qualcuno potrebbe stupirsi che non risultino graditi. A volte infatti potrebbero essere utili.
Il problema magari in questi casi è che certe risposte ci risultano gradite solo se arrivano al momento giusto e  se sono precedute comunque da dimostrazioni di sincero interesse e di empatia.
Ma ecco in dettaglio i risultati del  sondaggio.


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E noi, che atteggiamento riserviamo a noi stessi nei momenti di dolore, difficoltà, stress?
Abbiamo nei confronti di noi stessi lo stesso atteggiamento affettuoso, comprensivo e incoraggiante che vorremmo dagli altri? 
Ci riserviamo trattamenti  del tipo domanda 1 o del tipo domanda 2?
Ricordiamoci che, se impariamo a trattare noi stessi come vorremmo che ci trattassero gli altri, avremo sempre un amico prezioso a portata di mano nei momenti difficili, cioè noi stessi.
Ma se ci riserviamo dei trattamenti del tipo domanda 2 (e ci diciamo per esempio: "Te la sei cercata"; "Te l'avevo detto che sarebbe finita così"; "Non ti sopporto quando stai male...", eccetera - basta controllare l'elenco), in ogni momento difficile della nostra vita dovremo fare i conti con una doppia sofferenza: non solo quella del momento in sé ma anche quella aggiuntiva provocata dai  nostri stessi atteggiamenti e pensieri.
Se così fosse, accorgersene è già un primo passo. Il passo successivo può essere decidere di cambiare qualcosa nel rapporto che intratteniamo con noi stessi. E, se occorre, prendere in considerazione  la possibilità di un po' di aiuto psicologico.

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domenica 10 aprile 2016

Il senso della vita secondo John Garder

Il senso della vita non è qualcosa in cui ti imbatti per caso, 
come la soluzione a un enigma
o il premio di una caccia al tesoro.
Il senso della vita è qualcosa che costruisci vivendo:
a partire dalla tua storia,
dai tuoi affetti,
dall’esperienza umana che ti viene trasmessa,
dal tuo talento e dal tuo sapere,
dalle cose in cui credi,
dalle cose e dalle persone che ami, 
dai valori per cui sei disposto a sacrificare qualcosa.
Gli ingredienti ci sono tutti.
Tu sei l’unico che può fonderli in quel disegno
che sarà la tua vita.
Fa' che sia una vita piena di dignità
e di significato per te.
Se sarà così,
allora il bilancio dei successi
e dei fallimenti
sarà secondario.
John Gardner

domenica 27 marzo 2016

Un cielo azzurro oltre le nuvole. Un pensiero di Thich Nhat Hanh


Nella nostra società c'è tanta paura, sofferenza, violenza, disperazione e confusione ma, al tempo stesso, c'è anche un magnifico cielo azzurro. A volte il suo colore celeste ci si rivela interamente, altre volte solo per metà, altre ancora c'è solo un piccolo squarcio di azzurro, che spunta fra le nuvole, e capita anche che non ce ne sia nemmeno un po'. Le tempeste, le nuvole e la nebbia nascondono l'azzurro del cielo. Il regno celeste può essere celato da una nuvola d'ignoranza o da una tempesta di rabbia, violenza e paura. Tuttavia, se pratichiamo la consapevolezza, è possibile rendersi conto che, anche se la nebbia è fitta e il cielo è coperto o infuria la tempesta, oltre le nuvole c è sempre il cielo azzurro. Tenerlo a mente ci aiuta a non sprofondare nella disperazione. Quando predicava nel deserto della Giudea, Giovanni Battista esortava le genti a pentirsi perché «il Regno di Dio è vicino». Per me pentirsi significa fermarsi. Il Battista voleva che smettessimo di compiere atti dettati dalla violenza, dalla bramosia e dall'odio. Pentirsi significa svegliarsi ed essere consapevoli che la propria paura, la rabbia e la bramosia stanno oscurando il cielo azzurro. Pentirsi significa ricominciare da capo: ammettere le proprie colpe e immergerci nelle acque chiare dell’insegnamento spirituale, che ci esorta ad amare il prossimo come noi stessi. Ci impegniamo a lasciare andare il nostro risentimento, l’odio e l’orgoglio. Ricominciamo con una mente e un cuore limpidi, determinati a far meglio. Dopo essere stato battezzato da Giovanni, Gesù ha predicato la stessa cosa e questo insegnamento si combina perfettamente con quello del buddhismo. Se sapremo come trasformare la disperazione, la violenza e la paura, il vasto cielo azzurro si svelerà a noi e alle persone che abbiamo intorno. Tutto ciò che stiamo cercando si può trovare nel momento presente, compresa la Terra Pura, il regno di Dio e la nostra natura di Buddha. Potremo entrare in contatto con il regno di Dio adesso, usando gli occhi, i piedi, le braccia e la mente. Quando siamo concentrati, quando mente e corpo diventano una cosa sola, non dobbiamo fare che un passo e saremo nel regno celeste. Quando siamo consapevoli, quando siamo liberi, tutto ciò che tocchiamo, che sia una foglia di quercia o la neve, è nel regno celeste. Ogni cosa che udiamo il cinguettio degli uccelli o il soffiare del vento, tutto appartiene al regno celeste. La condizione fondamentale per entrare in contatto con il regno di Dio è essere liberi dalla paura, dalla disperazione, dalla rabbia e dal desiderio. La pratica della consapevolezza ci permette di riconoscere la presenza della nuvola, della nebbia e delle tempeste, ma ci aiuta anche a riconoscere il cielo azzurro che esse celano. Abbiamo abbastanza intelligenza, coraggio e stabilità per aiutare il cielo azzurro a rivelarsi ancora. Mi capita di sentirmi chiedere: «Cosa posso fare per aiutare il regno celeste a rivelarsi?». È una domanda molto pratica, ed è lo stesso che chiedersi: «Cosa posso fare per ridurre la violenza e la paura, che stanno sopraffacendo la mia comunità e la nostra società?». È un interrogativo che molti di noi hanno posto. 
Ogni volta che compiamo un passo con stabilità, solidità e libertà, aiutiamo a sgomberare il cielo dalla disperazione. Quando centinaia di persone camminano insieme in modo consapevole producendo l’energia della solidità, della stabilità, della libertà e della gioia, aiutano la società. Quando sappiamo come guardare un’altra persona con occhi compassionevoli, quando sappiamo come sorriderle con lo spirito della comprensione, aiutiamo il regno celeste a rivelarsi. Ogni volta che pratichiamo la respirazione consapevole aiutiamo la Terra Pura a rivelarsi. Nella nostra vita quotidiana, in ogni singolo momento, possiamo fare qualcosa per aiutare il regno di Dio a rivelarsi. Non lasciatevi sopraffare dalla disperazione: potete fare buon uso di ogni minuto e di ogni ora della vostra vita.
Da: Thich Nhat Hanh, Paura. Supera la tempesta con la saggezza, Bis edizioni, 2013
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Buona Pasqua!
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