mercoledì 30 ottobre 2013

Programma del corso "Diventa il coach di te stesso": novembre 2013


Diventa il coach di te stesso
Corso breve di self-coaching: 8, 15, 22, 27 novembre 2013
(si comunica che, per alcuni iscritti impossibilitati a partecipare all’incontro del giorno 8, la prima sessione è stata anticipata al giorno 4 novembre; gli altri sono attesi per il giorno 8 salvo che vogliano anch'essi  venire il 4, preavvisandomi telefonicamente)
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Programma del corso
1° giorno:
- presentazione del corso e dei partecipanti
- l’inventario di cosa “funziona” e di cosa “non funziona” nella nostra vita;
- uno sguardo lucido sul passato;
- uno sguardo coraggioso sull’avvenire;
- stringere un patto di coaching con sé stessi (dalla crisi di autogoverno alla  cura di sé)
- suggerimenti per procedere in autonomia a casa
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2° giorno
- definire la propria mission
- accedere alla propria vision
- portare alla luce la propria identità
- mettere ordine nei propri valori
- suggerimenti per procedere in autonomia a casa
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3° giorno
- obiettivi ben formulati, verificabili, contestualizzati, ecologici, coerenti
- risorse, potenzialità personali e alleati
- test delle potenzialità
- ostacoli e convinzioni limitanti
- l’eroe e la sua storia: metafore e archetipi
- suggerimenti per procedere in autonomia a casa
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4° giorno
- piano d’azione e strategie
- start (ogni viaggio comincia dal primo passo)
- sostenere sé stessi mentalmente (riconoscere i pensieri disfunzionali, adottare un lessico potenziante; adottare tecniche per la riduzione dello stress; ricorrere a metafore e archetipi, ecc.)
- riconoscere ed evitare le influenze negative; circondarsi di influenze positive
- concentrarsi su ciò che conta davvero; dare il ritmo
- buone prassi
- esercizi individuali per l’allenamento delle potenzialità
- questionario di gradimento

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per altre informazioni clicca qui oppure vedi la pagina delle attività


Non considererò mai tempo sprecato il tempo dedicato a ciò che mi fa sentire bene - Un patto di alleanza con sé stessi


Un po' per sorridere e un po' per davvero, ho buttato giù una bozza di "patto scritto con sé stessi" per tutti coloro che dicono di voler prendere in mano la propria vita e dirigersi verso dimensioni esistenziali più appaganti.
In realtà tutti a chiacchiere vogliono questo, ma poi riuscire a prendere un serio impegno con sé stessi è un'altra cosa.
E voi, sareste pronti a mettere la vostra firma sotto un patto del genere e ad attaccarlo in un posto bene a vista (sul frigorifero, sullo specchio del bagno, nell'anta dell'armadio che aprite ogni mattina), in maniera da ricordarlo a voi stessi tutti i santi giorni, per non rischiare "inadempienze"?
Leggete un po' qua.


Inutile dire che nessun notaio vi autenticherà mai la firma sotto un patto del genere, perché là sotto - se ve la sentite -  ci va una sola firma, la vostra, ed un unico sigillo, quello del vostro cuore.
Bene. Per oggi è tutto.
Bonne chance, allora, cari coach di voi stessi che avete avuto il coraggio di firmare un simile patto.
Vi farà tanto bene rispettarlo ora e sempre e, caso mai vi servisse una mano per dare inizio all'opera, ricordatevi del mio corso di self-coaching che inizia il prossimo 8 novembre (con un'anticipazione della prima lezione al 4 novembre, per alcuni iscritti che non possono venire l'8).
Il programma di massima del corso è al seguente link:
http://ciochesimuovenoncongela.blogspot.it/2013/10/programma-del-corso-diventa-il-coach-di.html



domenica 27 ottobre 2013

Brave ragazze sfortunate in amore. Lezione di sopravvivenza n.1: restare (fascinosamente) se stesse

"Non permettete mai a nessuno di diventare una vostra priorità, 
mentre voi per lui non siete che un'alternativa." 
(Nina Potts-Jefferies)
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Quando i media suggeriscono alle donne di adottare un certo look, di comprare un certo capo di vestiario o di  scegliere un certo colore di smalto, insinuando che sono tutte cose che faranno impazzire i loro uomini, in realtà mandano alle donne un messaggio non solo molto diseducativo ma alla lunga anche improduttivo proprio sul fronte della seduzione.
Il messaggio infatti è "compra e indossa la tale cosa perché piacerà tanto a lui" e cioè "preoccupati della sua approvazione o disapprovazione, prima ancora di preoccuparti di cosa piace o non piace realmente a te."
Questo genere di consigli rinforza uno degli atteggiamenti tipici di certe donne sfortunate in amore: cioè  quello di far girare tutto il proprio mondo intorno ad un uomo, perdendo di vista se stesse.
Probabilmente un uomo non dirà mai apertamente a una donna: "Non mi piaci quando mi dici sempre di sì, quando mi assecondi sempre nei miei gusti e nei miei capricci, e insomma quando ti trasformi nel mio zerbino", ma intanto le  pene d'amore che la donna in questione rischia di vivere possono dipendere anche da questi suoi atteggiamenti.
Essere sempre disponibili, darsi troppo o essere esageratamente ansiose di compiacere un uomo, sono tutti atteggiamenti che un po' alla volta possono minare il rispetto che l'uomo nutre verso la donna (che a sua volta sembra lei per prima non rispettarsi); e la mancanza di rispetto porta alla decadenza del fascino di lei agli occhi di lui e così all'abbassamento degli standard della relazione.
"E' molto più facile che siano le donne a rinunciare ai propri progetti", dice Sherry Argov, autrice di  indagini e libri sui problemi di cuore delle donne. In particolare le cosiddette "brave ragazze", quando incontrano un uomo, tendono a operare tutta una serie di rinunce e a non trovare più il tempo per le solite cose che facevano quando erano sole. Magari smettono di vedere le amiche, lasciano il corso di yoga, smettono di giocare a tennis nel weekend, a scuola o al lavoro non sono concentrate perché continuano a controllare se c'è un messaggio di lui sul telefonino, e arrivano a rinunciare alla carriera per favorire quella di lui e anche a smettere di fare qualsiasi sogno che sia al di fuori della relazione (perché ormai l'unico sogno... è lui!)
Invece "gli uomini non rinunciano alle serate fuori con gli amici", dice sempre Sherry Argov."Gli uomini non rinunciano al lavoro, o al sonno, o al cibo. (La maggior parte non rinuncia nemmeno alla mamma.) E' più probabile che rispettino una donna che rimane attaccata alle cose che per lei sono importanti."
Infatti, dopo aver intervistato centinaia di uomini sull'argomento, la Argov ha scoperto che la maggioranza di loro, nel relazionarsi con il sesso femminile, dichiarava di sentire il bisogno di "uno stimolo intellettuale".
La seconda scoperta è stata che donne e uomini davano un significato molto diverso alla medesima espressione "stimolo intellettuale".
Le maggior parte delle donne infatti collegava l'espressione all'intelligenza, pensando che essere stimolanti intellettualmente significasse saper fare grandi ragionamenti e discorsi di buon livello (mentre questo - e lo sappiamo tutte! - di per sé non basta a garantire il  successo in amore).
Lo stimolo intellettuale di cui parlavano gli uomini era invece collegato a un certo mordente, gli uomini trovavano più attraenti le donne che non apparivano troppo bisognose (di approvazione, di amore, di una telefonata, di una relazione), che non davano l'impressione di darsi un gran da fare per attirare la loro attenzione, per affascinarli, per trattenerli a sé, che mantenevano il controllo su sé stesse e sulla propria vita, anche durante la relazione, senza mai cederlo completamente a loro.
Per designare questo tipo di donne, in contrapposizione alle brave ragazze, Sherry Argov usa affettuosamente l'espressione "stronze", facendo un'importante distinzione con l'uso spregiativo che in altre circostanze si fa di questa parola. La stronza di cui lei parla non è una donna irritante, non è la "stronza al volante" o la "collega stronza". E' una donna "gentile ma forte. Ha un'energia sotterranea. Non rinuncia alla propria vita, e non darà mai la caccia a un uomo. Non permetterà mai a un uomo di avere il cento per cento del controllo su di lei. E affermerà se stessa quando lui andrà sopra le righe. Sa quello che vuole ma non scenderà a compromessi per ottenerlo. E' femminile come un 'Fiore d'acciaio' delicato all'esterno ma volitivo e determinato all'interno. Usa questa femminilità a proprio vantaggio. Non che approfitti degli uomini, perché è una persona corretta, ma ha qualcosa che manca alla 'brava ragazza': il sangue freddo; non si lascia trasportare dalle fantasie romantiche. Il sangue freddo le permette di esercitare il proprio potere quando è necessario. Per di più ha la capacità di rimanere calma sotto pressione.   Mentre la 'brava ragazza' dà e dà, finché non è del tutto svuotata, la donna concreta sa quando sottrarsi."
Si tratta dunque di un tipo di donna che possiamo pure chiamare "stronza", se vogliamo, ma che in realtà troppo stronza non è, perché non è caustica, rude, corrosiva (ma nemmeno lamentosa o brontolona), come a volte sono invece certe persone del tipo tutto fumo e niente arrosto.
E' una donna davvero forte, perché è gentile. Anche se pretende, giustamente, la medesima gentilezza in cambio.
E' una donna che mette se stessa - e non il suo uomo - davanti a tutto, senza paure e senza rimorsi; che riconosce il proprio ritmo e lo asseconda; che sa chi è e cosa non è; che ricorda a sé stessa in ogni momento cosa è disposta ad accettare e cosa non intende assolutamente accettare; capace di prendere una decisione in autonomia, senza ripensamenti, e senza lasciarsi dissuadere dagli altri; padrona di sé e della propria vita; e che tutto ciò che mette di suo nella relazione e dona a un uomo, lo dà per scelta e non per paura di perderlo, perché non sarà mai disposta a perdere se stessa per la paura di perdere lui.


Vai al sito www.mariamichelaaltiero.it






martedì 22 ottobre 2013

Diventa il coach di te stesso: a novembre un breve corso di self coaching per chi crede nel detto "aiutati che Dio ti aiuta"

Alcuni di noi potrebbero non aver voglia di un vero e proprio percorso di life coaching, per vari motivi: alcune corde potrebbero essere troppo sensibili, la voglia di mettersi in gioco potrebbe essere poca, il coraggio di mettersi a nudo davanti a un altro essere umano potrebbe mancare.
Al tempo stesso, però, potremmo avere ugualmente una certa voglia di fare un po' di chiarezza in noi stessi, riguardo allo stato dell'arte della nostra vita e alla direzione che vogliamo prendere riguardo a certe sue aree.
La mia proposta, allora, per chi vive questa situazione è un breve corso di self coaching, in cui ai partecipanti vengono offerti gli strumenti per fare un po' di luce in sé stessi, senza tuttavia mettersi in gioco davanti ad altri.
Ci tengo molto a chiarire questo aspetto, perché la prima fantasia che può venire in mente, quando un gruppo si riunisce nello studio di uno psicologo, è che si tratti di un gruppo terapeutico, in cui si condividono con gli altri membri i propri vissuti intimi.
E questa è una cosa completamente diversa.
L'unica cosa che il gruppo condivide (oltre l'ambiente e me) sono gli strumenti che metterò a disposizione di ciascuno, e che gli serviranno per leggere meglio sé stesso e la sua vita, e mettere  un po' di ordine nelle sue idee.
Quali siano poi le sue idee è affar suo, e i suoi fatti restano fatti suoi, che al gruppo non interessano, e che anzi farebbero perdere tempo agli altri se diventassero, in questa sede, oggetto di condivisione.
Se poi una persona, dopo l'esperienza del corso, sentisse l'esigenza di approfondire alcune tematiche che la riguardano da vicino, potrà fissare un appuntamento con me, per una sessione privata di life coaching o, se fosse necessario, anche per un colloquio di counseling psicologico.
Per maggiori notizie su date, orari e costi del corso in questione, andare alla pagina attività (clicca qui). 
Per informazioni e prenotazioni: 388.8257088.
Per il programma del corso clicca qui

sabato 19 ottobre 2013

Quelli disordinati e quelli ordinati - Ursus Wehrli, l'uomo che ha riordinato la pastina in brodo, le stelle del cielo e la camera di Van Gogh


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Di solito tutti brontolano contro i disordinati.
Eppure anche gli ordinatissimi esageratissimi rigidissimi, possono far perdere la pazienza a chi li circonda - e a chi ci convive, soprattutto!
Ecco un assortimento di foto e qualche video delle opere di Ursus Wehrli, l'uomo che ha riordinato di tutto, dalla pastina in brodo alla camera di Van Gogh, gettando una luce nuova, allegra e leggera, anche sul versante - di solito pesante - della pretesa di... troppo ordine.
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Vai alla galleria multimediale delle opere d'arte "riordinate" da Ursus Wehrli (clicca qui)
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martedì 15 ottobre 2013

Valorizzare la crisi dell'età di mezzo per far fare un salto di qualità alla nostra vita

Intorno ai quaranta/cinquant'anni, possono succedere cose strane.
I figli, diventati grandi, potrebbero darci l'impressione di non volerci più tra i piedi.
Alcuni sport, che prima praticavamo volentieri, potrebbero sembrarci ora troppo faticosi o anche rischiosi.
Alcuni dei nostri vecchi hobby potrebbero non entusiasmarci più.
Il lavoro potrebbe essere diventato per noi una routine prevedibile e priva di stimoli, o al contrario un meccanismo impazzito che segue processi per noi troppo rapidi, o ancora sembrarci privo di prospettive future.
Gli amici con cui prima ci vedevamo per ridere insieme, potrebbero cominciare a risultarci noiosi, perché non fanno che lamentarsi per gli acciacchi fisici, la crisi economica, il fisco.
I sorrisi e le arrabbiature di una vita potrebbero aver lasciato rughe ormai evidenti sulla pelle del nostro viso.
Il nostro corpo potrebbe aver subito l'attacco di qualche malattia.
Alcune persone care potrebbero averci salutato per sempre.
Il bilancio della nostra esistenza potrebbe darci l'impressione di aver fatto un mucchio di sciocchezze, e a volte addirittura di aver sbagliato tutto.
Insomma, intorno ai quaranta/cinquant'anni,  possono succedere cose davvero strane, e queste cose possono metterci davvero in crisi.
Eppure questa crisi della mezza età, di cui tanto si parla, può essere vissuta anche come una grande occasione, se siamo capaci di leggere e interpretare il malessere che ci pervade, e trasformarlo nello strumento di costruzione di una vita migliore.
"E' in questo periodo", sostiene Luca Stanchieri, nel suo libro Come combattere l'ansia , "che alcune delle nostre potenzialità non espresse chiedono il conto. Vengono al pettine i nodi causati dalle scelte fatte in passato, influenzate dai contesti genitoriali o affettivi, sociali o economici.
Ma al contempo abbiamo a disposizione una grande esperienza di vita, relazionale e affettiva, da valorizzare.
[...] E' in questo periodo che il manager stanco molla tutto e cambia vita; che la casalinga si iscrive all'università e comincia la libera professione; che gli hobby diventano una cosa seria; che le relazioni di coppia fanno un salto di qualità; o che si trovano nuovi grandi amori. [...] L'età di mezzo, che arriva spesso prima che la coscienza sia pronta a coglierla, genera una grande ansia; la paura di invecchiare e di morire risuona evidente. Ma proprio questa consapevolezza offre a ognuno di noi un'opportunità straordinaria, la scoperta e la valorizzazione del vero sé.
Per la prima volta abbiamo un passato dove possiamo vedere capacità, potenzialità, abilità, gusti, attitudini, interessi che sono stati espressi anche se non compiutamente . Ci troviamo di fronte uno scenario futuro tutto da vivere. Abbiamo la forza e la maturità per cambiare il nostro presente.
Per la prima volta possiamo dire di essere finalmente autonomi.
Si tratta di decidere allora chi vogliamo essere."

Ed ora una storiella che gira nel mondo dei coach, come metafora di quelli che continuano a investire sul proprio futuro anche quando ormai... hanno una certa età.
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Un anziano signore, in un'aula universitaria, viene scambiato dagli studenti per un professore.
"No", dice, "non sono un professore: sono uno studente anch'io, come voi. Questo corso di laurea è sempre stato il mio sogno."
"Uno studente?!", dicono in coro i ragazzi increduli, "Ma, scusi l'indiscrezione, lei quanti anni ha?"
"Settantacinque", risponde l'uomo.
"Ma che senso ha alla sua età mettersi a frequentare l'università? Se pure tutto andasse bene, il giorno della laurea lei avrebbe ottant'anni!"
E l'uomo rispose: "Quel giorno, se Dio vorrà, avrò ottant'anni sia che abbia inseguito i miei sogni sia che vi abbia rinunciato."
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mercoledì 9 ottobre 2013

Spostamento data evento

Per un sopravvenuto indifferibile impegno, l'incontro di presentazione del Life Coaching e delle altre attività, previsto per venerdì prossimo al mio studio, è stato spostato a venerdì 18 ottobre ore 18.
Cercherò di avvisare individualmente tutti coloro che si erano prenotati.
Comunque, appena potete, datemi un cenno di "ricevuto" e confermatemi la vostra presenza per la nuova data.
Evento gratuito aperto anche ad eventuali nuovi iscritti fino a esaurimento posti.

Ciao a tutti. Scusatemi per il disguido!
clicca qui per andare all'invito
clicca qui per andare alla pagina degli eventi

lunedì 7 ottobre 2013

Un po' buoni e un po' cattivi. Un po' tirchi e un po' generosi. Per fortuna beneducati (ma, sotto sotto, un po' selvaggi) - Abbracciare le proprie contraddizioni e cercare i propri ossimori eccellenti

Perché alcune persone ci piacciono tanto mentre altre ci risultano detestabili, senza che ci abbiano mai fatto niente?
E' possibile che vediamo riflesse in loro alcune caratteristiche che ci appartengono?
Può darsi che detestiamo qualcuno perché ci ricorda certi aspetti di noi che rifiutiamo e al contrario siamo attratti da qualcun altro perché manifesta, magari in maniera più accentuata di noi, certe nostre qualità che vorremmo sviluppare e far fiorire?
Non sempre la risposta a domande del genere è di tutta evidenza. Volendo, però, possiamo provare a darcela con una specie di gioco.
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Pensiamo a due persone, una che ci piace tantissimo e che troviamo molto gradevole, e una che proprio detestiamo, ci irrita e troviamo sgradevole. Prendiamo carta e penna, dividiamo il foglio in due colonne, e a sinistra elenchiamo dieci caratteristiche positive della persona che ci piace, seguite da tre sue caratteristiche negative, mentre a destra scriviamo l'elenco di dieci caratteristiche negative della persona che detestiamo, seguite - e sarà uno  sforzo trovarle! - da tre sue caratteristiche positive.
Ora dovremmo avere sotto gli occhi un totale di 26 caratteristiche personali, per metà positive e per metà negative.
Ci riconosciamo in alcune di esse? Notiamo una qualche somiglianza, nel bene o nel male, con le due persone che avevamo in mente?
Qualcuno suggerisce di sottolineare le caratteristiche che più ci riguardano e, tra le restanti, di mettere un asterisco accanto a quelle che pensiamo che non ci riguardino assolutamente (nemmeno lontanamente!).
Questo asterisco serve a ricordarci la possibilità che anch'esse in realtà ci riguardino, e anche molto da vicino, solo che non riusciamo ad ammetterlo nemmeno con noi stessi (cosa che può capitare anche con le qualità positive, figuriamoci con quelle negative!).
Si tratta di un gioco, non di un test.
I risultati che otteniamo non sono una sentenza, sono semplici spunti di riflessione.
Non servono a metterci altri pensieri in testa, ma semmai ad ampliare la nostra visione su noi stessi e sulle nostre relazioni.
Personalmente, ogni volta che ho ritrovato un po' di me stessa nelle caratteristiche negative di un'altra persona, dopo mi sono sentita più a mio agio nel relazionarmi con lei, più tollerante verso le sue manchevolezze, più disponibile al perdono, quasi che, perdonando lei, assolvessi un po' anche me stessa.
In effetti riconoscere ed accettare gli aspetti di noi che non ci piacciono è un passo necessario per poterci vivere come esseri autentici e completi, consapevoli del fatto che nessuno di noi possiede solo tratti positivi e che tutti devono convivere anche con le proprie manchevolezze.
A volte alcune nostre caratteristiche possono essere tra loro talmente confliggenti da sembrarci inconciliabili, e da farci chiedere: ma allora io sono forte o sono debole? sono una persona educata o sono un selvaggio? sono coraggioso o sono vigliacco? sono un tipo affidabile o un grande scombinato? e così via.
Questo perché non è facile abbracciare simultaneamente il proprio potenziale di luce e di oscurità, accettando il paradosso della convivenza in sé stessi di qualità opposte.
Le persone più illuminate ci riescono brillantemente. Le altre fanno quello che possono.
E c'è chi, per esempio, tra una cosa e l'altra, si mette
ALLA RICERCA DEI PROPRI OSSIMORI ECCELLENTI
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Creare ossimori di  Chip Thompson 
"Definiamo 'ossimoro' la combinazione di parole o frasi apparentemente in contraddizione tra loro, che descrivono una verità paradossale. [...]
Gli ossimori possono essere molto utili a descrivere le nostre caratteristiche paradossali, perché definiscono in modo realistico e diretto le tensioni che stiamo cercando di conciliare, in quanto parte della nostra personalità e dei nostri tratti individuali.
Ecco di seguiito un esercizio molto istruttivo proposto da Charles Handy, autore del libro The Age of Paradox [L'era del paradosso].
Handy ti incoraggia a scoprire quale sia il tuo "paradosso eccellente".
Stila un elenco delle tue sei caratteristiche migliori, seguito da uno dei tuoi sei difetti più grandi [...]
Infine abbina ciascuna qualità positiva con un difetto e vedi di creare il tuo paradosso eccellente.
A titolo di esempio, ecco qui le mie caratteristiche personali:
Abbinare "cordiale" con "solitario" mi ha aiutato a capire che quando ho appena terminato un  intervento in pubblico, ho bisogno di tempo per ricaricarmi, prima di riuscire a partecipare a una festa.
L'accostamento di "atletico" a "troppo sicuro di sé" esprime il mio amore per il paracadutismo acrobatico e mi ricorda gli infortuni che ho riportato nei weekend a causa della mia passione per lo sport.
Ma è stato mettere insieme "curioso" e "critico" ad aprirmi un mondo intero.
Eccolo, il mio ossimoro eccellente: "Sii prima di tutto curioso, poi critico".
Se parto critico, la mia creatività viene bruciata (per riafforare solo quando faccio la doccia)."
(citazione tratta dal libro Eureka)
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"Il paradosso è che quando mi accetto come sono, allora posso cambiare."
 (Carl Rogers)
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Ed ora  una breve riflessione sulla convivenza degli opposti del fuoco.
"Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte".
(dal Cantico delle Creature di San Francesco d'Assisi) 
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Illumina la notte ed è bello, giocondo, robusto e forte, dice San Francesco del fuoco, saltando a pié pari qualunque riferimento ai suoi noti aspetti anche infernali e distruttivi, quasi che non potessero trovare spazio in un inno di lode al Signore.
Eppure è possibile pensare al fuoco come elemento ponte tra Terra e Cielo, visto che si alimenta di materia terrena e al tempo stesso ha un moto ascendente verso il Cielo. 
Il fuoco ha una natura che contiene in sé molte qualità opposte, per cui è un buon simbolo per noi, che oggi riflettiamo sui nostri "ossimori".
Il fuoco, dopo tutto, (e non dimentichiamolo) non è né buono né cattivo.
 E' semplicemente quello che è. Con tutte le seguenti caratteristiche contraddittorie:


Certo la lista non si esaurisce qui. Ma lascio il resto alla vostra fantasia.
E per concludere, vi lascio anche una buona intenzione per questa giornata:
mettete nella lista della spesa una candela e richiamate alla mente simultaneamente tutte le opposte condizioni in cui potrebbe tornarvi utile...


sabato 5 ottobre 2013

Vi aspetto al mio studio per presentarvi il Life Coaching Umanistico e le altre iniziative in programma (evento gratuito)

Venerdì 18 ottobre dalle 18 alle 20
farò una presentazione gratuita del mio modello di life coaching presso il mio studio.
I partecipanti potranno così comprendere meglio in cosa esso consista, come funzioni e come lo pratico.
Non mi limiterò infatti a dare spiegazioni, come faccio sul blog, ma offrirò anche un piccolo assaggio del metodo.
Inoltre illustrerò per sommi capi anche le altre pratiche che propongo quest'anno nel mio programma di attività, dalle meditazioni nella natura ai corsi per coltivare la creatività e così via, di cui ho parlato in varie occasioni su questo blog e che comunque sono elencate nella pagina "Attività" (clicca qui).
Noterete che esse ruotano tutte, in un modo o nell'altro, intorno al tema della promozione del benessere psicologico attraverso il potenziamento di risorse personali. Lo spirito del blog continua ad aleggiare anche nel programma di eventi, in quanto non si perde mai di vista che lo scopo di tutto resta sempre favorire nella nostra vita la massima espressione di qualità come serenità, autenticità e creatività.
***
La partecipazione all'evento è gratuita, ma il numero di posti è limitato, per cui la prenotazione è obbligatoria. Per prenotarsi, chiamare il numero 388.8257088, o mandare una email all'indirizzo: maltiero@alice.it
***

venerdì 4 ottobre 2013

Nella moltitudine (poesia di Wislawa Szymborska)


Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi:
di ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.
Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.

Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
 a cui si avvicina un incendio.
Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.
 Poteva non essermi dato
Il ricordo dei momenti lieti.
 Poteva essermi tolta
L’inclinazione a confrontare.

 Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.

venerdì 27 settembre 2013

Citazioni sul destino

"Il più bel teatro da guardare è il proprio destino."
(Alda Merini)
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"Che cosa so del destino dell'uomo? Potrei dirvi di più a proposito dei ravanelli."
(Samuel Beckett)
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"Lo vede il destino? Tutto è già scritto eppure niente si può leggere." (Alessandro Baricco)
***

"Per l'uomo, il destino è come il vento per un veliero.
Chi sta alla barra non può decidere da dove debba soffiare il vento, né con quale forza, ma può orientare la propria vela. E ciò fa talvolta una bella differenza.
Lo stesso vento che farà perire un marinaio inesperto, o imprudente, incapace di agire per il meglio, ricondurrà in porto un altro."
(Amin Maalouf)
***
" «Quando l'allievo è pronto, il maestro compare», dicono gli indiani a proposito di un guru, ma lo stesso è vero di un amore, di un posto, di un avvenimento che solo in certe condizioni diventa importante. Inutile cercare le ragioni, andare a caccia di fatti e spiegazioni. Noi stessi siamo la riprova che c'è una realtà al di là di quella dei sensi, che c'è una verità al di là di quella dei fatti e se ci ostiniamo a non crederci, perdiamo l'altra parte della vita e con quella la gioia, appunto, del mistero."
(Tiziano Terzani,)
***
"È come se il destino ti desse una sola possibilità e concentrasse tutto dentro quel momento preciso, e lo facesse diventare così breve che la maggior parte di persone non se ne rende conto, o non è abbastanza pronta da reagire in tempo”.
“E tu?” ha detto lei “te ne rendi conto di solito?”.
“Non c’è un di solito” ho detto “succede una sola volta, se succede”.
(Andrea De Carlo)
***
"Non la seguii, Georg. Anche quella sarebbe stata un’infrazione alle regole. Ero sconvolto, ero esausto, ero sazio. Avevo vissuto un’esperienza deliziosa e misteriosa della quale mi sarei potuto nutrire per mesi e mesi. Pensai che sicuramente l’avrei incontrata di nuovo. C’erano delle forze potenti, ma anche impenetrabili, a capo degli eventi."
(Jostein Gaarder)
***

"Si voltò e lentamente tornò sui suoi passi. Non c’era più vento, non c’era più notte, non c’era più mare, per lei. Andava e sapeva dove andare. Questo era tutto. Sensazione meravigliosa. Di quando il destino finalmente si schiude e diventa sentiero distinto, e orma inequivocabile, e direzione certa. Il tempo interminabile dell’avvicinamento. Quell’accostarsi. Si vorrebbe non finisse mai. Il gesto di consegnarsi al destino. Quella è un’emozione. Senza più dilemmi, senza più menzogne. Sapere dove. E raggiungerlo. Qualunque sia, il destino. Camminava – ed era la cosa più bella che avesse mai fatto."
(Alessandro Baricco)

***

"A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma
nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, un istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buona notte, ‘notte. Sette anni dopo, 13 maggio, sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio che non ci pensi, se no ci esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene da qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre giorni, io scenderò da questa nave”. Ci rimasi secco. Fran."
(Alessandro Baricco, Novecento)

domenica 22 settembre 2013

Tappe di vita e dolori di crescita

Esiste una capacità,  che è importante avere quando si attraversano i passaggi cruciali del ciclo di vita, che è quella di riuscire ad accettare il dolore delle separazioni e dei distacchi, soffrendolo, vivendolo fino in fondo, dandogli tutto il tempo che richiede, ma senza consentirgli di travolgerci.
Qualcuno la chiama "capacità di crescere".
E in un certo senso non si finisce mai di crescere, a qualunque età.
E' una legge ineludibile dell'esistenza dover evolvere continuamente, dover passare - a volte più in fretta, altre più lentamente - da una situazione ad un'altra, da un'età a un'altra, in un fluire continuo, in cui siamo sempre noi stessi, eppure non siamo più gli stessi.
Sempre qualcosa deve finire perché qualcosa di nuovo possa venire alla luce: ogni evoluzione è così, e c'è sempre un lutto da elaborare per ogni cosa che finisce, per ogni perdita, per ogni distacco, foss'anche il più naturale che c'è, il più canonico, il  più prevedibile, come:
- lasciare il calore del ventre materno, per venire al mondo;
- lasciare il seno che ci nutre, per alimentarci di nuovi cibi;
- lasciare le braccia che ci sostengono, per camminare in autonomia;
- lasciare il guscio protettivo della famiglia, per andare a scuola;
e via via, di tappa in tappa (dall'adolescenza, alla giovinezza, all'età adulta, alla mezza età, alla vecchiaia) procedendo lungo il cammino della vita, lasciandoci via via alle spalle le molte cose che un giorno sono state tutto il nostro mondo, e un bel giorno non lo sono più.
Una mamma una volta mi ha detto: i figli si partoriscono due volte, quando escono dal pancione e quando escono di casa.
Alludeva all'aspetto di duplice inizio e duplice distacco, che accomuna queste due tappe della vita, e non solo per il figlio (che nascendo perde la protezione del corpo materno e uscendo di casa quella del tetto familiare), ma anche per lei, la prima volta lasciata a fare i conti con il proprio corpo improvvisamente vuoto, dopo l'esperienza di pienezza della gravidanza, e la seconda con il nido familiare, coltivato e accudito per anni, eppure anch'esso improvvisamente vuoto.
Eppure la perdita del pancione, prima, e il nido vuoto, dopo,  scandiscono tappe fondamentali per poter dire,  in un arco di vita individuale e familiare, che "va tutto bene", la prima volta perché " il bambino è nato", e la seconda perché "il giovane ha cominciato la sua vita adulta".
Se un lutto c'è, in tutto questo, riguarda un'epoca che si è dovuta chiudere perché un'altra si potesse aprire. E' un lutto evolutivo, che non ha niente a che fare con la morte (a cui la parola lutto abitualmente rimanda), ma piuttosto con la vita, e con i continui cambiamenti che essa prevede.
E' un lutto che riguarda l'elaborazione dei passaggi, l'accettazione dei  distacchi perché si trovi un nuovo adattamento alla realtà che muta.
Ed è forse proprio questo che a volte è importante chiarire soprattutto a noi stessi, mentre facciamo i conti con questo tipo di lutti e la fatica che comporta elaborarli.
Nel caso delle madri, come quella citata, il rimpianto, se c'è, riguarda la fine di un'epoca, la fine di una magia destinata per sua natura a svanire allo scoccare dell'ora prevista, e non è un dolore che si possa sanare riportando il bambino nella pancia o il giovane a casa, perché questo sarebbe andare contro il corso naturale della vita, contro la spinta a crescere del figlio e contro la stessa funzione della coppia genitoriale che, per tappe e gradi, prima accoglie il nuovo nato, poi lo alleva e poi lo aiuta a costruire un trampolino di lancio per consentirgli proprio di prendere il volo.
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A seguire, citazioni sul tema.
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"Vorrei far partecipe il lettore della mia convinzione: il lutto è un processo essenziale della psiche, fondamentale nello sviluppo dell'individuo, nelle varie età della vita, nelle famiglie e nelle culture. [...]
Il lutto, come io lo intendo quando lo qualifico fondamentale o originario, non dovrebbe essere confuso con la depressione. Quella è un accesso o uno scacco, questo è un processo maturativo universale che, secondo me, si accompagna più alla vita che alla morte."
 (Paul-Claude Racamier, Il genio delle origini)
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"...dopo ogni distacco, piccolo o grande che sia, segue inevitabilmente un periodo di lutto, un periodo cioè in cui tutte le nostre energie sono assorbite dalla sofferenza per questo improvviso vuoto che si è venuto a creare nella nostra vita. E' una vera e propria reazione depressiva che, secondo Freud, differisce dalla depressione solo per una caratteristica, la mancanza di autosvalutazione [...].

Ma se tutti i cambiamenti, piccoli o grandi che siano, ripropongono il tema della crisi inevitabile che accompagna ogni passaggio, alcuni di questi passaggi nel corso del tempo, fanno vivere la crisi alla grande, per la quantità di cambiamenti che vi sono concentrati.
Non solo l'adolescenza ne è un buon esempio (tutti gli adulti che hanno a che fare con gli adolescenti lo sanno bene), ma anche la crisi della maturità, quella fra i quaranta e i cinquant'anni circa, ripropone in modo massiccio il tema del distacco. Non è tanto il passaggio alle età successive della vita, secondo Racamier, quello che ci fa soffrire, quanto il distacco definitivo dalla nostra adolescenza che non tornerà più. [...]


'Sa, [raccontava una donna] mi rendo conto che la crisi che sto attraversando ha a che fare con i miei quarantaquattro anni. I primi segnali li ho avuti quando ho cominciato a sentirmi male in macchina, mentre andavo al lavoro l'anno scorso. Solo più tardi ho scoperto che avevo a che fare con l'ansia. Ma mi rendo conto di sentire una maggiore insicurezza fisica rispetto al passato: prima mi sentivo invulnerabile o perlomeno sicura del mio corpo. Adesso è come se pensassi che invece mi possa tradire, anzi in certi momenti penso di avere qualcosa di grave, che in realtà non ho, come un tumore. Un'altra volta mi si è informicolato un braccio e pensavo di avere un infarto. Ma la massaggiatrice mi ha detto che in realtà ero tutta contratta sulle spalle. E poi, le rughe. Sembrano piccole cose, ma io ero abituata a vederle solo sugli altri, gli anziani in particolare, ma non su di me. Quando le vedo mi spavento ancora e lo stesso mi succede quando le noto nelle persone della mia età.'

Sono questi i piccoli segnali dello scorrere del tempo che in certi momenti particolari si concentrano e iniziano a segnare un distacco dall'epoca di vita precedente; e il distacco, se lo vogliamo superare, comporterà inevitabilmente un periodo di lutto e di fatica. 
Si può ingaggiare una lotta col tempo, si possono moltiplicare gli interventi estetici, la palestra, tutto ciò che può cancellare i segnali esterni dell'età, ma non si può fermare, né riportare indietro l'orologio della vita."
(Alba Marcoli, Passaggi di vita)
(clicca anche qui)




venerdì 20 settembre 2013

Evergreen: il matrimonio secondo Gibran Kahlil Gibran


Nelle questioni relazionali, ed in special modo nelle questioni d'amore, c'è un tema ricorrente e inesauribile che è la capacità di essere soli anche quando si è in relazione con l'altro (ne abbiamo già parlato: clicca qui )
Restare differenziati anche quando si è in coppia, riuscire a  non perdere se stessi in una relazione, non dissolvere la propria individualità nella massa indifferenziata del noi comune, è una cosa meno semplice di quanto possa sembrare e di cui a volte non siamo neanche consapevoli.
Ci sono coppie che anche dall'esterno sono percepite come un tutt'uno;
coppie che ci viene da chiamare "Annaepeppe" anziché "Anna & Peppe";
coppie che se dici una cosa alla moglie, non c'è bisogno di ripeterla anche al marito, perché ad "Annaepeppe" l'hai già detto;
coppie dove invitare il marito a una cena ci esonera dal telefonare anche alla moglie, per dirle che la sua specifica presenza - non come accompagnatrice, ma perché è proprio lei lei - ci è particolarmente gradita (... cosa che magari lei non mette in dubbio, ma sai);
coppie che hanno un unico indirizzo email, un unico profilo facebook, un unico conto corrente e poco ci manca che non abbiano pure un'unica carta d'identità.
E' poco poetico parlare d'amore in questi termini?
E' poco saggio se si vuole che la gente continui a investire seriamente sull'amore?
Oggi vediamo cosa ne pensa Gibran Kahlil Gibran, poeta e saggio.
***
"[...] Allora Almitra parlò di nuovo e disse: Che cosa puoi dirci del Matrimonio, maestro?...
Ed egli rispose, dicendo:
Voi siete nati insieme, e dovrete sempre stare insieme.
Starete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
Sì, starete insieme anche nella memoria silenziosa di Dio.
Ma che ci siano spazi nel vostro stare insieme,
E che i venti del cielo danzino tra di voi.
Amatevi vicendevolmente, ma il vostro amore non sia una prigione:
Lasciate piuttosto un mare ondoso tra le due sponde delle vostre anime.
Riempitevi la coppa uno con l'altro, ma non bevete da una sola coppa.
Scambiatevi a vicenda il vostro pane, ma non mangiate dallo stesso pane.
Cantate insieme e danzate e siate allegri, ma che ciascuno sia solo.
Come le corde di un liuto, che sono sole, anche se vibrano per la stessa musica.
Datevi il vostro cuore, ma non lo date in custodia uno dell'altro.
Perché solo la mano della Vita può contenere i vostri cuori.
E state insieme ma non troppo vicini:
Poiché le colonne del tempio sono distanziate,
E la quercia e il cipresso non crescono l'una all'ombra dell'altro."
(da "Il Profeta" di Gibran Kahlil Gibran)


Vedi anche su facebook "Sera di Luna"
pagina di spunti su Amore & Co. collegata a questo blog
https://www.facebook.com/seradiluna1


domenica 15 settembre 2013

Ricorda: è con questo corpo che devi volare

"Questo fragile corpo
è la matrice 
della mente e dell'anima"
(Deng Ming-Dao)
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Nel libro di meditazioni taoiste "Il Tao per un anno" di Deng Ming-Dao, c'è un passo dedicato alla cura del corpo, dove si sottolinea che non possiamo permetterci di trascurare il nostro corpo, nemmeno quando il nostro cammino spirituale ci porta su piani dell'esistenza molto elevati. Quando ci mettiamo alla ricerca di noi stessi e di ciò che siamo, non solo non possiamo prescindere dalla manifestazione "solida" del nostro essere, ma la nostra esistenza fisica costituisce proprio il punto di partenza del nostro cammino.
 "Nella ricerca della mente e dell'anima", dice infatti Deng Ming-Dao, "è opportuno comprendere che il corpo non rappresenta il nostro autentico io, ma è altrettanto opportuno accudirlo quotidianamente. Rinnegare o mortificare la carne non ha senso, ma solo i saggi riescono a curare il proprio corpo pur continuando a guardare oltre."
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Personalmente, quando devo mettere in atto questo principio e ricordare a me stessa di non trascurare il mio corpo, mi dico questa frase: "ricordati che è con questo corpo che devi volare". Queste parole portano immediatamente la mia attenzione sul corpo, nei momenti in cui sono talmente concentrata in un'attività mentale, da non accorgermi di avere fame, sete, sonno, un dolorino qua o là, bisogno di stiracchiarmi o di riposare (oppure me ne accorgo, ma non do peso alla cosa). Per la verità mi dico questa frase anche quando organizzo mentalmente la mia giornata, la mattina, e mi accorgo di non aver messo in programma un po' di ginnastica, o una camminata, o un po' di yoga, perché tra un impegno e l'altro il tempo necessario per quelle cose non ci esce. In realtà so benissimo che se il mio corpo si sente bene, mi è più facile funzionare bene anche su altri fronti, non solo concreti, ma anche intellettuali, affettivi, spirituali, artistici.
Parafrasando Virginia Wolf - che sosteneva che uno non può pensare bene e amare bene se non ha mangiato bene - potremmo dire, abbondando, che se uno non digerisce bene, non dorme bene, non usa i dovuti riguardi alla sua muscolatura, alla sua colonna vertebrale, ai piedi, alle articolazioni, e a quant'altro riguarda il suo corpo, gli sarà più difficile partorire buone idee, buoni pensieri, buone parole, buoni sentimenti, buone battute di spirito, buone poesie, buone preghiere, buoni sogni, buoni progetti, e via dicendo.
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Ed ora qualche divagazione, in chiave metaforica, ispirata dalla frase "ricordati che è con questo corpo che devi volare".
Questa frase rimanda metaforicamente all'immagine di un uccello, il cui corpo fisico alato, se in buona salute, gli consente di elevarsi da terra e di avvicinarsi alle cose del cielo, superando gli impedimenti frapposti da tutte le forze contrarie che agiscono nel mondo fisico, a cominciare dalla forza di gravità. Chi in cuor suo si riconosce in questa metafora, e vuole farla propria, può magari riflettere non solo sull'importanza di un corpo in salute per poter spiccare un buon volo, ma anche sull'opportunità - vista la natura "alata" dell'animale di riferimento (e quindi forse la sua tendenza a stare più volentieri in cielo che in terra) - di rinforzare le sue fragili zampette, per tutte le volte in cui deve starci necessariamente con i piedi per terra e deve quindi muovere comunque passi importanti anche nel mondo fisico. Gli uccelli infatti non devono dimenticare che non sono angeli; possono frugare il cielo quanto vogliono, ma per sopravvivere devono comunque prima o poi tornare sulla terra, mangiare, bere, dormire e anche fare l'amore (cosa che in verità non tutti sanno come funzioni per gli uccelli, ma che di sicuro non riguarda gli angeli!).
Se invece qualcuno non si sentisse per niente simile a un volatile e non si riconoscesse nella metafora dell'uccello - anzi all'opposto avesse la sensazione di essere per natura estremamente terreno e ancorato al suolo, rifuggendo da qualunque possibilità di elevazione - beh, allora forse questo post non lo riguarda per niente, o forse anche sì (come si spiega, se no, che abbia continuato a leggere fin qui?).
Magari, chissà, può valutare se l'immagine di un cavallo gli sia più consona come metafora: un essere buono a trottare, a trainare una carrozza o un aratro, a portarsi in groppa qualcun altro, buono anche a correre libero negli spazi ampi o a starsene docile e  paziente dentro un maneggio. Ma a volare no. Come si fa a dire a un cavallo "è con questo corpo che devi volare"? Sì, forse non è una frase felice da dire a un cavallo. Specie se è proprio convinto di essere un cavallo!
Mi viene in mente a tal proposito un aneddoto riguardante una persona che, nei sogni, vedeva spesso se stessa appunto nelle sembianze di un cavallo. Una volta mi disse di aver scoperto recentemente parti di sé molto spirituali, con cui era entrata in contatto profondo, pur senza  rinnegare la sua natura basilarmente terrena ("equina"), che la teneva quotidianamente a stretto contatto con gli aspetti più concreti dell'esistenza.
"Sai", mi disse un giorno con un lampo di luce negli occhi, "è successa una cosa interessante. Ho pensato a tutte le storie in cui qualcuno non sa chi realmente sia e convive con dei limiti che non sono realmente suoi, ma sono dovuti alle false credenze che ha circa se stesso. Che so, tipo il brutto anatroccolo, che non sapeva di essere un cigno e si era rassegnato a vivere da brutto anatroccolo; oppure anche l'aquila di Anthony De Mello che credeva di essere un pollo; e tutti i  vari principini e principesse abbandonati da piccoli, nelle fiabe, e che scoprono all'improvviso chi sono, dopo una vita intera di stenti e miserie. Allora ho pensato: e se anche il mio cavallo fosse vittima di una falsa credenza circa se stesso? Lui pensa che non gli sia concesso volare perché i cavalli non hanno le ali. Ma un attimo: lui è il mio cavallo simbolico, e non un cavallo vero in carne ed ossa! Sul piano di realtà i cavalli non hanno le ali, ma sul piano simbolico certo che le possono avere! Nella mitologia, per esempio, ogni tanto ce le hanno. Allora ho pensato a Pegaso, a un cavallo alato, che ha sia zampe forti, sia grandi ali, e che può correre sulla terra, quando c'è da stare in terra, come può volare in cielo, quando c'è da stare in cielo. E' questa la mia vera natura e la mia vera metafora!
Che ti devo dire? Sono dovuto arrivare alla mezza età per scoprire che sì, sempre un cavallo sono, e non c'è niente da fare,  ma - se permetti - sono un... cavallo alato!"