sabato 16 novembre 2013

Anni che fanno domande, anni che danno risposte

Se è vera la bella frase di Zora Neale Hurston, secondo cui "Ci sono anni che fanno domande e anni che rispondono", forse siamo ancora in tempo, prima della fine dell'anno, a tirare fuori tutte le domande necessarie perché questo sia l'anno delle domande ed il prossimo quello delle risposte.
È a questo tema che si ispira il post di oggi, che richiedeva un breve preambolo, visto che parla della fine dell'anno, che in sé e per sé non arriverà prima di quaranta e più giorni (mentre noi, intanto, prepareremo il terreno alle risposte...) 

Chiudere un anno ed aprirne un altro è sempre come varcare una soglia: foss'anche una soglia interiore, simbolica, che ha a che fare più con ciò che accade dentro di noi che con quello che accade sul calendario del mondo.
Immaginate che alla vostra casa venga aggiunta  un bel giorno una stanza in più.
Bene, il passaggio dall'anno vecchio all'anno nuovo è un po’ come varcare la soglia di quella stanza.
Ci sono persone la cui casa è talmente ingombra di cianfrusaglie da considerare la stanza nuova un semplice prolungamento di tutto il resto (e quindi destinata ad essere l’ennesimo deposito di ciarpame).

Come a loro così anche a noi potrebbe sembrare che l’anno nuovo, prima ancora di essere cominciato, sia già ipotecato e oppresso dai problemi che ci trasciniamo dietro dall’anno vecchio.
Per essere in qualche modo godibili, come contenitori di buone novità, sia la nuova stanza sia il nuovo anno richiedono un lavoro preparatorio di selezione, pulizia, sgombero, riordino, riorganizzazione.
Un lavoraccio, insomma.
Quel tipo di lavoracci che non si possono nemmeno delegare, perché, nel fare ordine in una casa, come nel fare ordine nella nostra vita, ci sono scelte che nessuno può fare al posto nostro (tipo - nella casa -: "lo regalo o non lo regalo il costosissimo pullover di cashmere che mi fa sembrare un vecchio tricheco?", o tipo - nella vita-: "lo lascio o non lo lascio il fascinosissimo amante, che mi tiene sulla corda da tre anni ed ora ha messo pure in cantiere - dice per sbaglio - il terzo figlio con la moglie?").
Insomma, a volte decidere di rifondare un'area insoddisfacente o trascurata della nostra vita è proprio  imbarcarsi in un'avventura.
Ci sono quelli che per natura sono più avventurosi e quelli che per natura rifuggono dall'avventura, a costo di schermarsi dai problemi della propria vita con un sistema molto spiccio: la negazione. Invece di fare un faticoso inventario di ciò che funziona e di ciò che non funziona nella mia casa, o nella mia vita, ficco tutto così com’è dentro una stanza e chiudo la porta a chiave. Magari là per là ho anche una parvenza d’ordine intorno a me, e  l’impressione che il problema, per il fatto che non si vede, non ci sia. 
Ma, che ci piaccia o no, la verità è un'altra.
Un problema se c'è, c'è: non vale a nulla negarlo.
Ciò che non si vede, infatti, se c’è, comunque si sente (eccome, se si sente!).
Immaginate che le cianfrusaglie rinchiuse nella stanza (il vostro sopradetto pullover o la vostra calpestata dignità) comincino un bel giorno a battere i pugni sulla porta, perché rivendicano il diritto di essere presi in considerazione da voi.
Lo sentite il rumore dei pugni?
Bene, vi consiglio di farci caso e di non mettervi i tappi nelle orecchie. Perché altrimenti il pullover e la dignità, assieme al resto delle questioni sospese, batteranno ancora più vigorosamente su quella porta, finché le mura di casa vibreranno con tale violenza che non potrete più fare finta di niente, e vi toccherà comunque affrontare la situazione in qualche modo (fosse anche con i pompieri o con uno psichiatra).
Nei percorsi di life coaching aiuto le persone a trovare la forza di mettere ordine nelle aree  insoddisfacenti della loro vita: a fare un bell'inventario di quello che c'è dentro, a decidere cosa buttare e cosa tenere, ma soprattutto a fare spazio al nuovo che verrà e che ora è già presente come pura potenzialità in attesa di essere vista, desiderata e  coltivata.
La parte più bella e stimolante di un percorso di life coaching, infatti, (quasi magica, secondo alcuni) non è tanto quella della "riordinata" preliminare - che pure ci vuole, figuriamoci - ma piuttosto quella della creazione del nuovo, della costruzione del futuro che vogliamo, il cui inizio si fonda sempre su una specie di atto di "pre-veggenza".
Infatti, se vogliamo fare della nostra vita la nostra opera d’arte, dobbiamo fare proprio come un artista vero: vedere l’opera nella nostra mente, prima ancora di dipingerla sulla  tela o scolpirla nel marmo.
E solo dopo averla vista, desiderata, riconosciuta come la vita per cui sentiamo di essere nati, possiamo finalmente  passare alla fase successiva, e chiederci: come si fa ad arrivare fin là?
Le risposte a questa domanda all'inizio possono sembrarci molto difficili da trovare, ma a un certo punto esse cominciano a venirci alla mente con una maggiore facilità.
La nostra mente, infatti, si organizza per trovare le soluzioni che cerchiamo, quando abbiamo chiarito a noi stessi cosa realmente cerchiamo; ci rende più attenti alle occasioni, alle opportunità, alle strade e agli incontri che possono favorire la realizzazione del nostro desiderio.  Questo stesso desiderio, poi, ci caricherà di preziosa energia rendendoci capaci di affrontare le difficoltà e le sfide con maggiore grinta e fiducia in noi stessi.
Valutate perciò seriamente la possibilità di avvicinarvi a un percorso individuale o collettivo di life coaching, in prossimità della fine dell'anno. 
Consideratelo il miglior regalo di Natale che possiate fare a voi stessi. 
Dopo tutto, anche per tradizione, la fine di un anno è un momento simbolicamente propizio per disfarsi del vecchio e gettare i semi del nuovo.
A me è sempre piaciuto avviarmi verso il nuovo anno con un sogno nel cuore.
Portatemi i vostri sogni... e quest'anno brinderemo insieme!
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domenica 10 novembre 2013

Il "capo espiatorio": un mantello per le nostre... cicatrici di guerra

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"Si diventa grandi sulla propria pelle
sulle proprie palle
 e su poche stelle."
(Roberto Vecchioni)

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"E' una buona idea ... calcolare l'età
non in base agli anni
 ma in base
 alle cicatrici di guerra.
«Quanti anni hai?»,
 mi chiedono talvolta.
Ed io rispondo:
 « Ho diciassette
 cicatrici di guerra»." 
(Clarissa Pinkola Estés)

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Nel suo libro Donne che corrono coi lupi, Clarissa Pinkola Estés racconta di un rituale, da lei attuato personalmente e poi suggerito anche ad altre persone (che pare lo abbiano apprezzato), che consiste nella realizzazione di un "capo espiatorio".
Si tratta di un capo, e per l'esattezza di un mantello, su cui una persona attacca, dipinge, ricama, scrive o comunque rappresenta simbolicamente i passaggi più dolorosi e difficili della propria vita: quelli che le hanno lasciato dentro qualche cicatrice, le cosiddette cicatrici di guerra, testimonianza di tutte le battaglie e gli attacchi a cui è sopravvissuta.
Come capo di abbigliamento è probabilmente la cosa peggiore che si possa concepire (e farebbe  probabilmente rimanenza in qualunque boutique, se mai ci arrivasse).
Ma l'intenzione originaria dell'autrice non era certamente di farne il pezzo forte del proprio guardaroba. Piuttosto il contrario:  l'intenzione originaria era di farne qualcosa di transitorio, un capo su cui caricare i segni di tutti i dolori della propria vita per poi distruggerlo (magari bruciandolo), come in una specie di rito  purificatorio.
Quest'ultimo peraltro può richiamare alla nostra mente il rito ebraico del kippūr, dove un'analoga funzione veniva assolta dal capro espiatorio, cioè dal capro che, caricato dal sommo sacerdote di tutti i peccati del popolo, veniva poi mandato via nel deserto.
Fatto sta che, una volta realizzato il suo mantello ("talmente pesante che per sollevare lo strascico ci voleva un coro di Muse"), Clarissa Pinkola Estés si accorse di un fatto strano. Ecco cosa racconta:
"Avevo in mente di mettere tutti i rifiuti psichici in questo unico oggetto psichico, e poi di disperdere alcune delle mie antiche ferite bruciando il «capo espiatorio». Ma poi tenni il mantello appeso al soffitto dell'anticamera, e ogni volta che gli passavo accanto, invece di sentirmi male, mi sentivo bene. Mi ritrovai ad ammirare gli ovarios della donna che poteva indossare un simile mantello e continuare a camminare a quattro zampe, a cantare, a creare, a dimenare la coda.Scoprii che ciò valeva anche per le donne con le quali ho lavorato. Mai hanno voluto distruggere il loro «capo espiatorio». Lo volevano tenere per sempre, e più era brutto e insanguinato, e meglio era".
Come a dire: un mantello del genere rappresenta le nostre cadute e le nostre sconfitte, ma anche le nostre vittorie, la nostra resistenza, e - a ben vedere - anche il nostro coraggio, perché ci vuole molto coraggio a realizzare un mantello così con le proprie mani.
Probabilmente non è una cosa che possiamo fare senza versare lacrime. Ma alla fine anche le lacrime hanno la loro funzione, anche le lacrime lavano e purificano, e forse anche questo può bastarci se non vogliamo ricorrere al fuoco.
"Le lacrime -  dice sempre Clarissa Pinkola Estés - sono un fiume che vi conduce da qualche parte. Il pianto crea attorno alla barca un fiume che porta la vostra vita-anima. Le lacrime sollevano la vostra barca al di sopra degli scogli, delle secche, portandovi in un posto nuovo, migliore."

sabato 9 novembre 2013

Cento cose tutte assieme. Multi-tasking umano e ricerca della serenità

"Conosco una donna - dice Sarah Ban Breathnach  nel suo libro L'incanto della vita semplice - che comincia a spazzolarsi i denti e, ancora col dentifricio in bocca, esce dal bagno e va a rifarsi il letto. E perché? Perché con la coda dell'occhio ha visto le lenzuola stropicciate. Non si è ancora sciacquata la bocca che si è già buttata a capofitto in un altro lavoro. Inutile dire che una giornata iniziata all'insegna della frenesia può soltanto procedere di male in peggio." 
Infatti non è esattamente questo il modo in cui immaginiamo che trascorra le sue giornate una persona serena. E probabilmente non è neanche il modo in cui noi stessi vorremmo trascorrere le nostre giornate.
Eppure, se siamo - o siamo stati - veramente gente che corre, probabilmente momenti del genere li conosciamo anche noi.
Stiamo facendo una cosa e all'improvviso ce ne viene in mente un'altra, o anche un'intera batteria (è in scadenza l'assicurazione sulla macchina, il cane va portato dal veterinario, c'è di nuovo una macchia d'umido sul soffitto, si devono consegnare le carte al commercialista, c'è da contestare la bolletta della luce, sta finendo l'inchiostro nella stampante, c'è da riguardare questo lavoro  prima di consegnarlo domani...).
Oppure ci capita, magari, di organizzare tutto a meraviglia per concentrarci finalmente sul nostro compito e si scatena una specie di congiura del mondo che interferisce inesorabilmente col nostro programma (qualcuno ci chiama in un'altra stanza, la posta elettronica ci recapita un'email urgente, ci telefona nostra madre per una questione condominiale, la nostra collega comincia a lamentarsi dei suoi dolori, dalla segreteria della scuola arriva la notizia del mal di pancia di nostro figlio, poi quattro messaggi sul cellulare, tre messaggi via fax, senza contare i commenti sotto il nostro  post di ieri sera su facebook...).
Tutto questo restando nell'ambito dell'ordinaria amministrazione: un'ordinaria amministrazione in cui ci sembra impossibile poter riuscire a fare tutto senza fare tutto assieme (anche se sappiamo benissimo che non è certo questa la strada per arrivare alla serenità: a un bell'esaurimento nervoso, quello magari sì, ma alla serenità proprio no!).
Il rischio, vivendo così, è di disperdere le nostre energie ai quattro venti, sfiancandoci, sentendoci in perenne affanno, e con la netta sensazione che da un momento all'altro schizzeremo via da questo pianeta.
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Portare a termine cento cose, facendone una sola per volta, può sembrarci una missione impossibile, eppure riuscirci è un ottimo sistema per ridurre il rischio di "ingorghi" (fisici, mentali, emotivi) e per preservare il nostro equilibrio.
Da dove partire?

Tutte le pratiche di mindfulness sono un continuo esercizio a essere presenti nel qui e ora, anche durante la vita ordinaria, ed è con questo tipo di atteggiamento che possiamo imparare a fare cento cose, una alla volta,  dedicando a ciascuna piena attenzione e senza... esaurirci.
E' chiaro che se non possiamo permetterci di dedicare la nostra intera giornata a fare una sola cosa, dovremo darci dei tempi e delle scadenze, e decidere per esempio di dedicare a una certa cosa la prossima mezz'ora, o i prossimi venti minuti, e non di più (perché poi c'è altro da fare). Ma, di qualunque cosa si tratti, l'importante è adottare un atteggiamento mentale per cui, nella prossima mezz'ora o nei prossimi venti minuti - cascasse il mondo - niente interferirà con quello che stiamo facendo.
Per quanto scontata possa sembrare - e non lo è... - questa cosa dobbiamo tenerla a mente anche quando interagiamo con altre persone, se abbiamo cara la nostra vita relazionale.
Infatti il multi-tasking (espressione mutuata dalla terminologia informatica, per indicare la capacità  di un processore di eseguire più programmi simultaneamente e così, estensivamente, anche la capacità di una persona di fare più cose tutte assieme, quasi dimenticandoci che non è un computer), può danneggiare i rapporti umani quando, nel nostro fare più cose per volta, coinvolgiamo anche un’altra persona. Infatti rischiamo di dedicare a questa persona (sia essa un collega, il partner, un figlio o anche la commessa del supermercato)  un’attenzione frammentaria, cioè spezzoni di attenzione rubati a qualcos'altro, e così un po' badiamo a lei e un po' badiamo a un'altra cosa, trattando questa persona alla stregua di un'incombenza tra le tante da sbrigare. E questo  certo non giova alla qualità dei nostri rapporti interpersonali, perché una persona se ne accorge  che la trattiamo come l'ennesima incombenza della nostra giornata e difficilmente troverà l'interazione con noi ricca, appagante, nutriente.
Già altre volte su questo blog ho accennato ai benefici che possiamo ottenere in termini di serenità attraverso pratiche che favoriscono la consapevolezza del momento presente. Ne ho parlato a proposito del  prestare attenzione durante le attività di routine, del camminare in modo consapevole, dell'utilizzare le sensazioni fisiche come modo per rimanere consapevoli e presenti; senza contare tutti i post contrassegnati specificamente con l'etichetta Mindfulness.
Sono tutte pratiche che, allenando la nostra capacità di stare nel presente, ci portano a restare concentrati su un compito mentre lo svolgiamo. Si tratta allora di adottare un atteggiamento meditativo anche nel portare a compimento (una alla volta) tutte le altre mille incombenze della nostra vita.
In realtà, però, è anche vero che le condizioni ideali per essere continuamente presenti e consapevoli spesso ci mancano, perché un conto è la teoria e un conto è la pratica. Pochi di noi infatti riescono a vivere in uno stato di permanente quiete meditativa, anche se sono convinti della sua utilità e credono fermamente che sia quello il vero stato di grazia. Insomma, voglio dire... siamo gente che corre, non ce lo dimentichiamo!
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Deng Ming-Dao, parlando della quiete nel suo libro di meditazioni Il Tao per un anno, dice:
"Le vicende del mondo vengono spesso eufemisticamente definite 'un gran polverone': un affannarsi continuo che non si può eliminare con un semplice colpo di spugna, ma in cui è altrettanto impossibile trattenersi a lungo. Possiamo cercare il distacco nella meditazione, ma finché gli stimoli esterni continuano a bombardarci la mente, non ci è dato trovare la vera quiete meditativa . [...] Se siamo costretti a restare qui [...], e ciò nonostante desideriamo esercitarci nell'arte della tranquillità, il ritiro, sempre necessario, sarà di portata più modesta. Potremo così raggiungere la quiete, anche se per periodi brevi e transitori."
In quest'ottica, se ci accorgiamo che - con tutta la nostra buona volontà - la quotidianità ci sfugge di mano e stiamo scivolando nel multi-tasking, fermiamoci almeno un momento, facciamo un bel respiro e sospendiamo azione e pensiero per qualche momento. Una breve pausa non può che giovarci (proprio come giova a volte ai congegni elettronici quando si inceppano per il troppo traffico).
Se poi ne abbiamo l'opportunità e la voglia, possiamo anche provare a dedicare qualche minuto a una breve pratica di consapevolezza, di cui abbiamo già  parlato in altro post,  e che è detta appunto "Tre minuti di respiro".
Si tratta di una specie di mini-meditazione tratta dal programma MBCT che possiamo inserire nell'ambito delle nostre abituali giornate di corsa, non solo come semplice pausa per prendere fiato,  ma come vera e propria occasione  per prendere consapevolezza di ciò che ci sta accadendo in un certo preciso momento, di qualunque cosa si tratti. Diventare infatti veramente consapevoli di una routine in cui ci siamo lasciati coinvolgere ci aiuta a relazionarci diversamente anche con le  difficoltà che dobbiamo affrontare e può  consententirci di gestirle  in un modo migliore.



















martedì 5 novembre 2013

Corsi di self coaching e... compiti a casa

"Perché un corso di self-coaching?", potrebbe chiedersi qualcuno. "Se mi devo aiutare da me, allenare da me, motivare da me, allora mi compro un bel manuale di auto-aiuto, e buona notte!".
Sì, proprio buona notte. Perché il principale problema, con i manuali di auto-aiuto, supponendo pure che ne esista qualcuno che faccia proprio al caso nostro, è che spesso e volentieri li compriamo,  se pure li compriamo, ne sfogliamo qualche pagina per mezzo, giusto per farcene un'idea, e poi li mettiamo da qualche parte a riposare - magari proprio sul comodino - aspettando che ci facciano bene, ci motivino, ci portino da qualche parte.
Io non so a che livelli di potenza siano arrivati i manuali di auto-aiuto di ultima generazione, però non credo che siano ancora arrivati a quel livello lì, da garantire la loro funzione di aiuto attraverso il mero fatto del possesso, quasi a poterci passare dei contenuti per osmosi.
Aiutare sé stessi richiede un impegno. C'è chi lo sa fare, chi se lo può permettere, e chi non è proprio portato per queste cose (e allora Amen, non è né reato né peccato, ma solo un modo di essere come un altro, che comunque non si risolve con l'acquisto di un libro e nemmeno di cinquanta).
La prima cosa per cui la gente scalcia, quando va a seguire un corso di self coaching, è che... vengono assegnati dei compiti da fare a casa!
Ma a ben pensarci - potrebbe essere la risposta - se uno si sceglie un corso di self-coaching, è perché forse vuole imparare a lavorare per conto proprio a casa, ad allenarsi da solo, come chi fa ginnastica nel soggiorno, anziché in palestra, ma al tempo stesso è in cerca di una spintarella in più, rispetto all'arida prospettiva di fare gli esercizi scritti sopra a un libro.
Bene, quelli che vengono assegnati come compiti a casa, in un corso di self coaching, sono esercizi di allenamento in autonomia, che all'inizio vengono appunto "assegnati", ma poi entrano a far parte di routine che ognuno si gestisce come crede,  approfondendo la ricerca ulteriore da sé, se lo crede utile,  o  limitandosi a seguire il tracciato di massima suggerito, perché gli sta bene così, ed è comunque qualcosa che gli è stato passato da mano a mano, da essere umano ad essere umano, e non da un arido libro stampato, che in certi momenti non si ha né la voglia, né la forza di leggere...
Vai al programma del corso di self coaching che inizia l'8 novembre


mercoledì 30 ottobre 2013

Programma del corso "Diventa il coach di te stesso": novembre 2013


Diventa il coach di te stesso
Corso breve di self-coaching: 8, 15, 22, 27 novembre 2013
(si comunica che, per alcuni iscritti impossibilitati a partecipare all’incontro del giorno 8, la prima sessione è stata anticipata al giorno 4 novembre; gli altri sono attesi per il giorno 8 salvo che vogliano anch'essi  venire il 4, preavvisandomi telefonicamente)
***
Programma del corso
1° giorno:
- presentazione del corso e dei partecipanti
- l’inventario di cosa “funziona” e di cosa “non funziona” nella nostra vita;
- uno sguardo lucido sul passato;
- uno sguardo coraggioso sull’avvenire;
- stringere un patto di coaching con sé stessi (dalla crisi di autogoverno alla  cura di sé)
- suggerimenti per procedere in autonomia a casa
***
2° giorno
- definire la propria mission
- accedere alla propria vision
- portare alla luce la propria identità
- mettere ordine nei propri valori
- suggerimenti per procedere in autonomia a casa
***
3° giorno
- obiettivi ben formulati, verificabili, contestualizzati, ecologici, coerenti
- risorse, potenzialità personali e alleati
- test delle potenzialità
- ostacoli e convinzioni limitanti
- l’eroe e la sua storia: metafore e archetipi
- suggerimenti per procedere in autonomia a casa
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4° giorno
- piano d’azione e strategie
- start (ogni viaggio comincia dal primo passo)
- sostenere sé stessi mentalmente (riconoscere i pensieri disfunzionali, adottare un lessico potenziante; adottare tecniche per la riduzione dello stress; ricorrere a metafore e archetipi, ecc.)
- riconoscere ed evitare le influenze negative; circondarsi di influenze positive
- concentrarsi su ciò che conta davvero; dare il ritmo
- buone prassi
- esercizi individuali per l’allenamento delle potenzialità
- questionario di gradimento

***
per altre informazioni clicca qui oppure vedi la pagina delle attività


Non considererò mai tempo sprecato il tempo dedicato a ciò che mi fa sentire bene - Un patto di alleanza con sé stessi


Un po' per sorridere e un po' per davvero, ho buttato giù una bozza di "patto scritto con sé stessi" per tutti coloro che dicono di voler prendere in mano la propria vita e dirigersi verso dimensioni esistenziali più appaganti.
In realtà tutti a chiacchiere vogliono questo, ma poi riuscire a prendere un serio impegno con sé stessi è un'altra cosa.
E voi, sareste pronti a mettere la vostra firma sotto un patto del genere e ad attaccarlo in un posto bene a vista (sul frigorifero, sullo specchio del bagno, nell'anta dell'armadio che aprite ogni mattina), in maniera da ricordarlo a voi stessi tutti i santi giorni, per non rischiare "inadempienze"?
Leggete un po' qua.


Inutile dire che nessun notaio vi autenticherà mai la firma sotto un patto del genere, perché là sotto - se ve la sentite -  ci va una sola firma, la vostra, ed un unico sigillo, quello del vostro cuore.
Bene. Per oggi è tutto.
Bonne chance, allora, cari coach di voi stessi che avete avuto il coraggio di firmare un simile patto.
Vi farà tanto bene rispettarlo ora e sempre e, caso mai vi servisse una mano per dare inizio all'opera, ricordatevi del mio corso di self-coaching che inizia il prossimo 8 novembre (con un'anticipazione della prima lezione al 4 novembre, per alcuni iscritti che non possono venire l'8).
Il programma di massima del corso è al seguente link:
http://ciochesimuovenoncongela.blogspot.it/2013/10/programma-del-corso-diventa-il-coach-di.html



domenica 27 ottobre 2013

Brave ragazze sfortunate in amore. Lezione di sopravvivenza n.1: restare (fascinosamente) se stesse

"Non permettete mai a nessuno di diventare una vostra priorità, 
mentre voi per lui non siete che un'alternativa." 
(Nina Potts-Jefferies)
***
Quando i media suggeriscono alle donne di adottare un certo look, di comprare un certo capo di vestiario o di  scegliere un certo colore di smalto, insinuando che sono tutte cose che faranno impazzire i loro uomini, in realtà mandano alle donne un messaggio non solo molto diseducativo ma alla lunga anche improduttivo proprio sul fronte della seduzione.
Il messaggio infatti è "compra e indossa la tale cosa perché piacerà tanto a lui" e cioè "preoccupati della sua approvazione o disapprovazione, prima ancora di preoccuparti di cosa piace o non piace realmente a te."
Questo genere di consigli rinforza uno degli atteggiamenti tipici di certe donne sfortunate in amore: cioè  quello di far girare tutto il proprio mondo intorno ad un uomo, perdendo di vista se stesse.
Probabilmente un uomo non dirà mai apertamente a una donna: "Non mi piaci quando mi dici sempre di sì, quando mi assecondi sempre nei miei gusti e nei miei capricci, e insomma quando ti trasformi nel mio zerbino", ma intanto le  pene d'amore che la donna in questione rischia di vivere possono dipendere anche da questi suoi atteggiamenti.
Essere sempre disponibili, darsi troppo o essere esageratamente ansiose di compiacere un uomo, sono tutti atteggiamenti che un po' alla volta possono minare il rispetto che l'uomo nutre verso la donna (che a sua volta sembra lei per prima non rispettarsi); e la mancanza di rispetto porta alla decadenza del fascino di lei agli occhi di lui e così all'abbassamento degli standard della relazione.
"E' molto più facile che siano le donne a rinunciare ai propri progetti", dice Sherry Argov, autrice di  indagini e libri sui problemi di cuore delle donne. In particolare le cosiddette "brave ragazze", quando incontrano un uomo, tendono a operare tutta una serie di rinunce e a non trovare più il tempo per le solite cose che facevano quando erano sole. Magari smettono di vedere le amiche, lasciano il corso di yoga, smettono di giocare a tennis nel weekend, a scuola o al lavoro non sono concentrate perché continuano a controllare se c'è un messaggio di lui sul telefonino, e arrivano a rinunciare alla carriera per favorire quella di lui e anche a smettere di fare qualsiasi sogno che sia al di fuori della relazione (perché ormai l'unico sogno... è lui!)
Invece "gli uomini non rinunciano alle serate fuori con gli amici", dice sempre Sherry Argov."Gli uomini non rinunciano al lavoro, o al sonno, o al cibo. (La maggior parte non rinuncia nemmeno alla mamma.) E' più probabile che rispettino una donna che rimane attaccata alle cose che per lei sono importanti."
Infatti, dopo aver intervistato centinaia di uomini sull'argomento, la Argov ha scoperto che la maggioranza di loro, nel relazionarsi con il sesso femminile, dichiarava di sentire il bisogno di "uno stimolo intellettuale".
La seconda scoperta è stata che donne e uomini davano un significato molto diverso alla medesima espressione "stimolo intellettuale".
Le maggior parte delle donne infatti collegava l'espressione all'intelligenza, pensando che essere stimolanti intellettualmente significasse saper fare grandi ragionamenti e discorsi di buon livello (mentre questo - e lo sappiamo tutte! - di per sé non basta a garantire il  successo in amore).
Lo stimolo intellettuale di cui parlavano gli uomini era invece collegato a un certo mordente, gli uomini trovavano più attraenti le donne che non apparivano troppo bisognose (di approvazione, di amore, di una telefonata, di una relazione), che non davano l'impressione di darsi un gran da fare per attirare la loro attenzione, per affascinarli, per trattenerli a sé, che mantenevano il controllo su sé stesse e sulla propria vita, anche durante la relazione, senza mai cederlo completamente a loro.
Per designare questo tipo di donne, in contrapposizione alle brave ragazze, Sherry Argov usa affettuosamente l'espressione "stronze", facendo un'importante distinzione con l'uso spregiativo che in altre circostanze si fa di questa parola. La stronza di cui lei parla non è una donna irritante, non è la "stronza al volante" o la "collega stronza". E' una donna "gentile ma forte. Ha un'energia sotterranea. Non rinuncia alla propria vita, e non darà mai la caccia a un uomo. Non permetterà mai a un uomo di avere il cento per cento del controllo su di lei. E affermerà se stessa quando lui andrà sopra le righe. Sa quello che vuole ma non scenderà a compromessi per ottenerlo. E' femminile come un 'Fiore d'acciaio' delicato all'esterno ma volitivo e determinato all'interno. Usa questa femminilità a proprio vantaggio. Non che approfitti degli uomini, perché è una persona corretta, ma ha qualcosa che manca alla 'brava ragazza': il sangue freddo; non si lascia trasportare dalle fantasie romantiche. Il sangue freddo le permette di esercitare il proprio potere quando è necessario. Per di più ha la capacità di rimanere calma sotto pressione.   Mentre la 'brava ragazza' dà e dà, finché non è del tutto svuotata, la donna concreta sa quando sottrarsi."
Si tratta dunque di un tipo di donna che possiamo pure chiamare "stronza", se vogliamo, ma che in realtà troppo stronza non è, perché non è caustica, rude, corrosiva (ma nemmeno lamentosa o brontolona), come a volte sono invece certe persone del tipo tutto fumo e niente arrosto.
E' una donna davvero forte, perché è gentile. Anche se pretende, giustamente, la medesima gentilezza in cambio.
E' una donna che mette se stessa - e non il suo uomo - davanti a tutto, senza paure e senza rimorsi; che riconosce il proprio ritmo e lo asseconda; che sa chi è e cosa non è; che ricorda a sé stessa in ogni momento cosa è disposta ad accettare e cosa non intende assolutamente accettare; capace di prendere una decisione in autonomia, senza ripensamenti, e senza lasciarsi dissuadere dagli altri; padrona di sé e della propria vita; e che tutto ciò che mette di suo nella relazione e dona a un uomo, lo dà per scelta e non per paura di perderlo, perché non sarà mai disposta a perdere se stessa per la paura di perdere lui.


Vai al sito www.mariamichelaaltiero.it






martedì 22 ottobre 2013

Diventa il coach di te stesso: a novembre un breve corso di self coaching per chi crede nel detto "aiutati che Dio ti aiuta"

Alcuni di noi potrebbero non aver voglia di un vero e proprio percorso di life coaching, per vari motivi: alcune corde potrebbero essere troppo sensibili, la voglia di mettersi in gioco potrebbe essere poca, il coraggio di mettersi a nudo davanti a un altro essere umano potrebbe mancare.
Al tempo stesso, però, potremmo avere ugualmente una certa voglia di fare un po' di chiarezza in noi stessi, riguardo allo stato dell'arte della nostra vita e alla direzione che vogliamo prendere riguardo a certe sue aree.
La mia proposta, allora, per chi vive questa situazione è un breve corso di self coaching, in cui ai partecipanti vengono offerti gli strumenti per fare un po' di luce in sé stessi, senza tuttavia mettersi in gioco davanti ad altri.
Ci tengo molto a chiarire questo aspetto, perché la prima fantasia che può venire in mente, quando un gruppo si riunisce nello studio di uno psicologo, è che si tratti di un gruppo terapeutico, in cui si condividono con gli altri membri i propri vissuti intimi.
E questa è una cosa completamente diversa.
L'unica cosa che il gruppo condivide (oltre l'ambiente e me) sono gli strumenti che metterò a disposizione di ciascuno, e che gli serviranno per leggere meglio sé stesso e la sua vita, e mettere  un po' di ordine nelle sue idee.
Quali siano poi le sue idee è affar suo, e i suoi fatti restano fatti suoi, che al gruppo non interessano, e che anzi farebbero perdere tempo agli altri se diventassero, in questa sede, oggetto di condivisione.
Se poi una persona, dopo l'esperienza del corso, sentisse l'esigenza di approfondire alcune tematiche che la riguardano da vicino, potrà fissare un appuntamento con me, per una sessione privata di life coaching o, se fosse necessario, anche per un colloquio di counseling psicologico.
Per maggiori notizie su date, orari e costi del corso in questione, andare alla pagina attività (clicca qui). 
Per informazioni e prenotazioni: 388.8257088.
Per il programma del corso clicca qui

sabato 19 ottobre 2013

Quelli disordinati e quelli ordinati - Ursus Wehrli, l'uomo che ha riordinato la pastina in brodo, le stelle del cielo e la camera di Van Gogh


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Di solito tutti brontolano contro i disordinati.
Eppure anche gli ordinatissimi esageratissimi rigidissimi, possono far perdere la pazienza a chi li circonda - e a chi ci convive, soprattutto!
Ecco un assortimento di foto e qualche video delle opere di Ursus Wehrli, l'uomo che ha riordinato di tutto, dalla pastina in brodo alla camera di Van Gogh, gettando una luce nuova, allegra e leggera, anche sul versante - di solito pesante - della pretesa di... troppo ordine.
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Vai alla galleria multimediale delle opere d'arte "riordinate" da Ursus Wehrli (clicca qui)
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martedì 15 ottobre 2013

Valorizzare la crisi dell'età di mezzo per far fare un salto di qualità alla nostra vita

Intorno ai quaranta/cinquant'anni, possono succedere cose strane.
I figli, diventati grandi, potrebbero darci l'impressione di non volerci più tra i piedi.
Alcuni sport, che prima praticavamo volentieri, potrebbero sembrarci ora troppo faticosi o anche rischiosi.
Alcuni dei nostri vecchi hobby potrebbero non entusiasmarci più.
Il lavoro potrebbe essere diventato per noi una routine prevedibile e priva di stimoli, o al contrario un meccanismo impazzito che segue processi per noi troppo rapidi, o ancora sembrarci privo di prospettive future.
Gli amici con cui prima ci vedevamo per ridere insieme, potrebbero cominciare a risultarci noiosi, perché non fanno che lamentarsi per gli acciacchi fisici, la crisi economica, il fisco.
I sorrisi e le arrabbiature di una vita potrebbero aver lasciato rughe ormai evidenti sulla pelle del nostro viso.
Il nostro corpo potrebbe aver subito l'attacco di qualche malattia.
Alcune persone care potrebbero averci salutato per sempre.
Il bilancio della nostra esistenza potrebbe darci l'impressione di aver fatto un mucchio di sciocchezze, e a volte addirittura di aver sbagliato tutto.
Insomma, intorno ai quaranta/cinquant'anni,  possono succedere cose davvero strane, e queste cose possono metterci davvero in crisi.
Eppure questa crisi della mezza età, di cui tanto si parla, può essere vissuta anche come una grande occasione, se siamo capaci di leggere e interpretare il malessere che ci pervade, e trasformarlo nello strumento di costruzione di una vita migliore.
"E' in questo periodo", sostiene Luca Stanchieri, nel suo libro Come combattere l'ansia , "che alcune delle nostre potenzialità non espresse chiedono il conto. Vengono al pettine i nodi causati dalle scelte fatte in passato, influenzate dai contesti genitoriali o affettivi, sociali o economici.
Ma al contempo abbiamo a disposizione una grande esperienza di vita, relazionale e affettiva, da valorizzare.
[...] E' in questo periodo che il manager stanco molla tutto e cambia vita; che la casalinga si iscrive all'università e comincia la libera professione; che gli hobby diventano una cosa seria; che le relazioni di coppia fanno un salto di qualità; o che si trovano nuovi grandi amori. [...] L'età di mezzo, che arriva spesso prima che la coscienza sia pronta a coglierla, genera una grande ansia; la paura di invecchiare e di morire risuona evidente. Ma proprio questa consapevolezza offre a ognuno di noi un'opportunità straordinaria, la scoperta e la valorizzazione del vero sé.
Per la prima volta abbiamo un passato dove possiamo vedere capacità, potenzialità, abilità, gusti, attitudini, interessi che sono stati espressi anche se non compiutamente . Ci troviamo di fronte uno scenario futuro tutto da vivere. Abbiamo la forza e la maturità per cambiare il nostro presente.
Per la prima volta possiamo dire di essere finalmente autonomi.
Si tratta di decidere allora chi vogliamo essere."

Ed ora una storiella che gira nel mondo dei coach, come metafora di quelli che continuano a investire sul proprio futuro anche quando ormai... hanno una certa età.
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Un anziano signore, in un'aula universitaria, viene scambiato dagli studenti per un professore.
"No", dice, "non sono un professore: sono uno studente anch'io, come voi. Questo corso di laurea è sempre stato il mio sogno."
"Uno studente?!", dicono in coro i ragazzi increduli, "Ma, scusi l'indiscrezione, lei quanti anni ha?"
"Settantacinque", risponde l'uomo.
"Ma che senso ha alla sua età mettersi a frequentare l'università? Se pure tutto andasse bene, il giorno della laurea lei avrebbe ottant'anni!"
E l'uomo rispose: "Quel giorno, se Dio vorrà, avrò ottant'anni sia che abbia inseguito i miei sogni sia che vi abbia rinunciato."
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mercoledì 9 ottobre 2013

Spostamento data evento

Per un sopravvenuto indifferibile impegno, l'incontro di presentazione del Life Coaching e delle altre attività, previsto per venerdì prossimo al mio studio, è stato spostato a venerdì 18 ottobre ore 18.
Cercherò di avvisare individualmente tutti coloro che si erano prenotati.
Comunque, appena potete, datemi un cenno di "ricevuto" e confermatemi la vostra presenza per la nuova data.
Evento gratuito aperto anche ad eventuali nuovi iscritti fino a esaurimento posti.

Ciao a tutti. Scusatemi per il disguido!
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lunedì 7 ottobre 2013

Un po' buoni e un po' cattivi. Un po' tirchi e un po' generosi. Per fortuna beneducati (ma, sotto sotto, un po' selvaggi) - Abbracciare le proprie contraddizioni e cercare i propri ossimori eccellenti

Perché alcune persone ci piacciono tanto mentre altre ci risultano detestabili, senza che ci abbiano mai fatto niente?
E' possibile che vediamo riflesse in loro alcune caratteristiche che ci appartengono?
Può darsi che detestiamo qualcuno perché ci ricorda certi aspetti di noi che rifiutiamo e al contrario siamo attratti da qualcun altro perché manifesta, magari in maniera più accentuata di noi, certe nostre qualità che vorremmo sviluppare e far fiorire?
Non sempre la risposta a domande del genere è di tutta evidenza. Volendo, però, possiamo provare a darcela con una specie di gioco.
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Pensiamo a due persone, una che ci piace tantissimo e che troviamo molto gradevole, e una che proprio detestiamo, ci irrita e troviamo sgradevole. Prendiamo carta e penna, dividiamo il foglio in due colonne, e a sinistra elenchiamo dieci caratteristiche positive della persona che ci piace, seguite da tre sue caratteristiche negative, mentre a destra scriviamo l'elenco di dieci caratteristiche negative della persona che detestiamo, seguite - e sarà uno  sforzo trovarle! - da tre sue caratteristiche positive.
Ora dovremmo avere sotto gli occhi un totale di 26 caratteristiche personali, per metà positive e per metà negative.
Ci riconosciamo in alcune di esse? Notiamo una qualche somiglianza, nel bene o nel male, con le due persone che avevamo in mente?
Qualcuno suggerisce di sottolineare le caratteristiche che più ci riguardano e, tra le restanti, di mettere un asterisco accanto a quelle che pensiamo che non ci riguardino assolutamente (nemmeno lontanamente!).
Questo asterisco serve a ricordarci la possibilità che anch'esse in realtà ci riguardino, e anche molto da vicino, solo che non riusciamo ad ammetterlo nemmeno con noi stessi (cosa che può capitare anche con le qualità positive, figuriamoci con quelle negative!).
Si tratta di un gioco, non di un test.
I risultati che otteniamo non sono una sentenza, sono semplici spunti di riflessione.
Non servono a metterci altri pensieri in testa, ma semmai ad ampliare la nostra visione su noi stessi e sulle nostre relazioni.
Personalmente, ogni volta che ho ritrovato un po' di me stessa nelle caratteristiche negative di un'altra persona, dopo mi sono sentita più a mio agio nel relazionarmi con lei, più tollerante verso le sue manchevolezze, più disponibile al perdono, quasi che, perdonando lei, assolvessi un po' anche me stessa.
In effetti riconoscere ed accettare gli aspetti di noi che non ci piacciono è un passo necessario per poterci vivere come esseri autentici e completi, consapevoli del fatto che nessuno di noi possiede solo tratti positivi e che tutti devono convivere anche con le proprie manchevolezze.
A volte alcune nostre caratteristiche possono essere tra loro talmente confliggenti da sembrarci inconciliabili, e da farci chiedere: ma allora io sono forte o sono debole? sono una persona educata o sono un selvaggio? sono coraggioso o sono vigliacco? sono un tipo affidabile o un grande scombinato? e così via.
Questo perché non è facile abbracciare simultaneamente il proprio potenziale di luce e di oscurità, accettando il paradosso della convivenza in sé stessi di qualità opposte.
Le persone più illuminate ci riescono brillantemente. Le altre fanno quello che possono.
E c'è chi, per esempio, tra una cosa e l'altra, si mette
ALLA RICERCA DEI PROPRI OSSIMORI ECCELLENTI
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Creare ossimori di  Chip Thompson 
"Definiamo 'ossimoro' la combinazione di parole o frasi apparentemente in contraddizione tra loro, che descrivono una verità paradossale. [...]
Gli ossimori possono essere molto utili a descrivere le nostre caratteristiche paradossali, perché definiscono in modo realistico e diretto le tensioni che stiamo cercando di conciliare, in quanto parte della nostra personalità e dei nostri tratti individuali.
Ecco di seguiito un esercizio molto istruttivo proposto da Charles Handy, autore del libro The Age of Paradox [L'era del paradosso].
Handy ti incoraggia a scoprire quale sia il tuo "paradosso eccellente".
Stila un elenco delle tue sei caratteristiche migliori, seguito da uno dei tuoi sei difetti più grandi [...]
Infine abbina ciascuna qualità positiva con un difetto e vedi di creare il tuo paradosso eccellente.
A titolo di esempio, ecco qui le mie caratteristiche personali:
Abbinare "cordiale" con "solitario" mi ha aiutato a capire che quando ho appena terminato un  intervento in pubblico, ho bisogno di tempo per ricaricarmi, prima di riuscire a partecipare a una festa.
L'accostamento di "atletico" a "troppo sicuro di sé" esprime il mio amore per il paracadutismo acrobatico e mi ricorda gli infortuni che ho riportato nei weekend a causa della mia passione per lo sport.
Ma è stato mettere insieme "curioso" e "critico" ad aprirmi un mondo intero.
Eccolo, il mio ossimoro eccellente: "Sii prima di tutto curioso, poi critico".
Se parto critico, la mia creatività viene bruciata (per riafforare solo quando faccio la doccia)."
(citazione tratta dal libro Eureka)
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"Il paradosso è che quando mi accetto come sono, allora posso cambiare."
 (Carl Rogers)
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Ed ora  una breve riflessione sulla convivenza degli opposti del fuoco.
"Laudato si', mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte".
(dal Cantico delle Creature di San Francesco d'Assisi) 
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Illumina la notte ed è bello, giocondo, robusto e forte, dice San Francesco del fuoco, saltando a pié pari qualunque riferimento ai suoi noti aspetti anche infernali e distruttivi, quasi che non potessero trovare spazio in un inno di lode al Signore.
Eppure è possibile pensare al fuoco come elemento ponte tra Terra e Cielo, visto che si alimenta di materia terrena e al tempo stesso ha un moto ascendente verso il Cielo. 
Il fuoco ha una natura che contiene in sé molte qualità opposte, per cui è un buon simbolo per noi, che oggi riflettiamo sui nostri "ossimori".
Il fuoco, dopo tutto, (e non dimentichiamolo) non è né buono né cattivo.
 E' semplicemente quello che è. Con tutte le seguenti caratteristiche contraddittorie:


Certo la lista non si esaurisce qui. Ma lascio il resto alla vostra fantasia.
E per concludere, vi lascio anche una buona intenzione per questa giornata:
mettete nella lista della spesa una candela e richiamate alla mente simultaneamente tutte le opposte condizioni in cui potrebbe tornarvi utile...


sabato 5 ottobre 2013

Vi aspetto al mio studio per presentarvi il Life Coaching Umanistico e le altre iniziative in programma (evento gratuito)

Venerdì 18 ottobre dalle 18 alle 20
farò una presentazione gratuita del mio modello di life coaching presso il mio studio.
I partecipanti potranno così comprendere meglio in cosa esso consista, come funzioni e come lo pratico.
Non mi limiterò infatti a dare spiegazioni, come faccio sul blog, ma offrirò anche un piccolo assaggio del metodo.
Inoltre illustrerò per sommi capi anche le altre pratiche che propongo quest'anno nel mio programma di attività, dalle meditazioni nella natura ai corsi per coltivare la creatività e così via, di cui ho parlato in varie occasioni su questo blog e che comunque sono elencate nella pagina "Attività" (clicca qui).
Noterete che esse ruotano tutte, in un modo o nell'altro, intorno al tema della promozione del benessere psicologico attraverso il potenziamento di risorse personali. Lo spirito del blog continua ad aleggiare anche nel programma di eventi, in quanto non si perde mai di vista che lo scopo di tutto resta sempre favorire nella nostra vita la massima espressione di qualità come serenità, autenticità e creatività.
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La partecipazione all'evento è gratuita, ma il numero di posti è limitato, per cui la prenotazione è obbligatoria. Per prenotarsi, chiamare il numero 388.8257088, o mandare una email all'indirizzo: maltiero@alice.it
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venerdì 4 ottobre 2013

Nella moltitudine (poesia di Wislawa Szymborska)


Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.

Nel guardaroba della natura
c’è un mucchio di costumi:
di ragno, gabbiano, topo campagnolo.
Ognuno calza subito a pennello
e docilmente è indossato
finché non si consuma.
Anch’io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.

Qualcuno d’un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
 a cui si avvicina un incendio.
Un filo d’erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.
 Poteva non essermi dato
Il ricordo dei momenti lieti.
 Poteva essermi tolta
L’inclinazione a confrontare.

 Potevo essere me stessa – ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente diverso.