venerdì 27 novembre 2015

L'arte di perdere, poesia di Elisabeth Bishop

nella foto: The lost,  by Velve Red Bullet on Deviantart (http://www.deviantart.com/art/The-Lost-358934779)

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.

Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.


Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato).
Questa è la prova. È evidente, l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (Scrivilo!) disastro.

sabato 21 novembre 2015

La compassione - discorso di Christina Feldman tenuto a Roma il 28 gennaio 2000

Ho letto, di recente, la trascrizione di un incontro tra il Dalai Lama e un suo amico, un anziano monaco che aveva appena potuto raggiungere il Dalai Lama in India, dopo vent’anni passati in prigione e nei campi di lavoro in Tibet. Vent’anni di profonda solitudine, di brutalità e di torture. Il Dalai Lama chiedeva al suo anziano amico: "Raccontami di quando sei stato veramente in pericolo di perdere la vita". Il monaco ci pensò un attimo e poi rispose: "Ci sono state occasioni, situazioni in cui mi sono trovato di fronte a un vero pericolo; sono stati i momenti in cui ho rischiato di perdere la compassione per i mei carcerieri".
Alla prima lettura, il pensiero immediato è stato che questo monaco doveva per forza essere un grande santo o che era il suo diverso condizionamento culturale a permettergli un simile modo di pensare.
In verità, credo che questo monaco sia una persona che ha capito il potere dell’autentica compassione e di come la compassione ci assicuri un rifugio.
Possiamo cogliere queste parole e trasferirle nella nostra vita e nel nostro cuore. Ci sono momenti di grandissimo pericolo, sono le occasioni in cui perdiamo la compassione per noi stessi, quei dolorosissimi momenti in cui voltiamo le spalle o non siamo toccati dal nostro dolore o dalla nostra sofferenza e i momenti ugualmente dolorosi in cui perdiamo la compassione per quelli che ci hanno fatto del male o ferito.
Cosa accade quando perdiamo il contatto con la compassione?
La nostra vita e le nostre relazioni possono insegnarci qualcosa. Quando perdiamo la compassione, sorge un forte senso di separazione. Quando la compassione è andata perduta, appare spesso un’ incolmabile distanza, un’incolmabile divisione tra sé e l’altro. In questa separazione, ci sentiamo separati, distanti e isolati.  Ovviamente, quell’abisso di separazione non è un buco vuoto, contiene un oceano di emozioni e di sentimenti. Quel buco è colmo di sentimenti di rabbia, di paura, di biasimo. Talvolta di risentimento o di indifferenza. Ed è proprio la dolorosità di questi sentimenti che rende ancora più profonda la distanza tra sé e l’altro.
Quando nella vita perdiamo il contatto con il senso di compassione, al cuore viene a mancare la capacità di aprirsi, di lasciarsi toccare dal dolore e dalla sofferenza. Quello che va perduto è uno dei doni più preziosi e liberanti che si possano concepire.
Nell’assenza della compassione perdiamo la comprensione profonda dell’interconnessione ed essere esiliati dal senso di interconnessione coincide realmente coll’essere deprivati del senso di essere a casa in noi stessi o nella vita. Diventiamo invece prigionieri di tutte le sensazioni e le ansie della separazione, prigionieri della paura, della rabbia, del biasimo, ed è la più intensa delle sofferenze.
Non è difficile scorgere tutto questo nella nostra vita, se riflettete per un momento su qualcuno che, nel passato o nel presente, vi abbia fatto del male o vi abbia offeso. Quali sentimenti sorgono e quale presa hanno su di voi?
Talvolta possiamo avvertire un sottile indurimento del cuore, altre volte percepiamo sensazioni di risentimento o di tensione. Quando ci colleghiamo o pensiamo a quella persona anche a distanza, si possono aprire le porte a intense sensazioni di agitazione ed è un’esperienza dolorosa. Non c’è solo il dolore per come siamo stati feriti, ma anche il dolore che deriva dalla perdita, dalla separazione, dalla mancata connessione.
Quando nella nostra vita perdiamo il contatto con il senso di compassione, perdiamo anche, e in modo molto reale, noi stessi. Quando diventiamo prigionieri della separazione, tutti i sentimenti di paura, di rabbia e di biasimo sembrano improvvisamente assumere tantissimo potere, ma siamo noi a dare così tanta autorità a questi sentimenti, da lasciar loro decidere del nostro benessere e della nostra felicità.

Nella separazione sembriamo quasi dare l’autorità a un altro di determinare il nostro benessere e la nostra felicità. C’è tristezza nel nostro cuore nel rinunciare a questa libertà. Nella nostra vita, possiamo essere strenuamente chiusi alle persone difficili, le persone con cui litighiamo o da cui ci sentiamo feriti o risentiti. Così come possiamo essere chiusi ai punti di difficoltà dentro di noi, alle nostre personali difficoltà come la tendenza al giudizio, l’avidità, la rabbia, a cui ci sembra difficile aprirci, e difficile accettarli. Queste relazioni e questi punti difficili occupano spesso un posto centrale nella nostra vita. Ci pensiamo molto. Pensiamo di più alle persone difficili della nostra vita che a quelle che amiamo. Pensiamo molto di più ai nostri lati difficili che a quelli che apprezziamo. E le persone e i lati difficili sembrano richiedere tanta energia e attenzione perché cerchiamo di trovare un modo per evitarli o per non stare con loro. Sembrano avere così tanto potere, ma è un potere che gli abbiamo dato noi.
Nutrire la compassione è un modo di riconquistare l’autorità e di riconquistare un senso di libertà, perché è anche un modo per recuperare la comprensione dell’interconnessione. Recuperare l’autorità di verità molto semplici: la verità che nella comprensione dell’interconnessione c’è pace e compassione, che nella separazione c’è alienazione, dolore e rammarico.
Sempre di più arriviamo a comprendere nella nostra vita che la persona che ci sta davanti è veramente noi in un’altra forma, è la nostra mente in un corpo diverso, è il nostro stesso cuore che differisce solo nell’espressione. Al di sotto di queste differenze superficiali, quello che ferisce noi ferisce anche l’altro. Quello che ci dà gioia dà gioia anche all’altro. Nella tradizione cinese la compassione è spesso rappresentata come una divinità o come un Buddha chiamato Kuanin, il cui nome tradotto significa: "Colui che ascolta il suono dell’universo". In pali, la compassione è karuna che viene definita come "il cuore che trema in risposta alla sofferenza". La compassione è la capacità di ‘sentire con’, di ‘prestare ascolto alla vita’ ed è il cuore della pratica di meditazione. Il Buddha dice: "Insegno una cosa sola: c’è la sofferenza e c’è la fine della sofferenza". Attraverso la compassione noi coltiviamo il sentiero che porta alla fine della sofferenza. Il Buddha disse che per conoscere cosa sia la compassione, basta guardare negli occhi di una madre o di un padre mentre cullano il loro bambino malato e febbricitante.
Coltivando nella nostra vita la compassione impariamo come ammorbidire e sciogliere le nostre paure e le nostre contrazioni e come mitigare il nostro imprigionamento in un sé separato.
La compassione non è una qualità da idealizzare o da proiettare nel futuro, ognuno di noi incontra il dispiacere e il dolore probabilmente ogni giorno della sua vita. Facciamo i conti con la nostra mortalità e vediamo la mortalità degli altri, la nostra vita è fragile, come fragili sono tutte le vite. Ci sono molti momenti della vita in cui incontriamo il dolore della solitudine o la rabbia o l’odio. Tutti questi momenti ci invitano a coltivare un cuore in ascolto, a lasciar cadere la separazione e a essere presenti con tutti noi stessi. La compassione significa trovare la fine della sofferenza nel momento. Non significa che se ne vada tutto il dolore, non c’è una soluzione o una risposta a ogni conflitto o sofferenza di questo mondo, ma il dolore della separazione può finire e finisce in ogni momento in cui ci impegniamo a rivolgerci verso la difficoltà anziché distogliercene. Non ci è possibile fermare o controllare tutto in questo mondo, ma possiamo imparare a essere presenti, imparare a contenere questo momento, questa persona, noi stessi, in un ascolto a cuore aperto.
Quando incontriamo qualcuno che soffre o siamo noi a soffrire, la guarigione più importante che possa avvenire in quel momento per quella persona o per noi stessi è essere ascoltati, essere accolti, essere abbracciati con cuore aperto. Nel turbine del dolore non sono sempre necessarie le parole. Quello che è sempre necessario è un bisogno profondo di essere connessi. La sofferenza e il dolore vengono sorretti meglio con un quieto e comprensivo silenzio. Le parole e le risposte del coraggio e della saggezza, che sono quelle necessarie, nasceranno da quel silenzio molto più facilmente che non dall’agitazione o dalla disperazione. Riflettendo sulla nostra pratica e sulla nostra vita possiamo tutti imparare a esplorare questo spazio di silenzioso ascolto e di benvenuto. Dunque per noi la compassione non è solo accidentale, ma è una possibilità sempre disponibile. Non c’è una risposta e nemmeno una spiegazione soddisfacente per tutta la sofferenza e il dolore che esistono nella vita e non riusciremo mai a fermarli. Ma imparando a essere silenziosi e ad ascoltare in noi stessi, possiamo imparare i sentieri dell’azione saggia e della capacità di rispondere. Avere un cuore sconfinato non implica una resa della saggezza. La compassione ha bisogno della saggezza che sa cosa contribuisce alla sofferenza e cosa le mette fine. Ci sono molti momenti nella nostra vita in cui la compassione ha bisogno di prendere la forma di parole, di azioni, di scelte, la forma del coraggio e della saggezza. La maggior parte di noi sa che l’azione saggia nella vita nasce molto raramente dalla paura, dal biasimo o dall’odio. La compassione non è solo un’emozione o un sentimento. Contiene in sé sia la capacità di ascoltare che una profonda saggezza. La compassione libera la saggezza dal rimanere solo una buona intenzione e la saggezza salva la compassione dall’essere solo un’emozione. Un mistico cristiano disse: "A che serve aprire gli occhi se il cuore è chiuso?". Potremmo aggiungere: "A che serve aprire il cuore se gli occhi sono ciechi?".
Nutrire la saggezza e la compassione è un sentiero che ha inizio in qualsiasi momento ci rivolgiamo a ciò che è difficile anziché distogliercene. Con la meditazione si è dediti soprattutto ad avvicinarsi al momento presente, a questo momento. Nella pratica meditativa impariamo a stabilire la connessione con ‘ciò che è’, anziché seguire i sentieri del negare e dell’evitare, sentieri che imbocchiamo spesso per volare via da ciò che ci fa male o che ci sfida. Portare l’attenzione a ‘ciò che è’, in ogni momento, è il primo passo per imparare ad ascoltare e a essere silenziosi.
Tradizionalmente, la compassione viene coltivata in modo intenzionale, prima di tutto investendo di attenzione quei momenti e quelle circostanze di dolore o di sofferenza che sembrano essere inspiegabili e sconvolgenti e che per noi sono difficili da accettare o da comprendere. Ci interessiamo al bambino cha ha il cancro o che ha subito un abuso, ci interessiamo alla famiglia terrorizzata dalla guerra in un altro Paese. Prestiamo attenzione alla persona la cui vita è improvvisamente andata a pezzi. Prestiamo attenzione a quegli spazi di sofferenza in cui spesso ci sentiamo più indifesi e per cui non possiamo biasimare nessuno. Nel coltivare la compassione portiamo l’attenzione alla natura fragile di ogni esperienza della vita, alla sofferenza che proviene dall’invecchiamento, dalla malattia, dalla morte, dalla nascita. Tutti gli eventi della vita che comportano perdita, dolore, lutto e da cui nessuno è esente. Nel coltivare la compassione investiamo di attenzione anche quelle relazioni e quei punti di sofferenza e dolore in cui spesso ci abbandoniamo al biasimo. E portiamo anche attenzione a chi commette l’abuso, allo stupratore o all’oppressore e anche in questo caso è necessario porre fine alla separazione, lasciar andare la rabbia e il senso di separazione nel nostro cuore ed essere presenti con una semplicissima intenzione: "Che tu possa comprendere e guarire", "Che io possa comprendere e guarire". Questa investigazione e connessione intenzionale col dolore presente nel mondo è, in verità, un’investigazione del dolore e della sofferenza che incontriamo nella nostra vita e nel nostro cuore. Anche noi facciamo esperienza della sventura quando gli eventi e le circostanze si svolgono in modo imprevedibile, anche noi sperimentiamo la perdita, sofferenze e disperazioni inaspettate, anche noi ci sentiamo indifesi e impotenti in questa vita e, in verità, l’unico autentico rifugio per noi in questa fragile esistenza è nella nostra capacità di essere presenti e saldi. Certamente la compassione degli altri ci rincuora e ci sostiene; la compassione, il profondo impegno interiore a restare saldi al centro del dolore, è ciò che ci libera dal biasimo e dalla paura. Ci sono in noi anche zone difficili per le quali facilmente ci biasimiamo. Pronunciamo parole di cui ci pentiamo o agiamo in modi che offendono gli altri. Certe volte feriamo noi stessi con giudizi, severità e biasimo e ogni sorta di idee su come dovremmo comportarci nella vita. Qualsiasi strategia, libro, prescrizione non può essere un valido sostituto della compassione, del concedersi un momento per prestare ascolto ed essere silenziosi. Essere capaci di reggere le ondate di rabbia, di rimorso o di colpa senza giudizio. In questi momenti di silenzio interiore, impariamo una delle più profonde lezioni della vita: cosa conduce alla sofferenza e cosa conduce alla fine della sofferenza. Un cuore compassionevole non è un cuore idealizzato che non ha mai un pensiero rabbioso o una sensazione di avidità, che possono sorgere e di fatto sorgono, ma la compassione mantiene l’apertura per ascoltare quei sentimenti senza necessariamente concedergli di pilotarci. La compassione è una delle più grandi qualità trasformanti del cuore. I suoi peggiori nemici sono il dubbio e la paura. Abbiamo paura di essere vulnerabili e di venire sommersi, non ci fidiamo della nostra capacità di saper ricevere il dolore. Talvolta vediamo la separazione come un modo di proteggere noi stessi dalla vulnerabilità o dall’essere troppo aperti o feribili dagli altri. Ma possiamo capire dalla nostra vita che la separazione non ci protegge, ci toglie piuttosto la libertà. Coltivando la compassione impariamo a interessarci dei paesaggi del cuore. Impariamo ad apprezzare la forza delle nostre sensazioni, non per etichettarle come buone o cattive, ma per apprezzare il modo in cui caratterizzano la nostra esperienza del mondo. Qualcuno ci dice qualcosa di offensivo, ci sentiamo irritati, insultati. In un attimo quella persona diventa il nostro nemico, investito del potere di distruggere la nostra vita in quel momento. Un’altra persona dice qualcosa che ci fa piacere o che ci lusinga, ci sentiamo a meraviglia. Quella persona sembra avere il potere di renderci felici. Ma nella nostra vita c’è molto di più di questi effimeri momenti di ‘bene’ e ‘male’: fugaci sensazioni piacevoli e spiacevoli. È saggio dar loro il potere di determinare il nostro mondo? Non dovremmo mai sottovalutare il potere di questi sentimenti. Abbiamo bisogno di imparare a interessarci alla vita di questi sentimenti, a vedere come il nostro mondo si crei momento per momento attraverso quello che sentiamo verso un’altra persona, a sapere dove siamo noi, grazie all’interesse per la vita del cuore. Cominciamo anche ad imparare come sciogliere qualcuna delle nostre zone congelate e bloccate dalla paura e dalla resistenza. Possiamo imparare ad ammorbidire e a intenerire le immagini che abbiamo degli altri e di noi stessi. Possiamo cominciare a dissolvere la separazione e cominciare a comprendere che nel coltivare la compassione stiamo sempre scegliendo la libertà, anziché la sofferenza, che nell’imparare a coltivare la compassione onoriamo la semplice verità della nostra vita, che nella separazione c’è sofferenza e nell’interconnessione c’è pace.
***


D: Puoi dirci qualcosa di più sulla relazione tra la compassione e la paura, in particolare la paura del futuro?
R: Con questo tipo di paura non specifica, come è invece la paura di una persona o di un evento, è molto facile perdersi, pensando a cosa potrà succedere. E spesso in questi momenti di paura e di ansia, la mente non è nostra amica. Oscar Wilde disse che le cose più tremende della vita non accadono in effetti mai. Ma con la paura enumeriamo a noi stessi tutto il peggio che ci potrebbe accadere. Nei momenti di paura, la mente è una specie di vandalo psichico. Spesso la cosa più saggia, in quei momenti, è di creare, quanto più possibile, un senso di rifugio. La compassione per sé stessi consiste nell’imparare come non cadere nell’agitazione della paura. La compassione, come la gentilezza amorevole e l’equanimità, è una pratica oltre che una comprensione. È una pratica che utilizza frasi semplicissime o singole parole come modo per riconnettersi con l’intenzione della compassione. Utilizzare frasi semplici come: "Che io possa riposare nella paura", "Che io possa trovare la quiete dentro la paura", è un modo per imparare a trovare quel rifugio che ci libera dall’agitazione e dall’ansia. [...]
***
(traduzione a cura di Samira Coccone e Chandra Candiani)

domenica 8 novembre 2015

Grazie dei fiori. Poesia di gratitudine per amori finiti e digeriti


Grazie dei fiori
poesia di gratitudine per amori finiti e digeriti
di Maria Michela Altiero
***
Oggi potrei dirti: "Grazie dei fiori",
anche se certo l'avrò già fatto - figurarsi!
Erano i fiori
del nostro primo appuntamento e del terzo,
degli anniversari, delle feste, degli armistizi,
e di quelle altre volte che tu sai.
Mica quelli del mio funerale!
La voce ce l'avevo per ringraziarti.
E di certo l'avrò fatto.
Potrei dirti oggi: "Grazie solo dei fiori",
ed escludere dal discorso,
non per casuale dimenticanza,
i ruggiti, le bugie, i tradimenti,
gli sgarbi, i colpi bassi e i silenzi.
Oppure dirti: "Grazie non solo dei fiori",
ed aggiungere ai fiori gli anelli,
le cene, le risate, le notti di luna,
e le vacanze, i discorsi, le poesie.
Grazie per tutto questo però
te l'avrò certo già detto,
magari con gli occhi, i baci, le carezze,
se non testualmente a parole,
anche se la voce l'avevo, e un cuore,
e pure un filo di buone maniere
(ma su queste non giuro).
Non è di quei doni comunque
che devo ancora ringraziarti.
Non delle perle,
ma piuttosto dei sassi.
Quando tu me li hai dati,
io non sapevo che farne,
se non lanciarteli dietro,
o portarmeli come peso nel cuore.
Potrei dirti grazie oggi dell'intero pacchetto,
nel bene e nel male, così com'è stato.
Considerato che nessuno è perfetto, nessun amore lo è,
va bene, potrei dirti grazie così
e trattare l'amore come un cavallo donato.
Intanto i tuoi fiori sono appassiti - ma grazie ancora -
e gli anelli passati di moda - e sempre grazie.
Quella che ancora non conosci però
è la sorte dei sassi.
I tuoi sassi sono fioriti.
Quel peso nel cuore,
 alla fine non mi ha lasciata stecchita
- e non ci avrei tanto scommesso, a quel tempo!
Il cuore non ha ceduto,
non si è chiuso,
non si è fermato,
ma si è come dilatato.
E ora è diventato più capiente,
ha conosciuto un respiro più ampio,
e ha scoperto una musica nuova.
Forse per tutto questo oggi io dovrei dirti grazie
e dirti magari proprio così: "Grazie dei sassi".
Ma intanto i tuoi  sassi sono fioriti, lo vedi.
Così ancora mi trovo oggi a dirti: "Grazie dei fiori",
anche se è la prima volta che te lo dico così.

***
Questa poesia, pur essendo scritta in prima persona, non è una poesia personale, nel senso che non è rivolta a una specifica persona, a un destinatario reale, né parla specificamente di me e della mia vita.
È scritta in questo modo, per semplificare. Ma è una poesia dedicata a tutti i nostri amori finiti, in generale, senza distinzioni.
Cosa ci resta di questi amori?
L'impressione che a volte possiamo avere, quando una storia finisce, è che si trattasse evidentemente di una storia sbagliata (altrimenti, diciamo, sarebbe durata per sempre!). A volte possiamo vivere un senso di fallimento o anche di colpa. Altre volte ancora possiamo sentirci disorientati, traditi o abbandonati. Comunque sia, non piace a nessuno l'amore quando finisce. È  una perdita, una faccenda spiacevole.
Ma intanto finisce. Proprio come tutte le cose del mondo.
Ne sarà valsa la pena?
Certo la gente continua a innamorarsi, a sposarsi. E poi anche a separarsi, a divorziare, a volte a riconciliarsi.
Ma quando finisce davvero, cosa ci resta di una storia, da poter dire che ne è valsa la pena?
A volte si resta buoni ex, certo. Ma non intendevo questo.
Cosa resta davvero a noi, dentro di noi, come ricchezza, quando un amore finisce?
Qualcuno conserva come preziosi i ricordi dei tempi buoni. E va bene. Se è per questo, ci sono anche effetti positivi concreti che a volte permangono di quei tempi buoni: i figli, la casa, qualche regalo, e anche altro.
Il primo "Grazie dei fiori" come il "Grazie non solo dei fiori", nella poesia, si riferiscono a quello.
A tutto il bene che comunque c'è stato. Perché negarlo? Possiamo comunque esserne grati alla vita e forse  anche al nostro ex, se non ci costa troppa fatica.
Ma tutto il male della storia, tutti i sassi, i pesi lasciati nel cuore, potranno mai considerarsi ricchezza anche quelli?
Qui la poesia prova a dire due cose.
Una è grazie oggi dell'intero pacchetto, nel bene e nel male, così com'è stato.Considerato che nessuno è perfetto, nessun amore lo è.
Questa è l'immagine di una posizione di indulgenza a cui possiamo a volte arrivare col tempo quando la distanza raffredda gli animi e ridimensiona le situazioni.
L'altra invece è "Grazie dei sassi." Ma intanto i tuoi  sassi sono fioriti. 
E questo è l'aspetto delle nostre sfide vinte, e non tanto con l'altro o contro l'altro, ma proprio con noi stessi.
Che ne abbiamo fatto delle nostre esperienze difficili?
Quali risorse abbiamo dovuto attivare dentro di noi, per attraversare il dolore ed uscirne?
Le risorse che nei momenti difficili si attivano ed emergono dentro di noi sono come sassi che fioriscono: da un peso opprimente nasce il germoglio del cambiamento.
E un cuore  più capiente, con un respiro più ampio e una musica nuova, può essere grato alla vita di tutto ciò che lo ha portato a espandersi e a crescere.
Compreso un amore finito e ormai digerito.

***








martedì 3 novembre 2015

Mindfulness per la riduzione dello stress - Evento gratuito per la Settimana del Benessere Psicologico in Campania


Dal 9 al 15 novembre 2015 si terrà la sesta edizione della Settimana per il Benessere Psicologico in Campania, che vede coinvolti in tutta la regione Psicologi ed Istituzioni nel comune intento di avvicinare le persone alle tematiche psicologiche attraverso eventi gratuiti di informazione e consulenza.
La tematica di questa edizione, che fa da filo conduttore tra tutte le iniziative organizzate sul territorio regionale, è la conciliazione tra i tempi della vita privata ed i tempi della vita lavorativa, certamente più semplice in città a misura di cittadino, che offrono preziosi servizi di supporto.
La tematica è molto ampia ed offre parecchi spunti di riflessione. Infatti sono tanti e vari gli incontri organizzati su tutto il territorio della Campania per sviluppare l'argomento. Chi volesse consultare la  brochure completa di tutte le iniziative in programma, può scaricarla collegandosi al sito dell'Ordine degli Psicologi della Campania (www.psicamp.it) oppure sfogliarla online cliccando qui.
In particolare Torre del Greco si conferma anche quest'anno Città Amica del Benessere Psicologico con due eventi in programma, fissati rispettivamente per il 10 ed il 14 novembre.
L'evento del 14 novembre si terrà presso il mio studio alle ore 18.30 e sarà dedicato alla mindfulness, cioè alle pratiche di consapevolezza di cui tante volte abbiamo parlato su questo blog, rivelatesi molto efficaci per la riduzione dello stress come diverse evidenze scientifiche hanno ormai dimostrato.
Per quanto una città sia efficiente ed organizzata, del resto, una certa quota di stress ci spetta comunque quando siamo alle prese con la difficile arte di conciliare vita lavorativa e vita familiare.
Per cui, mentre auspichiamo con tutto il cuore che le nostre città diventino sempre più vivibili e di supporto ai cittadini, consideriamo seriamente la possibilità di diffondere sempre di più anche la cultura della consapevolezza tra i cittadini stessi. Strumenti preziosi e semplici come le pratiche di mindfulness infatti possono essere una risorsa enorme, da coltivare e diffondere, perché non c'è ambito della vita personale, lavorativa e sociale che non possa trarre giovamento da dimensioni di maggiore consapevolezza individuale e collettiva.
Chiunque fosse interessato a partecipare all'evento del 14 novembre (che avrà un taglio informativo ma soprattutto esperienziale, perché le pratiche si comprendono solo praticandole), potrà contattarmi  telefonicamente al n.388.8257088. Il numero dei posti disponibili è limitato, per cui è necessario prenotarsi per partecipare.
Chi desidera essere sempre invitato agli eventi che organizzo, può chiedere l'amicizia al profilo degli eventi su facebook (Ciòchesimuove Noncongela Eventi - clicca qui).
Chi vuole connettersi a questo specifico evento su Facebook, può andare invece al link: https://www.facebook.com/events/108586992837009/

***




lunedì 12 ottobre 2015

Mindfulness psicosomatica. Sentire il corpo che vibra con i suoni


Il protocollo PMP (Protocollo di Mindfulness Psicosomatica) del Progetto Benessere Globale-Gaia prevede che in ognuno dei nostri  incontri di gruppo il momento propriamente dedicato alla Mindfulness - cioè  alla consapevolezza interiore presente, silenziosa, delicata e rilassata - sia preceduto da due momenti introduttivi:
  • un primo momento che è di presentazione del tema del giorno e  che serve a nutrire, e anche un po' a placare,  la nostra mente razionale (quella parte di noi che ama capire dove si va prima di partire, diffida un po' di ciò che non capisce e insomma vuole accostarsi alle nuove esperienze con cognizione di causa);
  • e un secondo momento che è di preparazione-attivazione e che serve appunto ad attivare la nostra percezione corporea interna, ci aiuta ad abbandonarci alle sensazione del corpo e prepara il campo alla reale esperienza della consapevolezza (Mindfulness) psicosomatica.
In questo secondo momento, facciamo delle pratiche leggere - ma anche potenti - che hanno una funzione per così dire di richiamo: richiamano cioè la nostra attenzione sul nostro corpo sentito dal di dentro.
Una di queste tecniche consiste nel produrre dei suoni e sentire, mentre li produciamo, come vibrano (oppure non vibrano) le diverse zone del nostro corpo.
Personalmente considero questa tecnica molto interessante e utile, specialmente per quelli tra noi che hanno difficoltà ad entrare in contatto con le proprie sensazioni corporee e a sentire quindi quanto è vivo (e vibrante di vita) il proprio corpo.
A volte, nell'uso comune, si tende a dire che è buon segno se non sentiamo il nostro corpo: vuol dire che non c'è niente che non va.
Questo modo di pensare la dice lunga sul livello di malessere fisico che dobbiamo raggiungere prima di deciderci a prenderci cura di noi stessi.
Il nostro corpo deve proprio contorcersi, ammalarsi, bloccarsi, prima che noi cominciamo ad ascoltarlo?
Quando si pratica la Mindfulness Psicosomatica con costanza e per un certo periodo di tempo, un po' alla  volta l'esperienza di essere vivi smette di essere una cosa che passa inosservata: lo sentiamo che siamo vivi e diventiamo anche capaci di godere del semplice fatto che il nostro corpo è vivo, è sano, sta bene.
E questo è molto diverso dal dire di non sentire il corpo e dedurne quindi che sta bene!
Ma torniamo agli esercizi con i suoni.
Questi possono essere fatti a vari livelli di complessità, intensità, durata.
Il protocollo base (primo ciclo di 12 incontri) del Progetto Benessere-Globale Gaia prevede solo due incontri con la tecnica dei suoni, cioè due semplici esercizi della durata di circa dieci minuti ciascuno.
Volendo, è possibile approfondire la tecnica dei suoni con altre meditazioni più lunghe e complesse, per esempio con la "Meditazione dei tre suoni"  e la "Meditazione dei Sette suoni", entrambe scaricabili dal sito del progetto Benessere Globale-Gaia.



***







martedì 6 ottobre 2015

Mindfulness Psicosomatica. Il gruppo nato oggi


Oggi si è riunito per la prima volta, a Torre del Greco, il primo gruppo da me condotto nell'ambito del Progetto Benessere Globale - Gaia  .
Spero di riuscire a pubblicare questo post  prima di mezzanotte (pur avendo cominciato a scrivere alle 23...) perché resti una traccia di questa data importante sul blog.
Se scriverò poche parole, lascerò che siano poche parole. Dopotutto per dire che si è posta una prima pietra... basta una sola pietra.
Stasera, appena cominciata la riunione, noi tutti abbiamo costruito una piccola opera collettiva: una sorta di  testimone del gruppo. 
Si tratta dell'oggetto rappresentato nell'immagine iniziale di questo post: un pezzo di legno che tiene insieme quattordici tra nastrini e cordicelle. Quattordici come noi.
Ogni membro del gruppo, infatti, ad apertura dei lavori, ha scelto una cordicella o un nastrino, l'ha legato al legno pronunciando il suo nome e si è presentato così agli altri.
E' stato un rituale di fondazione del gruppo con un suo valore simbolico. 
Dopotutto siamo davvero tutti diversi, come i nastrini e le cordicelle che abbiamo scelto. Eppure stiamo tutti insieme nel gruppo, a fare un unico discorso. Ognuno porta se stesso come entità separata dagli altri, ma stando insieme creiamo una dimensione che da soli non potremmo raggiungere (già l'esercizio dei suoni non sarebbe stato lo stesso con una voce sola...)
Devo dire che questo è proprio un bel gruppo, molto partecipe, molto vibrante, molto presente. 
So bene cosa significhi partecipare a questi gruppi e come possa essere coinvolgente come esperienza personale (a volte gradevole, a volte no).
Sono stata io stessa una partecipante in gruppi del genere. Lo sono tuttora, e potrei esserlo per sempre. Non c'è mai fine alla possibilità di sviluppare e affinare la consapevolezza. 
All'inizio delle mie esperienze con i gruppi che praticavano la mindfulness, ricordo che pativo un po' la neutralità del mio primo istruttore, quel suo non applaudire e non criticare, quel suo intervenire solo con domande tese a chiarire e precisare, così senza aspettative... come a non fare mai il tifo per nessuna squadra, tra le tante possibili nel mondo delle sensazioni, delle emozioni, dei pensieri; come se non gli importasse chi l'avesse vinta nel nostro cuore, se "i buoni" o "i cattivi"; come se non vivesse come un successo il fatto che le sue meditazioni ci dessero pace, né come fallimento il fatto che le trovassimo sgradevoli.  (Poi magari restavo stupita quando, incontrandolo casualmente per strada, si mostrava contento se gli dicevo che me la passavo bene o dispiaciuto se gli esponevo un problema...)
Stasera che questa neutralità faceva parte del mio ruolo, un pochino ho cercato di spiegarla anche ai presenti. Non tanto perché mi pesasse (accorgermi che un po' mi pesava e non "reagire" rientrava tra i miei esercizi di mindfulness...), ma perché  la neutralità era un atteggiamento che dovevano assumere anche gli altri membri del gruppo quando ascoltavano qualcuno che esponeva la sua esperienza.
In questi gruppi infatti pratichiamo un'arte particolare: l'arte di portare intenzionalmente l'attenzione a tutto ciò che c'è (a ciò che troviamo durante i nostri esercizi e le nostre pratiche), accettandolo così com'è, senza giudizio, e lasciando andare qualunque desiderio che le cose stiano diversamente da come stanno.
Quest'assenza di giudizio la pratichiamo sia verso noi stessi (e verso le nostre sensazioni, emozioni, pensieri che via via emergono) sia verso le esperienze altrui quando c'è condivisione.
E non è mai mancanza di interesse o di partecipazione.
Al contrario. L'interesse è altissimo. E la partecipazione c'è.
Solo che non c'è niente che venga considerato giusto o sbagliato.
Tutto viene benevolmente accolto e accettato per come è.
Se c'è dolore, si sta col dolore.
Se c'è ansia, si sta con l'ansia.
Se c'è confusione, si sta con la confusione.
Se c'è gioia, si sta con la gioia.
Se c'è sonno, si sta con il sonno.
Se c'è pace, si sta con la pace.
***
Ora però che la sessione di gruppo è finita, e prima che scocchi la mezzanotte (che ci siamo quasi...),  voglio dire un grazie di cuore a tutti i membri di questo bel gruppo, per la loro attiva presenza, per la loro capacità (non semplice) di mettersi subito in gioco e per essere entrati sin dal primo momento nello spirito della mindfulness psicosomatica e del progetto Benessere Globale - Gaia.
E' molto bello aver cominciato a lavorare con voi.
Che ciò che abbiamo seminato stasera possa crescere e prosperare, e dare frutti preziosi per ciascuno di noi e  per l'intero gruppo.
***

sabato 26 settembre 2015

Ascoltare le emozioni che sussurrano (o gridano) nel corpo

Alzi la mano chi conosce formule universali per descrivere cosa si prova quando si vive un'emozione.
Gli esperti potrebbero dirci che le emozioni ci predispongono ad agire in un certo modo e ad assumere determinati atteggiamenti.
Rabbia, tristezza, paura, disgusto, senso di colpa, sorpresa, gioia, amore ci spingono infatti a comportarci in modi  particolari e anche ad assumere determinate posture, espressioni del viso, toni di voce e così via.
Potrebbero dirci che le emozioni si manifestano con alcuni cambiamenti a livello fisico. Per esempio cambiamenti di tipo neurologico (che coinvolgono il cervello e il sistema nervoso), di tipo cardiovascolare (che coinvolgono il cuore e il sistema circolatorio), di tipo ormonale (che coinvolgono cioè i messaggeri chimici che circolano nel nostro sangue).
E se ci dicessero anche che tutti questi eventi fisici possono essere  misurati con apposite  apparecchiature?
Ci basterebbe una lettura di questo tipo per descrivere le nostre esperienze emotive per come le viviamo  realmente noi, standoci dentro?
Credo che non ci basterebbe.
A meno che la macchina in questione non fosse così ben fatta da prendere questi dati,  elaborarli ben bene, e  alla fine tirarne fuori una poesia, una canzone, un romanzo o un dipinto che sia calzante per noi, capace di riflettere ciò che realmente abbiamo provato, cosa davvero abbiamo sentito, stando dentro al nostro corpo vivo ed emozionato.
Che non è certo un fatto di numeri e misure.

Vissuta dal "di dentro" un'emozione è un'esperienza intima e personalissima, che a volte abbiamo noi stessi  difficoltà a decifrare, descrivere, nominare. A volte abbiamo un sentire confuso, che al massimo possiamo descrivere per categorie ampie, tipo "sto bene/sto male", "esperienza gradevole/sgradevole".
Durante gli esercizi di  consapevolezza psicosomatica la nostra attenzione viene portata alle sensazioni del corpo con un ascolto gentile, attento, non giudicante, pronto ad accogliere tutto ciò che c'è così com'è.
Impariamo così a sentire anche le tensioni ed i blocchi che ci sono nel nostro corpo, a riconoscerli, ad esplorarli, dedicando loro attenzione, interesse, cura. Così facendo può emergere in noi una maggiore consapevolezza anche dei nostri stati emotivi. Possiamo contattare emozioni negate, azzittite e bloccate nel corpo, e che finalmente hanno la possibilità di essere riconosciute, accettate, espresse e condivise.
A volte troviamo subito le parole per dare un nome alle nostre emozioni. Altre volte abbiamo bisogno di forme espressive diverse, che precedono l'elaborazione cognitiva e sono più immediate, come per esempio il disegno.
Quando abbiamo a che fare con le nostre emozioni difficili e dolorose, potremmo non avere tutta questa gran voglia di avvicinarci ad esse, osservarle e vedere di cosa sono fatte. Anzi, magari proprio il contrario! Probabilmente il nostro primo desiderio è di liberarcene al più presto, allontanarle da noi e dimenticarle in fretta.
Questa è una reazione umana e comprensibile. A nessuno piace vivere esperienze sgradevoli. E non c'è niente di male nell'evitarle, piuttosto che andarsele a cercare.
Il male comincia a sussistere quando l'evitamento di un'emozione difficile (come di un qualunque altro problema) diventa un modo per negarne l'esistenza. Questo atteggiamento non solo non  risolve il problema, ma rischia di farlo peggiorare. Infatti le nostre emozioni ci appartengono e negare ad esse ascolto è negare ascolto a noi stessi.
Immaginiamo che provare un'emozione sgradevole sia come sentire un bambino che piange e urla.
Nessuno vorrebbe sentirlo! Eppure è da irresponsabili far finta di niente o intimargli semplicemente di stare zitto perché ci dà fastidio. Avere cura di noi stessi e delle nostre emozioni difficili è un po' come avvicinarsi al bambino che strilla, chiedergli perché piange, prestare attenzione a ciò che ha da dire e  mostrare un interesse compassionevole e benevolo verso di lui e verso ciò che prova .
Accettare la sofferenza dell'anima, lasciar fluire le emozioni difficili dentro di noi, e prestare ad esse un ascolto attento e non giudicante, significa esprimere verso noi stessi un'attenzione sollecita e accogliente, e compiere così il primo e imprescindibile passo verso la cura e la guarigione.
A questo punto può acquistare senso anche il dolore e divenire una via di accesso per la comprensione di qualcosa di significativo che riguarda noi stessi e la nostra vita.
***


***
MINDFULNESS PSICOSOMATICA

Pratiche di consapevolezza psicosomatica

per la salute del corpo e della mente
a Torre del Greco
presso Studio di Psicologia
Dr.Maria Michela Altiero

via G.Marconi n.35 - 388.8257088
 per informazioni clicca qui




lunedì 21 settembre 2015

MIRACOLI - Poesia di WALT WHITMAN


Perché la gente fa tanto caso ai miracoli?
Quanto a me, io non conosco altro che miracoli.
Che io passeggi per le strade di Manhattan,
o getti lo sguardo al di sopra dei tetti verso il cielo,
o sguazzi a piedi nudi lungo la spiaggia sul limitare delle onde,
o sosti sotto gli alberi nei boschi,
o parli di giorno con qualcuno che amo,
o giaccia nel letto di notte con qualcuno che amo,
o sieda a tavola a cena con gli altri,
o guardi gli estranei che mi stanno di fronte nel treno,
o osservi le api indaffarate attorno all’alveare in un mattino estivo,
o gli animali che pascolano nei campi,
o gli uccelli, o l’incanto degli insetti nell’aria
O il meraviglioso spettacolo del tramonto, o degli astri splendenti silenziosi e lucenti,
O la squisita delicata curva della luna nuova in primavera;
Queste cose con altre, ciascuna e tutte,
sono miracoli per me,
E, pur riferendosi al tutto, ciascuna sia distinta, e al proprio posto.
Per me ogni ora di luce e di tenebra è un miracolo,
Ogni pollice cubico di spazio è un miracolo,
Ogni miglio quadrato della terra è seminato di miracoli,
Ogni piede dell’interno della terra è affollato di miracoli.
Un continuo miracolo è per me il mare,
E i pesci che vi nuotano – e gli scogli – e il movimento delle acque
– e le navi e gli uomini che vi sono a bordo:
Quali miracoli più straordinari di questi vi sono?
***

domenica 6 settembre 2015

In partenza a Torre del Greco il primo ciclo di incontri di benessere psicofisico del Progetto Benessere Globale - Presentazione 29 settembre 2015 ore 18



INCONTRI DI
BENESSERE PSICOFISICO
 tecniche di consapevolezza psicosomatica per la salute del corpo e della mente

Progetto “BENESSERE GLOBALE” per la promozione del benessere personale, promosso dall’Istituto di Psicosomatica PNEI dell’associazione aps Villaggio Globale e accettato e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.


Presso: STUDIO DI PSICOLOGIA
 DR. MARIA MICHELA ALTIERO
Via GUGLIELMO MARCONI N.35 – TORRE DEL GRECO


Negli incontri di Benessere Psicofisico si sperimentano tecniche dolci di consapevolezza psicosomatica, lavoro sul corpo, energetica, respirazione e meditazione utili per ridurre lo stress, l’ansia e la depressione, che appesantiscono il cuore, creano tensione nervosa e muscolare e ci tolgono il piacere di vivere. Numerose ricerche scientifiche confermano l’efficacia di queste tecniche.
Negli Incontri di Benessere Psicofisico si prende consapevolezza dei propri blocchi psicosomatici e si impara a trasformarli.
Quando la mente si libera, il corpo si rilassa e ricomincia il piacere di vivere.


Il laboratorio sarà condotto da: Maria Michela Altiero, psicologa, counselor, life coach

formata presso Il Villaggio Globale di Bagni di Lucca per l’applicazione del

Protocollo del Progetto Benessere Globale - Gaia 2015


Per informazioni e prenotazioni contattare il n.388.8257088

***

Come vi avevo preannunciato, ecco in partenza il primo ciclo di incontri del Progetto Benessere Globale - Gaia, qui sul territorio vesuviano.
Chi volesse altre notizie sul Progetto, può rileggere il post del 2 settembre, dove troverà ogni utile riferimento a riguardo (cliccare qui).
Una cosa da chiarire bene è magari questa: il progetto è concepito per raggiungere persone di diverse fasce d'età, per cui esistono degli adeguamenti dello stesso protocollo secondo che ci si rivolga a bambini, adolescenti, adulti.
Gli incontri di questo primo ciclo, che si svolgeranno presso il mio studio il martedì sera alle ore 18, a partire dal mese di ottobre, sono rivolti esclusivamente agli adulti. 
Si tratta della prima applicazione del protocollo nel territorio vesuviano ed ho piacere di presentarla ad un pubblico adulto per diffondere il senso e l'importanza di queste pratiche prima di tutto tra  loro.
Solo sperimentandole in prima persona, infatti, si possono realmente comprendere. E solo comprendendole si può avere fiducia nella loro efficacia e anche nell'importanza di diffonderle tra le nuove generazioni con un'azione capillare di educazione alla consapevolezza nelle scuole di ogni ordine e grado.  
I dirigenti scolastici, i docenti, i genitori e chiunque altro sia interessato all'argomento può contattarmi in privato per maggiori delucidazioni sulle attività dedicate ai più giovani, ma anche - perché no? - partecipare a questo primo ciclo di incontri riservato agli adulti. 
Questa può essere un'occasione per dedicare un po' di tempo e attenzione anche a sé stessi, avvicinandosi ad un mondo di sane pratiche che possono migliorare il loro benessere psicofisico,  ridurre lo stress, l'ansia e la depressione, e liberare  quella saggezza di corpo e mente che rende il mondo adulto un riferimento più stabile e affidabile anche per i giovani e i bambini che con esso si relazionano.
***
Ricordatevi di prenotarvi telefonicamente.
Inoltre, se volete essere sempre aggiornati sugli eventi che organizzo, chiedete l'amicizia al profilo Facebook degli eventi Ciòchesimuove Noncongela Eventi (clicca qui)


mercoledì 2 settembre 2015

EVENTI IN PROGRAMMA: MINDFULNESS PSICOSOMATICA - PROGETTO BENESSERE GLOBALE - GAIA. Un programma di educazione alla consapevolezza globale


Cari amici,
eccoci di nuovo insieme dopo un mese di silenzio.
Potreste avermi immaginata in vacanza da tutto, compreso questo blog, e un po' ci avreste azzeccato. Le mie sacrosante ferie, infatti, me le sono prese anch'io (non si pensi che predico bene e razzolo male...).
Devo anche dirvi però, all'onor del vero, che negli ultimi dieci giorni di agosto, fortificata dal meritato riposo e incoraggiata da una borsa di studio, mi sono tuffata in un ritiro di formazione intensiva (110 ore in 10 giorni...)  per gettare le basi di una nuova importante iniziativa.
Faccio parte infatti di un gruppo di psicologi selezionati e formati per diffondere su tutto il territorio nazionale un Protocollo di Mindfulness Psicosomatica (PMP) rientrante in un progetto approvato e finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e sostenuto dall'UNESCO.
Il progetto in questione, che si chiama  PROGETTO BENESSERE GLOBALE - GAIA, è stato ideato e sviluppato da un'equipe di docenti, professori universitari, educatori, psicologi e medici dell'Istituto di Psicosomatica PNEI dell'Associazione di Promozione Sociale Villaggio Globale di Bagni di Lucca ed è  un programma di educazione alla consapevolezza globale e alla salute psicofisica, che ha come destinatari bambini, giovani e adulti, con particolare attenzione alle persone disagiate e a rischio.
Il progetto è rivolto ai gruppi e verrà presentato sia nelle  scuole sia in altre strutture pubbliche e private.
Conto di presentarlo inoltre anche presso il mio studio (per notizie sul primo incontro clicca qui), dove partirà al raggiungimento di un numero minimo di partecipanti (almeno 14 persone). Chiunque sia interessato, e desideri informazioni e chiarimenti, può contattarmi telefonicamente al numero 388.8257088. 
A seguire troverete altre notizie sul progetto, ed un  breve (ma esauriente) video di presentazione.
 ***.
  • I Dirigenti Scolastici che volessero leggere una presentazione più completa e formale del progetto stesso, nella sua parte propriamente dedicata alle scuole, possono cliccare qui.



  • Gli altri soggetti interessati al Progetto Benessere Globale anche al di  fuori della dimensione scolastica, possono consultare il sito del Progetto Generale cliccando qui.



***
VIDEO DI PRESENTAZIONE:

Notizie e informazioni estrapolate dalla documentazione che correda il progetto.

"I dati nazionali ed internazionali sullo stato di salute della popolazione - si legge nell'introduzione al Protocollo del Progetto Benessere Globale Gaia - evidenziano un crescente malessere dovuto al peggioramento delle situazioni economiche e sociali (Rapporto Bes, Cnel - Istat 2014), un aumento dello stress, dell'ansia e della depressione  negli adulti (dati Istat e Passi) e negli adolescenti (dati Health for the World's Adolescents international survey), un incremento del malessere psicofisico dei bambini (dati Emergenza Italia - Telefono Azzurro, 2012), un aumento della violenza famigliare e di genere sulle donne e sulle giovani (dati Eures, 2014). Questo malessere si riflette sui giovani e sugli adulti generando stress, disagio psicosomatico, aggressività, isolamento e depressione; disturbi che l'OMS, l'Organizzaione Mondiale della Sanità, ha definito come le "malattie del nostro tempo".




La finalità del Progetto Benessere Globale Gaia è di promuovere un programma educativo che ponga al centro lo sviluppo di una consapevolezza globale di sé stessi e del pianeta e che dia le basi etiche, scientifiche e umane per essere cittadini creativi della società globalizzata in cui viviamo. 


Gli obiettivi pratici del Progetto Benessere Globale Gaia in sintesi sono: 
1. Sviluppare una maggiore consapevolezza psicosomatica di Sé (corpo ed emozioni);
2. Migliorare il benessere psicofisico riducendo lo stress, l’ansia e la depressione;
3. Migliorare il rendimento scolastico aumentando l’attenzione e la presenza, e riducendo l’irrequietezza e la tensione;
4. Gestione delle emozioni e contenimento della reattività e degli impulsi (autoregolazione)
5. Migliorare il clima e la cooperazione del gruppo classe;
6. Offrire una base di informazioni etiche, scientifiche e culturali per una cittadinanza globale;
7. Educazione all’interculturalità e ai diritti umani per una cittadinanza globale (UNESCO).
A tal fine i destinatari del Progetto Benessere Globale Gaia apprenderanno, in un percorso di 12 incontri (eventualmente estensibile fino a 24 incontri) pratiche di consapevolezza di sé, di benessere psicofisico e di intelligenza emotiva tese ad attivare le risorse personali e a migliorare la fiducia in se stessi, in modo da relazionarsi positivamente con gli altri e con la società in trasformazione. Il percorso integra aspetti esperienziali ed aspetti informativi 
***
Gli effetti delle pratiche di consapevolezza utilizzate nel Progetto Gaia sono stati validati scientificamente da numerose ricerche psicologiche e cliniche internazionali che provano l’efficacia di queste pratiche per la riduzione dello stress, dell’ansia e della depressione, per il miglioramento del benessere psicofisico, della stima di sé e anche per il miglioramento dell’attenzione, della concentrazione e del rendimento scolastico .

Le basi scientifiche del protocollo
Il Progetto Benessere Globale - Gaia, al fine di sviluppare una reale consapevolezza globale, prevede un protocollo articolato in quattro principali aree educative che corrispondono alle principali dimensioni neuropsicologiche umane:
- in giallo la consapevolezza di sé, che corrisponde alla funzione centrale del cervello,
- in rosso la consapevolezza corporea-emotiva del cervello sottocorticale
- in blu la consapevolezza scientifica dell’emisfero razionale
- e in verde la consapevolezza etica dell’emisfero intuitivo.
La comprensione integrata di queste quattro dimensioni porta ad una consapevolezza globale, che integra la dimensione personale con le dimensioni sociali e culturali.
***
***