mercoledì 23 aprile 2014

La solitudine delle giovani mamme - Pensieri di Alba Marcoli e John Bowlby


"...credo che oggi ci sia una grandissima solitudine nella coppia mamma-bambino: questo sicuramente non fa bene né alla mamma né al bambino. 
[...] quando una giovane donna ha un bambino vive una regressione naturale che la porta quasi ad essere bambina e questo le permette di entrare meglio in sintonia con i bisogni di un bambino piccolo. Questo è l'aspetto positivo. Il rovescio della medaglia è che la mamma diventa fragile come una bambina ed è per questo che ha bisogno di un grosso sostegno. Un sostegno che deve essere dato alla coppia mamma-bambino.

La solitudine delle giovani mamme è dunque tra i determinanti di uno stato di malessere nel rapporto madre-figlio: dalla depressione post-partum ai disagi infantili …
Questo del sostegno alla solitudine è un terreno d'oro di intervento oggi perché la nostra società sta un po' perdendo questa caratteristica. Oggi si parla tanto di preparazione al parto, di corsi, di visite ginecologiche di controllo, con una medicalizzazione a volte spinta all'eccesso e a mio parere non si spendono abbastanza parole, invece, su questo semplice aspetto del vivere quotidiano, che è così importante. [...] Vorrei perciò spezzare una lancia a favore delle giovani madri e della loro solitudine in questo contesto storico.

(Alba Marcoli, intervista su Va' pensiero, 31.05.2006)

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"Voglio anche sottolineare che, nonostante pareri contrari, occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona singola. Se il lavoro deve essere fatto bene e se si vuole che la persona che primariamente si occupa del bambino non sia troppo esausta, chi fornisce le cure deve ricevere a sua volta molta assistenza. Varie persone potranno fornire questo aiuto: in genere è l’altro genitore; in molte società, compresa la nostra, l’aiuto proviene da una nonna. Altri che possono essere coinvolti nell’assistenza sono le ragazze adolescenti e le giovani donne. Nella maggior parte delle società di tutto il mondo questi fatti sono dati per scontati e la società si è organizzata di conseguenza. Paradossalmente ci sono volute le società più ricche del mondo per ignorare questi fatti fondamentali.

Le forze dell’uomo e della donna impegnate nella produzione dei beni materiali contano come attivo in tutti i nostri indici economici. Le forze dell’uomo e della donna dedicate alla produzione, nella propria casa, di bambini, sani, felici e fiduciosi in se stessi non contano affatto. Abbiamo creato un mondo a rovescio. Ma non voglio addentrarmi in complesse argomentazioni politiche ed economiche, ma voglio sottolineare il pericolo di adottare delle norme sbagliate. Perché proprio come una società in cui esiste una cronica insufficienza di cibo può assumere come sua norma un livello di nutrizione deplorevolmente inadeguato, così è possibile che una società nella quale i genitori dei bambini piccoli vengano abbandonati a se stessi, in una cronica insufficienza d’aiuto, consideri questo stato di cose come normale."

(John Bowlby, Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989)
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martedì 22 aprile 2014

Sulla morte, senza esagerare - poesia di Wisława Szymborska


Non s'intende di scherzi,

stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo.

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.

Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

venerdì 18 aprile 2014

Addio a Gabriel García Márquez - citazioni da "Cent'anni di solitudine"


Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.
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Lo zingaro veniva deciso a restare nel villaggio. Era stato nella morte, effettivamente, ma era tornato perché non aveva potuto sopportare la solitudine.
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Nella scuola semidistrutta dove aveva provato per la prima volta la sicurezza del potere, a pochi metri dalla stanza dove aveva conosciuto l'incertezza dell'amore, Arcadio trovò il ridicolo formalismo della morte.
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Fece costruire a sua moglie una stanza da letto senza finestre in modo che i pirati dei suoi incubi non avessero da dove entrare.
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In quella Macondo dimenticata perfino dagli uccelli, dove la polvere e il caldo si erano fatti cosí tenaci che si faceva fatica a respirare, reclusi dalla solitudine e dall'amore e dalla solitudine dell'amore in una casa dove era quasi impossibile dormire per il baccano delle formiche rosse, Aureliano e Amaranta Ursula erano gli unici esseri felici, e i più felici sulla terra.
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Lei lo lasciò finire, grattandogli la testa con i polpastrelli delle dita, e senza che lui le avesse rivelato che stava piangendo d'amore, lei riconobbe immediatamente il pianto più antico della storia dell'uomo.
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Aveva dovuto promuovere trentadue guerre, e aveva dovuto violare tutti i suoi patti con la morte e rivoltarsi come un maiale nel letamaio della gloria, per scoprire con quasi quarant'anni di ritardo i privilegi della semplicità.
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Non può piovere per tutta la vita
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Vai al post Un racconto come una goccia di cristallo per leggere anche un racconto di Gabriel García Márquez






mercoledì 16 aprile 2014

Il successo autentico - Un pensiero di Sarah Ban Breathnach

"Il successo autentico è avere il tempo di coltivare le attività personali che troviamo piacevoli, il tempo di compiere per la tua famiglia i gesti d'amore che desideri tanto compiere, il tempo di curare la tua casa, il tuo giardino, nutrire la tua anima. Il successo autentico è non dover mai dire a te stessa e ai tuoi cari: 'magari l'anno prossimo'. Il successo autentico è sapere che se quest'oggi dovesse essere il tuo ultimo giorno sulla terra, potresti andartene senza rimorsi.
Il successo autentico è sentirti serena e concentrata quando lavori, non dispersiva.
E' sapere di aver fatto il meglio che potevi, quali che fossero le circostanze da affrontare; è sapere in fondo al cuore che il meglio che puoi fare è tutto  quello che puoi fare, e che il meglio che puoi fare è sempre abbastanza.
Il successo autentico è accettare i propri limiti, rappacificarsi col passato e divertirsi con le proprie passioni, così che il proprio futuro possa dispiegarsi secondo un Progetto Divino.
E' scoprire e portare alla luce le proprie doti e offrirle al mondo, per contribuire a risanare il suo cuore lacerato. 
E' cambiare qualcosa nella vita degli altri ed essere convinte che chi può farlo anche per una sola persona al giorno, con un sorriso, due risate insieme, una carezza, una parola buona, o un po' d'aiuto, quella è benedetta tra le donne.
Il successo autentico non è solo denaro in banca, ma un cuore contento e pace della mente.
E' guadagnare il denaro che credi di meritare per il lavoro che fai e sapere che lo vali.
Il successo autentico è pagare le bollette senza difficoltà, soddisfare i propri bisogni e quelli di chi si ama, concedersi qualche lusso e avere abbastanza da risparmiare e donare.
Il successo autentico non è accumulare, bensì lasciare andare, perché quello che si ha è ciò di cui si ha veramente bisogno.
Il successo autentico è stare bene con se stesse, apprezzare quanto si è fatto, festeggiare i propri successi e onorare la strada che si è fatta.
Il successo autentico è capire che essere è importante quanto fare.
E' inseguire incessantemente un sogno.
E' capire che il tempo, per quanto lungo, che un sogno impiega a realizzarsi nel mondo concreto non è mai sprecato.
E' stimare il lavoro, quello interiore e quello esteriore, tanto il tuo quanto quello degli altri.
E' elevare il lavoro a mestiere ed il mestiere ad arte, dedicando Amore ad ogni tuo compito.
[...]
Il successo autentico è essere tanto grata per le molte benedizioni che ricevi tu e i tuoi cari da poter dividere con altri la tua parte.
Il successo autentico è vivere tutti i giorni con cuore traboccante."
(Sarah Ban Breathnach, L'incanto della vita semplice)


sabato 12 aprile 2014

Buonsenso - una piccola storia di Deng Ming Dao





"C'erano una volta quattro uomini colti e raffinati. Un giorno dissero: 'A cosa serve tutta la nostra cultura se non cerchiamo impiego presso un grande re?'. Così si misero in cammino verso la capitale.
Ora, fra questi quattro uomini, tre erano particolarmente brillanti.
Il quarto, pur inferiore d'intelletto, era quello più dotato di buonsenso.
Lungo la strada si imbatterono nello scheletro di un leone.
'Facciamolo resuscitare', propose il primo.
'Sì, sicuramente questo ci darà una grande celebrità', commentarono il secondo e il terzo.
Il quarto disse: 'Se lo fate resuscitare, quel leone vi attaccherà e vi sbranerà'.
'Non t'impicciare!', urlò il primo, che aveva già iniziato a esercitare la sua grande abilità ricoprendo le ossa di carne. Il secondo riportò rapidamente in circolo il sangue, ed il terzo stava già per infondere il soffio della vita nel leone.
'Ma dovremmo pensare alla nostra incolumità', riprese il quarto.
'Zitto!', fece il terzo completamente immerso nella sua opera.
'Bene, allora io mi vado a sedere su quell'albero', concluse il quarto. 'Non si sa mai.'
Non appena il leone tornò in vita, uccise i tre saggi.
L'unico a sopravvivere fu l'uomo di buonsenso."
(Deng Ming Dao,  dal libro "Il Tao per un anno)
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"Non lasciamoci distruggere
dal sapere e dal potere.
Per sopravvivere
usiamo il buonsenso." 
(Deng Ming Dao)
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venerdì 14 marzo 2014

Mitologia e psicologia. 4) Demetra e l'archetipo della madre

Demetra (per i Romani Cerere) era la dea delle messi, colei che presiedeva all'abbondanza dei raccolti.
Figlia di Crono e Rea e sorella di Zeus, nella prima parte della sua vita ebbe un destino simile a quello di Era:  fu cioè divorata dal padre e successivamente si unì a Zeus, di cui fu la quarta consorte regale (precedendo Era che fu la settima ed ultima).
Dalla sua unione con Zeus nacque un’unica figlia, Persefone (per i Romani Proserpina), che un giorno fu rapita dal dio degli Inferi, Ade, che la portò con sé nel Regno dei Morti per farne la sua sposa.
Persefone urlò disperata durante il rapimento, ma nessuno intervenne in suo aiuto, nemmeno suo padre Zeus.
Solo Demetra, udendo le invocazioni della propria amatissima figlia, si allarmò e corse a cercarla.
Le sue ricerche si protrassero per nove giorni e nove notti finché al decimo giorno la dea apprese la terribile notizia dal dio del Sole, Elio (che condivideva tale titolo con Apollo), che dal cielo vedeva tutto ciò che accadeva in  terra. Elio consigliò alla dea di rassegnarsi e di accettare l'accaduto, sia perché ratificato da Zeus, sia perché Ade era comunque un genero di tutto rispetto.
Distrutta dal dolore per la perdita della figlia e profondamente amareggiata per l'oltraggio ed il tradimento di Zeus, Demetra lasciò allora l'Olimpo per ritirarsi ad Eleusi e si vendicò sulla terra rendendola sterile ed infeconda.
A nulla valsero i tentativi degli altri dei di convincerla a tornare all'Olimpo e riprendere le sue funzioni di dea delle messi. Demetra era insensibile a suppliche, doni e onorificenze, e rese noto a tutti che non sarebbe tornata finché non le fosse stata restituita la figlia.
Zeus allora fu costretto a cedere alle sue richieste ed impose ad Ade di lasciar tornare Persefone, mandando Hermes a riprenderla.
Ade però, prima che Persefone se ne andasse, le dette dei semi di melograno, che lei mangiò. Ma, poiché si trattava di cibo proveniente dagli Inferi, Persefone fu costretta per questo a tornare nel mondo sotterraneo per sei mesi all'anno.
Da allora, quando Demetra e Persefone sono di nuovo insieme, la terra rifiorisce e le piante crescono  rigogliose ma, durante i sei mesi in cui Persefone è costretta a tornare nel mondo delle ombre, la terra ridiventa spoglia e infeconda. Questi sei mesi sono chiaramente quelli invernali, durante i quali in Grecia la maggior parte della vegetazione diventa secca e muore.
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La leggenda narra inoltre che, durante il suo soggiorno ad Eleusi, Demetra aveva assunto inizialmente le false sembianze di una vecchia nutrice  e si era presa cura di un bambino, Demofonte, figlio del reggente della città, Celeo, e di una donna di nome Metanira.
Demetra allevò Demofonte come se fosse un dio, nutrendolo d'ambrosia ed esponendolo di nascosto a un fuoco che lo avrebbe reso immortale. Ma Demofonte non poté ottenere l’immortalità perché il rituale fu  bruscamente interrotto dall'arrivo di  Metanira che, vedendo il proprio bambino nel fuoco, si mise a urlare di paura.
La dea allora si rivelò e, lamentandosi di come gli sciocchi mortali non capiscano i rituali degli dei, pretese che le venisse edificato un tempio, dove si insediò durante il resto della sua permanenza ad Eleusi.
Prima di lasciare la città, Demetra insegnò all'altro figlio di Celeo, Trittolemo, l'arte dell'agricoltura (che egli diffuse anche nel resto della Grecia) ed istituitì i Misteri Eleusini, che per più di duemila anni furono i più sacri e i più importanti rituali religiosi dell'antica Grecia e grazie a cui i mortali ebbero una ragione per vivere nella gioia e per morire senza temere la morte.
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Gea - nonna di Demetra e Madre Terra primigenia
Sull'Olimpo Demetra incarna l'archetipo della madre.
E’infatti la dea preposta alla fertilità, com'erano state prima di lei anche:
·        sua nonna Gea  (Madre Terra primigenia da cui viene ogni forma di vita) e
·        sua madre  Rea (dea della terra e madre della prima generazione di dei dell'Olimpo).
Per tre generazioni peraltro queste dee madri condivisero anche un triste destino comune: la sofferenza per la mancanza d'istinto paterno nei padri biologici. Infatti:
·        il marito di Gea, Urano,  seppelliva i figli appena nati nel corpo della moglie;
·        il consorte di Rea, Crono, li inghiottiva;
·        e quello di Demetra, Zeus, lasciò che la figlia venisse rapita dal dio degli Inferi.
Per ben tre generazioni, insomma, queste dee madri si scontrarono con i rispettivi consorti per salvare i figli, anteponendo tutte l'amore materno a quello coniugale.
Questa circostanza (oltre ad essere una  buona metafora di certi specifici rischi che le famiglie possono correre durante il loro ciclo di vita, come:
  •  la possibile crisi della coppia innescata dall’arrivo dei figli,
  •  le dolorose alleanze che a volte si instaurano tra uno dei genitori e i figli, contro l’altro genitore,
  • la possibile trasmissione di generazione in generazione di uno stesso destino, fondato su modelli di pensiero, di sentimento, comportamentali e relazionali tipici di una certa famiglia)
evidenzia ciò che caratterizza Demetra rispetto ad altre dee dell’Olimpo (come Era e Afrodite) che pure ebbero figli e quindi furono anch’esse madri. Per Demetra, a differenza delle altre dee dell’Olimpo,  il  rapporto con la figlia era il legame più significativo della sua esistenza e l’istinto alla cura degli altri era molto più forte che nelle altre dee.
Del resto parte del nome di Demetra, meter, sembra significare proprio madre ed i ruoli principali della dea  nella mitologia furono proprio quelli di:
-  madre biologica (di Persefone),
-  madre nutrice (dea delle messi dispensatrice di cibo e anche nutrice di Demofonte)
-  madre che dà sostegno psicologico-spirituale (dea dei Misteri Eleusini).
Demetra dunque, come dea madre, rappresenta l'istinto materno che si realizza nel dare alla luce un figlio e  nel dare ad altri nutrimento fisico, psicologico o spirituale.
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COME SI PRESENTA DEMETRA NELLE DONNE D'OGGI
In una donna d'oggi l'archetipo di Demetra si manifesta come istinto materno, come desiderio di rimanere incinta, di avere un bambino, di nutrirlo e di  allevarlo
Quando questo archetipo è dominante, la maternità è il ruolo e la funzione più importante della vita di una donna.
La presenza di Demetra in una donna in certi casi è molto evidente; e lo è in particolare:

  • quando, da bambina, culla e accudisce un bambolotto o tiene volentieri in braccio un bambino vero, e poi verso i nove-dieci anni  fa volentieri da babysitter a bambini più piccoli;
  • quando, crescendo, viene spinta in direzione della gravidanza da una forza prepotente, che può manifestarsi sia a livello cosciente, come forza che conduce alla consapevole decisione di fare un figlio, sia come forza inconscia che la predispone a trovarsi incinta 'per caso';
  • quando, di fronte a una gravidanza imprevista che potrebbe sconvolgere l'intero corso della sua esistenza, non se la sente di abortire, perché ciò contrasta con un imperativo profondo di fare un figlio e, se costretta ad abortire, ne soffre poi moltissimo, sentendosi in preda a conflitti interiori, angoscia e dolore;
  • quando prova il desiderio di adottare un bambino o di fare la babysitter (come del resto  fece anche Demetra con Demofonte);
  • quando prova soddisfazione ed appagamento nel nutrire gli altri (figli, famiglia, ospiti) e  si mette a preparare per loro pranzi e pranzetti;
  • quando in ufficio serve volentieri il caffè a tutti, senza sentirsi assolutamente sminuita per questo rispetto ai colleghi;
  • quando lotta strenuamente per il benessere dei suoi figli come fece Demetra per liberare Persefone, e come fanno tante madri coraggiose e perseveranti di figli disabili, malati, rapiti, scomparsi,  ingiustamente imprigionati, vittimizzati che combattono battaglie interminabili per garantire loro cure, assistenza, libertà, giustizia, senza mai darsi per vinte, nonostante gli ostacoli e le intimidazioni del potere;  
  • quando è generosa ed elargisce volentieri al suo prossimo cure materiali, sostegno psicologico e nutrimento spirituale (una Madre Teresa);
  • quando si trasferisce in campagna e si mette a coltivare personalmente gli ortaggi da servire in tavola, a fare il pane e le conserve di frutta, e a dividere il suo raccolto con gli altri, come una Demetra, dea delle messi;  
  • quando si sente attratta da professioni assistenziali in cui può esprimere il suo istinto alla cura degli altri (insegnante, pediatra, assistente sociale, psicologa, terapista della riabilitazione, eccetera);
  • quando fonda o dirige un'organizzazione e vi riversa tutta la sua energia materna, per farla crescere e prosperare (e, se qualcuno prende il suo posto nell'organizzazione, si sente ferita come una Demetra a cui hanno portato via la figlia) ;
  • quando assume un ruolo di guida e protezione verso chi dipende da lei, al punto da avere difficoltà a licenziare un impiegato incompetente, perché il dispiacere che gli arreca la fa sentire in colpa;
  • quando non entra in competizione con altre donne per via degli uomini o della carriera, ma per i figli (se non ne ha avuti, invidia quelle che ce li hanno; se i suoi si sono allontanati, soffre vedendo quelle che ce li hanno vicini);
  •  quando nel rapporto con un uomo è calda ed affettuosa, ma è più coccolona che sexy;
  •  quando fa sesso o per procreare o perché lo considera incluso nel pacchetto di cure che una  brava madre di famiglia offre al marito (sesso da nutrice).

DIFFICOLTA'  PSICOLOGICHE
Tipici problemi della donna in cui è molto attivo l'archetipo  Demetra sono:
  • Difficoltà a dire di no - Poiché la donna Demetra tende a dire di  sì a chiunque abbia bisogno del suo aiuto, essa corre il rischio di sobbarcarsi troppi impegni, sacrificando così i propri bisogni e riducendosi esausta e svuotata (clicca qui per andare al post "Imparare a dire (anche) di no")
  • Difficoltà ad esprimere la rabbia - La donna Demetra può avere difficoltà ad esprimere la rabbia in maniera appropriata ed essere più incline a comportamenti di tipo aggressivo-passivo (si dimentica di un impegno, arriva tardi a un appuntamento, eccetera). Imparare ad affermare in maniera chiara e assertiva i suoi sacrosanti bisogni può sia evitarle di somatizzare la sua rabbia inespressa, sia migliorare la sua comunicazione con gli altri: è importante che impari ad esprimersi con messaggi forti e chiari, piuttosto che con messaggi deboli e confusi (ricordando che anche Demetra dovette scioperare per ottenere da Zeus ciò che voleva) (clicca qui per andare al post "E della rabbia, che me ne faccio?")
  • Tendenza ad alimentare la dipendenza negli altri - Un sovrabbondante istinto materno può portare una donna Demetra ad infantilizzare gli altri (figli, allievi, dipendenti) anziché aiutarli a crescere; dire "Lascia stare che lo faccio io", essere esageratamente vigile e iperprotettiva, sovraintendere e controllare eccessivamente l'operato altrui non sostiene il processo di crescita e di progressiva autonomia dei figli e di chiunque altro la circondi, ma piuttosto ne alimenta la dipendenza. Alcune donne si sentono un po' minacciate dalla crescente autonomia dei figli, quasi a temere che una forza malefica (Ade l'infernale) glieli porti via per sempre. Anche Demetra dovette fare i conti con questa dimensione e alla fine dovette accettare che sua figlia stesse un po' con lei e un po' con Ade, perché non poteva restare per sempre attaccata alle sue sottane; al tempo stesso proprio la disponibilità a lasciar andare e lasciar crescere gli altri (figli, allievi, dipendenti, clienti) non li  costringe  a rompere di netto il rapporto se hanno bisogno di respirare, ma consente loro di andare e tornare  senza drammi
  • Sindrome del nido vuoto - Quando una donna investe troppe energie nel ruolo materno fino a farne quasi la sua unica ragione di vita, corre il rischio di sentirsi triste e inutile quando i figli si allontanano da lei (fisicamente o affettivamente) e di avere così l'impressione che sua vita non abbia  più senso. Una tappa naturale del ciclo di vita familiare, com'è a un certo punto l'uscita di casa dei figli, può essere vissuta come un vero e proprio lutto. La donna può provare allora malinconia, senso di solitudine, ansia, senso di vuoto, crisi d'identità, fino ad arrivare alla depressione.
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Infine il mito di Demetra sembra contenere tre importanti insegnamenti sotto forma di metafora, e in particolare:
1) L'ansia e l'intrusività di una madre possono nuocere al figlio
Quando Metanira credette di salvare suo figlio dal fuoco a cui lo esponeva Demetra, in realtà interruppe il rituale che lo avrebbe reso immortale; una buona madre deve imparare a riconoscere e arginare la propria ansia e i propri comportamenti intrusivi, quando possono ostacolare la crescita dei figli.
Riconoscere queste zone d'ombra è la cosa più difficile di tutte per una mamma, perché di solito è in buona fede e non se ne rende conto ("Io mi preoccupo per il suo bene!", direbbe). Se per amore materno sarà  disposta a prendere in considerazione ed esplorare anche questi aspetti di sé, non solo aiuterà i figli a crescere meglio, ma alla fine si troverà cresciuta essa stessa.
2) E' utile riuscire a convogliare l'energia materna esuberante
Dopo il ratto di Persefone, Demetra dolente si rifugiò ad Eleusi e in quel luogo trovò conforto prendendosi cura del bambino Demofonte, insegnando a Trittolemo  l'arte dell'agricoltura, disponendo la costruzione di un tempio.
Tutto questo sembra suggerire alle donne con un grosso istinto materno di incanalarlo anche in altri rapporti ed attività quando la relazione con i figli non lo consente più; la loro propensione alla cura degli altri può esprimersi infatti in molti utili modi che giovano contemporaneamente a se stesse e al mondo, senza che i figli debbano sentirsi in difetto per essere cresciuti e aver preso la loro strada.
3) E' importante saper accettare tutte le stagioni della vita
Il mito di Demetra e Persefone parla dell'alternarsi delle stagioni durante l'anno e anche della capacità di crescere attraverso la sofferenza. Il mito sembra invitarci ad accettare tutte le stagioni della vita, con il loro alternarsi di gelo e calore, di luce e di buio.
Ognuno di noi può fare tesoro anche dei momenti di dolore e così degli inverni della propria vita,  traformandoli  in un'occasione di crescita, acquistando una maggiore consapevolezza e saggezza.
Persefone che ritorna dopo l'inverno portando la primavera suggerisce proprio questo: la possibilità di una stagione di ricchezza e rinascita dopo il pianto e il dolore.
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Leggi anche:
1) Le divinità dell'antica Grecia e la psicologia (introduzione) - 13.01.2014 (clicca qui)
2) Le dee dell'antica Grecia e la psicologia femminile" - 18.01.2014 - (clicca qui)
3) Era e l'archetipo della moglie fedele - 01.02.2014 - (clicca qui)
5) Sono una donna non sono una dea. Confronto tra la donna Atalanta e la dea Artemide sulla questione: matrimonio e figli o successo e carriera? - 11.05.2014 -(clicca qui)
6) Perdere se stessi nelle relazioni. Persefone: figlia diletta della sua mamma e sposa del dio degl'Inferi - 02.08.2014 (clicca qui)
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domenica 2 marzo 2014

7 marzo: il tema della maternità apre il nuovo ciclo di incontri del Gruppo di discussione "Ricomincio da me"



Il tema della maternità, aprirà il nuovo ciclo di 4 incontri per l'autoconsapevolezza femminile del gruppo "Ricomincio da me", in partenza dal 7 marzo prossimo a Torre del Greco (Napoli) (clicca qui per vedere l'evento su facebook)Conduttrice del gruppo la psicologa Dott.ssa Maria Michela Altiero. 
Parleremo: 
- del rapporto tra noi e le nostre madri, 
- del rapporto di noi madri con i nostri figli,
- del mito di Demetra come archetipo della donna che si autorealizza nel ruolo materno (e che può conoscere la sindrome da nido vuoto);
- delle donne che fanno da madri agli amici, agli allievi, ai dipendenti e ai clienti o che scelgono una professione d'aiuto per esprimere la loro attitudine ad accudire e nutrire gli altri;
- delle donne che partoriscono progetti, idee, associazioni, e li nutrono, li curano e se li crescono proprio come figli;
- e di molto altro ancora, perché - come ha detto qualcuno - non è vero che di mamma ce n'è una sola: di mamma ce n'è una gamma! 
Il primo incontro di presentazione (7 marzo) è gratuito, ma occorre prenotarsi telefonicamente, perché il numero di posti è limitato. Tel.388.8257088
Partecipa all'evento e invita amiche, cliccando sul link:https://www.facebook.com/events/1395632440686991/

sabato 22 febbraio 2014

Un racconto come una goccia di cristallo

Racconto di 
Gabriel Garcìa Màrquez 
 tratto dal libro
"Non sono venuto a far discorsi"
 ***
"Immaginate un piccolissimo paese in cui vive una donna anziana con due figli, uno di diciassette e una figlia minore di quattordici. Sta servendo loro la colazione e si nota che ha un'espressione molto preoccupata. I figli le chiedono cosa le succeda e lei risponde: «Non so, ma mi sono svegliata con il pensiero che qualcosa di molto grave accadrà in paese».
I figli ridono di lei, dicono che si tratta di presentimenti da vecchia, cose che passano. Il ragazzo se ne va a giocare a biliardo e, nel momento in cui sta per tirare una carambola semplicissima, l´avversario gli dice: «Scommetto un peso che non la fai». Tutti ridono, lui stesso ride, tira la carambola e il colpo non gli riesce. Il ragazzo paga la scommessa e gli chiedono: «Ma che cosa è successo? Era una carambola così facile...». Lui risponde: «È vero, ma mi è rimasta la preoccupazione per quello che mi ha detto mia madre stamattina su qualcosa di grave che sta per succedere in paese». Tutti ridono di lui e quello che ha vinto il peso torna a casa, dove ci sono sua madre e una cugina o una nipote, insomma, una qualche parente. Felice per la scommessa vinta, dice: «Ho vinto facile facile questo peso a Dámaso, perché è uno stupido». «E perché è uno stupido?» «Be´, perché non è riuscito a fare una carambola semplicissima, disturbato dalla preoccupazione per il fatto che sua madre stamattina si è svegliata con l´idea che qualcosa di molto grave stia per succedere in paese».
Allora la madre gli dice: «Non burlarti dei presentimenti dei vecchi, perché a volte si realizzano». La parente ascolta tutto, poi esce a comprare la carne. «Mi dia mezzo chilo di carne» dice al macellaio e, mentre lui la sta tagliando, aggiunge: «Meglio che me ne dia un chilo, perché dicono che stia per succedere qualcosa di grave ed è meglio essere preparati». Il macellaio la serve e quando arriva un´altra signora a comprare mezzo chilo di carne le dice: «Ne prenda un chilo perché sono venute un sacco di persone a dire che succederà qualcosa di grave. La gente si sta preparando, va in giro a far compere».

Allora la signora risponde: «Ho parecchi figli; guardi, meglio se me ne dà due chili». Poi se ne va con i suoi due chili e, per non allungare troppo il racconto, dirò che il macellaio in mezz´ora esaurisce la carne, ammazza un´altra vacca, la vende tutta e la voce continua a spargersi. Arriva il momento in cui tutti in paese stanno aspettando che succeda qualcosa. Si paralizzano le attività e all´improvviso, alle due del pomeriggio, fa caldo come sempre. Qualcuno dice: «Vi siete resi conto del caldo che sta facendo?». «Ma se in questo paese ha sempre fatto caldo...». Tanto caldo che è un paese in cui tutti i musicisti hanno strumenti rappezzati con il catrame e suonano sempre all´ombra perché, se lo fanno al sole, gli strumenti se ne cadono a pezzi. «Eppure» dice uno «a quest´ora non ha mai fatto tanto caldo». «Ma se alle due del pomeriggio è proprio l'ora in cui fa più caldo...». «Sì, ma non tanto caldo come adesso». Sul paese deserto, sulla piazza deserta cala all´improvviso un uccellino e si sparge la voce: «C´è un uccellino in piazza». E tutti accorrono spaventati a vedere l´uccellino.
«Ma, signori, ci sono sempre stati uccellini che si posano in piazza». «Sì, ma mai a quest´ora». Si giunge a un punto di tale tensione per gli abitanti del paese che sono tutti smaniosi di andarsene e non hanno il coraggio di farlo. «Io sì, che sono un vero uomo», urla uno «io me ne vado». Prende i mobili, i figli, gli animali, li mette su un carretto e attraversa la strada principale dove c´è tutto il paese a guardarlo. E a un certo punto la gente dice: «Se lui ha il coraggio di andarsene, allora ce ne andiamo anche noi», e cominciano letteralmente a smantellare il paese. Si portano via le cose, gli animali, tutto. E uno degli ultimi che abbandona il paese dice: «Che la disgrazia non si abbatta su ciò che resta della nostra casa», e allora incendia la casa e altri incendiano altre case. Fuggono in mezzo a un tremendo panico, come in un esodo di guerra, e tra di loro procede la signora che aveva avuto il presagio, urlando: «L´avevo detto che qualcosa di molto grave stava per succedere e mi hanno dato della pazza»."
Mi astengo dal commentare oggi questo racconto.
Dirò solo questo: che certi racconti sono come gocce di cristallo. Qualcuno ci vede un riflesso di se stesso o di un suo pensiero, qualcuno un riflesso del resto del mondo, qualcuno li considera lenti deformanti  sulla realtà e qualcuno lenti di ingrandimento.
Infine c'è anche chi li considera semplici passatempo, come le gocce di cristallo quando si mettono a proiettare tutt'intorno arcobaleni illusori, che un po' sono belli  e  un po' non servono a niente, che forse nemmeno esistono e che forse anche sì...
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Leggi anche il post Addio a Gabriel Garcìa Màrquez - Citazioni da "Cent'anni di solitudine"



giovedì 20 febbraio 2014

Gruppo per l'autoconsapevolezza femminile "Ricomincio da me": nuovo ciclo 7-14- 21- 28 marzo 2014

Il prossimo 7 marzo parte un nuovo ciclo di 4 incontri di
Ricomincio da me - Gruppo per l'autoconsapevolezza femminile.
(clicca qui per andare alla pagina attività, eventi, corsi, gruppi)
Chi intende partecipare deve prenotarsi telefonicamente al numero 388.8257088.
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Si tratta di un ciclo di incontri al femminile teso a dare risposta a un desiderio che molto spesso mi viene manifestato dalle donne (inizialmente dai 40 anni in su, ma ora anche sotto i 40 anni): cioè quello di un gruppo interamente dedicato a loro, dove poter portare se stesse, i propri pensieri, le proprie emozioni, le proprie battaglie col mondo e in cui sentirsi accolte, riconosciute, ascoltate, rispettate e supportate moralmente da un'intera... squadra di alleate.
E' proprio per rispondere a questo tipo di esigenza, che quest'anno sono partiti presso il mio studio i gruppi di discussione per l'autoconsapevolezza femminile.
I gruppi si propongono come occasione di confronto e alleanza tra donne alla ricerca di un riconoscimento dei propri valori, bisogni e desideri e anche del coraggio di agire coerentemente ad essi.
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Un gruppo di discussione non è un gruppo terapeutico e non è nemmeno un gruppo di formazione, ma è un luogo dove, sotto la guida della psicologa-conduttrice, è concesso dar voce ai propri pensieri e alle proprie emozioni, in relazione ai temi trattati, riguardanti le più diffuse e sentite tematiche femminili.
Il gruppo è sia un'occasione per prendere contatto con la propria interiorità e la propria  autenticità, sia un'occasione per affinare, oltre alla capacità di ascolto di sé, anche quella di ascolto dell'altro, in un clima teso a favorire, prima nel gruppo e poi anche all'esterno, relazioni più spontanee, autentiche, significative e improntate alla reciprocità.
La partecipazione all'evento è aperta a tutte le donne interessate, ma il numero dei posti è limitato. Occorre prenotare. Per informazioni e prenotazioni, contattare il numero 388.8257088.
Per seguire l'evento su facebook (con le sue possibili ripetizioni) e per invitare amiche clicca qui
Per andare alla pagina delle attività, eventi, corsi e gruppi, clicca qui

domenica 16 febbraio 2014

I bambini s'incontrano - poesia di Rabindranath Tagore


I bambini s'incontrano
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Sopra di loro il cielo è immobile
nella sua immensità
ma l'acqua del mare che non conosce riposo
si agita tempestosa.
I bambini s'incontrano con grida e danze
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Costruiscono castelli di sabbia 
e giocano con conchiglie vuote.
Con foglie secche intessono barchette
e sorridendo le fanno galleggiare
sulla superficie ampia del mare.
I bambini giocano sulla spiaggia dei mondi.
Non sanno nuotare 
né sanno gettare le reti.
I pescatori di perle si tuffano per cercare
i mercanti navigano sulle loro navi
i bambini raccolgono sassolini
e poi li gettano di nuovo nel mare.
Non cercano tesori nascosti
non sanno gettare le reti.
Ride il mare increspandosi
ride la spiaggia luccicando pallidamente.
Le onde portatrici di morte
cantano ai bambini cantilene senza senso
come fa la madre
quando dondola la culla del suo bimbo.
Il mare gioca con i bambini
e la spiaggia ride luccicando pallidamente.
I bambini s'incontrano
sulla spiaggia di mondi sconfinati.
Nel cielo senza sentieri vaga la tempesta
nel mare senza sentieri naufragano le navi
la morte è in giro e i bambini giocano.
Sulla spiaggia di mondi sconfinati
c'è un grande convegno di bambini.

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domenica 9 febbraio 2014

E della rabbia, che me ne faccio?






Care Signore,
Vi piacerebbe essere così?
Vi siete mai sentite così?
Vi hanno mai fatte sentire così?

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Non sono poche le donne che temono di poter somigliare a Medusa, quando si arrabbiano.
Tra avere un diavolo per capello e avere una capigliatura di serpenti, non corre poi tanta differenza.
E così anche il potere distruttivo della  nostra collera, quando si manifesta in maniera violenta, somiglia tanto alla distruttività dello sguardo di Medusa, capace di pietrificare ogni essere vivente, e così di distruggere le relazioni.
Medusa simboleggia un femminile negativo e distruttivo, che può venir fuori anche da una donna stupenda, sotto l'effetto dell'ira.
E non a caso la leggenda vuole che fu proprio l'ira di una dea, Atena, a trasformare la povera Medusa, da fascinosa a mostruosa. Il che aggiunge un altro elemento alla nostra metafora, suggerendo cioè che una vera dea (come una vera signora), quando si arrabbia, non può tollerare di avere in sé gli aspetti brutti, distruttivi e poco dignitosi che una tale emozione tira fuori ed abbia bisogno di sbarazzarsene al più presto, per non vederli e non sentirli.
Atena  infatti fa proprio così: li colloca fuori di sé e li carica su Medusa; da una parte c'è il mostro e dall'altra la dea; da una parte la  rabbia terribile, vergognosa e inaccettabile, dall'altra la bellezza, la dignità e lo stile.
Nel suo libro The Heart of Religion, Phiroz Mehta, dice:
"La prima reazione di fronte a uno stato spiacevole e negativo è quella di sbarazzarsene.
Posso tentare di dimenticare o ignorare, di sopprimerlo o fuggirlo: per disperazione posso anche tentare di distruggerne la causa. Invece devo essere pienamente osservante e spassionato ed assorbirlo con delicatezza nella mia psiche, così da consentire che il mio male si trasformi in comprensione."
Questo significa che, per fare i conti con la nostra rabbia, dobbiamo innanzitutto riconoscerla, tollerare il disagio che ci provoca, e accettarla così com'è, senza agirla d'impulso e senza cercare di sbarazzarcene quanto prima.
Il che non significa inghiottirla, bensì entrare in uno stato che ci consenta di padroneggiarla, di utilizzare cioè  la sua carica energetica per cambiare la situazione che stiamo vivendo,  per dire ciò che è appropriato dire, e fare ciò che è giusto fare, in quella circostanza.
Questo significa non cadere né nella passività impaurita (inghiottire) né  nella reattività impulsiva (che, sotto sotto, ha molto a che fare, anch'essa, con la paura).
Significa trasformare la nostra istintiva aggressività  in assertività, dove l'aggressività è un atteggiamento che dice "io sono contro di te", mente l'assertività è affermare con decisione (e all'occorrenza a gran voce) semplicemente "io sono" (e quindi ho il diritto di esistere e di essere rispettato con le mie caratteristiche, i miei bisogni, i miei valori, la mia dignità, i miei desideri, la mia ricerca di benessere).
Ed ora una storia indiana, metafora di tutto ciò, e a seguire la soluzione accolta alla fine anche dalla saggia Atena.
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Tanti anni fa - facciamo mille - in una terra lontana, diciamo in India, c'era un villaggio con un grosso problema: un enorme serpente velenoso minacciava e terrorizzava la popolazione ed aveva  già fatto  parecchie vittime.
Un giorno passò per il villaggio un sant'uomo, di quelli capaci di governare le forze della natura e di parlare con gli animali, e la gente chiese il suo aiuto.
Egli allora parlò al serpente, che da quel giorno divenne mansueto e inoffensivo.
Dopo qualche tempo, il sant'uomo tornò al villaggio ed apprese che il serpente se la passava molto male, perché la gente gliene faceva di tutti i colori: gli tirava sassi, lo trascinava per la coda, lo derideva e lo umiliava.
Allora il sant'uomo andò nuovamente dal serpente e gli disse: "Io ti avevo invitato a non fare del male agli altri, ma non ti avevo detto di non sibilare..."
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Se nella leggenda indiana l'assertività è simboleggiata dal serpente che sibila, pur non uccidendo, anche la mitologia greca offre un'immagine simbolica che sembra comporre il conflitto tra i due aspetti della femminilità rappresentati da Medusa e Atena.
Quando Medusa infatti viene decapitata da Perseo, la sua testa - ancora minacciosa - viene donata, dopo varie peripezie, dall'eroe ad Atena.
La dea non solo accetta il dono (e una testa decapitata non è certo un mazzo di rose...), ma pone la testa di Medusa sulla sua egida, che diviene così uno strumento di difesa ancora più potente.
La dea, in tal modo, conserva la sua divina dignità, ma al tempo stesso si riappropria dei suoi aspetti-Medusa, prima rifiutati, accettandoli e mettendoli al servizio delle sue parti elette.
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Leggi anche:
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venerdì 7 febbraio 2014

Il 14 febbraio 2014 ore 18-20 gruppo di discussione sul tema: "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore?"


Il 14 febbraio dalle ore 18 alle ore 20, ci sarà un incontro di gruppo dedicato al tema: "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore?".
Chi volesse partecipare deve prenotarsi telefonicamente, chiamando al numero 388.8257088.
L'evento è stato presentato oggi anche su facebook, dove è possibile vedere ulteriori informazioni ed invitare i propri amici, dopo aver cliccato "parteciperò".
Per andare all'evento su facebook, clicca qui!
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Chi fosse interessato ad altre iniziative simili, ed in genere a spunti sull'amore e dintorni, può visitare la nuova pagina facebook (appena nata), dedicata al tema e collegata a questo blog.
Si chiama "Sera di Luna. Spunti su Amore & Co. di 'Ciò che si muove non congela' (clicca qui).
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